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Papa Leone nomina al Dicastero per la Vita Consacrata sostenitori delle benedizioni gay, promotori del rito amazzonico e nemici della Messa antica

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Papa Leone XIV ha nominato oggi alcuni membri dell’ufficio vaticano che sovrintende agli ordini religiosi e alle comunità della Messa latina, tra cui alcuni cardinali che si sono opposti alla Messa tradizionale e hanno sostenuto le benedizioni per le coppie dello stesso sesso. Lo riporta LifeSite.

 

Come riportato nel bollettino della Sala Stampa della Santa Sede del 24 giugno, Leone XIV ha nominato 19 nuovi membri del Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica (DICLSAL).

 

Tra i nuovi membri ci sono cinque cardinali, cinque vescovi, quattro sacerdoti, quattro religiose e una laica.

 

Tra i cardinali si annoverano alcune figure di rilievo, tra cui:

 

 

  • Cardinale Arthur Roche: prefetto del Dicastero per il Culto Divino sotto Bergoglio, guidò l’attacco del defunto pontefice contro la Messa tradizionale e impose delle restrizioni alla stessa.

 

  • Cardinale Cristóbal López Romero: arcivescovo di Rabat che ha sostenuto le benedizioni per le coppie dello stesso sesso alla luce della Fiducia Supplicans, aggiungendo che la sinodalità è un “segno profetico” per il mondo e che gli oppositori delle sue decisioni sono «moralmente obbligati a sostenerle».

 

  • Cardinale Giorgio Marengo: il secondo cardinale più giovane e Prefetto Apostolico di Ulaanbaatar, territorio cattolico che comprende la Mongolia e che conta circa 1.000 cattolici.

 

  • Cardinale Pierbattista Pizzaballa: patriarca latino di Gerusalemme, famoso per essersi offerto come ostaggio per uno scambio nel 2023 e considerato papabile nel conclave del maggio 2025.

 

  • Cardinale Jaime Spengler: Arcivescovo di Porto Alegre e presidente della Conferenza Episcopale Brasiliana (CELA) e del Consiglio Episcopale Latinoamericano (CELAM). Spengler ha espresso pareri contrastanti sul suo sostegno al controverso rito amazzonico, pur appoggiando le benedizioni della Fiducia Supplicans per le coppie dello stesso sesso.

 

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Tra le altre nomine non cardinalizie al dicastero rientrano quelle di superiori religiosi uomini e donne, insieme a Luisa Muston, una laica che guida l’istituto secolare chiamato Missionarie degli Infermi «Cristo Speranza».

 

«È del tutto normale che i cardinali vengano nominati a vari uffici della Curia romana, in particolare per coloro che già lavorano nella Curia o che hanno occasione di recarsi a Roma più frequentemente» scrive LifeSiteNews.

 

Il 9 maggio, papa Leone XIII aveva già chiesto a tutti i dirigenti, membri e segretari della Curia di rimanere temporaneamente al loro posto fino a nuovo avviso, il che significa che un numero considerevole di cardinali è già membro del dicastero. Tuttavia i nomi contengono sempre un significato e possono evidenziare le preferenze individuate dal Pontefice regnante per particolari uffici romani.

 

Pizzaballa è considerato un membro conservatore del Collegio cardinalizio, così come Marengo, mentre altri nominati oggi dal Papa si allineerebbero maggiormente con i settori liberali o «moderati» su diverse questioni.

 

Il cardinale Roche è già noto e in vista per la sua opposizione alla messa tradizionale.

 

Spengler e Romero hanno guadagnato meno notorietà nel mondo anglofono. Romero è stato elevato all’episcopato da papa Francesco nel 2018, è stato nominato cardinale nel 2019 e ha partecipato di recente al Sinodo sulla sinodalità.

 

Dopo la Fiducia Supplicans e il clamore suscitato dalla benedizione delle coppie omosessuali, Romero si è discostato dal rifiuto del documento in tutta l’Africa, guidato dal cardinale Fridolin Ambongo.

 

Il documento sulle benedizioni alle coppie gay divenne un fatto traumatico per la chiesa mondiale, con molti teologi e prelati che chiedono a papa Leone di rilasciare un chiarimento formale del testo.

 

Anche il cardinale Spengler ha difeso Fiducia Supplicans. In un’intervista del 2023 , ha commentato che la Chiesa «non può negare» le benedizioni alle coppie dello stesso sesso, aggiungendo che la Chiesa deve «soddisfare ogni bisogno autenticamente umano».

 

 

Ancora più singolare, scrive sempre il corrispondente di LSN, è il fatto che Spengler sia stato associato al controverso «rito amazzonico» della liturgia. Creato cardinale a dicembre, Spengler ha dichiarato allo stesso LifeSiteNews in ottobre che diaconi e sacerdoti sposati potrebbero essere di aiuto per le regioni con pochi sacerdoti, aggiungendo che il rito amazzonico e l’inculturazione indigena della liturgia sono in atto in Brasile, affermando che i vescovi amazzonici locali stavano «parlando della possibilità di un rito specifico per la regione amazzonica: questo è un dato di fatto».

 

Tuttavia, lo Spengler ha anche cercato di ricollegarsi alla Chiesa universale, osservando che «d’altra parte c’è anche qualcosa che dice la seguente indicazione: oggi nella Chiesa latina abbiamo il rito romano e il rito romano deve essere inculturato nelle diverse realtà».

 

Parlando con la testata cattolica americana The Pillar a dicembre 2024, durante il concistoro, il cardinale Spengler aveva poi minimizzato l’idea di un rito amazzonico o di diaconi donne e clero sposato. Tali questioni, ha detto, «richiedono ulteriori approfondimenti».

 

Per lungo tempo, il DICLSAL è passato inosservato, fatta eccezione per coloro che desideravano rimanere aggiornati sugli affari vaticani. Ma sotto Papa Francesco, ha acquisito sempre maggiore importanza, soprattutto grazie al documento Cor Orans e Vultum Dei Quaerere, che ha introdotto un più stretto controllo vaticano sulla vita religiosa ed è stato ampiamente – sebbene spesso silenziosamente – utilizzato contro conventi e ordini religiosi noti per essere troppo tradizionalisti per i gusti delle autorità romane.

Oltre a limitare i gruppi già esistenti, un rescritto del 2022 tramite il dicastero ha impedito ai vescovi diocesani di istituire autonomamente gruppi di fedeli che intendessero trasformarsi in istituti o società religiose, in una mossa che è stata descritta come un tentativo di impedire la formazione di nuove comunità tradizionali.

 

Tra le ragioni della nuova importanza del dicastero, non ultima la controversa nomina, all’inizio di quest’anno, di una religiosa – Suor Simona Brambilla – a prefetto, anziché a cardinale. Per cercare di soddisfare il requisito canonico necessario per firmare documenti o esercitare l’autorità, il cardinale Ángel Fernández Artime SDB è stato nominato pro-prefetto.

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Poiché le restrizioni sulla messa in latino imposte di Bergoglio sono contenute nella Traditionis Custodes, il dicastero di suor Brambilla ha la responsabilità fondamentale di supervisionare gli ordini che celebrano la messa tradizionale, come la Fraternità di San Pietro (FSSP) , l’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote (CKSP) e l’Istituto del Buon Pastore (IBP) .

 

La FSSP è attualmente sottoposta a visita apostolica da parte del dicastero, dopo un incontro nel 2022 con Papa Francesco, che ha confermato le sue costituzioni e ha affermato che è esente dalle «disposizioni generali» della Traditionis Custodes. Un anno fa si disse che la visita sarebbe stata condotta da un arcivescovo progressista membro del World Economic Forum, l’arcivescovo emerito di Dublino, Diarmuid Martin.

 

L’arrivo di una figura fermamente antitradizionalista come il Cardinale Roche al dicastero sarà fondamentale per valutare l’impatto che una tale nomina avrà sul futuro di queste comunità tradizionali. Solo l’anno scorso il Cardinale Gerhard Müller osservò che «un alto rappresentante» dell’ufficio di Roche era rimasto costernato nell’apprendere della popolarità del pellegrinaggio di Chartres con Messa in latino, dovuta unicamente alla celebrazione della Messa tradizionale.

 

Da alcune settimane il dicastero ha una religiosa donna che ricopre il ruolo di segretaria, un’iniziativa accolta con favore dagli attivisti come segno della continua leadership femminile nella Chiesa sotto Leone.

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Immagine di Catholic Church of England and Wales via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0

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Il cardinale indiano Gracias contro il divieto della Messa in latino se il Concilio Vaticano II non verrà respinto

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Il cardinale Oswald Gracias, arcivescovo emerito di Bombay, ha dichiarato in un’intervista di essere contrario alle restrizioni sulla celebrazione della Messa tradizionale in latino (TLM) finché tale celebrazione non indichi un «rifiuto» del Concilio Vaticano II da parte dei fedeli. Lo riporta LifeSite.   In un’intervista rilasciata alla testata vaticanistica AdVaticanum e pubblicata il 2 novembre, il cardinale Gracias, membro chiave del Consiglio cardinalizio di Papa Francesco, ha osservato di aver permesso la celebrazione della Messa in rito tridentino in tre parrocchie di Bombay, poiché alcuni dei suoi fedeli ritenevano di poter «pregare meglio» in questa forma di celebrazione.   Il proporato indiano ha sottolineato di essere contrario al divieto di celebrare la Messa tridentina, purché ciò non implichi un rifiuto del Concilio Vaticano II. «Ho trovato alcuni laici che sentivano sinceramente di poter pregare meglio con quel rito. Non sarei favorevole a proibirne la diffusione, a patto che non indichi un rifiuto del Concilio Vaticano II. C’è valore nell’attuale approccio di maggiore apertura a questa celebrazione», ha dichiarato il cardinale alla testata.   Il prelato indico ha aggiunto che è necessario salvaguardare sia la «riforma del Concilio Vaticano II», sia il «legittimo desiderio di continuità con la tradizione liturgica della Chiesa», sia la necessità di una «genuina partecipazione attiva dei fedeli».   L’intervista di Gracias è arrivata poco più di una settimana dopo che ai pellegrini che partecipavano al Summorum Pontificum del 2026 era stato negato non solo il permesso di assistere alla Messa all’interno, ma anche di entrare in processione e pregare all’interno della Basilica di San Pietro. La scorsa settimana alcune foto diventate virali sui social media mostravano pellegrini cattolici a cui veniva fisicamente impedito di attraversare Piazza San Pietro per entrare nella Basilica.   ; La guerra del papato contro la Messa antica sembra quindi non solo continuare sotto Leone, ma perfino acuirsi. Al centro vi sono gli sforzi di alcuni membri della gerarchia, come il cardinale britannico Arturo Roche.   Come riportato da Renovatio 21, a inizio anno era emerso sulla stampa cattolica un documento riservato del Roche contro ma Messa tradizionale distribuito ai cardinali durante il Concistoro straordinario del 7 e 8 gennaio.   Le posizioni del documento del cardinale Roche contro la Messa di sempre erano state demolite dal vescovo Athanasius Schneider.   Secondo alcune voci, il Roche, prefetto del Dicastero per il Culto Divino sotto Bergoglio, fu colui che guidò l’attacco del defunto pontefice contro la Messa tradizionale e impose delle restrizioni alla stessa.   Nel 2024 il cardinale germanico Gerardo Müller aveva osservato che «un alto rappresentante» dell’ufficio di Roche era rimasto costernato nell’apprendere della popolarità del pellegrinaggio di Chartres con Messa in latino, dovuta unicamente alla celebrazione della Messa tradizionale.  

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Immagine di UK in Holy See via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC 2.0; immagine tagliata
 
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«Sbattezzo»: verso la cancellazione dai registri?

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Dichiararsi apostati non basta più ad alcuni, che ora vogliono far sparire persino la prova del proprio battesimo.

 

Si può esigere dalla Chiesa che cancelli ogni traccia di un battesimo celebrato diversi decenni prima? È la questione che dovrà risolvere la Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE), adita per una controversia che oppone la diocesi di Gand, in Belgio, a un uomo che desidera far sparire il proprio nome dai registri battesimali.

 

Il 1° ottobre 2026, l’avvocato generale della Corte, Laila Medina, ha reso delle conclusioni che hanno provocato una viva inquietudine tra i vescovi europei. Secondo lei, il diritto alla cancellazione dei dati personali, riconosciuto dal Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), può riguardare anche i registri di battesimo.

 

La Corte non ha ancora emesso la sua sentenza e le conclusioni dell’avvocato generale non la vincolano, ma la prospettiva di vedere una giurisdizione civile imporre la soppressione di iscrizioni sacramentali inquieta già.

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Un battesimo contestato davanti ai tribunali

La causa, registrata con il numero C-12/25 e nota con il nome di Bisdom Gent, trae origine dalla richiesta di un uomo battezzato cattolico durante l’infanzia. Non desiderando più appartenere alla Chiesa, ha chiesto alla diocesi di Gand la soppressione di tutti i dati personali che lo riguardano nei registri e negli archivi ecclesiastici.

 

La diocesi non ha accolto questa richiesta, preferendo conservare l’iscrizione battesimale aggiungendovi tuttavia una menzione che indica che l’interessato aveva lasciato la Chiesa. Insoddisfatto, l’uomo si è rivolto all’Autorità belga per la protezione dei dati, che gli ha dato ragione e ha ordinato la cancellazione. La diocesi ha contestato questa decisione, portando infine la giustizia belga a interrogare la CGUE.

 

Nelle sue conclusioni del 1° ottobre, Laila Medina ammette che la Chiesa può invocare motivi legittimi per conservare i propri registri, in particolare la necessità di assicurare la buona amministrazione dei sacramenti, ma ritiene che queste ragioni debbano essere bilanciate con i diritti della persona che chiede la cancellazione dei suoi dati.

 

Un simile approccio apre la via a un’ingerenza inammissibile dell’autorità civile nel governo interno della Chiesa, società perfetta e sovrana nel suo ordine, che non può vedere la conservazione dei suoi atti sacramentali sottoposta alla valutazione dei tribunali civili.

I vescovi europei danno l’allarme

La reazione della Commissione degli Episcopati dell’Unione Europea (COMECE) non si è fatta attendere. In un comunicato pubblicato il 5 ottobre, ha espresso le sue «forti preoccupazioni», avvertendo che le conclusioni dell’avvocato generale potrebbero comportare una «importante insicurezza giuridica» per le diocesi europee.

 

I vescovi contestano in particolare la messa in discussione della soluzione canonica quando una persona chiede di essere «sbattezzata»: l’inserimento di un’annotazione a margine nel registro. Questa annotazione permette di constatare ufficialmente che l’interessato ha rinnegato la fede cattolica o dichiarato la propria apostasia, senza sopprimere l’atto di battesimo stesso.

 

Per la COMECE, questa pratica costituisce una risposta adeguata, già riconosciuta in diversi sistemi giuridici europei. Permette di rispettare la volontà espressa dalla persona preservando al tempo stesso l’integrità del registro. I vescovi sottolineano soprattutto che sopprimere il nome e il cognome del battezzato equivarrebbe a privare l’iscrizione del «suo senso, il suo valore e la sua finalità».

 

Le conseguenze non riguarderebbero del resto soltanto il richiedente, poiché un atto di battesimo può contenere anche i nomi dei genitori, del padrino, della madrina e del sacerdote che ha amministrato il sacramento, senza contare il valore storico, genealogico e talvolta giuridico di questi registri.

 

La COMECE ricorda inoltre che la Chiesa deve poter organizzare la propria vita interna senza ingerenze delle autorità civili, invocando in particolare l’articolo 17 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che riconosce e rispetta lo status delle Chiese negli Stati membri.

Il Vaticano ricorda che un battesimo non si cancella

Roma aveva già preso posizione su tale questione nella primavera del 2025. In una nota datata 7 aprile e pubblicata il 17 aprile, il Dicastero per i testi legislativi ricordava che le iscrizioni dei registri battesimali non possono essere modificate o soppresse, salvo per correggere un errore di trascrizione.

 

Questa regola risponde a una necessità elementare: un registro di battesimo non è uno schedario di aderenti che si potrebbe modificare a seconda delle iscrizioni e delle disiscrizioni, ma un documento che attesta che un sacramento è stato amministrato, in una data e in un luogo determinati.

 

Ora, se un cattolico può abbandonare la pratica religiosa, rifiutare la fede o persino apostatare, non può cancellare il fatto di essere stato battezzato. La Chiesa insegna infatti che il battesimo imprime nell’anima un carattere indelebile, che nessuna decisione personale né alcuna autorità civile può sopprimere. Il sacramento non può dunque essere né annullato né reiterato.

 

I registri di battesimo svolgono inoltre un ruolo essenziale nella vita della Chiesa, poiché permettono in particolare di verificare che una persona sia stata effettivamente battezzata prima di ricevere altri sacramenti, come la confermazione, il matrimonio o l’ordine.

 

C’è qui, in ogni caso, una crudele ironia: dopo aver rivendicato, in nome della libertà religiosa del Vaticano II, la rinuncia ai privilegi della Chiesa nella società, le autorità ecclesiastiche vedono ora gli Stati trattare la Chiesa come un’associazione ordinaria, sottoposta alle stesse regole di qualsiasi organismo privato.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine su licenza Envato; modificata

 

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«Il Nome è di Dio, il Numero è del suo avversario»: profonda omelia di Ognissanti di mons. Viganò

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella Festa di Tutti i Santi

INTER SANCTOS SORS ILLORUM

Omelia nella festa di Tutti i Santi

 

Post hæc vidi turbam magnam, quam dinumerare nemo poterat,

ex omnibus gentibus, et tribubus, et populis, et linguis.

Dopo ciò vidi una moltitudine grande, che nessuno poteva contare,

di ogni nazione, tribù, popolo e lingua.

Ap 7, 9

 

Gaudete autem quod nomina vestra scripta sunt in cælis.

Rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli.

Lc 10, 20

 

Il censimento di Cesare e il libro dell’Agnello

Nella notte in cui il Verbo si fece carne, il mondo era occupato a contare: Exiit edictum a Cæsare Augusto, ut describeretur universus orbis — venne emanato un editto di Cesare Augusto perché si facesse il censimento di tutto il mondo (Lc 2, 1). Colui che è il Nome al di sopra di ogni nome fu iscritto, nel suo primo giorno di vita, tra i numeri dell’Impero. L’Impero non sapeva che cosa stesse annotando; ma Dio sapeva che, da quel giorno, un altro registro era stato aperto.
 
È di questo registro che la Santa Chiesa ci parla oggi. San Giovanni, nelle sue visioni a Patmos, ode anzitutto una cifra, centum quadraginta quatuor millia signati — centoquarantaquattromila segnati (Ap 7, 4); poi si volge, e vede turbam magnam, quam dinumerare nemo poterat, una moltitudine grande, che nessuno poteva contare (Ap 7, 9). Dio conta, ma non somma; conta chiamando per nome: Qui numerat multitudinem stellarum, et omnibus eis nomina vocat — egli conta la moltitudine delle stelle, e a tutte dà un nome (Sal 146, 4). Per questo Nostro Signore, indicando ai discepoli la ragione della loro gioia, non disse: rallegratevi perché siete numerosi, ma Gaudete autem quod nomina vestra scripta sunt in cælis — rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli (Lc 10, 20).
 
Vorrei dunque soffermarmi su un’unica antitesi, che racchiude la storia intera: quella tra il Nome e il Numero. Il Nome è di Dio, il Numero è del suo avversario; e la santità, che oggi celebriamo, non è altro che la fedeltà al primo contro la pretesa del secondo.

Il Numero della Bestia

Il Numero ha la sua logica, e l’Apocalisse la descrive con esattezza: la Bestia impone a tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, un marchio, et ne quis possit emere aut vendere, nisi qui habet characterem, aut nomen bestiæ, aut numerum nominis ejus — e che nessuno possa comprare o vendere se non chi ha il marchio, cioè il nome della Bestia o il numero del suo nome (Ap 13,17).   Non pretendo di interpretare i numeri, ma non possiamo non riconoscere in essi una logica: l’uomo ridotto a numero, registrato e identificato, e l’accesso al pane quotidiano subordinato al possesso di un marchio. È la logica di un mondo di tessere e di codici, di identità digitali e di credito sociale, in cui la persona è soltanto ciò che di essa è calcolabile, perciò controllabile.   L’Apostolo Giovanni non dice: scandalizzatevi; dice: Qui habet intellectum, computet numerum bestiæ — chi ha intelligenza, calcoli il numero della Bestia (Ap 13,18). Discerna, cioè, e non si lasci contare né segnare dal marchio della Bestia.
 
Il Numero, infatti, è l’arte propria di chi non sa creare né amare. Tutto ciò che viene da Dio è irripetibile e gratuito: non una foglia è uguale a un’altra, non un volto a un volto, perfino le stelle, perché stella enim a stella differt in claritate — una stella differisce dall’altra in splendore (1 Cor 15,41). Il Creatore non conosce lo stampo né l’imitazione. Il diavolo, che nulla ha di proprio da donare, può soltanto imitare e moltiplicare grottesche contraffazioni.   Il marchio della Bestia è identico per tutti, in dextera manu sua, aut in frontibus suis (Ap 13,16). Come non riconoscervi il nostro mondo di simulacri: identità fabbricate, comunità senza corpi e corpi deturpati, voci artificiali senza anima? Chi vive di simulacri diventa simulacro: perde il nome, e resta un numero tra tanti, con la misera illusione che il proprio anonimato assicuri di appartenere al consorzio sociale senza venirne esclusi.   Non vi sfuggirà, cari fedeli, come tanto nella società civile quanto in quella religiosa ci troviamo oggi a vivere le medesime dinamiche di segregazione, di ostracismo e di «scomunica».
 
Né vi è una terza anagrafe. Gli abitanti della terra adorano la Bestia, quorum non sunt scripta nomina in libro vitæ Agni, qui occisus est ab origine mundi — i cui nomi non sono scritti nel libro della vita dell’Agnello, che fu ucciso fin dall’origine del mondo (Ap 13,8). O si è registrati dalla Bestia, o si è iscritti nel libro della vita dell’Agnello.

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Il Nome del santo

Ma l’Apocalisse conosce anche un altro sigillo. Sul monte Sion appare l’Agnello con coloro che habentes nomen ejus, et nomen Patris ejus scriptum in frontibus suis — portano il suo nome e il nome del Padre suo scritto sulla fronte (Ap 14, 1). Due fronti: quella marchiata da un numero, e quella segnata da un Nome. E noi sappiamo quando la nostra fronte fu segnata: al fonte battesimale, quando il sacerdote, dopo averci chiesto il nome, vi tracciò la croce: Accipe signum crucis tam in fronte, quam in corde — ricevi il segno della croce, tanto sulla fronte quanto nel cuore.
 
Il mondo subordina l’individualità del singolo all’anonimato delle masse senza nome: per questo non tollera il Santo Nome di Gesù, ben sapendo che non vi è altro nome sotto il cielo, dato agli uomini, nel quale dobbiamo essere salvati (At 4, 12). Eusebio di Cesarea ricordando il martire San Sancto, diacono di Vienne, in Francia, nella persecuzione del 177, riporta come questi, tormentato e interrogato sul nome, sulla città, sulla condizione, a ogni domanda rispondeva una cosa sola, nella lingua di Roma: Christianus sum (Hist. Eccl., V, 1).   Ecco il santo: l’uomo che, interrogato dal mondo sui propri dati anagrafici, risponde identificandosi con Colui del quale porta la Croce in fronte.
 
Il santo, dunque, non è un filantropo, un pacifista o un testimonial di cause promosse dal mondo, come una nozione svuotata di santità vorrebbe farci intendere. Il Concilio di Trento insegna che i santi, regnando insieme con Cristo, offrono a Dio le proprie preghiere per gli uomini (sess. XXV): ci hanno preceduti nell’eternità e da lì continuano — nella Comunione dei Santi — ad intercedere per noi ancora peregrinanti in terra.   Il Vangelo odierno ne traccia il ritratto: nessuno dei beati figura tra i vincenti del mondo, e Nostro Signore promette la beatitudine a chi sarà perseguitato per causa Sua (Mt 5, 11). Non per una causa, non per un’ideologia: per causa Sua.

La tentazione di essere contati

Il pericolo maggiore, oggi, non è che il mondo ci conti, ma che noi desideriamo essere contati; che, cioè, accettiamo di identificarci non nell’appartenenza a Nostro Signore, dal Quale siamo stati redenti, ma nell’essere inseriti in un database; non nel portare il sigillo del Battesimo, ma nel recare sottopelle un microchip; non nell’essere riconosciuti per il nostro comportamento da buoni Cristiani, ma nel vederci identificati dalle telecamere di sorveglianza.   In un mondo che cancella l’immagine di Dio nell’uomo, il pericolo è che il Cristiano accetti di mutarsi in macchina, di meccanizzare le proprie azioni, di ibridarsi perdendo la memoria, l’intelletto e la volontà: la memoria, con la cancellazione della cultura (cancel culture); l’intelletto, con la virtualizzazione della realtà e l’intelligenza artificiale; la volontà, con l’imposizione, da parte del Leviatano globalista, di norme tanto irragionevoli quanto tiranniche.
 
Contro questa triplice mutilazione dell’uomo, nella memoria, nell’intelletto e nella volontà, la Sacra Scrittura non ci lascia privi di un’immagine né di un modello. Mentre la Bestia segna e conta, anche il Cielo segna e conta, e lo fa per primo: Nolite nocere terræ, et mari, neque arboribus, quoadusque signemus servos Dei nostri in frontibus eorum — non danneggiate la terra, né il mare, né gli alberi, finché non abbiamo segnato in fronte i servi del nostro Dio (Ap 7,3). Prima che si scateni la tribolazione, è Dio a imprimere il proprio sigillo; e soltanto allora Giovanni ode il numero dei segnati: centoquarantaquattromila. Questa cifra non va però confusa con il numero della Bestia.   Quello è numerus hominis — numero d’uomo (Ap 13,18): sei, sei, sei, imperfezione che si ripete senza mai raggiungere la pienezza del settimo giorno, la pienezza della perfezione divina. Centoquarantaquattromila, invece, secondo l’esegesi tradizionale, è la cifra della pienezza: dodici per dodici per mille, cioè la totalità del popolo eletto raccolta sotto il sigillo del suo Signore. Il numero 6-6-6 è imposto dal basso a chi lo subisce dalla Bestia; la cifra centoquarantaquattromila viene dall’alto a chi riceve il sigillo dell’Agnello. L’uno cancella il nome nell’anonimato, l’altra lo custodisce: e infatti quei centoquarantaquattromila portano scritto in fronte non un codice, ma il Nome dell’Agnello e quello del Padre Suo.
 
E chi sono costoro? Lo chiede uno dei Vegliardi al Veggente Giovanni, il quale, umilmente, rimette a lui la risposta: Hi sunt, qui venerunt de tribulatione magna, et laverunt stolas suas, et dealbaverunt eas in sanguine Agni — costoro sono quelli che vengono dalla grande tribolazione, e hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello (Ap 7, 14). Non vengono dunque dal compromesso con il mondo, ma dalla tribolazione; non hanno schivato la persecuzione, vi sono passati. E la loro candida veste non è frutto di una virtù ostentata, bensì del Sangue di Cristo, attinto ai Sacramenti: nel lavacro del Battesimo, nel tribunale della Penitenza, nel Calice del Sacrificio.   Per questo la visione del cielo mostra eos qui vicerunt bestiam, et imaginem ejus, et numerum nominis ejus — coloro che hanno vinto la Bestia, la sua immagine e il numero del suo nome (Ap 15, 2). Non la vinsero con la forza né con l’astuzia, ma così come il Libro ci rivela: ipsi vicerunt illum propter sanguinem Agni, et propter verbum testimonii sui, et non dilexerunt animas suas usque ad mortem — essi vinsero in virtù del sangue dell’Agnello e della parola della loro testimonianza, e non amarono la loro vita fino alla morte (Ap 12, 11).
 
Ecco, dilettissimi, il modello della nostra santità nei tempi escatologici che viviamo: il sigillo ricevuto nel Battesimo e custodito intatto; le vesti lavate nel Sangue dell’Agnello e mai più macchiate; la testimonianza resa fino al martirio, di coloro nel cui labbro non est inventum mendacium — non fu trovata menzogna (Ap 14, 5), mentre tutto, intorno a noi, si fa simulacro e inganno. Non ci è chiesto di essere molti, né potenti: ci è chiesto di essere segnati, di essere candidi, di essere fedeli.   Il mondo pretenderà da noi un numero; Dio ci chiama per nome, e chi risponde al proprio nome non potrà essere ridotto a numero. La Bestia può imporre il suo numero a chi glielo concede; ma nulla può imprimere – la Bestia – su chi già porta sulla fronte il Nome dell’Agnello.   Chi vince sarà vestito di bianche vesti; io non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma lo riconoscerò davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli (Ap 3,5).
 
E così sia.
 

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Immagine: William Blake (1576-1827), The Number of the Beast is 666 (1805), Rosenbach Museum and Library, Philadelphia. Immagine  di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine rielaborata
 
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