Economia
Putin offre di riaprire il rubinetto del gas ai Paesi europei. L’Europa accetterà?
Putin offre una soluzione all’Europa che sta inevitabilmente per cadere nelle tenebre della catastrofe energetica ed economica. Ma non è detto che verrà accettata.
Come riportato da Renovatio 21, rivolgendosi oggi all’annuale Settimana dell’energia in Russia, il presidente della Federazione Russa ha fatto numerose dichiarazioni rilevanti riguardo lo stato del mercato dell’energia e l’incredibile sabotaggio dei gasdotti baltici appena subito da Russia – e Europa.
«Una comunicazione così diretta e trasparente è essenziale ora, quando l’economia globale in generale, il settore dei combustibili e dell’energia sono nel mezzo, vorrei essere diretto, di una crisi acuta dovuta all’instabilità dinamica dei prezzi delle risorse energetiche, uno squilibrio tra domanda e offerta e le azioni apertamente sovversive dei singoli partecipanti al mercato, che sono guidati esclusivamente dalle proprie ambizioni geopolitiche, ricorrono a una vera e propria discriminazione nel mercato e, se ciò non funziona, semplicemente distruggere l’infrastruttura dei loro concorrenti» ha accusato Putin.
«In questo caso parlo ovviamente del sabotaggio dei gasdotti Nord Stream 1 e Nord Stream 2. Non c’è dubbio che si tratti di un atto di terrorismo internazionale, il cui scopo è minare la sicurezza energetica dell’intero continente. La logica è cinica: distruggere e bloccare le fonti energetiche a basso costo, privando così milioni di persone, consumatori industriali di gas, calore, elettricità e altre risorse e costringendoli ad acquistare tutto questo a prezzi molto più alti».
«L’attacco ai Nord Stream ha creato un precedente estremamente pericoloso, che mostra che qualsiasi pezzo critico di infrastruttura di trasporto, energia o comunicazione è minacciata, indipendentemente dalla sua posizione, gestione o se si trova sul fondo del mare o sulla terraferma».
Il presidente quindi ha fatto un’offerta vera e propria all’Europa.
«Se raggiungiamo un accordo con gli europei per la fornitura di gas attraverso il ramo sopravvissuto – e un ramo del Nord Stream 2, a quanto pare, è sopravvissuto… Sfortunatamente, non ci è permesso aiutare a ispezionare questo ramo, ma il gasdotto tiene sotto pressione. Potrebbe essere danneggiato, ma non lo sappiamo, perché, come ho detto, non ci è permesso ispezionarlo, ma c’è pressione, il che significa, a quanto pare, che è funzionante. La sua capacità è di 27,5 miliardi di metri cubi all’anno, che rappresenta circa l’8% delle importazioni di gas in Europa».
Sono parole dirette. È la via di fuga che l’Europa necessita prima di finire nel baratro della miseria energetica, del collasso economico e delle rivolte sociali alle quali tutti gli Stati dell’Unione e non solo si stanno preparando.
«La Russia è pronta per iniziare le consegne. La palla è nel campo dell’UE. Se vogliono, possono semplicemente aprire il rubinetto e basta. Ribadisco che non stiamo limitando nessuno e niente, e siamo pronti a fornire volumi aggiuntivi nel periodo autunnale e invernale».
Interessante come Putin formuli il discorso: a dover aprire il rubinetto non è la Russia, ma l’Europa. È l’Europa che lo ha chiuso: sì.
E non può passare inosservata l’offerta di far arrivare quote extra per la stagione fredda che si presume sarà devastante.
Non c’è traccia, nella stampa mainstream, dell’enorme, sincera, linearissima offerta di Putin all’Europa.
L’Europa non risponde perché, a questo punto bisogna pensarlo davvero, essa sta attuando un suicidio economico programmato. Quello è il vero fine di tutto disegno di distruzione, di cui la Russia, quindi, è solo una pedina riluttante: rendere impossibile l’accesso all’energia – cioè la Russia – per attuare la decrescita dell’Occidente.
Deindustrializzare per deumanizzare.
Economia
L’ENI ed altre compagnie petrolifere ottengono licenza di esplorazione in Libia
La Libia ha assegnato nuovi permessi di esplorazione per petrolio e gas a diverse importanti compagnie energetiche internazionali, segnando il primo round di licenze upstream nel Paese nordafricano dopo quasi vent’anni. L’iniziativa rientra negli sforzi per rilanciare il settore energetico, pilastro fondamentale dell’economia libica.
La National Oil Corporation (NOC), ente statale, ha reso noto mercoledì di aver concesso i diritti esplorativi su cinque blocchi a società tra cui la statunitense Chevron,, la QatarEnergy e la spagnola Repsol e l’italiana ENI.
I blocchi assegnati comprendono aree onshore nei bacini di Sirte e Murzuq, nonché zone offshore nel Mediterraneo, area particolarmente ricca di gas. Eni e QatarEnergy si sono aggiudicate l’Area Offshore 01, mentre un consorzio guidato da Repsol, in partnership con le ungheresi MOL e Turkish Petroleum (TPOC), ha ottenuto i diritti sull’Area Offshore 07. Chevron ha fatto ritorno in Libia ottenendo la licenza onshore S4 nel bacino di Sirte, mentre la nigeriana Aiteo si è assicurata il blocco M1 di Murzuq, come indicato nel comunicato ufficiale della NOC.
Durante la cerimonia di assegnazione svoltasi a Tripoli, il presidente della NOC, Masoud Suleman, ha sottolineato che il ritorno di grandi player internazionali rappresenta un passaggio decisivo nell’ambito del piano «Ritorno alla vita» promosso dal Governo di unità nazionale (GNU).
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La Libia possiede le maggiori riserve petrolifere accertate del continente africano, stimate in 48 miliardi di barili, pari al 41% del totale africano secondo i dati dell’Energy Information Administration statunitense aggiornati al 2024. L’ultima gara di appalto risaliva però al 2007, quattro anni prima della rivolta sostenuta dalla NATO che portò alla caduta e alla morte del leader di lungo corso Muammar Gheddafi.
Il Paese mira a portare la produzione petrolifera a circa 1,6 milioni di barili al giorno entro la fine del 2026 e a incrementare significativamente le esportazioni di gas entro il 2030: obiettivi che finora sono stati ostacolati da persistenti divisioni politiche e da episodi di violenza armata.
La Libia resta profondamente frammentata dopo la caduta di Gheddafi, divisa tra il GNU, riconosciuto dalle Nazioni Unite e con sede a Tripoli, e il rivale Governo di stabilità nazionale con base a Bengasi, nell’est del Paese.
La NOC, allineata con l’amministrazione di Tripoli, aveva lanciato il bando per l’esplorazione lo scorso anno, con la partecipazione annunciata di 37 compagnie petrolifere internazionali. Dei 20 blocchi messi a gara, solo cinque sono stati assegnati mercoledì, probabilmente a causa di divergenze sui termini contrattuali e sugli impegni di perforazione richiesti.
La storia delle attività ENI in Libia inizia ufficialmente nel 1959, quando la controllata AGIP (poi confluita in ENI) ottiene le prime concessioni esplorative in Cirenaica attraverso la CORI. Già dalla fine degli anni ’30 l’Italia aveva guardato al petrolio libico, ma è dal dopoguerra che parte l’impegno strutturato.
Negli anni Sessanta gli italiani scoprono importanti giacimenti (tra cui Bu Attifel), aggiudicandosi concessioni grazie a royalty competitive. Nel 1971, dopo la rivoluzione di Gheddafi, ENI è l’unica grande compagnia straniera a non essere nazionalizzata e a mantenere la presenza, salvando un rapporto strategico per l’Italia.
Negli anni Settanta-Ottanta si consolidano produzioni onshore e accordi di cooperazione (es. con forniture crescenti in cambio di infrastrutture nel 1974). Il vero salto avviene tra fine anni Novanta e 2000: nel 1998 si pongono le basi per il Greenstream, il gasdotto sottomarino da 520 km che dal 2004-2005 collega Mellitah (Libia) alla Sicilia, trasportando fino a 8-11 miliardi di m³/anno di gas da Wafa e Bahr Essalam.
Nel 2007-2008 arrivano i mega-accordi EPSA: contratti estesi fino al 2042 (olio) e 2047 (gas) con investimenti per circa 28 miliardi di dollari, blindati dal Trattato di Amicizia Berlusconi-Gheddafi (2008), che includeva risarcimenti coloniali.
Dopo la guerra 2011 ENI è tra le prime a rientrare (già settembre 2011 riprende produzione), mantenendo il ruolo di principale operatore internazionale di gas. Opera tramite Mellitah Oil & Gas (50% ENI – 50% NOC), produceva circa 240-300 mila boe/giorno in vari anni, resistendo a guerre civili, blocchi (El Feel, Sharara) e instabilità.
Nel 2023 ENI ha avviato nuovi progetti di sviluppo gas. Oggi resta il partner energetico più longevo e rilevante in Libia, pilastro della sicurezza energetica italiana nonostante rischi geopolitici.
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Immagine di Abdalrahem Omar Zaed via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Economia
Grecia e Malta si oppongono alle ultime sanzioni UE alla Russia
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Economia
COVID, Ucraina e dazi USA costano alla Germania 1 trilione di dollari
Secondo l’Istituto economico tedesco (IW), negli ultimi sei anni la Germania ha perso oltre 1.000 miliardi di dollari di prodotto interno lordo a causa di una serie di crisi che hanno condotto l’economia a una prolungata stagnazione.
Uno studio diffuso sabato ha individuato come cause principali la pandemia di Covid-19, il conflitto in Ucraina e le politiche tariffarie protezionistiche degli Stati Uniti.
L’Istituto ha confrontato il percorso economico ipotizzato per la Germania a partire dal 2019 – prima dell’inizio delle crisi – con una traiettoria di crescita priva di pandemie e shock geopolitici, mettendolo a confronto con l’andamento reale del PIL dal 2020 al 2025.
Il calcolo ha evidenziato un deficit di PIL corretto per l’inflazione pari a 940 miliardi di euro nel corso di sei anni. In termini di reddito per famiglia, questa cifra corrisponde a una mancata generazione di ricchezza che si traduce in una perdita superiore a 20.000 euro di valore aggiunto per ogni occupato.
Le perdite accumulate tra il 2020 e il 2022 sono state stimate in 360 miliardi di euro, in larga misura attribuibili alla pandemia di COVID-19 e aggravate, a partire dall’inizio del 2022, dal conflitto in Ucraina. La Germania, aderendo alle sanzioni occidentali contro la Russia, ha rinunciato all’energia russa a basso costo, che fino ad allora copriva il 55% delle sue importazioni di gas.
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Con il protrarsi della guerra, le perdite sono salite a 140 miliardi di euro nel 2023 e hanno superato i 200 miliardi di euro nel 2024, anno in cui la Germania ha registrato una recessione consecutiva.
Nonostante una lieve crescita dello 0,2% nel 2025, gli economisti hanno definito il periodo come «una prolungata stagnazione». L’Istituto ha calcolato per quell’anno una perdita record di produzione pari a 235 miliardi di euro, ulteriormente aggravata dalle aggressive politiche tariffarie del presidente statunitense Donald Trump.
«Il decennio in corso è stato finora segnato da shock eccezionali e da enormi costi di adeguamento economico, che hanno superato di gran lunga i livelli delle crisi precedenti», ha dichiarato il ricercatore dell’IW Michael Groemling, sottolineando che queste crisi hanno «paralizzato lo sviluppo economico».
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha riconosciuto già lo scorso anno che l’economia attraversava una «crisi strutturale», ma ha scelto di dare priorità al potenziamento militare, impegnandosi a fare dell’esercito tedesco «la forza convenzionale più potente d’Europa» di fronte alla presunta «minaccia russa», definita da Mosca «una sciocchezza».
Il suo governo ha sospeso il freno costituzionale al debito per finanziare un massiccio indebitamento e ha approvato il bilancio 2026 con una spesa record di 108,2 miliardi di euro per la difesa e 11,5 miliardi di euro in aiuti militari all’Ucraina. Merz si è inoltre impegnato a portare la spesa per la difesa al 3,5% del PIL entro il 2029, in linea con un più ampio processo di militarizzazione promosso dalla NATO.
Merz ha attribuito la crisi economica all’etica del lavoro dei tedeschi, al sistema di welfare, alle politiche dei governi precedenti e alle autorità regolatorie dell’Unione Europea. Le sue scelte politiche hanno fatto precipitare il suo indice di gradimento al minimo storico del 25% questo mese, in netto calo rispetto al 38% registrato al momento del suo insediamento nel maggio 2025.
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Immagine di Ansgar Koreng via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY-SA 4.0
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