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Vincitrice ucraina dell’Eurovision inserita nella lista dei ricercati dalla Russia

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La pop star ucraina Jamala, vincitrice dell’Eurovision Song Contest nel 2016, era stata inserita nella lista dei ricercati in Russia, secondo un database del Ministero degli Interni del Paese.

 

Jamala, al secolo Susana Alimivna Dzhamaladinova, è stata effettivamente inserita nella lista a metà ottobre, ma l’agenzia statale TASS e diversi altri organi di informazione russi hanno riportato lo sviluppo solo domenica.

 

La 40enne è ricercata in Russia per un reato penale, secondo la banca dati, ma non vengono forniti ulteriori dettagli. Una fonte delle forze dell’ordine ha detto alla TASS che Jamala potrebbe essere apparsa sulla lista dei ricercati con l’accusa di aver diffuso informazioni false sull’esercito russo.

 

Una legge che vieta la diffusione di falsità sulle forze armate russe è stata aggiunta al codice penale del Paese poco dopo l’inizio dell’operazione militare in Ucraina nel febbraio 2022. Coloro che vengono trovati in violazione rischiano una pena massima fino a 15 anni di prigione.

 

Il canale Telegram Shot ha affermato che la cantante è ricercata per dichiarazioni sugli eventi del marzo 2022 nella città ucraina di Bucha, dove Kiev ha accusato le forze russe di massacrare civili. Mosca, tuttavia, ha negato tali accuse, affermando che le presunte prove dei crimini sono state fabbricate come parte degli sforzi per far deragliare il processo di pace tra Russia e Ucraina.

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Jamala figura in un elenco pubblicato dal quotidiano Izvestia nell’aprile 2022 di artisti ucraini a cui è stato vietato l’ingresso in Russia.

 

Jamala, di origine tartara di Crimea, è stata critica nei confronti della riunificazione della Crimea con la Russia nel 2014. La canzone 1944, con cui si è assicurata la vittoria dell’Eurovision, era dedicata alla Sürgünlik, ossia la deportazione dei tartari dalla Crimea all’Asia centrale da parte dell’Unione Sovietica durante la guerra sotto il governo di Giuseppe Stalin. A seguito della dislocazione dei tatari, anche lei è nata nel Kirghizistan sovietico nel 1983. Il padre era un direttore di orchestra tataro, mentre la madre è una pianista armena del Nagorno Karabkh; la famiglia si ritrasferì in Crimea poco prima dell’indipendenza ucraina.

 

Ammettiamo di non capire bene cosa c’entri sound da musica nera, con evidente calco delle vocalità delle cantanti di colore americane, con la tragedia della deportazione sovietica dei tatari. Tuttavia, sappiamo che Eurovision ha una cifra politica persino maggiore di quella di Sanremo.

 

 

La ragazza ha studiato da soprano a Sinferopoli e al conservatorio di Kiev. Ha sposato un concittadino tataro presso il Centro di Cultura islamica di Kiev, con cui ha due figli.

 

La musicista, che ha condannato l’operazione militare russa, sarebbe fuggita dall’Ucraina dopo lo scoppio del conflitto. Secondo quanto riportato dalla stampa, sarebbe andata prima in Turchia per poi trasferirsi in Polonia, o forse in Romania – i resoconti divergono. Recentemente si è esibita in Europa e negli Stati Uniti e ha affermato che i proventi di quei concerti verranno inviati alle organizzazioni umanitarie ucraine.

 

Non si tratterebbe della prima voce del pop ucraino coinvolta nel conflitto.

 

Come riportato da Renovatio 21, vi è stato, accaduto al Gay Pride di Monaco di Baviera della scorsa estate, il caso di Melovin, che, tra il tripudio delle bandiere con l’arcobaleno LGBT, ha cantato inneggiando all’iniziatore del nazionalismo integrale ucraino Stepan Bandera, collaboratore di Hitler, recandosi pure sulla sua tomba.

 

 

 

«Batko Nash – Bandera / Ukraina Mati / My za Ukrainu budem voyuvat» dice la canzone cantata sul palco omotransessualista monacense, con il folto pubblico arcobalenato a far da coro. «Il nostro padre è Bandera / La nostra madre è l’Ucraina / Noi per l’Ucraina combatteremo».

 

A certuni, con evidenza, l’apologia degli anni bui è consentita. Ad altri, no. È il caso della cantante-pornostar Melanie Mueller, finita nei guai per supposto saluto nazista durante un incontro con il pubblico, introducendo l’ulteriore cortocircuito di senso di un’estrema destra a luci rosse.

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Immagine di Albin Olsson via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

 

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«Ritorno a Brideshead» di Evelyn Waugh

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Ritorno a Brideshead, pubblicato per la prima volta nel 1945 (e ripubblicato in Italia da Bompiani) è il romanzo più famoso dello scrittore inglese Evelyn Arthur Waugh, famoso per opere ironiche, disincantate, argute, come Il caro estinto, che prendono di mira la classe dirigente britannica.   Ritorno a Brideshead, invece, è un’opera profonda, commovente, tragica. Waugh era un fervente cattolico, uno di quei numerosi cattolici inglesi (nel suo caso convertito) che furono i protagonisti delle scene letterarie britanniche della prima metà del ‘900, da Tolkien a Chesterton, da Benson a Belloc, da Knox a Green. Una schiera d’autori che dal cardinal Wiseman si dipana idealmente fino a raggiungere gli anni del Concilio Vaticano II, che tra le altre cose riuscì a spegnere anche questa grande vena artistica.   Waugh morì nel 1966, facendo in tempo a vedere la conclusione del Concilio, che da lui fu accolto con numerose critiche e riserve. Conservò fino alla morte una visione teologica tridentina.

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L’opera di Waugh, definita non a caso dallo studioso Richard Griffiths il «culmine della Tradizione», è piuttosto eterogenea e solo con Ritorno a Brideshead la tematica cattolica diventa rilevante.   Il sottotitolo, «Memorie sacre e profane del capitano Charles Ryder», rende ragione della convivenza dell’elemento satirico e di quello religioso, ma, soprattutto, mostra la natura intima del testo dove è evitato un intreccio troppo scopertamente apologetico per virare verso una storia di raffinato gusto aristocratico che, tra le pieghe di una vita mondana e apparentemente serena, nasconde i semi del tormento sociale e spirituale.   Ritorno a Brideshead, come ogni classico della letteratura, generazione dopo generazione continua a parlare ai suoi lettori rivelando anche più di quanto il suo stesso autore avesse programmato. Waugh aveva deciso di accantonare per qualche tempo gli impegni editoriali più urgenti e di dedicarsi, anima e corpo, a un romanzo scritto solo per se stesso, totalmente indifferente alle logiche del mercato. È un romanzo che dietro le apparenze estetiche, la descrizione della vita dell’aristocrazia inglese del primo dopoguerra, fa i conti con il cattolicesimo inglese, un cattolicesimo del tutto peculiare.   La chiesa cattolica con Enrico VIII e ancor più con sua figlia Elisabetta I era stata messa fuorilegge, perseguitata fino al sangue, relegata alla clandestinità, alle catacombe, dove era rimasta per quasi tre secoli. L’alternativa era stata quella tra l’apostasia e il martirio, e per gli aristocratici rimanere cattolici significava perdere i propri beni, le proprietà, ogni ruolo sociale.   Coloro che non passarono alla chiesa di Stato vennero definiti «recusants», perché ricusavano la pretesa del re di essere capo della chiesa. Poi, nel 1829 vennero definitivamente abrogate le Leggi Penali che li avevano perseguitati, e i cattolici riemersero da una lunga condizione di umiliazione, di vessazione, che avevano lasciato il segno nella loro vita e nella loro visione del mondo.   Nel romanzo di Waugh si vede, in particolare nella figura di Lady Marchmain, questa fede sofferta e crocifissa. Accanto a questa, c’è anche la fede problematica di Lord Marchmain, il Signore di Brideshead, un convertito, ma che in breve tempo ha perso la fede cui era provvisoriamente approdato. Ma del romanzo è anche protagonista il loro figlio più piccolo, Sebastian, che all’inizio è solo un dandy eccentrico e seguace dell’estetismo.

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Il ragazzo, in realtà, è preda di diversi demoni, in particolare l’alcolismo, che lo porteranno lontano dall’Inghilterra, dalle ricchezze, e lo faranno infine approdare – al termine del suo naufragio umano – in un convento di un Paese arabo. «Ci sono sempre dei tipi strani, in un convento, gente che non è adatta alla vita di fuori, né alla regola monastica»: così viene giudicata la sua scelta, che l’ha portato, dopo anni di feste, di champagne, di auto di lusso, al monastero del deserto, senza peraltro diventare frate, vivendo al margine della comunità come converso. «I tipi come Sebastian sono molto vicini e cari al Signore», dirà invece sua sorella Julia. «Nessuno può fare il santo senza avere prima sofferto», è un’altra straordinaria sentenza di queste pagine. Sebastiano aveva vissuto con una particolare vergogna: non quella della sua vita di esteta ad Oxford, ma «la vergogna di non essere felice».   Il mondo di Brideshead viene osservato e descritto con gli occhi di Charles Ryder, un artista, molto lontano dal cattolicesimo tutto d’un pezzo di questi discendenti dei recusants, e stupito del loro spirito del dovere, della loro disponibilità ad accettare la sofferenza e il loro destino. Un glorioso passato destinato a sfaldarsi come i colori degli antichi stemmi araldici. Allo stesso modo anche la fede della famiglia è in costante pericolo, preda delle tentazioni del nuovo che avanza, «quest’epoca agghiacciante» come la definisce Julia.   Il filo rosso che unisce gli episodi di questo romanzo venne esplicitata dallo stesso autore nella prefazione dell’edizione riveduta e corretta del 1960: «il libro ruota su ciò che la teologia definisce l’atto della Grazia, vale a dire l’immeritato e unilaterale atto d’amore, attraverso il quale Dio chiama le anime a sé».   Persi nei tormentati legami esistenziali, i personaggi sono costantemente inseguiti dallo spettro della fiamma divina, un dolce imprevisto che come un segugio non molla mai la loro anima.   Paolo Gulisano

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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I fanatici del clima attaccano ancora Monet. Purtroppo non per motivi estetici

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Sabato una coppia di attivisti per il clima ha lanciato della zuppa contro un’opera d’arte del pittore impressionista francese Claude Monet.

 

Entrarono nel Museo delle Belle Arti nella città francese di Lione e presero di mira il dipinto di Monet del 1872 «La Primavera» (noto anche come «Il Lettore»), che raffigura una giovane donna che legge un libro in un campo.

 

Il dipinto era protetto da una copertura di vetro, ha detto il museo lionese su X.

 

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L’attacco alla zuppa è stato portato avanti dal gruppo «Riposte Alimentaire», che sostiene l’azione contro il cambiamento climatico e l’agricoltura sostenibile. “Questa primavera sarà l’ultima che avremo se non reagiamo!” hanno cantato gli attivisti. Entrambi sono stati arrestati dalla polizia, hanno riferito i media francesi.

 

Il gruppo aveva eseguito un’azione vandalica simile solo due settimane fa, lanciando zuppa di zucca contro La Gioconda di Leonardo al Louvre di Parigi.

 

In un post su X, il sindaco di Lione Gregory Doucet ha condannato gli attivisti per aver attaccato il dipinto, ma ha aggiunto che le loro preoccupazioni sono «legittime».

 

Opere del Claude Monet erano state attaccate in precedenza, come a giugno dell’anno scorso presso il Museo Nazionale di Stoccolma, quando attivisti climatici appartenenti ad un gruppo chiamato gruppo Aterstall Vatmarker («Ripristinare le zone umide»: non è chiaro se ci siano doppi sensi) avevano gettato vernice rossa sopra un quadro del pittore impressionista francese, per poi incollarcisi addosso.

 

Renovatio 21 continua a rammaricarsi del fatto che la protesta contro Monet abbia meriti extraestetici, e non comprenda invece il fatto che il Monet sia un artista estremamente sopravvalutato.

 

Ciò non vale solo per il Monet. Una decina di anni fa, d’un tratto, emerse nel mondo un movimento di opinione che finalmente reagiva contro l’impressionismo e il suo status di grande arte, e in particolare contro l’altro grande capofila degli impressionisti, Pierre-Auguste Renoir (1841-1919). Da un account Instagram nel 2015 nacque un movimento chiamato «Renoir sucks at painting» («Renoir fa schifo a dipingere») che organizzò diverse manifestazioni fuori dai musei per significare tutto il disprezzo che l’opera di Renoir merita. Fuori dal Museum of Fine Arts di Boston venne inscenata una protesta con cartelli eloquenti «Dio odia Renoir», «ReNOir», «Non siamo iconoclasti, è solo che Renoir fa schifo a dipingere».

 

È legittimo, e costituzionale, pensare che l’opera di Renoir, di Monet e di tutti gli impressionisti faccia schifo. La cosa si può estendere all’intera arte moderna, contro cui protestare sarebbe molto giusto.

 

Gli ecofascisti, tuttavia, non sanno di provenire dalla medesima matrice dei quadri che imbrattano: la Necrocultura, l’idea di disprezzo dell’essere umano e delle sue forme, del creato e dell’ordine armonico voluto dal disegno Dio.

 

Coloro che dicono di voler difendere la natura, in realtà, vogliono sovvertire la legge naturale.

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Renovatio 21 a Chioggia per la Tabarrata Nazionale 2024

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Renovatio 21 promuove ed aderisce alla Tabarrata Nazionale 2024 indetta per sabato 10 febbraio a Chioggia.   La Tabarrata Nazione è l’adunanza tabarrista par excellence. Si tratta del raduno più significativo in Italia, e di conseguenza del mondo, per gli appassionati del miglior soprabito esistente: il Tabarro.   Sapete di cosa parliamo: il Tabarro è il mantello a ruota che ha lontanissime origini ed è legato in modo indissolubile alla tradizione del nostro territorio e non solo di quello. La parola tabard, mutuata dal latino tabardus, è riscontrabile anche in lingua anglica. Testimonianze di tabarri giungono da ogni regione d’Italia, Sicilia e Puglia comprese. Fuori dall’equivoco per cui si tratterebbe di una tradizione padana o veneziana, ricordiamo l’uso del Tabarro presso i «Briganti» che insorsero contro l’Italia unita dalle orde dei Savoia.   L’evento, che gode del patrocinio del comune della Città di Chioggia, è organizzato dall’associazione Civiltà del Tabarro, impegnata nella diffusione della cultura del Tabarro e del suo retroterra umano, storico, culturale, spirituale.     Siamo arrivati alla settima Tabarrata Nazionale. Prima ci sono state: Parma, Casalmaggiore, Vicenza, Oleggio, Cittadella, Bassano del Grappa. C’è stato, purtroppo, uno iato dovuto al biennio pandemico… tuttavia, la Tabarrata Nazionale di Cittadella riuscì ad essere eseguita nel primo 2020 a poche settimane dal patatrac globale.   Il programma della Tabarrata Nazionale 2024 prevede il ritrovo dei tabarristi alle 14:30 presso Corso del Popolo, dinanzi al Comune di Chioggia.   Quindi, dalle 15:30 una visita all’Orologio della Torre di Sant’Andrea – l’orologio funzionante più antico del mondo, in contesa, dicono, con il Big Ben – guidata da esperti locali.   Segue alle ore 17:00 la conferenza «Argomenti della Civiltà del Tabarro» presso Palazzo Grassi, in Canal Vena. Interverranno: Sandro Zara, imprenditore e maestro del Tabarro; Roberto Dal Bosco, presidente dell’associazione Civiltà del Tabarro; Corrado Beldì, segretario della Civiltà del Tabarro. Nel contesto di Palazzo Grassi, il maestro fotografo Silvano Pupella realizzerà ritratti dei tabarristi presenti.   A seguire, sempre nella stupenda cornice del Canal Vena, un aperitivo presso il bacaro Nino Fisolo. Più tardi, per chi ha prenotato, la grande, usuale cena tabarrista, un evento nel quale l’aggettivo «felliniano» può pure essere dimenticato del tutto perché non rende la questione.   La scelta della incantevole «piccola Venezia» è dovuta alla vox populi al termine della conferenza «Lineamenti di Civiltà del Tabarro» alla Tabarrata Nazionale 2023 a Bassano del Grappa un gruppo di tabarristi ha demandato a gran voce un ritrovo per l’anno successivo a Chioggia. Sono stati accontentati.   La partecipazione massiva dei lavoratori di Renovatio 21 alla Tabarrata potrebbe precludere, per una volta, gli usuali ritmi di upload di articoli sul sito nei prossimi due giorni. Il lettore porti pazienza, le missioni da portare avanti nella vita sono spesso più di una.   Attediamo chiunque voglia venire, anche qualora dotato di soprabito con le braccia: la possibilità di provare ad ammantarsi con la dolcezza, la bellezza di secoli e millenni di tradizione di certo non mancherà. E, statene sicuri, ciò non potrà che far bene all’animo e al corpo.   Perché, come dice il presidente della Civiltà del Tabarro Roberto Dal Bosco, «se ha le maniche non scalda il cuore».   Per ogni ulteriore informazione, senza esitare, contattateci.

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