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Violenza e guerriglia a Los Angeles. Finito il manuale delle rivoluzioni colorate: trappola di sangue per Trump?

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La città di Los Angeles è stata messa a ferro e fuoco, da giorni da torme mascherate che sventolano bandiere messicane, vestiario antifa e talvolta simboli di Hamas. Si tratta di una rivoluzione colorata: o meglio, di un capitolo ulteriore del manuale di regime-change che il deep state americano ha inflitto a popolazioni in tutto il mondo.

 

L’idea che ricaviamo è che disperazione di non riuscire a scalfire in alcun modo Trump – la cui unica opposizione nelle ultime ore sembra essere divenuta Elon Musk – sono giunti alla violenza pura e semplice, con la speranza che la reazione di Washington, che sta mandando truppe della Guardia Nazionale e dei Marines, possa sfociare in un bagno di sangue capace di erodere il potere del presidente.

 

I fatti: sabato proteste anti-ICE (l’ente di controllo dell’immigrazione USA) sono sfociate in violenti scontri a Paramount, dove la folla si è radunata vicino a un Home Depot, un punto vendita di una grande catena di distribuzione di mobili e arredo. L’ICE ha dichiarato che non è avvenuto alcun raid nel grande magazzino, ma il personale della Border Patrol e gli agenti dello sceriffo della contea di Los Angeles sono stati costretti a usare gas lacrimogeni e «proiettili non letali» dopo che la folla in protesta si è scontrata con gli agenti.

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Scontri simili si sono verificati venerdì, quando l’ICE ha condotto tre raid a Los Angeles, che hanno portato a 44 arresti amministrativi.

 

Il governatore della California Gavin Newsom ha dichiarato di aver schierato sabato gli agenti della California Highway Patrol (CHP) per «garantire la sicurezza sulle autostrade di Los Angeles e mantenere la pace», ma ha sottolineato: «con è compito della CHP assistere nell’applicazione delle leggi federali sull’immigrazione».

 

«Il governo federale sta seminando il caos per avere una scusa per intensificare la tensione. Non è questo il comportamento di nessun Paese civile», ha detto Newsom.

 

 

 

 

 

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Il Newsom (già belloccio sindaco democratico di San Francisco, uomo legato alla famiglia di petrolieri Getty, il cui padre aiutò nel pagamento del riscatto alla ‘Ndrangheta per il rampollo rapito a Roma) ha criticato la decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di inviare truppe della Guardia Nazionale a Los Angeles, definendo l’azione «volutamente provocatoria» e avvertendo che avrebbe portato a un’escalation.

 

La Casa Bianca ha affermato che il dispiegamento è avvenuto dopo due giorni di proteste e aggressioni al personale dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) statunitense durante le operazioni di immigrazione nella California meridionale. Trump ha sostenuto che i funzionari californiani non erano riusciti a controllare i disordini e che il governo federale sarebbe intervenuto per ristabilire l’ordine.

 

In un post su X, Newsom ha incoraggiato i dimostranti a continuare a «parlare pacificamente» e ha messo in guardia dal «ricorrere alla violenza». «Il governo federale sta prendendo il controllo della Guardia Nazionale della California e sta schierando 2.000 soldati a Los Angeles, non perché ci sia carenza di forze dell’ordine, ma perché vogliono uno spettacolo», ha detto. «Non dategliene uno».

 

Nelle ultime ore, Trump, che ha definito la ridda di violenti come «insurrezionisti pagati», ha invitato il capo dell’ICE Tom Homan ad arrestare il governatore Newsom per favoreggiamento e complicità di bande insurrezionaliste che ora stanno bruciando Los Angeles. Newsom, a questo punto, ha sfidato la Casa Bianca.

 

 

I funzionari federali hanno criticato il dipartimento di polizia di Los Angeles per aver impiegato più di due ore per rispondere ai disordini avvenuti in un edificio federale venerdì sera. «La violenza con cui i rivoltosi senza legge prendono di mira le forze dell’ordine a Los Angeles è spregevole», ha affermato il vicesegretario del DHS Tricia McLaughlin.

 

Nel frattempo, lo sceriffo della contea di Los Angeles, Robert Luna, ha dichiarato che il suo dipartimento ha supportato i colleghi dopo che gli agenti federali sono stati attaccati sabato. «Alla fine, la folla è cresciuta fino a raggiungere tra le 350 e le 400 persone, e alcune hanno iniziato a lanciare oggetti contro gli agenti», ha detto Luna ai giornalisti in merito allo scontro a Paramount.

 

Domenica i rivoltosi hanno attaccato l’autostrada, bloccando il traffico losangeleno, noto per essere molto caotico e attaccando con violenza la polizia. Le riprese girate da giornalisti indipendenti locali mostrano una folla di agitatori radunarsi nel centro della città, sulla superstrada 101, dopo che la polizia locale era stata invasa. Le sassaiole e lanci incendiari contro i poliziotti mostrano intenti di violenza espliciti.

 

 

 

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Un altro video girato circolante mostra un uomo che si piazza davanti a un’auto della polizia di Los Angeles prima di essere allontanato da agenti in tenuta antisommossa che utilizzavano munizioni non letali per disperdere la folla. Secondo il reporter Anthony Cabassa a questo punto i dimostranti sarebbero diventati «decine di migliaia»: «È il numero più alto di manifestanti che abbia mai visto da anni» ha dichiarato.

 

 

 

Incendiati anche i robotaxi della società Waymo operanti a Los Angeles. Un fenomeno, quello dei taxi autonomi dai alle fiamme, che avevamo già veduto nella non lontanissima a San Francisco.

 

 

«L’ordine verrà ripristinato, gli immigrati clandestini verranno espulsi», ha scritto Trump nel suo post di domenica sera su Truth Social. Sempre domenica, Trump si è schierato al fianco del Segretario di Stato Marco Rubio e ha dichiarato alla stampa che i funzionari della California saranno accusati se ostacoleranno le forze dell’ordine.

 

«Non permetteremo che questo accada al nostro Paese. Non lasceremo che il nostro Paese sia distrutto sotto Biden e la sua autopen» ha dichiarato Trump.

 

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Nel frattempo, il governatore Newsom, il sindaco Bass e il dipartimento di polizia di Los Angeles stanno minimizzando le proteste, definendole un eccesso di potere da parte della federazione nel mezzo di proteste «pacifiche» tra l’Immigration and Customs Enforcement (ICE) e i dimostranti, dopo che gli agenti dell’ICE hanno effettuato numerosi controlli sull’immigrazione in tutta la contea. Il procuratore generale della California, Rob Bonta, ha dichiarato: «non c’è alcuna emergenza e l’ordine del Presidente di convocare la Guardia Nazionale è inutile e controproducente».

 

In pratica, si prepara la narrativa per cui almeno una parte dell’America (pompata dai grandi media, dall’opposizione politica, e ad un certo punto da governi stranieri ed enti transnazionali) potrà gridare al massacro, alla persecuzione, al fascismo, all’Olocausto. L’ultima trappola per Trump, del quale sono totalmente incapaci di intaccare potere e popolarità.

 

Il manuale del regime-change, delle rivoluzioni colorate che abbiamo visto ovunque, dalla Serbia al Kirghizistan, dalla Georgia all’Egitto, ha finito le pagine: ne stanno iniziando un capitolo nuovo, fatto di guerra civile, innescata, come spesso accade, da un supposto massacro di innocenti.

 

I media mainstream, facendo eco a tutti i politici democratici inclusa Hillary Clinton, stanno appositamente parlando di «proteste pacifiche»: «solo un gruppo di persone a cui piace guardare le auto che bruciano» ha detto un giornalista di ABC7, assicurando che solo l’intervento militare può far degenerare la situazione.

 

 

«Non è una vera rivolta» ha assicurato sempre sul canale sommamente antitrumpiano CNN Dana Bash.

 

 

Come per i mattoni che si materializzavano nei percorsi delle proteste di Black Lives Matter, anche qui saltano fuori forniture interessanti, come caschi antiurto nuovissimi elargiti alle masse in protesta. A dimostrazione che si tratta di violenza architettata, finanziata, e spinta dall’alto.

 

 

Pile di mattoni in strada pronti all’uso, tuttavia, sono comparsi anche a Los Angeles.

 

 

Sempre come ai tempi di BLM, ecco le razzie nei negozi, azioni che tanto aiutano la causa immigrata.

 

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Va valutata anche la posizione del governo messicano, visto il tripudio di bandiere tricolori nel disastro. Nel fine settimana, il presidente Claudia Sheinbaum ha minacciato che se Trump dovesse imporre una tassa sulle rimesse, come previsto dal suo Big Beautiful Bill, «ci mobiliteremo» contro.

 

«Se necessario, ci mobiliteremo. Non vogliamo tasse sulle rimesse dei nostri connazionali dagli Stati Uniti al Messico» ha detto Sheinbaum. Una minaccia vaga, ma che diviene chiara con la visione con tutto quello che sta succedendo a Los Angeles.

 

La Sheinbaum sembra dire che i cittadini messicani negli Stati Uniti, legalmente e illegalmente, sono agenti del governo messicano, una quinta colonna, se vogliamo, e possono essere attivati ​​contro il governo degli Stati Uniti, anche con la violenza, se fa cose che al governo messicano non piacciono?

 

 

Una giornalista è arrivata a dire sulla CNN che «La California faceva parte del Messico, tutto il Sud-Ovest è Messico».

 

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Non è chiaro il messaggio dei rivoltosi con la bandiera messicana: se sostengono quel Paese, perché non vi sono rimasti? La realtà è che – lo avevamo visto già nelle prime proteste dopo la seconda elezione di Trump – il Messico è divenuto simbolo di un potere terzomondista che può abbattere la società americana (e occidentale, per estensione), bianca e «patriarcale». Lo stesso è possibile dire dei confusi simboli palestinesi e di Hamas visibili nei tumulti.

 

Il fatto che vengano fatte garrire tra il fumo e le fiamme bandiere di un Paese da cui proviene tanta immigrazione (legale ma soprattutto, negli anni di Biden, illegale) dimostra, in realtà, la necessità delle deportazioni di massa, il programma di remigrazione totale attuato immediatamente dopo l’insediamento alla Casa Bianca di Trump.

 

Al contempo, l’uso di manovalanza messicana mostra che il deep state sobillatore ha fatto il lavoro frettolosamente, senza preoccuparsi di dare così munizioni all’avversario. Con evidenza, devono fare rapidamente.

 

Vari esponenti democratici in molte altre città americane stanno soffiando sul fuoco, ammiccando alla rivolta. Il nuovo capitolo del libro di istruzioni per le rivoluzioni colorate sembra tendere direttamente ad uno scenario drammatico: la guerra civile. Le scene di Los Angeles, del resto, proprio quello sembrano: una guerra civile americana, con una parte della popolazione pronta a ricorrere alla violenza contro le stesse autorità per far valere le loro ragioni (che sono quelle antinazionali dell’immigrazioni massiva).

 

 

Come riportato da Renovatio 21, della guerra civile, in ispecie nel dopo-2020, si è parlato tantissimo, con ammiccamenti significativi anche da parte dell’élite. Tuttavia il momento potrebbe essere arrivato: le rivolte BLM cinque anni fa servirono per far eleggere Biden, ora, senza più alcuna carta da giocare, l’establishment può optare per la creazione di uno scontro molto più cruento, sempre con il medesimo intento di detronizzare l’intruso alla Casa Bianca, Donald J. Trump.

 

Ora c’è da vedere come risponderà il biondo del Queens. Il quale, oltre a mandare l’esercito – e chissà, forse ad una certa pure le forze speciali, che aveva promesso avrebbe dispiegato contro i narcocartelli appunto messicani – ad inizio mandato aveva lasciato intendere, anche se con meno voce rispetto alla questione del Canada e della Groenlandia, una possibile annessione del Messico.

 

Sappiamo quanto l’uomo ami sorprendere. Sappiamo pure quanto il potere profondo non sappia in alcun modo leggerlo ed anticiparlo – di qui la titillazione della violenza in strada.

 

Stiamo a vedere: più che la Los Angeles messicana rivendicata da rivoltosi e media mainstream, The Donald potrebbe apparecchiare al mondo lo spettacolo di un Messico americano.

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Politica

Musk ricuce con Trump donando 100 milioni di dollari

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Il miliardario della tecnologia Elon Musk e il presidente Donald Trump hanno ripreso i contatti dopo la rottura dell’anno scorso. Come riferito giovedì dal Wall Street Journal, citando fonti che hanno viaggiato con i due in Cina, Musk starebbe organizzando una cospicua donazione a favore dei repubblicani in vista delle elezioni di medio termine.   I rapporti tra i due si erano deteriorati a metà del 2025, quando Musk aveva criticato il pacchetto di riforme fiscali e di spesa di Trump, definendo la bozza «assolutamente folle e distruttiva». La frattura si era verificata nonostante il ruolo centrale svolto da Musk nel ciclo elettorale del 2024. Dopo la vittoria di Trump, il miliardario era stato nominato a capo del Dipartimento per l’Efficienza Governativa (DOGE), nel frattempo sciolto.   Il rientro di Musk nella cerchia ristretta di Trump è emerso chiaramente durante il volo per Pechino di maggio, quando si è unito al presidente, ai membri dell’amministrazione, ai dirigenti aziendali e ai familiari a bordo dell’Air Force One. I due apparivano cordiali: Musk parlava dei progetti per nuove fabbriche negli Stati Uniti, mentre Trump commentava un video di un lancio spaziale e chiedeva notizie di uno dei figli di Musk, secondo quanto raccontato al Wall Street Journal da alcune persone presenti sull’aereo.

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Nel corso del volo Musk avrebbe inoltre comunicato a Trump l’intenzione di destinare almeno 100 milioni di dollari a un’operazione di mobilitazione elettorale a sostegno dei repubblicani nelle elezioni di medio termine di novembre, per aiutarli a conservare il controllo del Congresso, stando a quanto riportato dal giornale sulla base di fonti a conoscenza della strategia.   Il riavvicinamento sarebbe stato il risultato di quasi un anno di contatti riservati, tra telefonate private, sollecitazioni di amici comuni, inviti a Mar-a-Lago e una cena alla Casa Bianca. Trump e Musk si sono scambiati poche parole anche alla cerimonia in memoria dell’attivista conservatore assassinato Charlie Kirk, il quale a quanto pare aveva tentato di riconciliarli.   Il Wall Street Journal ha scritto che il vicepresidente JD Vance, insieme al capo di gabinetto della Casa Bianca Susie Wiles, ha preso contatto con Musk dopo la rottura pubblica con Trump per attenuare le tensioni e ha poi mantenuto i rapporti con lui e i suoi alleati. Vance, secondo quanto riferito, riteneva Musk troppo rilevante per essere messo da parte, considerando i cospicui contratti di SpaceX con la difesa e la NASA.   Musk, da parte sua, avrebbe rinunciato ai progetti di un nuovo partito politico, in parte per salvaguardare i legami con Vance, considerato un possibile candidato alla presidenza nel 2028.   Secondo i collaboratori di Trump, è improbabile che i due recuperino l’intesa stretta di un tempo. Tuttavia hanno ricominciato a sentirsi circa una volta al mese, parlando di intelligenza artificiale, Cina e questioni internazionali, come riferito da persone a conoscenza delle conversazioni.   Musk aveva avuto un ruolo determinante nella vittoria elettorale di Trump del 2024, sostenendolo pubblicamente e destinando, secondo quanto riportato, almeno 288 milioni di dollari a supporto di Trump e di altri candidati repubblicani.   La rinnovata intesa arriva in un momento in cui i Democratici risultano in vantaggio sui Repubblicani negli ultimi sondaggi nazionali in vista delle midterm di novembre, mentre il tasso di approvazione netto di Trump è sceso vicino al minimo storico a causa della crescente insoddisfazione dell’opinione pubblica nei confronti della sua presidenza, in particolare per la gestione del conflitto con l’Iran.   L’anno passato rottura tra i due era stata grave – al punto che Musk avrebbe cambiato numero di telefono – e molto pubblica, con il magnate tecnologico a minacciare uno stop al programma spaziale americano, che in larga parte ora dipende dalla sua azienda SpaceX. Musk aveva insinuato che il presidente fosse nei file epsteiniani, dove in realtà da qualche parte appare tangenzialmente pure lui stesso.

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Trump aveva detto persino di prendere in considerazione la deportazione dell’«immigrato» sudafricano Musk, che oggi gode comunque della cittadinanza.   Come riportato da Renovatio 21, due settimane fa Trump sembrava aver porto un ramoscello d’olivo a Musk, il quale parrebbe aver accantonato l’idea di creare un terzo partito USA, il cosiddetto America Party. I due avevano poi ricompattato il rapporto all’evento Memorial per Charlie Kirk assassinato agli inizi di settembre.   Elone ancora a metà 2025 sembrava mostrare segni di pentimento per gli attacchi a Trump, il quale a sua volta aveva lasciato intendere di poterlo perdonare.   Tornare in buoni rapporti col presidente era il consiglio che diede ad Elone anche suo padre, Errol, personaggio geniale e fumantino con cui il figlio non parla più. «Ricucisci con Trump, ha vinto lui», aveva detto l’Errollo, il quale è, tra le altre cose, ammiratore di Vladimiro Putin e grande sostenitore della teoria secondo cui Michelle Obama è in realtà un uomo.

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 Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia  
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Nigel Farage vince contro il Conte «faccia-da-cestino»

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Il leader di Reform UK, Nigel Farage, ha riconquistato il suo seggio in Parlamento, in un’elezione suppletiva boicottata da tutti gli altri principali partiti britannici. Farage aveva lasciato il suo seggio e indetto le elezioni nel tentativo di «dare un segnale di sfida all’establishment».

 

Giovedì il Farage è stato dichiarato vincitore nel suo collegio elettorale di Clacton, ottenendo il 63 % dei voti, un incremento del 17 % rispetto al 2024.
Tuttavia, quest’anno gli unici avversari di Farage erano candidati eccentrici e marginali, con il Partito Laburista, i Conservatori, i Liberal Democratici e i Verdi che hanno boicottato le elezioni. Tra questi candidati, Count Binface («faccia-da-cestino»), un comico della BBC il cui costume include un bidone della spazzatura in testa, ha ottenuto il 27 % dei voti.

 

 

 

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Il boicottaggio è stata una mossa calcolata dai partiti tradizionali del Regno Unito, volta a delegittimare le elezioni. Farage ha lasciato il suo seggio a luglio nel tentativo di riconquistarlo con una maggioranza più ampia rispetto al 2024, un risultato che avrebbe umiliato i suoi avversari nei partiti principali. In una dichiarazione rilasciata all’epoca, ha descritto le elezioni come un’opportunità per gli elettori di «mostrare il dito medio all’establishment».

 

Sebbene al Farage sia stata negata l’opportunità di sconfiggere laburisti e conservatori per la seconda volta in due anni, ha comunque presentato la sua vittoria di giovedì come una «vittoria contro l’establishment».

 

«Ho indetto queste elezioni suppletive perché volevo che fossero i cittadini di Clacton a giudicarmi, non i media tradizionali britannici e l’establishment politico che ci dipinge come criminali», ha dichiarato ai suoi sostenitori dopo l’annuncio dei risultati. «Abbiamo sconfitto il candidato del partito unico».

 

Sebbene il conte Binface fosse un candidato insolito, fu sostenuto dai media liberali e, secondo Farage, «c’erano attivisti liberaldemocratici, laburisti e conservatori che facevano campagna elettorale per il conte Binface».

 

Al momento delle dimissioni del Faraggio, egli era sotto inchiesta da parte dell’organismo di controllo parlamentare britannico da maggio, per una donazione di 5 milioni di sterline (6,7 milioni di dollari) ricevuta dal miliardario delle criptovalute Christopher Harborne prima del suo insediamento nel 2024.

 

L’indagine si è poi ampliata dopo che il Sunday Times ha rivelato che oò Farraggio non aveva dichiarato i finanziamenti ricevuti dal truffatore condannato George Cottrell tra il 2019 e il 2024, sostenendo di non aver fatto nulla di male e che la donazione di Harborne è stata «un generoso regalo personale» che gli permetterà di pagare le spese per la sicurezza.

 

Il Farage insiste sul fatto di non essere stato obbligato a dichiarare i benefici ricevuti da Cottrell – che presumibilmente gli avrebbe permesso di soggiornare nelle sue proprietà e di usufruire di una scorta privata – poiché non ricopriva alcuna carica pubblica quando li ha ricevuti.

 

L’indagine è stata sospesa quando il politico guida della Brexit ha lasciato il suo seggio, ma è stata immediatamente riaperta non appena i risultati sono stati resi noti giovedì scorso.

 

Il conte Binfaccia – la cui candidatura può ricordare un episodio della serie distopica Black Mirror, in cui un orsetto con idee satiricamente populiste vince le elezioni prima in Gran Bretagna poi in tutto il mondo – non è il primo personaggio improbabile che si presente più o meno goliardicamente alle elezioni.

 

Ricordiamo, negli Stati Uniti, il caso di Vermine Supreme, artista e attivista politico famoso per essersi candidato plurime volte alle primarie delle elezioni presidenziali (sia democratiche che repubblicane) degli Stati Uniti, nelle cui campagne indossa uno stivale da pioggia come cappello e porta un grosso spazzolino.

 

Arrivando talvolta a cavallo ai comizi, usa lo slogan «un tiranno di cui puoi fidarti».

 

 

Tra le sue promesse elettorali, un pony gratuito per ogni cittadino e l’igiene orale obbligatoria (cioè vuole una legge che costringa tutti a lavarsi i denti). Egli ha promesso altresì ai cittadini americani «di portarvi via tutte le armi per darvene di migliori»

 

Vermine Love Supreme (nome per esteso: «Amore supremo verminoso») promette di finanziare ricerche scientifiche sui viaggi nel tempo e sostiene accesamente la necessità di prepararsi a un attacco di zombi, usando la loro energia per produrre elettricità.

 

Il candidato nel 2006 donò un organo alla madre malata, ma non ne fece una pubblicità elettorale.

 

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Immagine screenshot da Twitter

 

 

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Politica

I procuratori israeliani si preparano a incriminare i collaboratori di Netanyahu

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Il procuratore generale israeliano Gali Baharav-Miara dovrebbe decidere se rinviare a giudizio due stretti collaboratori del primo ministro Benjamin Netanyahu per presunte attività di lobbying a favore del Qatar. Lo riporta la stampa israeliana, che cita alcune fonti.   Il cosiddetto scandalo Qatargate è emerso all’inizio dello scorso anno, quando il Canale 12 israeliano ha diffuso un’inchiesta di forte impatto in cui si sosteneva che i più intimi collaboratori del premier fossero stati retribuiti da Doha per promuovere gli interessi del Qatar presso le più alte autorità politiche e di sicurezza del Paese.   L’inchiesta ha coinvolto Yisrael Einhorn, Ofer Golan, Jonatan Urich ed Eli Feldstein, quest’ultimo già arrestato per il presunto coinvolgimento nel furto e nella diffusione di documenti riservati prima della pubblicazione del reportage.

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Urich e Feldstein sono stati entrambi arrestati e interrogati lo scorso marzo in relazione alle accuse, mentre Einhorn, residente in Serbia, ha rifiutato di rientrare nel Paese. Golan, storico portavoce di Netanyahu, è rimasto in carica più a lungo tra i funzionari implicati, lasciando l’incarico soltanto lo scorso aprile.   Secondo quanto riportato martedì dai media israeliani, il procuratore generale dovrebbe ora stabilire se procedere con le accuse nei confronti di Urich e Feldstein. Sebbene i servizi segreti Mossad e Shin Bet non abbiano ancora trasmesso la propria valutazione sulla vicenda, funzionari del ministero della Giustizia, rimasti anonimi, hanno dichiarato al Canale 13 che esistono «prove sufficienti» per incriminare i sospettati per i contatti con un soggetto straniero.   A giugno Urich è stato inoltre incriminato per il suo presunto ruolo nella fuga di notizie riservate alla stampa. Le accuse riguardano la divulgazione di materiale dell’intelligence militare israeliana al tabloide tedesco Bild nel settembre 2024, in un apparente tentativo di rafforzare le tesi di Netanyahu secondo cui non era stato lui, bensì il gruppo militante di Hamas, a far slittare l’accordo per la liberazione degli ostaggi israeliani detenuti a Gaza.   Oltre ai collaboratori di Netanyahu, la vicenda potrebbe coinvolgere anche il direttore del Mossad, Roman Gofman, secondo quanto riportato dai media. Prima di assumere la guida dell’agenzia a giugno, Gofman era segretario militare di Netanyahu e potrebbe trovarsi in una situazione di conflitto di interessi a causa dei suoi stretti legami con i sospettati. Funzionari del Ministero della Giustizia starebbero ora valutando se impedire al capo dell’intelligence di firmare la prossima valutazione del proprio dipartimento.   Lo scandalo Qatargate ha inferto un ulteriore grave colpo alla reputazione di Netanyahu, da oltre un decennio al centro di diverse accuse di corruzione. I legami tra i suoi collaboratori e il governo del Qatar sembrano risalire a lungo tempo: i funzionari coinvolti avrebbero aiutato Doha a consolidare la propria posizione nel Golfo già durante la crisi diplomatica del 2017-2021 e a elaborare una strategia per migliorare la propria immagine in vista dei Mondiali di calcio del 2022.

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Israele ha a lungo consentito e facilitato i finanziamenti del Qatar a Hamas a Gaza. Dal 2007 Doha ha sostenuto il gruppo, ma dal 2014-2018 i trasferimenti (fino a 30 milioni di dollari al mese in contanti) sono avvenuti con l’approvazione di Tel Aviv e degli USA. Secondo un funzionario qatariota intervistato da Der Spiegel nel 2023, in accordo con i governi degli Stati Uniti e di Israele, venivano trasferiti mensilmente 30 milioni di dollari ad Hamas.   Con un accordo controverso quanto segreto, il governo israeliano di Benjamin Netanyahu ha sostenuto per molti anni i pagamenti del Qatar ad Hamas, nella speranza di trasformare Hamas in un efficace contrappeso all’Autorità Palestinese e impedire la creazione di uno Stato palestinese.   La strategia di Netanyahu mirava a «comprare quiete», stabilizzare la Striscia e indebolire l’Autorità Palestinese che governa la Cisgiordania, mantenendo gli islamisti di Hamas come controparte del potere «laico» dell’ANP, sul modello di quanto già fatto in passato per togliere potere al popolare leader dell’OLP Yasser Arafat.   Secondo quanto riportato, ufficiali israeliani scortavano i fondi che da Doha arrivava al gruppo jihadista di Gaza. Il denaro rafforzò di fatto il controllo di Hamas. La politica, scoperta dopo il 7 ottobre 2023, è ora, in teoria, cessata.  

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 Immagine di Matthias Berg via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 4.0  
     
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