Eutanasia
Suicidio assistito, diritto manipolato e distruzione della società
La legge sul suicidio assistito di recente approvata dalla Regione Toscana, è di certo l’approdo di fattori concomitanti e connessi.
Fattori che hanno a che fare, nella società contemporanea omogeneizzata, sia con la perdita dei principi etici fondamentali e con l’allontanamento da quelli religiosi che ne erano interpreti privilegiati, sia con le manipolazioni e le distorsioni di un’opinione pubblica sempre più in balia di suggestioni indotte mediaticamente, con le inclinazioni individualistiche e nichilistiche che hanno offuscato, fino quasi alla cancellazione, il senso e la idea stessa del bene comune ormai totalmente fagocitata da quella della priorità dei desideri e delle esigenze individuali.
Ma l’impoverimento culturale diffuso e generalizzato, ha travolto inevitabilmente, insieme alla politica, all’etica e all’estetica, in modo particolare anche il diritto, sotto ogni profilo formale e sostanziale, E bisogna subito mettere in luce come la sua crisi sia anzitutto una crisi di identità, cioè di sfaldamento delle sue basi concettuali, di ‘offuscamento delle sue finalità costitutive, della sua tecnica costitutiva, e dei confini entro i quali è chiamato ad operare.
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La crisi del diritto si dispiega inoltre, sia all’interno, nello scadimento della sua funzione regolatrice della società, sia all’esterno, nella percezione distorta che di quella funzione si fa strada nel sentire comune. Mentre la distorsione investe tanto il diritto soggettivo, cioè la pretesa individuale riconosciuta meritevole di tutela nell’interesse della collettività (ecco la creazione di «diritti» che non possono essere considerati tali proprio perché non hanno nulla a che fare con il diritto soggettivo), quanto il diritto oggettivo, cioè l’insieme delle norme che costituiscono l’ordinamento giuridico, di cui la società si dota per proteggersi, consolidarsi ed espandersi culturalmente e materialmente.
Questa crisi del diritto che investe sia la sua produzione e attuazione, sia la sua percezione generalizzata, si avvale del fenomeno dello slittamento semantico anch’ esso generalizzato, spesso forgiato ad arte, per cui sono le parole a creare la realtà e non viceversa, e sotto la loro cortina fumogena viene eliminato l’ingombro del pensiero.
Su questo sfondo va letta dunque la vicenda che qui ci interessa, del cosiddetto «suicidio assistito» nella quale tutti questi aspetti si riassumono in modo esemplare: la degenerazione normativa, la distorta percezione del fenomeno giuridico, il travisamento dei suoi contenuti e delle sue finalità nel comune sentire, ovvero in quel senso comune di manzoniana memoria, venutosi a creare sotto la pressione della rieducazione mediaticamente imposta.
Occorre perciò richiamare alcuni concetti elementari quanto fondamentali.
Il diritto, e quello penale in particolare, è lo strumento che una società organizzata si dà per potersi garantire una convivenza ordinata e pacifica.
La legge penale in primo luogo assolve questa funzione ordinatrice e pacificatrice individuando i valori fondamentali che debbono essere tutelati per consolidare i fondamenti etici irrinunciabili su cui si può reggere la società.
La tutela come è noto avviene attraverso la minaccia di una sanzione che andrà a colpire chi mette in pericolo questi valori, che chiamiamo «beni giuridici» perché appunto riconosciuti meritevoli di tutela dalla legge penale, in quanto fondativi di una convivenza pacifica e ordinata.
Fra questi va individuata altresì la rosa dei «diritti indisponibili», ovvero di quei valori, quali la vita, la integrità fisica, la libertà personale etc. che sono ritenuti tali per la loro importanza capitale, e vanno difesi ad oltranza erga omnes, anche nei confronti di chi ne sia titolare particolare, perché stanno a presidio della conservazione e persino della stessa sopravvivenza della intera comunità organizzata.
Etiamsi deus non daretur, secondo la locuzione di Grozio ricordata più volte da Benedetto XVI, a proposito dei «valori non negoziabili».
Qui bisogna sottolineare, appunto, come l’indisponibilità da parte del titolare particolare sancita dall’ordinamento, deve essere riconosciuta da ogni società che non voglia votarsi alla autodistruzione.
Inoltre la necessità di una difesa avanzata di questi beni, è bene sottolinearlo, opera non soltanto nei confronti di chi fra i consociati li possa aggredire, ma anche nei confronti dello stesso potere politico che potrebbe violarli abusando degli strumenti di coercizione di cui dispone.
In altre parole, la tutela dei valori fondamentali rappresenta anche un baluardo nei confronti della entità statuale che, attraverso un uso arbitrario del potere, operi non per il bene comune ma per la propria perpetuazione, violando proprio le norme destinate a regolare i comportamenti del cittadino comune. Il potere politico può utilizzare gli apparati di cui dispone, per fini contra legem.
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Sicché quanto più strette sono le maglie della norma penale in tema di diritti indisponibili, tanto più forte sarà la funzione difensiva della legge anche nei confronti del potere politico, in quel quadro di stato di diritto che tanto viene invocato a sproposito nei giorni nostri da chi ne ignora proprio il significato.
Alla luce di queste considerazioni dovrebbe essere letta l’esigenza di non ammettere deroghe di sorta alla punibilità delle violazioni delle norme poste a difesa della vita umana con la sola eccezione della legittima difesa, che introduce il criterio del bilanciamento degli interessi, dove il valore della vita di chi si è messo al di fuori delle regole dell’ordinamento, cede il passo al valore della vita messa in pericolo dall’aggressore.
Se passiamo a considerare la norma dell’articolo 580 C.P., che punisce con la reclusione da uno a cinque anni, «chiunque determina altri al suicidio, o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, se il suicidio avviene» vediamo come il legislatore abbia inteso difendere l’attacco al valore della vita umana anche quando esso sia portato dal soggetto che ne è titolare particolare.
Proprio perché si tratta della difesa oggettiva di un bene al quale l’ordinamento assegna un valore superiore al valore attribuitogli dal singolo che ne è portatore. In altre parole non viene lasciato spazio alla considerazione soggettiva di questi, perché si tratta di un bene che riguarda l’intera comunità e come tale viene tutelato oggettivamente.
La punizione dell’omicidio del consenziente conferma in modo incontrovertibile questa base concettuale, infatti il consenso della vittima non esclude l’omicidio anche se ne attenua la sanzione ad un massimo di quindici anni di reclusione.
Ma ecco che l’irrompere del soggettivismo e del nichilismo adottato da forze diventate culturalmente più prepotenti che dominanti, diventa l’ariete volto a scardinare non soltanto un assetto etico, ma anche il sistema giuridico che dovrebbe concorrere a tenerlo saldo. Perché il diritto, se deve essere tenuto concettualmente distinto dalla morale, ha pur tuttavia una funzione etica fondamentale, e che dovrebbe essere salvaguardata per la tenuta stessa della società.
La locuzione, «suicidio assistito», divenuta corrente, tradisce già l’aggiramento della norma di cui all’articolo 580 che è già stata aggredita dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 243 del 2019.
Da questa ha preso le mosse la recente legge regionale toscana, salutata dal governatore Giani, come «un forte messaggio di civiltà».
Non si tratta di negare che il divenire dei tempi comporti mutamenti oggettivi del comune sentire di cui si deve tenere conto. Ma questi mutamenti, che possono interessare aspetti secondari e a volte quasi folcloristici della vita comunitaria, come il sempre fluttuante e frivolo mutare dell’abbigliamento e delle abitudini quotidiane, non ha nulla a che fare con i fondamenti della vita comunitaria. Qui infatti, anche piccole incrinature sono destinate ad allargarsi fino alla distruzione totale di un edificio che è indispensabile tenere saldo per la sopravvivenza di una qualunque società umana civilizzata.
Come nella antica favola del piccolo buco nella diga olandese che il bambino tenta di chiudere col proprio ditino, conscio dell’immane pericolo che da quella falla può derivare. Ma ecco che, e qui entriamo nel vivo del nostro tema, la falla viene prodotta e poi allargata proprio dagli organi che dovrebbero mirare alla salvaguardia del sistema normativo.
E non possiamo non fare riferimento alla Corte Costituzionale, istituita per assicurare l’aderenza delle leggi dello Stato ai principi fondamentali fissati come intangibili dalla Carta Fondamentale.
La Corte ha elaborato nel tempo, in perfetta e intoccabile autonomia, l’autopotenziamento, ovvero lo allargamento dei propri poteri decisori che dal controllo sulla legittimità delle leggi esistenti ha finito per sconfinare, e continua a sconfinare sempre più vistosamente, verso l’appropriazione di poteri sostanzialmente legislativi. Non senza il farisaico e immancabile richiamo alla necessità di un intervento diretto da parte di quel Parlamento al quale risparmia la fatica di legiferare con generosità democraticamente ostentata.
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La Corte Costituzionale come è noto ha elaborato accanto alla tipologia di sentenze previste dalla legge istitutiva, anche le sentenze cosiddette non per nulla «manipolative» con le quali introduce novità normative dichiarandola incostituzionale per quello che non c’è (sentenze additive), cioè quello che ritiene un vuoto illegittimo. Ma anche aggiungendo direttamente qualcosa a quello che c’è (sentenze sostitutive).
Insomma un paradosso che, al di là delle critiche sparse, è stato accettato per quello che è, sicché una invenzione sostanzialmente arbitraria si è trasformata in prassi riconosciuta. Questo a partire dai lontani anni Sessanta del Novecento quando attraverso una sentenza di tal fatta si estesero all’istruzione sommaria del Pubblico Ministero i diritti già garantiti all’imputato nella istruzione formale tenuta dal giudice istruttore, secondo il rito di allora.
Forse la benevolenza con cui fu accolta la trovata della Corte Costituzionale, mise in ombra la finestra che si apriva su una vera e propria usurpazione di potere nei confronti del Parlamento. E oggi sappiamo berne come il principio della separazione dei poteri consacrato da Montesquieu quale antidoto all’arbitrio, sia diventato un superato pezzo di antiquariato nella contemporaneità del caos istituzionale e istituzionalizzato.
Va aggiunto che se la Corte Costituzionale si sostituisce di fatto al Parlamento, pur invocando farisaicamente un suo successivo intervento «riparatore», mostra di fare da cassa di risonanza di istanze provenienti dalla collettività e quindi rappresentative di esigenze profonde e generalizzate. Quando sappiamo che certi orientamenti, enfatizzati dai mezzi di comunicazione e dettati da poteri sovraordinati impegnati ad imporre idee fittizie spesso in conflitto col sentire comune.
Veniamo dunque alla iniziativa legislativa della Regione Toscana, che il governatore ha definito con orgogliosa sicurezza «un forte messaggio di civiltà».
La Corte Costituzionale con la sentenza 242 del 2019, ha risposto prontamente alle spinte propagandistiche di una ben orchestrata campagna mediatica. Quella che facendo leva non sulla ragione, sull’etica, e tanto meno sulla logica giuridica, punta sulle «emozioni», la nebulosa che ha sostituito il buon senso con il senso comune e che costituisce il grimaldello capace di scardinare il pensiero, le ragioni dell’etica e del diritto, qualunque spazio di trascendenza e di saggezza, anche religiosamente ispirato.
Ma a dispetto di ogni esigenza superiore, oggi le emozioni si comprano e si vendono a buon mercato nella società del consumo di massa, con la Chiesa in ritirata e la incapacità diffusa di guardare filosoficamente e soprattutto razionalmente, al di là della materialità quotidiana e della prospettiva personale.
Questo il terreno favorevole perché il nuovo zeitgeist facesse sentire i giudici della Corte obbligati a forzare il contenuto e il senso della norma penale che fissa e sancisce la indisponibilità della vita umana.
Anche se non si arriva ancora a introdurre norme penali incriminatrici in via di sentenza, dato che vige ancora, bontà loro. Il principio di legalità «nullum crimen sine lege», viene introdotta tuttavia una causa di non punibilità la quale, se sfugge a quel principio, si presenta comunque come una novità introdotta di fatto nel codice penale. «Non è punibile chi agevola l’altrui suicidio se la persona è tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale».
Poi con la sentenza n.153 del 2024 la Corte ha indicato i soggetti, all’interno delle strutture ospedaliere competenti ad accertare le condizioni capaci di legittimare la condizione di non punibilità dell’aiuto al suicidio, aggirando l’ostacolo di una inaccettabile e sconveniente invasione normativa in campo penale. Insomma, ha stabilito sempre in via surrettizia, che la decisione sull’assistenza al suicidio venga presa in ambito sanitario, affidata alla direzione e al controllo di organi interni alle strutture ospedaliere.
Questa ospedalizzazione dell’aiuto al suicidio è non solo un escamotage per aggirare gli straripamenti di potere, ma anche per aprire la strada, volontariamente o meno, questo non sappiamo, ad interventi «regionali» come quello puntualmente arrivato dalla Regione Toscana, che si sottraggono apparentemente al conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato.
Infatti mentre la materia penale è sottratta alle competenze legislative della Regione, la materia sanitaria rientra nelle competenze concorrenti, per cui a determinate condizioni la Regione può legiferare legittimamente e, appunto così ha preteso di fare, applicando tutte le direttive pratiche indicate dalla Corte, circa la procedura per la «assistenza al suicidio».
Ora non va dimenticato a questo proposito come la strada per legittimare questo marchingegno sia stata inaugurata già nel 2009 col caso Englaro, quando sulla scia dell’altrettanto tragica vicenda dell’americana Terri Schiavo, di qualche anno prima, abbiamo assistito impotenti alla uccisione in sede ospedaliera su autorizzazione del giudice di Cassazione.
Il fenomeno si è poi amplificato in con l’esempio inaudito offerto ripetutamente in questi anni dagli ospedali londinesi e dal sistema giudiziario britannico per cui un giudice ha potuto affidare ai «sanitari» il potere di uccidere impunemente bambini di pochi mesi, ritenuti socialmente inutili perché malati, e nella impossibilità imposta ai genitori di sottrarli a quella «condanna a morte».
Doppia inaudita mostruosità, che mentre esibisce il capovolgimento dei valori morali fondamentali, manda al macero secoli di cultura giuridica sbandierata dall’Occidente come propria conquista distintiva.
Una inedita ferocia praticata impunemente in ambiente sterile (sotto ogni punto di vista) e impunemente imposta ad una società che appare ormai lobotomizzata, perché se non lo fosse si ribellerebbe a tante mostruosità.
Perché si renderebbe conto che il trasferimento in ambito ospedaliero del potere di uccidere da parte di una autorità giurisdizionale, rappresenta in modo esemplare proprio quella micidiale confusione e commistione di poteri in cui si consuma il sopravvento di un potere politico emancipato da ogni principio regolatore e da ogni criterio di legittimazione.
Per questo occorre tenere sempre presente il problema del circolo vizioso della legge che in quanto espressione necessaria del potere politico che la pone, è esposta a divenire oggetto del suo arbitrio anche se nasce proprio per sottrarre la società al caos e all’arbitrio. Insomma il pericolo dello abuso del diritto per finalità contrarie a quelle che il diritto è chiamato a perseguire.
Basterebbe ricordare come tra Settecento e Ottocento sulla scia dell’illuminismo si sia formata quella scienza del diritto penale che, occorre ripeterlo, nell’epoca in cui è ancora in auge la tortura, mirava a proteggere il cittadino, attraverso la precisa determinazione dei delitti e delle pene, e le regole per la applicazione della legge, dallo arbitrio del giudice e dall’arbitrio del potere.
In ultima analisi va detto come si venga consolidando di nuovo uno slittamento semantico volto a creare l’ambiente psicologicamente adeguato per l’accettazione diffusa di questa nuova realtà. Infatti non si nomina più neppure il suicidio, ma genericamente il «fine vita» che oscura «la morte inflitta» a sé o ad altri, per coprirla con il mantello eterno e destinale della natura che fa il proprio corso.
L’ennesimo gioco di parole già messo a segno, perché adottato da molti inconsapevolmente, per l’ennesimo oltraggio al diritto come alla natura e alla dignità immutabile dell’uomo. Perché quest’ultima è cosa diversa dal concetto mutevole e variegato che ogni congrega di nichilisti in carriera, cerca di imporre per riempire il vuoto delle proprie idee con il vuoto delle parole senza copertura di un pensiero vitale, l’unico meritevole di essere trasmesso.
In questo quadro va collocato da ultimo per motivi di cronologia, ma di importanza capitale nel l’ambito delle considerazioni espresse sopra, anche il tema della cosiddetta intelligenza artificiale.
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La nuova sirena in breve tempo ha già acquistato il potere di abbacinare le moltitudini che incantate dai suoi prodigi, sono incapaci di guardare al di là delle luci, una enorme voragine già spalancata.
Nel campo della istruzione come del comune sentire, della guerra come della normale vita di relazione, delle capacità cognitive e del normale sviluppo delle maturazioni esistenziali, nella elaborazione del pensiero in generale.
E se torniamo all’argomento specifico di cui qui si è parlato, questo strumento a dir poco allarmante, dovrebbe presentarsi in tutta la sua inquietante forza distruttiva.
Non so se i giudici, il legislatore, i politici o i vari Cappati, si siano posti il problema di come anche la vita e la morte, oltre al tutto il resto, possano essere allegramente affidati ad un o giocattolo perverso del quale si perde il controllo e al quale vengono affidate le chiavi dell’esistenza. Perché è ad esso che domani sarà delegato il potere soprannaturale di decidere, chi, come e quando e fino a quando si può vivere, morire o sopravvivere.
Il gigante è pronto a divorare i suoi figli come negli antichi miti premonitori.
Patrizia Fermani
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Eutanasia
La Francia ha legalizzato l’eutanasia e il suicidio assistito: un’analisi approfondita di una legge sulla morte
Vita sottomessa ai voti
L’Assemblea Nazionale ha definitivamente approvato il disegno di legge con 291 voti favorevoli, 241 contrari e 29 astensioni; si è trattato della quarta votazione parlamentare su questo testo in meno di un anno. Nel frattempo, il Senato si era opposto per ben tre volte, esprimendo riserve sulle conseguenze di una simile riforma; tuttavia, il governo ha scelto di lasciare la decisione finale all’Assemblea Nazionale. La maggioranza presidenziale e i gruppi di sinistra hanno appoggiato in modo schiacciante la riforma, mentre i parlamentari di destra e del Rassemblement National hanno votato in gran parte contro, sebbene ciascun gruppo abbia concesso ai propri membri libertà di voto sulla questione. È comunque importante notare che, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali del 2027, il portavoce del Rassemblement National, Laurent Jacobelli, ha dichiarato a franceinfo che il suo partito non avrebbe abrogato la legge in caso di vittoria alle elezioni, ma si sarebbe limitato a vigilare attentamente sulla sua attuazione. Con questa votazione, la Francia entra a far parte della ristretta cerchia di paesi che hanno legalizzato il suicidio assistito o l’eutanasia, tra cui figurano Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Spagna, Svizzera, Canada, Nuova Zelanda e Uruguay. Come per altre importanti riforme sociali, il vocabolario utilizzato ha giocato un ruolo centrale. La legge non parla né di «eutanasia» né di «suicidio assistito», ma di «aiuto a morire». Per i suoi sostenitori, questa espressione sottolinea la volontà di sostenere le persone che affrontano sofferenze ritenute insopportabili. In realtà, è un modo per attenuare il vero impatto del testo e farlo passare senza destare allarme, per poi trarne tutte le conclusioni necessarie. Padre Hervé Gresland, autore di articoli su questo argomento, fa un’osservazione (1): «Lo vediamo ovunque e sempre: la legalizzazione del male porta a un rapidissimo cambiamento di mentalità nella società. In breve tempo, le coscienze vengono completamente distorte; ciò che è legale diventa legittimo agli occhi della maggioranza. Nei paesi in cui è legale, assistiamo a una banalizzazione dell’eutanasia».Aiuta Renovatio 21
Una trasgressione ispirata alle logge massoniche
Qualunque cosa si possa dire, l’eutanasia è l’omicidio di una persona innocente. Come tale, è intrinsecamente sbagliata e pertanto non è mai permessa. La sua legalizzazione costituisce un ulteriore passo nella rivendicazione della libertà assoluta della persona umana, che dovrebbe poter «scegliere la propria vita, scegliere la propria morte», secondo il tema del congresso organizzato a Nizza, dal 21 al 23 settembre 1984, dall’ADMD (Associazione per il Diritto a Morire con Dignità). Questa associazione, cofondata dal dottor Pierre Simon, già Gran Maestro della Gran Loggia di Francia, e a lungo presieduta dal parlamentare (poi deputato e poi senatore) ed eminente membro del Grande Oriente di Francia Henri Caillavet, è all’origine del dibattito sull’eutanasia e sul suicidio assistito in Francia; è riuscita a imporre le proprie idee, persino il proprio vocabolario. Non dimentichiamo che il 5 maggio 2025 il Presidente Emmanuel Macron ha visitato la Gran Loggia di Francia. Nel suo discorso in quell’occasione, ha dichiarato: «La Repubblica non è solo a casa nella Massoneria. È nel suo cuore e nella sua anima. (…) La Massoneria è in prima linea nella battaglia, la battaglia che conta se vogliamo plasmare questo secolo per il bene dell’umanità». E ha accolto con favore il fatto che i Massoni abbiano l’ambizione di «rendere l’uomo libero artefice della propria vita, dalla nascita alla morte». Le logge massoniche, sostenute da importanti legami politici e mediatici, come già accaduto con la contraccezione (1967) e l’aborto (1974), si sono prese il loro tempo per portare a compimento questo sinistro progetto; ora sono vicine al loro obiettivo e festeggiano l’adozione di questa legge letale. Padre Gresland presenta il loro punto di vista: «L’uomo vuole avere potere sulla propria vita; vuole poter decidere da sé il suo valore o la sua durata. L’uomo che si fa dio proclama: “Io sono il padrone della mia vita e della mia morte, ne dispongo come voglio, ne mantengo il controllo fino agli ultimi istanti”». L’aspetto più scandaloso di questa manovra è che «medici e operatori sanitari, che sono i più direttamente colpiti, sono stati in gran parte esclusi dal processo. 800.000 di loro hanno firmato una lettera aperta su Le Figaro il 16 febbraio 2023, opponendosi all’eutanasia, ma le loro voci non contano».Iscriviti al canale Telegram ![]()
Il desiderio di essere padroni della propria vita
L’abate Gresland dà un’idea della portata del cambiamento in atto: «Il divieto di omicidio non appartiene al regno del diritto umano; deriva da una legge superiore alla volontà umana, la legge naturale, espressione della legge divina: “Non uccidere”. Questo divieto è l’unica garanzia valida e un punto di riferimento fondamentale per qualsiasi società civile. Trasgredire questo divieto costituisce quindi un cambiamento radicale. Un Paese che pretende di legiferare per eliminare i propri anziani e malati non può più rivendicare lo status di nazione civile. Dietro la cortina fumogena di parole come “libertà” o “dignità”, si sta verificando un completo capovolgimento». Contrariamente a questa ideologia, «papa Pio XII ci ha ricordato che “Dio solo è padrone della vita e dell’esistenza. L’uomo, dunque, non è padrone né possessore, ma solo usufruttuario del suo corpo e della sua esistenza”.² Arrogarsi un diritto sulla propria vita è uno dei peccati più gravi che si possano commettere. Questo desiderio di usurpare ciò che appartiene solo a Dio è luciferino». (2) La legge approvata il 15 luglio legalizza sia il suicidio assistito che l’eutanasia stessa, ovvero l’uccisione intenzionale di un paziente da parte di terzi. Tuttavia, fin dai tempi di Ippocrate, la medicina occidentale si è basata sul principio che il medico cura, allevia la sofferenza e fornisce supporto, ma non causa mai intenzionalmente la morte del paziente. Nel corso dei dibattiti parlamentari, diverse organizzazioni mediche hanno ribadito la loro opposizione a questa rivoluzione, sostenendo che quando un paziente vede un medico entrare nella sua stanza, deve essere certo che il medico sia venuto per curarlo, non per causarne la morte.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Le cure palliative messe da parte
A questa legittimazione ormai consolidata, padre Gresland si oppone la storia cristiana: «Anziché sopprimere i malati gravi, la civiltà cattolica ha perseverato nella cura dei malati, anche in circostanze estreme. Invece di lasciare morire i bisognosi soli e abbandonati, ha inventato ospedali, orfanotrofi e case di riposo. Si è adoperata affinché tutti comprendessero la propria dignità di esseri umani creati a immagine di Dio, qualunque sventura li colpisca. Li ha aiutati a presentarsi al cospetto di Dio attraverso l’aiuto della vera religione. È questo spirito che Satana vuole distruggere, lo spirito di amore più forte dell’indifferenza e di speranza più forte della disperazione umana». Inoltre, ancora oggi, l’accesso alle cure palliative rimane gravemente inadeguato in Francia. Circa venti dipartimenti sono tuttora privi di reparti specializzati e meno della metà del fabbisogno nazionale viene effettivamente soddisfatto. L’Unione delle Famiglie afferma che presto sarà più facile ottenere la morte che assicurarsi un posto in un reparto di cure palliative. Come siamo arrivati a questo punto? Padre Gresland lo spiega: «Le persone vengono indotte a credere che l’alternativa all’eutanasia sia una sofferenza atroce. E l’opinione pubblica viene manipolata attraverso i sondaggi, chiedendo alle persone se preferirebbero una sofferenza atroce o l’eutanasia. Ovviamente emerge la risposta desiderata, perché ciò che le persone vogliono è semplicemente non soffrire. Il grido di una persona malata, “Voglio morire”, non è una richiesta positiva; è prima di tutto un grido di angoscia, una supplica di aiuto. A seconda dei casi, significa: “Soffro troppo”, “Sono troppo fragile”, “Sono stanco di vivere”. Alcuni chiedono di porre fine alla propria vita a causa del loro isolamento o della paura di essere un peso per gli altri». Eppure: «La medicina oggigiorno è in grado di alleviare quasi ogni dolore fisico. È vero, però, che alcune sofferenze sono resistenti agli antidolorifici. In questi casi, si può offrire al paziente una sedazione più forte, a condizione che la morte non sia l’obiettivo immediato. Anche il dolore emotivo trova sollievo attraverso un sostegno attento e la cura di personale qualificato. Quasi invariabilmente, quando i pazienti sono ben assistiti, non chiedono più di morire. Ciò di cui le persone hanno bisogno non è aiuto per morire, ma aiuto per vivere. Alla fine della loro vita, desiderano essere accompagnate e aiutate fino all’ultimo, essere circondate da compassione e amore – un amore che, anche se non ne sono consapevoli, è un riflesso dell’amore di Dio».Sostieni Renovatio 21
Una battaglia legale che non è ancora conclusa.
Il voto del Parlamento non significa ancora che la legge entri in vigore. Come annunciato ancor prima del voto, ora dovranno essere esaminate quattro richieste presentate al Consiglio costituzionale. Il primo ministro Sébastien Lecornu, il Presidente del Senato Gérard Larcher e diversi gruppi parlamentari hanno chiesto al Consiglio di verificare la costituzionalità del testo. Se il testo verrà confermato, il Presidente della Repubblica potrà promulgarlo prima che i decreti attuativi ne specifichino i dettagli pratici di applicazione. Ma già ora il dibattito non riguarda più solo il contenuto della legge; si estende anche alle condizioni in cui il Consiglio costituzionale sarà chiamato a pronunciarsi su di essa. In un articolo d’opinione pubblicato su Le Figaro, Jean-Éric Schoettl, ex Segretario generale del Consiglio costituzionale, richiama l’attenzione su una questione raramente dibattuta: quella dell’imparzialità oggettiva dei membri del Consiglio. Non basta che la giustizia sia imparziale; questa imparzialità deve anche essere visibile e ispirare fiducia. Jean-Éric Schoettl sottolinea che diversi membri attuali del Consiglio costituzionale si erano espressi pubblicamente a favore della legalizzazione del suicidio assistito prima della loro nomina. Cita, in particolare, Alain Juppé, Jacques Mézard e Richard Ferrand, che avevano manifestato il loro sostegno a questa riforma. Al contrario, Philippe Bas si era pubblicamente opposto a una legislazione simile quando era senatore. In definitiva, però, secondo padre Gresland, entrano in gioco alcune considerazioni piuttosto discutibili dal punto di vista etico: «La legge proposta risponde anche a considerazioni utilitaristiche ed economiche. Una persona può essere sottoposta al suicidio assistito quando non è più utile. Gli anziani sono costosi, soprattutto durante l’ultimo anno di vita. È comprensibile che le compagnie di assicurazione sanitaria integrativa e i fondi pensione siano favorevoli al suicidio assistito. Ne intravedono un innegabile vantaggio finanziario». Anche gli eredi ne trarranno un grande vantaggio: il testo richiederà che i contratti di assicurazione sulla vita coprano il rischio di morte in caso di suicidio assistito, come se non si trattasse di una morte richiesta e indotta, bensì di una morte naturale. Una menzogna colossale!Iscriviti al canale Telegram ![]()
La «licenza di uccidere» riassunta in 27 punti dall’ECLJ
Grégor Puppinck, direttore del Centro Europeo per il Diritto e la Giustizia (ECLJ), analizza la proposta di legge che crea una vera e propria «licenza di uccidere». Ha individuato meticolosamente ventisette gravi problemi:- È un unico medico a decidere sull’intera procedura di eutanasia (art. 5 e 6)
- La legge non prevede alcun requisito formale in merito all’espressione della volontà di morire; essa può essere formulata per iscritto o «con qualsiasi altro mezzo di espressione adeguato alle proprie capacità» (art. 5, III).
- In pratica, è sufficiente che il medico dichiari che la persona desidera morire. Non è richiesto alcun testimone per attestare la veridicità della richiesta di morire.
- In ogni caso, il medico incontra la persona interessata da sola (articoli 5, 6 e 7).
- Questo medico può incontrare la persona per la prima volta il giorno della «richiesta» di morte; non è necessariamente il medico curante (art. 5).
- L’eutanasia è possibile per le persone sottoposte a tutela e curatela, nonché per le persone la cui capacità di discernimento è compromessa (art. 5).
- È sufficiente che la capacità di discernimento non sia «gravemente» compromessa nel momento in cui la persona deve esprimere la propria richiesta di morte (art. 6, I).
- Non è esclusa dal procedimento la persona affetta da un grave disturbo mentale, come ad esempio una tendenza al suicidio (art. 4, par. 4).
- Non è necessario che il paziente si trovi in fase terminale; una persona con ancora molti anni di vita da vivere può ottenere la morte (art. 4, par. 3).
- La persona non ha il «diritto» di ricevere cure palliative, che peraltro sono scarsamente disponibili.
- Il medico consulta due persone di sua scelta: un medico e un assistente medico o un operatore sanitario eventualmente posto sotto la sua autorità gerarchica (art. 6, II).
- La consultazione con queste due persone può avvenire tramite videoconferenza, anche senza aver incontrato il richiedente o verificato la realtà della sua richiesta di morte (art. 6, II).
- Anche se una persona sottoposta a tutela o curatela richiede un consulto con un parente, il medico può rifiutarlo (art. 6, II, par. 4).
- Il medico può prendere la decisione definitiva subito dopo la consultazione (art. 6, III).
- Il medico non è tenuto a visitare il richiedente una seconda volta (art. 6, IV e V).
- Il periodo di riflessione della persona è di soli due giorni dalla decisione del medico (art. 6, IV).
- L’intero processo può quindi essere completato in tre giorni.
- I familiari della persona non hanno il diritto di essere informati che è in corso una procedura di eutanasia (art. 6, II, par. 4 e art. 7).
- I parenti non hanno il diritto di impugnare in tribunale la decisione del medico (art. 12).
- Il medico o l’infermiere deve accertarsi che le persone vicine alla persona sottoposta a eutanasia non esercitino alcuna pressione per indurla a «rinunciare alla somministrazione della sostanza letale» (art. 9, I).
- La persona viene informata «delle modalità d’azione della sostanza letale» solo dopo aver confermato la propria richiesta di morire (art. 6, V).
- Gli obiettori di coscienza che rifiutano l’eutanasia sono tenuti a designare un altro medico che accetti di praticarla al loro posto (art. 14).
- Gli enti privati, in particolare quelli religiosi, anche se tutto il personale è obiettore di coscienza, sono obbligati ad accogliere le équipe mobili per l’eutanasia e ad accettare l’eutanasia dei propri residenti e pazienti, pena il perseguimento penale e sanzioni amministrative e pecuniarie (art. 14).
- Ai farmacisti viene negata la clausola di obiezione di coscienza e sono obbligati a preparare il veleno, pena sanzioni disciplinari (artt. 8 e 14).
- Tutti gli emendamenti volti a separare le procedure di eutanasia da quelle di prelievo di organi sono stati respinti (ad esempio, l’emendamento n. 547).
- Il «controllo» viene effettuato dopo il decesso sulla base delle sole informazioni trasmesse dal medico (art. 11 e 15).
- Il «controllo» è effettuato da una commissione composta da quattro membri provenienti da associazioni e professionisti delle scienze umane e sociali, nonché da due dottori e solo due giudici (art. 15, IV).
- L’intero costo della procedura, comprese le spese e la remunerazione, è coperto dalla Previdenza Sociale (art. 18).
- Il 10% dei francesi assume antidepressivi
- Secondo la Società francese per le cure palliative (SFAP), un milione di francesi ne hanno diritto.
- Circa venti reparti non dispongono di unità di cure palliative e meno della metà del fabbisogno di cure palliative viene attualmente soddisfatto. Inoltre, questa copertura diminuirà proporzionalmente all’invecchiamento della popolazione.
- La legalizzazione della morte anticipata consentirebbe di risparmiare circa 1,4 miliardi di euro all’anno in costi sanitari, previdenziali e pensionistici (valutazione di Fondapol, 2025).
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I vescovi di Francia sono stati truffati ancora una volta
Poche ore dopo l’adozione definitiva del testo, la Conferenza episcopale francese ha pubblicato una dichiarazione in cui i vescovi ritengono che il 15 luglio 2026 «segna una grave rottura nella storia del nostro Paese». Da diversi anni ormai, ricordano: «Abbiamo partecipato con serietà e responsabilità al dibattito sui temi del fine vita, esprimendo le nostre convinzioni e dialogando con tutti. Attingendo alla secolare esperienza della Chiesa nell’accompagnamento dei malati, dei morenti e delle loro famiglie, abbiamo voluto condividere le nostre riflessioni sulla dignità di ogni vita umana». Ma, ancora una volta, si sentono truffati: «Il Presidente della Repubblica aveva annunciato un dibattito sereno, informato e rispettoso, ma è evidente che questioni politiche, ideologiche e senza dubbio anche economiche, mascherate da parole fuorvianti, hanno prevalso su questa ambizione». È solo nell’ultima frase che compare il nome di Cristo, ben meno onorato della dignità umana e della fratellanza universale, tanto apprezzate fin dal Concilio: «I cattolici di Francia continueranno, insieme a molti altri uomini e donne di buona volontà, credenti o meno, a servire la vita. Lo faranno animati dalla ferma speranza che il Vangelo dona loro, senza spirito di rassegnazione né di scontro, convinti che la grandezza di una società non sta mai nel dare la morte ai più vulnerabili, né nel permettere loro di togliersi la vita, ma, al contrario, nell’accompagnarli, attraverso una vera fraternità, fino alla fine. Perché Cristo, in cui credono, è venuto perché il mondo abbia la vita». Tutto ciò impallidisce al confronto con il clamore della parte avversa. L’abate Gresland cita come esempio un vescovo ben più valoroso degli attuali vescovi francesi, osservando che: «L’eutanasia, tuttavia, era caduta in disgrazia dopo i processi di Norimberga. Infatti, nella Germania nazista, esisteva un programma per lo sterminio dei disabili, l’Aktion T4, in vigore tra il 1940 e il 1941, che causò migliaia di vittime. Tra le voci che si levarono contro questo programma di eugenetica di massa attuato dallo Stato, la più forte e coraggiosa fu quella del vescovo di Münster, monsignor von Galen». Questo illustre vescovo aveva previsto che una delle conseguenze dell’eutanasia sarebbe stata la brutalizzazione della società, persino all’interno delle famiglie: «Non si può immaginare la depravazione morale, la sfiducia universale che si diffonderà fino al cuore stesso della famiglia se il santo comandamento di Dio, “Non uccidere!”, che il nostro Creatore ha scritto nella coscienza dell’uomo, verrà violato, e la sua violazione tollerata e perpetrata impunemente!». Le sue parole contribuirono all’interruzione del programma nell’ottobre del 1941. La conclusione è inevitabile: «Purtroppo gli attuali vescovi francesi sono incapaci di questo tipo di linguaggio. Con la loro solita debolezza, hanno espresso deplorevolmente le loro “riserve”, le loro “esitazioni” o le loro “preoccupazioni”».Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
La Fondazione Jérôme Lejeune denuncia una società eugenetica
La Fondazione Jérôme Lejeune ha reagito con maggiore determinazione: «A seguito del voto per la legalizzazione dell’eutanasia, la Fondazione Jérôme Lejeune annuncia la continuazione con assoluta forza e determinazione della lotta contro questa legge che sancisce la morte. In prima linea nella lotta contro l’eugenetica, la Fondazione include ora questa resistenza di lunga data all’eutanasia, che minaccia la vita dei più vulnerabili, tra le priorità della sua missione di advocacy». Per la Fondazione Jérôme Lejeune, la legge sull’eutanasia segue la stessa logica di quella che, 50 anni fa, legalizzò l’aborto eugenetico, ovvero l’uccisione di bambini nell’utero materno fino al nono mese di gravidanza perché affetti da disabilità. Le prime vittime di questa nuova legge saranno tutte le persone vulnerabili, e in particolare quelle con disabilità intellettiva. La Fondazione denuncia una visione eugenetica della società, guidata da valori contrari basati su una falsa concezione di progresso, autonomia e libertà a fini utilitaristici. Secondo Jean-Marie Le Méné, presidente di questa Fondazione: «Il divieto di uccidere è un principio fondante della nostra civiltà. Ponendo la morte indotta al centro del nostro sistema sanitario, lo Stato abdica alle proprie responsabilità. Rinuncia alla sua missione primaria: proteggere i più vulnerabili. Questa è una profonda violazione del contratto sociale. I nostri politici hanno ancora una bussola morale? Contiamo sulla visita del Papa a Parigi a settembre per ribadire con forza le esigenze di questa morale naturale universale, che ci dice di non uccidere, rubare o mentire, e che quindi non riguarda solo i cattolici».L’Unione delle Famiglie contro una legge violenta
Per la Family Union, l’adozione di questa legge costituisce «un atto di violenza senza precedenti». Violenza contro i malati, «a coloro ai quali la morte viene ora offerta più facilmente delle cure mediche. Sarà più rapido ottenere un’iniezione letale che un posto letto in un centro di cure palliative o un appuntamento in un centro per la gestione del dolore. Non garantendo a tutti i mezzi per vivere con dignità fino alla fine, la nostra società sceglie di rendere la morte accessibile». Violenza contro gli operatori sanitari, quindi, «che si sono opposti in modo schiacciante a questo diritto al suicidio assistito, rifiutando questo tradimento del significato della loro professione. La morte non sarà mai cura, né tantomeno sostegno. La medicina si prende cura del paziente, lo cura, allevia la sua sofferenza e lo accompagna. L’eutanasia pone fine alla sua vita». Violenza anche contro le famiglie, «il trauma generato da un suicidio è noto, e a questo si aggiungerà il rischio di profonde divisioni tra chi sapeva e chi non sapeva, tra chi verrà visto come colpevole di non averlo impedito e gli altri». Infine, l’Unione denuncia le violenze perpetrate contro le istituzioni stesse: «Raramente una riforma sociale ha incontrato un’opposizione politica così diffusa, compresi tre rifiuti da parte del Senato, l’opposizione di quasi 400 parlamentari durante l’iter legislativo e la sua approvazione finale con pochissimi voti di scarto, nonostante questo testo rappresenti un cambio di paradigma per tutti i pazienti e gli operatori sanitari». Ma la conseguenza più preoccupante risiede nella pressione morale che ora graverà sui più vulnerabili: «Vale ancora la pena vivere la mia vita? Sono diventato un peso? I miei cari sarebbero liberati se accelerassi la mia morte? Sono troppo oneroso? Questa è l’ingiunzione che lo Stato e la società impongono oggi alla vita dei più vulnerabili tra i nostri concittadini. Una società dignitosa dovrebbe rispondere loro senza esitazione che hanno tutto il diritto di essere tra noi. Ora, invece, offre loro anche il suicidio come risposta».Alliance VITA continua la lotta
L’associazione Alliance VITA spera che il Consiglio costituzionale, quantomeno, riesca a limitare i danni: «È improbabile che il Consiglio costituzionale abroga completamente il testo che apre la strada all’eutanasia e al suicidio assistito. Tuttavia, potrebbe abrogare alcune disposizioni, ad esempio l’obbligo per le strutture sanitarie di consentire l’eutanasia o il suicidio assistito nei propri locali. Potrebbe anche esprimere riserve in merito alla sua interpretazione». Una volta promulgata la legge, è possibile un successivo controllo di costituzionalità : qualsiasi cittadino può presentare un «ricorso preliminare prioritario sulla costituzionalità» (QPC) nell’ambito di un contenzioso in corso, se ritiene che i propri diritti o libertà costituzionali siano stati violati. Osserva che: «L’annuncio dei rinvii al Consiglio costituzionale riflette i seri interrogativi e il disagio sollevati da questo testo, sia per quanto riguarda il suo contenuto sia per le condizioni della sua adozione». Dal punto di vista formale, questo rinvio giunge al termine di un processo legislativo caratterizzato da persistenti divergenze, come dimostrano i successivi rigetti del testo da parte del Senato e il progressivo assottigliamento delle maggioranze nell’Assemblea nazionale con il progredire dei dibattiti. In questo contesto, il principio di precauzione avrebbe dovuto indurre a rinviare l’adozione di questo progetto in assenza di consenso, soprattutto considerando che le disposizioni della legge Claeys-Leonetti non sono ancora pienamente attuate su tutto il territorio nazionale.Sostieni Renovatio 21
I metodi della lobby anti-vita non sono cambiati
Dalla legalizzazione dell’aborto nel 1974, i metodi impiegati dagli oppositori della morale naturale sono rimasti sostanzialmente gli stessi. Già nel 2007 (3), padre François Castel, nel tentativo di mettere in guardia contro l’eutanasia, aveva osservato che: «Cominciamo presentando un disegno di legge all’Assemblea senza alcuna speranza di approvazione, ma semplicemente per conferire all’idea una certa legittimità e avviare il dibattito. Ci adoperiamo quindi per influenzare l’opinione pubblica diffondendo disinformazione, suggerendo che l’assenza di una legge che regoli questa pratica abbia conseguenze disastrose per la società; pubblicando manifesti di sedicenti autorità morali che si battono per la legalizzazione della pratica desiderata; e sensazionalizzando alcuni casi scelti per il loro impatto emotivo. Una volta raggiunto un consenso a favore di questa pratica, il disegno di legge viene ripresentato ai membri dell’Assemblea Nazionale, che lo approvano senza problemi». Siamo qui. Contro l’insopportabile rappresentazione della sofferenza da parte dei nostri avversari, padre Denis Quigley (4) ci ricorda che è necessario presentare al mondo la vera nozione di dignità umana, così spesso fraintesa: «Uno stato insopportabile di declino fisico e mentale causato dalla malattia non compromette il rispetto della dignità della persona e non conferisce a nessuno il diritto di morire. La dignità della persona umana, infatti, non si giudica dalle sue funzioni biologiche e non si perde con la diminuzione delle capacità fisiche. “La vita terrena trova il suo senso nella vita eterna”; anche sofferente o incosciente, la persona conserva la sua dignità di essere creato a immagine e somiglianza di Dio, la dignità di “essere di eternità”. Per questo, dice Pio XII (5), “il medico deve disprezzare qualsiasi suggerimento di sopprimere la vita, per quanto fragile e umanamente inutile essa possa apparire”». Soprattutto, dobbiamo predicare, in ogni occasione opportuna e inopportuna, l’insegnamento di colui che è l’Autore della vita delle anime e dei corpi, Nostro Signore Gesù Cristo, che è l’unico che può darci la chiave per la sofferenza: «La Passione di Nostro Signore Gesù Cristo ci insegna che la sofferenza offerta a Dio, in sottomissione alla Sua volontà, ha un grande valore ai Suoi occhi. Permette al malato di espiare gli errori della propria vita, redimendo i propri peccati. Uno degli scopi del sacramento dell’infermità è, inoltre, quello di aiutarlo a sopportare la sofferenza in questo stato d’animo, anziché cercare di sfuggirle a tutti i costi. La sofferenza può anche essere meravigliosamente feconda. Dio ce lo ha insegnato attraverso l’esempio di diversi santi, come Santa Rafqa (1832-1914)». L’abate Gresland sottolinea che questo non è il momento del disfattismo, ma di una lotta strenua, ogni giorno che Dio ci concede di vivere quaggiù: «I nemici di Dio vogliono plasmare la società secondo la propria visione. Tra questi, i fautori della morte inflitta portano avanti senza sosta la loro opera di propaganda ideologica. Dobbiamo prepararci ad affrontare il mondo dopo questa legge di morte: educare le nostre menti, rafforzare le nostre coscienze e rifiutare questa volontà di morte. Affinché al Giudizio Universale, quando alcuni sentiranno dire: “Ero malato e mi avete praticato l’eutanasia”, noi possiamo sentire dal Signore: “Ero malato e mi avete visitato”». Se non per la terra, questa lotta porterà almeno frutto in Cielo. E solo questo durerà. NOTE 1) Sacerdote della Fraternità Sacerdotale San Pio X, autore della serie di articoli «La legge sull'”aiuto a morire» pubblicata nei bollettini La Couronne de Marie n°145 e 147. 2) Discorso al Congresso dei Chirurghi, 24 febbraio 1957 3) https://laportelatine.org/formation/morale/bioethique/leglise-catholique-et-leuthanasie 4) https://laportelatine.org/spiritualite/quest-ce-que-leuthanasie-par-m-labbe-denis-quigley-novembre-2015 5) Ai medici chirurghi, 13 febbraio 1945. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Eutanasia
Medico serial killer, condannato per 15 omicidi, indagato per altri 70: continua la corsa mondiale degli «Angeli della Morte»
Un medico tedesco specializzato in cure palliative è stato condannato all’ergastolo per aver ucciso almeno 15 dei suoi pazienti, mentre è ancora sotto inchiesta per oltre 70 altri decessi.
Un tribunale di Berlino ha condannato un uomo di 41 anni, identificato come Johannes M., per l’omicidio di 12 donne e tre uomini di età compresa tra i 25 e i 94 anni, avvenuto nell’arco di circa tre anni.
Secondo quanto riportato dal Courthouse News Service, la giudice Sylvia Busch ha descritto il medico come un «serial killer» in un caso «incomprensibile» e «straordinario». È sospettato di aver ucciso oltre 70 persone.
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L’uomo ha dichiarato in tribunale di ritenere di agire per il bene dei suoi pazienti, risparmiando loro «sofferenza e infermità». «Durante tutto questo periodo, ho pensato che questa fosse la cosa migliore per tutti», ha affermato.
Tuttavia, i pubblici ministeri hanno sostenuto che non avesse ucciso per un malinteso senso di compassione, bensì per una «sete di sangue», senza «alcun altro movente per uccidere queste persone se non l’atto stesso di uccidere».
Il tribunale ha accertato che l’uomo ha somministrato ai suoi pazienti un anestetico e un miorilassante che «paralizzavano i muscoli respiratori, provocando arresto respiratorio e morte nel giro di pochi minuti».
Secondo alcune fonti, avrebbe appiccato il fuoco agli appartamenti delle vittime almeno cinque volte per coprire gli omicidi. In tribunale è emerso che l’uomo ha ucciso due pazienti nello stesso giorno: l’8 luglio 2024 ha ucciso un uomo di 75 anni a Berlino e poche ore dopo ha ucciso una donna di 76 anni in un quartiere limitrofo.
All’inizio del processo, i parenti delle vittime hanno espresso il loro sgomento per i crimini del medico, come riportato dalla BBC. La madre della vittima più giovane, una donna di 25 anni, ha pianto per la perdita della figlia. «Non ha mai detto di non voler più vivere», ha affermato la madre.
Il figlio di una donna di 72 anni uccisa dal medico ha detto che sua madre aveva in programma di andare nel Mar Baltico con la sorella. «Mia madre voleva continuare a vivere», ha affermato.
Il 6 luglio, Johannes ha dichiarato in tribunale: «Sono disperato per me stesso». Ha affermato di aver compreso solo allora «la portata della sofferenza» che aveva causato e si è scusato, come riportato dal quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung.
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Johannes è solo l’ultimo sanitario tedesco condannato per «omicidio a scopo medico». L’infermiere Niels Hoegel è stato un assassino altrettanto prolifico, condannato all’ergastolo nel 2019 per aver ucciso 85 pazienti.
Alla fine dello scorso anno, un tribunale di Aquisgrana ha condannato un infermiere di cure palliative di 44 anni per 10 omicidi e 27 tentati omicidi, commessi mediante overdose di morfina, sedativi e altri farmaci, principalmente per ridurre il carico di lavoro durante i turni notturni, secondo quanto sostenuto dall’accusa.
I casi di questo tipo, tuttavia, non riguardano solo la Germania, sono un fenomeno globale che lascia intendere come la professione medica (al pari di quella militare in guerra, categorie a contatto diretto con la morte) sia di fatto infiltrata da quantità di assassini seriali con laurea medica o diploma infermieristico. Il termine criminologico con cui si etichetta questo tipo di assassini è quello di «angeli della morte».
La definizione è tratta dal soprannome con il quale è divenuto universalmente famoso il medico tedesco Josef Mengele (1911-1979), noto per la sua freddezza e per il potere di vita e di morte che aveva sugli internati del campo di concentramento nazista di Auschwitz. Gli angeli della morte sono praticamente l’unica categoria di assassini seriali le cui vittime non riflettono le loro preferenze sessuali: ciò li rende una categoria sui generis nell’ambito della criminologia dei serial killerri.
Le vittime degli angeli della morte sono i pazienti con i quali entrano in contatto. Spesso si tratta di persone in cattivo stato di salute, come anziani e malati cronici, oppure deboli, come neonati o bambini. Il modus operandi prevede in genere la somministrazione di farmaci o sostanze tossiche tramite iniezioni.
Negli Stati Uniti vi è stato il caso dell’infermiere Charles Cullen ha confessato decine di omicidi commessi tra il 1988 e il 2003 tramite la somministrazione deliberata di dosi letali di vari farmaci ospedalieri etc. Altro caso americano noto è quello di Kristen Gilbert, che utilizzava stimolanti cardiaci per indurre arresti nelle vittime.
Il medico di base britannico Harold Shipman, noto come «Dottor Morte», ha assassinato oltre 200 pazienti, principalmente anziani, utilizzando sostanze farmacologiche e falsificando testamenti, cartelle cliniche etc. Tra gli infermieri in Gran Bretagna si ricorda Beverley Allitt, che aggrediva i bambini nei reparti pediatrici manomettendo le terapie.
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Come riportato da Renovati 21, pochi anni fa si è avuto il caso di Lucy Letby, infermiera neonatale inglese che uccideva i bambini, totalizzando almeno sette vettime. La donna avrebbe tentato di ucciderne altri sei.
In Norvegia il direttore di una casa di cura, Arnfinn Nesset, è stato condannato per l’avvelenamento di 22 anziani tramite l’uso improprio di farmaci miorilassanti.
In Austria hanno operato i cosiddetti «Angeli di Lainz», quattro ausiliarie del reparto di terapia intensiva di Vienna che uccidevano i malati tramite diverse metodologie di violenza fisica e farmacologica.
In Italia si sono avuti diversi casi, con condanne definitive e pure un’assoluzione. Per il medico Leonardo Cazzaniga, ex vice-primario del pronto soccorso di Saronno, la condanna all’ergastolo è definitiva; la Corte di Cassazione ha confermato la pena per l’omicidio di diversi pazienti tramite il sovradosaggio di un cocktail letale di farmaci anestetici e sedativi. Nella storia entra anche l’amante Laura Taroni, infermiera nel medesimo ospedale di Saronno: tra i morti vi sono l’ex marito, la madre e il suocero, tutti morti a poca distanza di tempo nel medesimo nosocomio. La Cassazione nel 2022 la ha condannata a 30 anni.
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Nella vicenda dell’infermiera comasca Sonya Caleffi, arrestata nel 2004, sono state accertate 5 vittime e sospettate 18. Condannata a 20 anni, e non all’ergastolo come chiedevano i famigliari delle vittime, la donna è uscita di galera nel 2018. Il suo metodo di uccisione era l’embolia gassosa con iniezioni di aria.
La Cassazione confermò l’ergastolo per l’infermiere Angelo Stazzi, arrestato nel 2009 e ritenuto colpevole dell’omicidio di cinque anziani in una casa di riposo a Tivoli, provocato somministrando massicce dosi di insulina e psicofarmaci. Vi è, inoltre, l’omicidio di una donna, sua dopo una complessa altalena di sentenze riguardante i decessi all’ospedale. I giornali riportano che vittime sospettate sarebbero otto. Secondo quanto riportato, l’infermiere avrebbe ucciso anche il cane di uno dei pazienti della clinica.
Un altro caso recente di un’infermiera, dopo una complessa altalena di sentenze riguardante i decessi all’ospedale dove lavorava, è terminato con un’assoluzione definitiva perché il fatto non sussiste.
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Eutanasia
Il Parlamento francese approva il disegno di legge sul suicidio assistito
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