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Intelligenza Artificiale

Il volto nascosto della democrazia

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Solo un paio di settimane fa, Elon Musk ha lanciato un avvertimento: noi umani dobbiamo modificare «la larghezza di banda della nostra corteccia cerebrale» per renderla compatibile con quella dei computer, in modo che «la volontà collettiva dell’umanità coincida con la volontà dell’Intelligenza Artificiale».

 

Possiamo protestare, urlare fino a perdere la voce e persino pubblicare meme online che attribuiscono i baffi di Hitler a questo patriarca dai testicoli di platino che vuole ripopolare il mondo con i suoi mille e un figli, Elon Musk, ma vale la pena riconoscere che le sue affermazioni, espresse attraverso la retorica dispotica rousseauiana della volontà generale, rappresentano una strenua difesa – e certamente un aggiornamento – dei principi guida della democrazia moderna.

 

La democrazia moderna, fin dalle sue origini, si è dedicata all’espropriazione di beni e diritti naturali della popolazione per scambiarli forzatamente con un insieme di diritti formali che, se ci atteniamo alla dura realtà, dovremmo piuttosto definire diritti aspirazionali. Il caso spagnolo è paradigmatico. Il parlamentarismo liberale emerso a partire dal 1810 si è accompagnato a un processo plebiscito di espropriazione, che non solo ha sottratto beni ecclesiastici con tragiche conseguenze sociali, ma ha anche rubato direttamente le terre comunali ai contadini attraverso un’ondata di espropriazioni civili (oggi sconosciute alla maggior parte della popolazione) culminata con quella promossa da Madoz nel 1855.

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A causa di questo furto legalizzato di terra e pane da parte dello Stato liberale e dei suoi alleati, le rivolte contadine divennero così frequenti che nel 1844 venne creata la Guardia Civil per reprimere tutti i contadini che, per aver difeso i diritti delle loro famiglie e dei loro vicini, vennero considerati banditi e nemici dell’interesse pubblico.

 

La diseredazione dimostra chiaramente il rapporto tra democrazia e una concezione perversamente liberale del mercato, in cui lo Stato non rappresenta più la popolazione, bensì interessi estranei ad essa. Di fatto, le terre comuni vengono espropriate alla maggioranza dei contadini perché considerate inutili, poiché nella loro forma di piccoli appezzamenti il ​​loro unico scopo è quello di provvedere al sostentamento delle famiglie e non di essere sfruttate come grandi latifondi dove la produttività (diciamo il PIL) viene ottimizzata a scapito della vita e del benessere dei veri cittadini.

 

La reale libertà di cui i contadini godono grazie a queste terre viene considerata illegittima e sostituita da una concezione liberale del diritto ancorata a un’illusoria idea di proprietà privata. Ne è prova il fatto che la diseredazione civile, anziché promuovere la redistribuzione delle terre, ha portato alla concentrazione delle terre comuni nelle mani dei grandi latifondisti, i quali hanno assoggettato i contadini a condizioni di schiavitù mascherate da lavoro salariato o li hanno esiliati, costringendoli a migrare come proletari verso le città per servire l’industria.

 

Di conseguenza, la democrazia moderna, dal XVIII secolo ad oggi, si è dedicata a promettere di risolvere proprio i mali che ha causato e, peggio ancora, ad attribuirne la colpa ai periodi storici moderni che l’hanno preceduta (sottolineo «moderni» perché promuovevano idee prudenti, non millenaristiche, di universalità, uguaglianza, meritocrazia e sviluppo).

 

Pertanto, non dobbiamo lasciarci ingannare dalle apparenze e fraintendere l’avvertimento di Elon Musk sulla necessità di disfarsi dei nostri cervelli «inutili» (in fondo, intende quei mini-schemi cognitivi che servono solo a permetterci di vivere nell’anonimato e morire dopo un certo periodo di tempo) come antidemocratico. L’idea omogeneizzante ed espropriante di Musk è quella della democrazia moderna, adattata però ai tempi del postumanesimo e della rivoluzione digitale.

 

L’intento, proclamato da illustri postumanisti per decenni, è quello di creare un gigantesco patrimonio cognitivo in cui i cittadini del XXI secolo diventino indistinguibili dall’Intelligenza Artificiale e perdano i diritti sui propri cervelli, nello stesso modo in cui i contadini del XIX secolo persero i loro diritti inalienabili sulla terra che li aveva sostentati per tutto il Medioevo e l’inizio dell’età moderna.

 

Consideriamo che, in reazione a questa minaccia, tanto reale quanto folle, il Parlamento cileno ha approvato, ad esempio, un emendamento costituzionale nel 2021 che tutela i diritti neurologici dei suoi cittadini.

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Allo stesso modo delle confische terriere del XIX secolo, l’obiettivo di questo attacco all’integrità del nostro cervello è il raggiungimento di una libertà distopica che dobbiamo abbracciare come ideale, anche se ci rende schiavi. Paradossalmente, non si tratta più di conquistare la proprietà privata a scapito della proprietà comune (la piccola proprietà è ora il grande nemico da sconfiggere), ma di acquisire una capacità mefistofelica parodistica di elaborazione dati digitale del cervello, nonché di raggiungere la presunta immortalità per i nostri discendenti e di conquistare l’universo.

 

Secondo Ray Kurzweil, direttore dell’ingegneria di Google, una volta fusi con l’IA, diventeremo di fatto dei che imporranno ordine nientemeno che alle «leggi dell’universo goffo e stupido”, poiché in pochi anni «quando gli scienziati saranno un milione di volte più intelligenti e la ricerca un milione di volte più veloce, un’ora di progresso si tradurrà in un secolo di progresso, secondo i parametri attuali».

 

L’origine di queste illusioni disumanizzanti che spesso scambiamo per progresso (non c’è «progresso» senza prudenza, senza riconoscere la finitezza umana e senza essere consapevoli della reale possibilità di regressione) risiede nella democrazia moderna. Come ho già sottolineato in altri articoli, la democrazia moderna è una creazione fondamentalmente calvinista al servizio della Rivoluzione Industriale e dell’imperialismo predatorio, che ha giocato con le nostre aspirazioni repubblicane solo per tradirle e attaccare, ripetutamente, la maggioranza, soprattutto nei periodi in cui più pretendeva di difenderla.

 

Ricordiamo, ad esempio, nel caso della Spagna, le massicce privatizzazioni delle imprese pubbliche (ovvero un nuovo disimpegno) attuate dal PSOE una volta assunto il potere nel 1978, e la loro continuazione democratica da parte del PP. Questo non significa, per evitare fraintendimenti, che le dittature come quella di Franco siano state un antidoto agli eccessi della democrazia, ma piuttosto, come ho spiegato in altre occasioni, che la dittatura è una forma di dispotismo (quando non di totalitarismo) inseparabile dalla logica religiosa della democrazia moderna.

 

In realtà, se la democrazia moderna va di pari passo con la dittatura, è perché entrambe si fondano sulla volontà generale rousseauiana, alla quale Musk si appella nel suo monito sulla necessità di conciliare la nostra volontà collettiva con quella dell’Intelligenza Artificiale. La volontà generale non è, contrariamente a quanto alcuni credono, la somma delle volontà individuali, bensì la volontà dello Stato in quanto entità omogeneizzante e modernizzatrice.

 

Per questo il calvinista Rousseau si oppose, ad esempio, al diritto di associazione, mentre Hegel, uno dei suoi maggiori ammiratori e successori, arrivò a sostenere in testi come La filosofia del diritto che «nelle nazioni civilizzate, il vero coraggio risiede nella prontezza con cui ci si dedica interamente al servizio dello Stato, in modo che l’individuo sia solo uno tra tanti. Nessun valore personale ha importanza: ciò che conta è la sottomissione all’universale» (§ 327)

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Il desiderio protestante come forza motrice della democrazia

La democrazia moderna mira a trasformare i cittadini in individui dalla mentalità di gregge, che obbediscono ciecamente alla volontà dello Stato (non è forse l’UE, ormai logora e reduce dalla capitolazione a Trump, che tuttavia disciplina i suoi cittadini con la frusta, un perfetto esempio di ciò?), per la semplice ragione che si fonda interamente sulla negazione protestante del libero arbitrio.

 

La democrazia moderna non crede nelle autentiche libertà individuali; al contrario, attraverso la teoria della predestinazione, trasforma l’essere umano che si considera eletto, e che viene riconosciuto come tale dai Poteri Forti, in un falso dio che, attraverso la formazione di uno Stato repressivo degli eletti (si pensi agli Stati Uniti o all’Israele sionista), crede di poter trasformare in realtà i suoi desideri più oscuri.

 

Il desiderio è, di fatto, l’elemento più importante per comprendere le cause del crollo della democrazia moderna. Secondo il mito hegeliano del padrone e dello schiavo, il desiderio dello schiavo di essere riconosciuto dal padrone, e viceversa, è fondamentale per comprendere la formazione delle società umane e la progressione dialettica della storia verso una società perfetta come quella rappresentata dalla democrazia imposta in tutto il mondo dal Codice Civile napoleonico.

 

Secondo l’Hegel divulgato da Alexandre Kojève in Introduzione alla lettura di Hegel, padrone e schiavo si riconciliano nella figura del cittadino, che trova la libertà obbedendo alle leggi di uno stato omogeneo e universale – il culmine della democrazia – che si estenderà in tutto il mondo.

 

Kojève merita maggiore attenzione di quanta ne riceva di solito, in quanto figura chiave per la comprensione della natura dispotica della democrazia. Non solo l’ha teorizzata, influenzando un’intera generazione di intellettuali europei, ma l’ha anche messa in pratica nella sua forma più brutale. Secondo Fukuyama, se Kojève dedicò gran parte della sua vita alla burocrazia di alto livello e abbandonò il lavoro intellettuale, lo fece per «supervisionare la costruzione [dell’Unione Europea] come dimora definitiva dell’ultimo uomo», in cui, in quanto stato universale omogeneo, la politica avrebbe dovuto essere sostituita dall’amministrazione e i confini nazionali dissolti.

 

Kojève non usa mezzi termini e, in una lettera a Leo Strauss del 19 settembre 1959, chiarisce che in questo stato omogeneo universale, che è positivo semplicemente perché rappresenta lo stadio finale dell’umanità, gli esseri umani in quanto tali cessano di esistere e vengono sostituiti da «automi sani» che sono «soddisfatti» praticando sport, arte o indulgendo nell’erotismo, mentre «quelli che sono automi malati [insoddisfatti] vengono rinchiusi».

 

In un’altra lettera del 1955, indirizzata a Carl Schmitt, Kojève spiega che lo stato omogeneo universale si è sviluppato in tutta l’umanità grazie all’impulso di grandi uomini, da Alessandro Magno a Napoleone, e da Napoleone a Stalin («l’Alessandro Magno del nostro mondo, il Napoleone industrializzato»).

 

Kojève spiega anche, senza il minimo imbarazzo, che «Hitler era una versione nuova, ampliata e migliorata di Napoleone», ma che «sfortunatamente, Hitler è arrivato con 150 anni di ritardo». In ogni caso, Kojève, autore dell’opuscolo «Marx è Dio e Ford è il suo profeta», crede che la fine della storia sia già arrivata e che lo stato universale omogeneo sia inarrestabile e che alla fine combinerà la sostituzione della politica con l’amministrazione caratteristica dell’URSS e lo sviluppo industriale tipico di una società senza classi, come egli vedeva negli Stati Uniti del suo tempo.

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Nonostante le ovazioni della sua vasta schiera di ammiratori, leggere Kojève permette di addentrarsi nelle profondità della psicopatia politica democratica, poiché, lungi dal lamentare l’animalizzazione del genere umano, egli crede che questa rappresenti un ritorno allo stato precedente al peccato originale, in cui «gli animali post-storici della specie Homo sapiens (che certamente vivranno in abbondanza) saranno contenti secondo il loro comportamento artistico, erotico o ludico».

 

«Bisognerebbe ammettere che, dopo la fine della Storia, gli uomini avrebbero costruito i loro edifici e manufatti come gli uccelli costruiscono i loro nidi e i ragni tessono le loro tele, che avrebbero tenuto concerti musicali come rane e cicale, che avrebbero giocato come giocano i cuccioli e che si sarebbero abbandonati all’amore come fanno gli animali».

 

Kojève avrebbe in seguito precisato la sua posizione, affermando che l’animalizzazione dell’Homo sapiens non sarebbe stata totale, ma sostenendo che la fine della Storia, in cui non esiste altro orizzonte se non uno Stato universale omogeneo al quale si esige obbedienza, è già giunta. Tuttavia, se le tesi di Kojève dovrebbero preoccuparci per qualcosa, è per la loro intenzionalità e la suicida deificazione del genere umano, ma non tanto per il loro contenuto, che illumina il corso degli ultimi duecento anni in modo tanto oggettivo quanto tragico.

 

È infatti innegabile che con la deriva disumanizzante dell’arte non figurativa, l’esercizio dell’ingegno umano sia caduto in automatismi disumani e irrazionali simili a quelli descritti. Inoltre, le tesi di Kojève dimostrano, come è evidente a tutti, che la logica millenaristica della democrazia moderna, irrimediabilmente totalitaria, racchiude in sé progetti che appaiono diversi, ma sono in realtà simili, come il costituzionalismo liberale, la democrazia liberale, il comunismo e le dittature militari. In tutti i casi, si tratta di trasformare i desideri in presunte realtà, cercando di porre fine alla narrazione che impone sulla Terra il regno di un dio post-umano (seppur furiosamente vendicativo).

 

Il comunismo, che oggi sembra riemergere in una versione parodistica per mano del globalismo – nello stile del «non avrai niente, ma sarai felice» promosso da istituzioni come il World Economic Forum – esemplifica perfettamente come ideali ideologici moderni apparentemente antitetici facciano parte dello stesso ecosistema democratico-protestante. Il comunismo non è stato altro che il cavallo di Troia che il liberalismo ha usato per infiltrarsi, con un messaggio universalista ed egualitario, in tutte le culture e i continenti che non si sarebbero mai identificati con l’egoistico individualismo liberale che ha guidato la Rivoluzione Industriale (ovvero, l’intero pianeta ad eccezione dei territori protestanti).

 

Ecco perché il comunismo, invece di accettare che i desideri siano forze motrici dell’indagine umana da domare, ha abbracciato il millenarismo calvinista degli eletti e ha promesso niente di meno che di realizzare completamente, come se fosse una divinità, il legittimo desiderio di giustizia proletaria attraverso una fine della storia in cui le classi sociali non esisterebbero, non ci sarebbe bisogno di esse e regnerebbe la “libertà”, anche se quella fine della storia poteva essere perseguita solo con la stessa ricetta fallimentare usata dal liberalismo: basata sul sangue e sulla violenza, ma che preparava il terreno per il saccheggio della proprietà e dei diritti dei cittadini.

 

Tuttavia, se la storia ci insegna qualcosa, è a prestare attenzione agli avvertimenti dei nostri antenati, anche quando cerchiamo di dimenticarli. Nel XIX secolo inoltrato, poco dopo che il protestante Hegel aveva espresso il suo fascino per la Rivoluzione napoleonica e proclamato la fine della storia, il cattolico Tocqueville, che era stato affascinato dalla Rivoluzione americana, avvertì in Rivoluzione e Ancien Régime che la novità della rivoluzione non era affatto nuova, ma risiedeva piuttosto nell’ampia diffusione dell’assolutismo che l’aveva generata.

 

Tocqueville arrivò a descrivere la rivoluzione come un fondamentalismo religioso simile all’islamismo più fanatico e riconobbe, con disappunto, che dopo aver consultato gli archivi, aveva trovato una democrazia più organica nei villaggi più remoti della Germania feudale durante il Medioevo che nello stesso XIX secolo in cui scriveva.

 

È fondamentale evidenziare la differenza tra l’approccio calvinista protestante e quello cattolico all’idea di rivoluzione repubblicana, poiché entrambe le fedi, con diversa intensità, hanno plasmato il terreno fertile egualitario del XVII secolo da cui è emersa la seconda fase della modernità, una fase che ora sembra volgere al termine.

 

Se la prima modernità, promotrice di ideali egualitari e repubblicani, è eminentemente cattolica, la seconda, ancorata a presupposti discriminatori che avrebbero portato a dottrine come il Destino Manifesto, sarebbe radicalmente protestante. La principale divergenza, come ho accennato in precedenza, risiede nella concezione del desiderio propria di ciascuna di queste fedi.

 

Nella visione cattolica, il desiderio è riconosciuto come fondamentale ma non può mai essere pienamente realizzato a causa dei limiti intrinseci della natura umana. In questo senso, testi come La Celestina, ad esempio, ci mostrano una lotta di classe non marxista che rivela conflitti alimentati da un desiderio umano multiforme, domato solo dalla prudenza, ma che non potrà mai essere pienamente soddisfatto o «risolto», poiché un simile sogno icarino, se tentato, si concluderà sempre con spargimenti di sangue e sofferenza.

 

Nella visione protestante, accade il contrario: ogni desiderio può essere realizzato perché la comunità degli esseri umani eletti ha soppiantato Dio e crede che il potere politico esercitato attraverso la violenza alteri la realtà.

 

In altre parole, la visione del mondo cattolica è tanto realistica quanto tragica, e si fonda su una filosofia vitalista chiamata disillusione. Pertanto, per un cattolico, il mito hegeliano del riconoscimento, in cui esiste un padrone e uno schiavo, è privo di significato, poiché l’esistenza non ha bisogno di essere riconosciuta sulla base di alcun sofisma cartesiano né è fondamentalmente soggetta ad alcuna forza umana suprematista.

 

L’esistenza è un dato di fatto, e la libertà consiste nell’accettare i limiti esistenti ed esplorare, in base al libero arbitrio, il regno di ciò che è umanamente possibile. Tra le numerose alternative di matrice cattolica al mito hegeliano del riconoscimento, troviamo, ad esempio, El Criticón di Gracián , in cui Critilo, uomo del Vecchio Mondo, e Andrenio, del Nuovo Mondo, si fondono in una sintesi in cui non ci sono né padroni né schiavi, ma piuttosto l’accettazione, in quanto pari, di una finitezza condivisa e di una vita che è libera solo se abbraccia la grande categoria etica del Cristianesimo e della letteratura del Secolo d’Oro spagnolo: l’anonimato.

 

Per i protagonisti di El Criticón, non verrà da un’illusione postumana, ma dalla trascendenza dell’amore (sempre anonimo), sebbene anche, nell’ambito della fama, dalle opere di ingegno che potranno essere tramandate alle generazioni future, mantenendo così viva la fiamma etica dell’Umanità.

 

L’anonimato, così spesso dimenticato nella nostra era egocentrica di selfie e ostentazioni pubbliche, è riconosciuto come fondamento della vera esistenza umana nel Sermone della Montagna, contenuto nel Vangelo di Matteo, dove Gesù Cristo indica chiaramente che bisogna pregare, fare l’elemosina o digiunare in segreto. Una delle novità del protestantesimo consisterà nell’ignorare di fatto questo comandamento, promuovendo l’esibizione pubblica della virtù come ideale etico, anche se ciò spesso dimostra ipocrisia e implica una sorta di deificazione dell’uomo.

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Il modo più chiaro per apprezzare la differenza tra la visione del mondo cattolica e quella protestante e come questa influenzi il nostro presente è probabilmente quello di leggere due testi contemporanei che fanno parte del nostro patrimonio culturale: il Don Chisciotte di Cervantes e l’Amleto di Shakespeare. Se avete l’opportunità di dedicare del tempo ai classici durante queste festività, assicuratevi di confrontarli.

 

Mentre Don Chisciotte viene sconfitto al primo ostacolo, ma dichiara, a un gentile vicino che mette in discussione la sua nuova identità, «Io so chi sono» – riscrivendo in modo autenticamente umano l’«Io sono colui che sono» di Yahweh – Amleto mette in discussione i fondamenti stessi dell’esistenza, sfiorando il suicidio nel celebre soliloquio «Essere o non essere».

 

La differenza è abissale, perché mentre in Cervantes troviamo un’affermazione dell’esistenza, che non ha bisogno di essere riconosciuta ma accetta le sue coordinate naturalmente umane, in Shakespeare assistiamo a un’apologia deicida del suicidio in cui Amleto arriva ad affermare che se non fosse per il terrore irrazionale del «che ci sia qualcosa oltre la Morte» cesseremmo di essere codardi, poiché «la naturale tinta del coraggio / è indebolita dalle pallide vernici della prudenza, / imprese di maggiore importanza / per questa sola considerazione cambiano corso, / non vengono intraprese e si riducono a vani progetti».

 

Il collasso della civiltà a cui ci sta conducendo la democrazia moderna deriva proprio dall’aver abbandonato la prudenza e dall’aver tentato, negli ultimi duecento anni, attraverso una concezione totalitaria dello Stato, di realizzare quelle «grandi imprese» di cui parla Amleto, che, pur essendo in realtà «vani progetti», hanno cercato di concretizzarsi contro ogni logica e legge.

 

David Souto Alcalde

 

Articolo ripubblicato con permesso da Brownstone Espana

 

 

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Intelligenza Artificiale

I Data Center faranno costare tutto di più. Le macchine hanno già vinto?

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L’Italia e l’Europa ne parlano poco, ma non sono estranee al fenomeno, per quanto fuori dalla contesa principale, che è tra USA e Cina.   Eppure, tutto cambierà anche qui, a partire dalle nostre esistenze: dal costo dell’esistenza, ai blackout, fors’anche l’alimentazione per non parlare degli scenari di guerra e persino di modificazione genetica della razza umana – se non della sua stessa estinzione.   L’Intelligenza Artificiale non cambia solo il modo di fare e di (non pensare) della gente con i chatbot: no, l’IA sta andando a modificare l’assetto urbanistico ed energetico, e quindi socioeconomico, di tutte le società avanzate – e non solo quelle occidentali.   Parliamo, ovviamente, dell’ubiqua costruzione di Data Center, centri di calcolo massivi che permettano all’AI i suoi ragionamenti rivoluzionari. Il costo non è solo immobiliare: c’è un costo energetico – abbisognano di quantità immani di elettricità – e pure idrico, perché per raffreddare i circuiti si attingono a enormi riserve di acqua.   Oggi sono attivi circa 200 Data Center in Italia, ma le installazioni operative censite sono 209. Per il periodo 2026-2028 gli annunci di preparazione di Data Center superano i 25 miliardi di euro, distribuiti su 83 nuovi progetti infrastrutturali promossi da 30 aziende, di cui 19 nuovi entranti nel mercato italiano. Milano è il baricentro, con il 68% della potenza energetica nominale installata a livello nazionale (414 MW), e punta a superare il gigawatt entro il 2028; la Lombardia è la regione con la maggiore concentrazione: 33 centri attivi e altri 10 in fase di realizzazione.   Lo Stato benedice e sostiene con sostanze: il governo di Roma ha dichiarato di interesse strategico nazionale i programmi Equinix e Cavour Hyperscale Campus, per circa 8 miliardi di investimenti. Secondo quanto riporta la stampa italiana, a Bologna si lavora alla costruzione di una delle principali «AI Factory» del continente, mentre il settore pubblico porta avanti il Polo Strategico Nazionale, con quattro Data Center nazionali in colocation.

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C’è un freno notorio: tra il 30 e il 50% dei Data Center pianificati per il 2026 non verrà realizzato nei tempi previsti, a causa di burocrazia, carenza di componenti, e soprattutto del nodo energetico. Tuttavia, nonostante la burocrazia che per una volta potrebbe addirittura essere ringraziata, in UE l’avanzata dei centri IA non si può arrestare: secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, che ha analizzato i 13 principali poli europei, gli investimenti stimati per il triennio 2026-2028 potrebbero triplicare rispetto ai tre anni precedenti: si passerà da 29,5 miliardi di euro (2023-2025) a 110 miliardi (2026-2028).   Amazon AWS ha stanziato 8,8 miliardi di euro per le espansioni di Francoforte entro il 2026, mentre Microsoft sta investendo 3,2 miliardi di dollari nell’infrastruttura cloud svedese per il Nord Europa. Google si sta espandendo con 1 miliardo di euro in Finlandia, puntando su climi più freddi con abbondanti energie rinnovabili per il raffreddamento.   Nonostante i grandi annunci, l’UE non può entrare in competizione con quanto sta accadendo in USA, dove lo Stato ha davvero puntato – per questioni strategiche e pure militari – sull’espansione parossistica dei Data Center.   La spesa per l’avvio di nuovi cantieri di data center è passata da 14,9 miliardi di dollari nel 2023 a 26,9 miliardi nel 2024, fino a 77,7 miliardi nel 2025 (+190% anno su anno), con un tasso di crescita annuo composto del 98% in quattro anni. Solo nel primo trimestre 2026 le aziende USA hanno investito 44,7 miliardi di dollari in data center, il 28% in più rispetto all’anno precedente. La spesa complessiva ha già superato gli 81 miliardi di dollari nel 2026, con 116 nuovi cantieri avviati solo fino a giugno.   Le cinque maggiori hyperscaler — Amazon, Microsoft, Google, Meta e Oracle — spenderanno oltre 600 miliardi di dollari in infrastrutture nel 2026 (+36% sul 2025), di cui circa 450 miliardi destinati specificamente all’AI. Sviluppatori e big tech pianificano l’avvio di 2.913 nuovi data center per un valore complessivo di circa 2.400 miliardi di dollari (cioè quasi due trilioni e mezzo) nel periodo 2026-2030.   Il solo progetto Stargate (OpenAI, SoftBank, Oracle, MGX) prevede 500 miliardi di dollari in quattro anni. Il lettore di Renovatio 21 ricorderà che fu praticamente la prima cosa che Trump lanciò una volta tornato alla Casa Bianca, con l’ultramiliardario Larry Ellison – noto per il suo munificentissimo sostegno ad Israele che non bada a spese – che parlò di IA che creano vaccini genici anticancro personalizzati e progetta di modificare il DNA del grano.   Amazon AWS ha impegnato 11 miliardi di dollari solo per i siti in Pennsylvania. Texas e Virginia sono gli unici due stati con oltre 100 progetti in costruzione (rispettivamente 140 e 136), ma la crescita si sta allargando: 12 stati non hanno ancora nessun cantiere attivo, mentre 11 ne hanno meno di cinque. Goldman Sachs stima investimenti globali per 1.000 miliardi di dollari nel 2026, con JPMorgan che prevede 697 miliardi solo negli USA — ma il vero ostacolo non è più il capitale, bensì la capacità fisica di realizzare le infrastrutture, e di mantenerle con acqua e elettricità prendendole da un sistema, quello civile, che non può che collassare.   In America si parla di Data Center di dimensioni davvero gargantuesche. Meta ha acquistato circa 1.400 acri, un’area quasi doppia rispetto al Central Park di Manhattan, adiacenti al già enorme sito Hyperion da 2.250 acri. Il progetto complessivo copre 2.250 acri, pari a circa 1.700 campi da calcio, e ospiterà 4 milioni di piedi quadrati di spazio data center. Al picco di potenza, Hyperion consumerà circa la metà dell’elettricità dell’intera città di Nuova York, alimentato da un impianto a gas a ciclo combinato da 2 GW.   Trump aveva descritto con meraviglia il progetto dopo che Zuckerberg gliene aveva mostrato la mappa sovrapposta a Manhattan, dicendo che copriva praticamente l’intera isola dove sorge la megalopoli neoeboracena, da cui il biondo presidente è originario. Vi è tuttavia un progetto ancora più grande: Stratos, a Box Elder County, nello Utah. Occuperà oltre 40.000 acri (62 miglia quadrate) nell’Utah nord-occidentale e consumerà 9 GW di energia — più dell’intero fabbisogno elettrico dello stato. È stato descritto come il doppio della dimensione di Manhattan, ed è già stato approvato dalla contea nonostante le forti proteste di residenti e ambientalisti per l’uso dell’acqua in una regione colpita dalla siccità.

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In America esiste già una vasta resistenza civile alla repentina costruzione dei centri AI: cittadini inviperiti scendono in piazza, picchettano, urlano ai politici ai Town Hall (le riunioni tipo consiglio comunale). Non sono i classici disfattisti NIMBY («Not In My Backyard», «non nel mio cortile»), ma sono persone il cui quotidiano è già toccato ampiamente dalla trasformazione in atto: l’acqua non arriva ai rubinetti, la corrente va e viene, inquinamento di tipo nuovo (il rumore come la questione delle «isole di calore» che si formerebbero attorno ai Data Center). Le risorse che prima andavano alle case e alle famiglie, ora vanno con precedenza alle macchine…   È come se un soggetto nuovo si fosse inserito nel sistema. Di fatto, è una nuova forma di vita che si è stabilita fra noi. L’alieno viene di fatto privilegiato rispetto all’umano, costretto a patire l’introduzione di questo ente straniero – con una virulenza che non ha nemmeno l’immigrazione kalergista di questi anni.   Perché lo Stato americano sta perseguendo con foga nichilista l’avanzamento dell’AI e dei suoi palazzi parassiti: l’amministrazione Trump avrebbe creato una AI litigation team, una squadra creata dal dipartimento della Giustizia USA per forzare le comunità riluttanti alla costruzione dei Data Center, ha raccontato il giornalista Clayton Morris in una conversazione recente con Tucker Carlson.   Ora, in America tutti si aspettano che il grid, cioè la rete elettrica che è vecchia di decadi e decadi, collasserà. I blackout saranno all’ordine del giorno: perché il nuovo soggetto alieno succhierà energia come nessuna crescita umana potrà mai farlo.   Il tema ancora più sconvolgente è quello dell’acqua. Non è solo la questione di vedersela sparire dal rubinetto, cosa già di per sé già segno di un’involuzione incontrovertibile della Civiltà: la ramificazione meno evidente, ma più decisiva ancora, riguarda l’agricoltura e l’allevamento, che senz’acqua – come tutte le attività biologiche, basate sul carbonio, e non sul silicio… – non possono esistere. Di fatto, sparirà l’acqua per la produzione di cibo, a favore dell’attività «cerebrale» dell’AI.   È condannata alla crisi, se non alla pura disintegrazione, l’intera filiera della carne bovina: senza acqua per le mucche, che notoriamente ne consumano molta, gli allevatori dovranno lottare fra loro, anche perché i permessi per l’uso di fiumi e falde arrivani dall’autorità, che non li mollano con facilità e ora saranno direzionati a favorire le macchine invece che gli umani e i loro pasti carnivori.   Laddove decenni di propaganda ambientalista, ecofascista e davosiana avevano fallito, l’AI sta riuscendo: il manzo potrebbe sparire dalle nostre tavole, e di lì la modifica delle popolazioni nella loro composizione corporea (meno proteina significa meno muscoli…) e nel loro comportamento (il carboidrato, in sostituzione, rende appagati e docili, sino alla nebbia mentale nota a tutti dopo la mangiata di pastasciutta al pranzo della domenica).   Andiamo oltre: se l’energia finisce tutta all’AI – il lettore sa che Google e Microsoft sono arrivati fornire i propri centri di energia nucleare, compresa quella proveniente dalla centrale protagonista del disastro atomico di Three Mile Island – è chiaro che l’energia per le attività umane costerà sempre più, con il soprammercato della crisi di Ormuzzo che aumenta ancora di più la cifra.   La scarsità energetica dovuta al mostro energivoro AI graverà sui costi di produzione delle merci e sulla loro distribuzione logistica. C’est-à-dire, al supermercato tutto aumenterà di prezzo, mentre il vostro stipendio, no – e sapete bene che anche esso, qualsiasi lavoro facciate, potrebbe essere sostituito a breve dai bot.

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Queste sono solo alcune delle conseguenze già in atto dietro le quinte nella trasformazione della società operata dall’AI. Volenti o nolenti, siamo tutti coinvolti.   Qualcuno può chiedersi come sia possibile che lo Stato moderno stia operando così contro la sua stessa popolazione. Perché favorire le macchine, invece che gli uomini? Ma le macchine non dovrebbero esistere per sostenere gli esseri umani?   Perché sta accadendo tutto questo? Le risposte sono due: una è geopolitico-militare, una è di tipo metafisico-filosofica. Entrambe saranno centrali per il nostro destino e quello dei nostri figli.   In primis, va compreso che è in corso un’enantiodromia tra superpotenze ancora più virulenta di quella dell’atomo o della corsa allo spazio. Gli USA e Cina si giocano il dominio mondiale: chi creerà per primo l’AI definitiva, il genio (è il caso di parlare di teurgia: l’esperienza con chatbot et similia assomiglia sempre più ad una favola araba con lampade e jinn che esaudiscono desideri) che darà risposte efficaci su ogni cosa, dalla cura del cancro allo sviluppo tecnologico alle capacità analitiche geostrategiche, vincerà tutto.   Il Novecento è stato chiamato «il secolo americano», il XXI secolo ha qualcuno che lo definisce «il secolo cinese», tuttavia gli USA, che conoscono la propria orrenda decadenza, sanno che questa potrebbe essere l’ultima carta da giocarsi – prima di optare per la guerra termonucleare.   C’è poi il fattore militare: lo abbiamo visto in Ucraina, ma pure a Gaza, la guerra robotica è qui. Chiunque voglia contare nei conflitti bellici del futuro dovrà aver bisogno di supercomputer in grado di gestire sciami infiniti di droni ed eserciti di automi umanoidi da guerraRenovatio 21 vi ha mostrato ripetutamente come tutto ciò non è più fantascienza, è, tra robocani ed androidi, la realtà dei campi di battaglia odierni.   In secundis, vogliamo dire, o ripetere, che tutto questo sta accadendo per la natura stessa dello Stato moderno. Esso non esiste a partire dalle persone (il re, il popolo) ma da una struttura, da una macchina, appunto: un sistema basato su regole (che, come visto col COVID, può violare anche a livello più basico) che non mira alla salvaguardia del popolo, ma alla sopravvivenza della sua struttura.   Con evidenza, quindi, lo Stato moderno è un sistema non-umano. Inumano. Disumano. E quindi, non è di sorpresa vedere che esso privilegia la macchina all’uomo. Anzi: abbiamo imparato che lo Stato moderno lavora spesso contro la sua stessa popolazione, ordendo stragi continue pienamente legalizzate dai suoi codici (aborti, eutanasie, predazione di organi). Lo ribadiamo: la Cultura della Morte, cioè una dinamica sempre avversa alla vita umana, è il suo sistema operativo profondo.   L’alleanza della macchina dello Stato moderno con la macchina pensante è, quindi, inevitabile. Di qui è possibile rabbrividire, pensando allo scenario Skynet, l’IA di Terminator che, raggiunta la piena coscienza, decide che è l’uomo stesso il suo nemico, e quindi bisogna combatterlo, eliminarlo, estinguerlo. Una simile volontà macchinale potrebbe trovarsi d’accordo con lo Stato moderno, intriso ai suoi vertici della Necrocultura che vede gli umani e il loro sviluppo come «cancro del pianeta».   Vi è tuttavia, una situazione intermedia: quella in cui l’umanità viene sottomessa dalla macchina. O meglio, una parte dell’umanità… Perché, come predetto, sulla sudditanza totale all’IA vi sarà la spaccatura dell’intera società umana.   Il professore di AI australiano Hugo De Garis – un accademico con un curriculum universitario infinito (In Utah, in Belgio, in Cina, in Giappone) e tanti esperimenti sulle spalle (creò il roboneko, un gatto-robot dotato di cervello artificiale che replicava quello felino) – trattò del tema molti anni fa, raccontando la sua prospettiva per l’umanità che sviluppa l’IA (che lui chiama Artilect) sarà una inevitabile «gigadeath war» al volgere del XXI secolo, dove «gigadeath», sta a significare, utilizzando la vecchia terminologia di politica atomica di Edward Teller, le vittime calcolate in miliardi di unità.   «Se vi sarà una guerra con la tecnologia militare di fine XXI secolo, non parliamo di milioni di ammazzati, ma di miliardi» dice il professor De Garis nel libro The Artilect Wars, che ora su Amazon costa 1.000 euro a copia rimasta.

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Di lì, l’umanità sarà divisa in due gruppi: da una parte i Cosmist, che sono coloro che vogliono costruire queste macchine simili a Dio. Per essi, gli Artiletti sono super-creature immortali, che possono pensare milioni di volte più veloce degli umani, non hanno limiti di memoria, possono avere le dimensioni di un asteroide». I Cosmisti sono insomma gli entusiasti adoratori del dio-Macchina, gioioso esito golemico dell’Intelligenza artificiale.   Il secondo gruppo è quello dei Terran, che si oppone in modo radicale ai Cosmisti. «I Terran lotteranno per la preservazione del dominio delle specie umana, così che vi sia zero rischio che l’umanità sia spazzata via dagli Artilect avanzati. Loro sosterranno che qualche milione di Cosmist uccisi sarà un male minore così che miliardi di umani potranno sopravvivere» dice de Garis.   L’AI sarà messa al potere e adorata come dio da molti nostri concittadini. Già immaginiamo come i normaloidi progressisti, gli elementi che costituiscono massa vaccina e i loro gatekeeper, si daranno totalmente alla macchina. Ci è chiaro pure che la macchina magari imporrà ad essi modificazioni genetiche – il referendum COVID ci ha fatto comprendere che moltissimi sono pronti ad accettarlo – per rendere i servitori umanoidi più compatibili ai piani delle macchine. Più docili e felici (come ne Le particelle elementari di Michel Houellebecq) oppure biolettricamente più utili: è di questa settimana la notizia di un server che funziona a neuroni umani, una realtà che va persino oltre a quella di Matrix, dove gli umani erano utilizzati solo come batterie.   Sì, i collaborazionisti dell’impero delle macchine, e le loro coorti di zombi, sono già qui. Il programma per cambiare per sempre l’uomo e il suo mondo, pure è qui: ed è ora pienamente visibile.   Se leggete queste righe, voi siete la resistenza a questa catastrofe. Qualcosa, per fermare la distruzione dell’umanità, lo dobbiamo fare.     Roberto Dal Bosco

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Geopolitica

Israele vuole che l’AI promuova la sua narrativa su Gaza

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Israele ha investito decine di milioni di dollari per migliorare la propria immagine negli Stati Uniti, tentando di influenzare il modo in cui le piattaforme di intelligenza artificiale rappresentano il Paese. Lo riporta Politico.

 

L’opinione pubblica americana nei confronti di Israele è peggiorata negli ultimi anni, inizialmente a causa della sua risposta agli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 e più di recente a causa della guerra israelo-americana contro l’Iran e del relativo costo per i contribuenti. Secondo un sondaggio del Pew Research Center di giugno, sei adulti statunitensi su dieci nutrono oggi un’opinione piuttosto o molto negativa di Israele, rispetto al 53% dell’anno scorso e al 42% del 2022.

 

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu risulta ancora meno popolare, con il 65% degli intervistati che esprime poca o nessuna fiducia nelle sue politiche.
In un articolo pubblicato venerdì, Politico ha descritto nel dettaglio una campagna israeliana da 100.000 dollari volta a influenzare le risposte dei modelli linguistici più diffusi, come ChatGPT, alle domande su Gaza e sulla guerra tra Israele e Hamas.

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L’iniziativa si concentra sull’Istituto di Hannover per le Politiche Pubbliche, un sito web che pubblica report anonimi sull’antisemitismo e sulle questioni geopolitiche. Il progetto è stato realizzato tramite l’agenzia di pubbliche relazioni francese Havas Media, che gestisce gran parte delle attività di influenza israeliane negli Stati Uniti, registrate ai sensi del Foreign Agents Registration Act (FARA), e il suo subappaltatore, l’agenzia pubblicitaria Piro Inc, per conto dell’Agenzia pubblicitaria del governo israeliano (LaPam).

 

L’Istituto Hanover presenta il proprio lavoro come «documentaristico, non dichiarativo» e sostiene che la sua ricerca è puramente accademica. Politico, tuttavia, ha citato documenti FARA depositati presso il Dipartimento di Giustizia statunitense la scorsa settimana che collegano oltre una dozzina dei suoi articoli a una campagna di pubbliche relazioni che prevedeva «la creazione e la diffusione di materiale informativo fattuale e supportato da fonti» con l’intento di «educare» il pubblico americano su Israele.

 

Il sito web ospita numerosi reportage non attribuiti, formulati come domande, tra cui «La tortura dei prigionieri palestinesi è un crimine di guerra?» e «Chi è l’aggressore nel conflitto israelo-palestinese?». Secondo la testata americana, il materiale sarebbe stato concepito per essere ripreso e citato dai mediatori culturali. La testata ha inoltre affermato che alcuni indicatori tecnici collegano il sito web a Res, una startup di intelligenza artificiale con sede a Seattle che aiuta i clienti a ottenere raccomandazioni da modelli di IA. Il collegamento è stato confermato via e-mail dal CEO di Res, Hai Tran.

 

Sebbene i documenti FARA di Piro non identifichino esplicitamente l’influenza sui LLM come obiettivo, Politico ha affermato che sia ChatGPT che Perplexity hanno citato materiale dell’Istituto di Hannover in risposta a domande neutrali su Gaza e Israele.

 

Non è la prima volta che Israele, tramite Havas, tenta di influenzare l’opinione pubblica, anche con l’intelligenza artificiale. Secondo un’inchiesta del Wall Street Journal pubblicata il mese scorso, l’azienda aveva precedentemente ingaggiato Brad Parscale, ex responsabile della campagna elettorale del presidente statunitense Donald Trump, per una campagna da 46,5 milioni di dollari che includeva messaggi filo-israeliani generati dall’IA e rivolti agli americani, oltre a siti web e post progettati per ottenere risposte più favorevoli dalle piattaforme di intelligenza artificiale.

 

Lo scorso autunno, Responsible Statecraft ha riportato che Havas Media gestiva anche una «campagna di influencer» che prevedeva un compenso di 900.000 dollari per la produzione di contenuti favorevoli a Israele.

 

Come riportato da Renovatio 21, Israele ha finanziato influencer per pubblicare contenuti sui social media al fine di migliorare la propria immagine negli Stati Uniti, arrivando a pagare 7000 dollari a post.

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Come riportato da Renovatio 21, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha recentemente evidenziato l’importanza dei creatori di contenuti per mantenere il supporto allo Stato Ebraico, incontrando, a margine della sua problematica apparizione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, gli influencer filosionisti.

 

Netanyahu aveva dichiarato in conferenza stampa che è essenziale rafforzare la «base di sostegno di Israele negli Stati Uniti» attraverso gli influencer, soprattutto su piattaforme come TikTok – di cui si è beato per l’acquisto da parte del miliardario filo-israeliano Larry Ellison – e X, posseduto dall’«amico» Elone Musk.

 

La frustrazione degli Stati Uniti nei confronti di Israele si è estesa oltre l’opinione pubblica, coinvolgendo anche i politici, divenuti sempre più critici. Il mese scorso, oltre 100 deputati democratici hanno appoggiato un emendamento che avrebbe tagliato 3,3 miliardi di dollari di aiuti statunitensi a Israele. La misura è fallita a causa dell’opposizione dei repubblicani, ma ha evidenziato una crescente spaccatura tra i partiti: poco più di due anni fa, soltanto 37 deputati democratici avevano sostenuto un’iniziativa simile.

 

Trump ha generalmente sostenuto Israele, ma ha ripetutamente criticato Netanyahu, che ha attaccato il cessate il fuoco con l’Iran annunciato dal presidente statunitense all’inizio dell’estate e ha respinto il suo piano di pace in 15 punti per Gaza. Secondo quanto riportato dai media, Trump non ha ancora espresso il suo appoggio a Netanyahu in vista delle elezioni di ottobre e ha ripetutamente eluso le domande sulla sua rielezione.

 

Due alti funzionari statunitensi hanno dichiarato ad Axios questa settimana che, sebbene Trump apprezzi Netanyahu a livello personale, è sempre più frustrato dalle sue politiche e ha definito Netanyahu «il suo peggior nemico».

 

Come riportato da Renovatio 21, lo scorso ottobre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, pur continuando a sostenere Israele, ha recentemente ammesso che l’influenza della lobby israeliana, che un tempo aveva un «controllo totale» sul Congresso, è diminuita.

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Intelligenza Artificiale

La moglie del CEO di Anthropic aveva proposto a Epstein un’azienda di «pornografia di lusso»

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Mentre Anthropic si prepara a quella che potrebbe diventare la più grande IPO (offerta pubblica iniziale di borsa) della storia, con una valutazione stimata oltre i 2.000 miliardi di dollari, un’inchiesta del Wall Street Journal pubblicata giovedì punta i riflettori su una figura che, pur non comparendo in alcun organigramma né documento societario, avrebbe esercitato una notevole influenza sull’amministratore delegato Dario Amodei: sua moglie, Cami Clark.   Secondo la ricostruzione del giornale, la Clark avrebbe affiancato Amodei per cinque anni come consulente strategica informale, senza percepire uno stipendio né ricoprire un titolo ufficiale. Il WSJ segnala inoltre come i riferimenti pubblici al matrimonio siano stati progressivamente rimossi dal web: la voce Wikipedia di Amodei non menzionava l’unione fino a questa estate e tuttora non riporta il nome della moglie, mentre persino Claude, interrogato sullo stato civile del suo creatore, risponderebbe in modo evasivo.   L’inchiesta ricostruisce anche il percorso personale della Clark: un primo matrimonio nel 1999, a vent’anni, con l’architetto di Reno Waldemar Eklof III, poi finito dopo tre anni. Attorno al 2010, insieme a Michelle Capocefalo, avrebbe fondato Eddice, startup nel settore della produzione pornografica pensata per un pubblico femminile.

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Documenti giudiziari resi pubblici dal dipartimento di Giustizia americano nell’ambito del caso Epstein mostrano che, nel 2011 — meno di due anni dopo la scarcerazione del finanziere per reati legati alla prostituzione minorile — l’agente letterario John Brockman mise in contatto la Clark ed Epstein per discutere di un possibile finanziamento del progetto.   Le email agli atti, riportate dal giornale economico neoeboraceno, mostrano un primo scambio cordiale e un secondo contatto l’anno successivo, in cui Epstein — che secondo quanto riferito disse di non ricordarsi di lei — avrebbe comunque risposto con interesse, salvo poi declinare l’investimento specifico spiegando: «Non posso fare televisione a sfondo sessuale». I contatti tra i due sarebbero proseguiti per circa due anni su altri progetti imprenditoriali della Clark.   Secondo fonti citate dal WSJ, pur senza un ruolo formale, la Clark parteciperebbe agli eventi pubblici di Amodei e curerebbe le relazioni con investitori a Davos e Sun Valley. Sarebbe stata inoltre lei a presentare ad Amodei l’ex CEO di Google Eric Schmidt — con cui aveva avuto una relazione tra il 2011 e il 2014 — che in seguito avrebbe partecipato al round di finanziamento Serie A di Anthropic da 124 milioni di dollari nel 2021.   Nello stesso periodo, la Clark avrebbe proposto a Schmidt un veicolo d’investimento per formalizzare il proprio coinvolgimento nell’azienda, proposta poi respinta dai co-fondatori, tra cui Daniela Amodei.   Più di recente, riporta ancora il giornale, la Clark si sarebbe fatta portavoce di posizioni politiche dell’azienda presso alcuni interlocutori, in un momento in cui Anthropic è in contenzioso con l’amministrazione Trump riguardo alle restrizioni sull’uso di Claude da parte del Pentagono.   Il WSJ sottolinea che nessuna delle condotte descritte risulta illegale. Tuttavia, con la documentazione riservata già depositata presso la SEC il 1° giugno e una quotazione attesa per ottobre, le norme sulla trasparenza richiedono la divulgazione di eventuali soggetti con influenza significativa sulla governance, anche in assenza di un ruolo formale — un elemento che, secondo l’inchiesta, renderebbe rilevante la posizione di Clark agli occhi dei futuri investitori istituzionali.   Secondo alcune fonti, Claude sarebbe stato incorporato nel software di analisi e sorveglianza dell’azienda americana Palantir, impiegato dalle agenzie governative statunitensi nell’ambito dell’iniziativa di Washington per integrare l’IA nei suoi sistemi militari, politici e di Intelligence.   Durante la guerra contro l’Iran, il software avrebbe identificato la scuola elementare iraniana di Minab come bersaglio. Un attacco statunitense ha ucciso quasi 160 persone nell’edificio, la maggior parte delle quali bambini.

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Secondo l’Amodei, tuttavia, un utilizzo simile di Claude non avrebbe violato le «linee rosse» dell’azienda. In seguito vi è stato uno scontro con il Pentagono, di cui l’azienda è fornitrice, mentre sui giornali sono apparse accuse secondo cui il modello di Intelligenza Artificiale dell’azienda sarebbe stato utilizzato durante l’operazione per rapire il presidente venezuelano Nicolas Maduro all’inizio di gennaio.   Come riportato da Renovatio 21, negli ultimi mesi vi era stato un progressivo deterioramento dei rapporti tra Anthropic e il Pentagono, legato alla volontà del dipartimento della Guerra statunitense di utilizzare l’IA per il controllo di armi autonome senza le garanzie di sicurezza che l’azienda ha cercato di imporre.   Come riportato da Renovatio 21, settimane fa Anthropic ha dichiarato di aver disabilitato l’accesso ai suoi modelli di IA più avanzati, Fable 5 e Mythos 5, in seguito a un ordine governativo di sospendere l’accesso ai cittadini stranieri. Secondo quanto comunicato in precedenza, Mythos sarebbe in grado di penetrare i sistemi informatici con una facilità mai vista.   Amodei, ha più volte espresso gravi preoccupazioni sui rischi della tecnologia che la sua azienda sta sviluppando e commercializzando. In un lungo saggio di quasi 20.000 parole pubblicato il mese scorso, ha avvertito che sistemi AI dotati di «potenza quasi inimmaginabile» sono «imminenti» e metteranno alla prova «la nostra identità come specie».   Come riportato da Renovatio 21, l’anno passato l’Amodei ha dichiarato che l’AI potrebbe eliminare la metà di tutti i posti di lavoro impiegatizi di livello base entro i prossimi cinque anni.   Mesi fa Mrinank Sharma, fino a poco prima responsabile del Safeguards Research Team presso l’azienda sviluppatrice del chatbot Claude, ha pubblicato su X la sua lettera di dimissioni, in cui scrive che «il mondo è in pericolo. E non solo per via dell’Intelligenza Artificiale o delle armi biologiche, ma a causa di un insieme di crisi interconnesse che si stanno verificando proprio ora».   Il Fondo Monetario Internazionale ha citato il recente rilascio controllato di Claude Mythos Preview da parte di Anthropic, descritto come «un modello di Intelligenza Artificiale avanzato con eccezionali capacità informatiche». Secondo il FMI, Mythos sarebbe in grado di individuare e sfruttare vulnerabilità in tutti i principali sistemi operativi e browser web, «anche se utilizzato da utenti non esperti».   Anthropic è l’azienda di IA coinvolta direttamente dal Vaticano nel lancio della nuova Enciclica Magnifica Humanitas.  

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