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Il cardinale Burke ha parlato con Leone per porre fine alla «persecuzione» contro la Messa tradizionale
Il cardinale Raymond Burke ha rivelato di aver già parlato con papa Leone XIV del futuro della messa tradizionale, sperando che il papa segua l’esempio di Benedetto XVI. Lo riporta LifeSite.
Rivolgendosi ai partecipanti alla conferenza per il 60° anniversario della Latin Mass Society tenutasi sabato a Londra, Burke ha parlato del suo intervento personale al nuovo papa in merito al futuro della Messa tradizionale:
«Spero che Leone XIV ponga fine all’attuale persecuzione contro i fedeli nella Chiesa che desiderano adorare Dio secondo l’uso più antico del rito romano, questa persecuzione proveniente dall’interno della Chiesa».
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«Ho già avuto occasione di esprimerlo al Santo Padre. Spero che – appena possibile – riprenda lo studio di questa questione e cerchi di ripristinare la situazione esistente dopo il Summorum Pontificum e persino di sviluppare ciò che papa Benedetto XVI aveva così saggiamente e amorevolmente legiferato per la Chiesa».
Burke, che ha parlato tramite collegamento video alla conferenza, è da molti anni noto come uno dei principali sostenitori della liturgia tradizionale. Il cardinale americano celebra regolarmente la Messa tradizionale e ogni anno offre ordinazioni nel rito tradizionale per le fraternità sacerdotali a essa dedicate, come l’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote.
NEW: Cardinal Burke says he has already spoken to Pope Leo XIV about future of Latin Mass.
“It is my hope that he will put an end to the persecution of the faithful in the Church who desire to worship God according to more ancient usage of Roman rite, this persecution from… pic.twitter.com/y2v0SSTnWG
— Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) June 14, 2025
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A seguito delle ampie restrizioni alla Messa tradizionale introdotte da Bergoglio con la Traditionis Custodes nel luglio 2021, i vescovi hanno iniziato a reprimere la proliferazione del vecchio rito. Il testo del defunto papa è stato ulteriormente rafforzato dalle restrizioni supplementari del cardinale Arthur Roche nel dicembre dello stesso anno, e ha continuato a essere applicato anche nelle ultime settimane.
Commentando la Traditionis Custodes poco dopo la sua pubblicazione, Burke la definì un’«azione severa e rivoluzionaria del Santo Padre».
«A causa della confusione sulla Traditionis Custodes – il documento stesso è problematico dal punto di vista del diritto canonico e anche della realtà teologica della sacra liturgia – e quindi diversi vescovi ritengono di dover limitare notevolmente le possibilità di celebrare la Santa Messa secondo l’usus antiquior e anche l’amministrazione degli altri sacramenti secondo l’usus antiquior» aveva detto il porporato al vaticanista Michael Haynes a inizio anno.
«Questa è causa di grande sofferenza. Non è giusta. Dobbiamo pregare affinché Nostro Signore intervenga per porre fine a questa persecuzione di cattolici devoti che semplicemente sono spiritualmente nutriti dalla forma più antica del Rito Romano» aveva continuato Burke.
I fedeli della messa tradizionale hanno espresso la speranza che Leone adotti misure per allentare le restrizioni imposte dal suo predecessore.
La loro speranza è stata alimentata dalla calorosa accoglienza riservata a Leone XIV da Burke e dal cardinale Robert Sarah, entrambi importanti sostenitori del vecchio rito.
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Il vescovo Athanasius Schneider – anch’egli relatore alla conferenza di Londra lo scorso sabato – ha chiesto a Leone XIV di abrogare completamente la Traditionis Custodes.
«Si tratta davvero di un’umiliazione, di una persecuzione di una parte dei fedeli e anche di un rifiuto dell’intera tradizione liturgia della Chiesa. Quindi, questo deve essere sanato. Deve ripristinare la completa libertà d’uso della liturgia in tutte le epoche» ha detto il vescovo kazako.
Poco dopo l’elezione del papa, circolavano online voci secondo cui Leone stesso avrebbe celebrato la messa tradizionale in qualità di cardinale; tuttavia, non sono state fornite prove concrete in merito e sono emerse anche voci contraddittorie secondo cui sarebbe stato contrario alla messa in latino, scrive LifeSite, che nota che «il papa ha anche mostrato la propria sensibilità liturgica nella prima settimana del suo pontificato. Accogliendo i pellegrini del Dicastero per le Chiese Orientali per il Giubileo, Leone li ha elogiati per il senso di “mistero” che permane nella loro liturgia, e ha espresso la speranza che tale senso possa tornare in Occidente».
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Immagine di Lucie Horníková via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
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Andate e dialogate nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo
Il 16 settembre 2026 compare sul sito della Santa Sede l’ultimo documento approvato da Papa Leone XIV e sottoscritto dai Prefetti dei Dicasteri per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, il Dialogo Interreligioso e la Dottrina della Fede. Particolarmente rilevante quest’ultimo, nella persona di Mons. Fernández, a voler sottolineare il valore dottrinale del documento.
Si tratta della Nota Un Cammino di speranza. Sessant’anni di dialogo e di fratellanza interreligiosa alla luce della Dichiarazione conciliare Nostra ætate. Titolo e sottotitolo già dicono praticamente tutto e noi ci limiteremo a qualche chiosa. Chi volesse approfondire, troverà ampi pascoli nei testi citati in calce.
La Nota ricorda che «la Dichiarazione Nostra ætate nasce dopo la seconda guerra mondiale e inizialmente non era riferita al dialogo con le altre religioni, ma si poneva come risposta alle tragiche conseguenze dell’antisemitismo culminato nella Shoah». Fu dopo l’incontro «con l’ebreo Jules Isaac [ateo e comunista, ndr], reso possibile dalla mediazione della fondatrice del Segretariato Attività Ecumeniche, Maria Vingiani», che Giovanni XXIII, «già molto sensibile a questa tematica, […] incaricò il cardinale Augustin Bea di stilare un testo conciliare volto a risanare e rinnovare la relazione tra la Chiesa e il popolo ebraico» (§ 4).
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Alla base, un errore logico
Il testo dice che le autorità della Chiesa, con Giovanni XXIII, si sono attivate per «risanare e rinnovare la relazione tra la Chiesa e il popolo ebraico» come effetto delle tragiche conseguenze dell’antisemitismo. In logica, un procedimento di questo tipo si chiama non sequitur: un errore di ragionamento in cui la conclusione non deriva in modo coerente dalle premesse.
Ci chiediamo, infatti: qual è il nesso causale che lega antisemitismo e dottrina cattolica, tale per cui la Chiesa avrebbe dovuto procedere a una «rettifica” della dottrina? Nessuno. La Chiesa si era infatti già espressa in merito condannando l’antisemitismo di matrice razziale in modo cristallino (1). Ciò che invece la Chiesa Cattolica ha sempre insegnato è un approccio di natura religiosa, che mai deve sfociare nella persecuzione fisica degli ebrei. Se ciò è avvenuto, resta una responsabilità personale dei singoli uomini coinvolti e in nessun modo è ascrivibile all’insegnamento bimillenario della Chiesa.
Il Magistero tra difesa degli ebrei e critica dell’ebraismo
Perché la dottrina cattolica sulla riprovazione degli ebrei non è rettificabile? Innanzitutto perché è insegnata esplicitamente dal Salvatore in diversi luoghi del Vangelo, ma specialmente con la parabola dei vignaioli omicidi (2), e con la sentenza: «Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare»; poi perché si fonda sulla Tradizione, a cominciare dai Padri, per finire con il consenso unanime dei teologi fino al 1960, guarda un po’ (3).
Una sintesi efficace è offerta dall’insospettabile Jean Daniélou, teologo progressista francese, molto influente al Vaticano II, ed esponente della nouvelle théologie: «Rimane questo fatto essenziale che il popolo ebraico, respingendo il cristianesimo, si è effettivamente unito alla decisione dei suoi capi contro Gesù. Infatti, poiché si rifiutava di riconoscere la divinità di Cristo, doveva considerarlo un bestemmiatore e, secondo la Legge, decretare la sua morte. Se quindi si può dire che la morte di Cristo è stata nella sua prima decisione solo un affare di alcuni capi del popolo ebraico, l’intero popolo ha poi ratificato quella decisione per la sua incredulità. Pertanto, il popolo ebraico, che possedeva la Promessa e l’Alleanza, nel giorno in cui gli fu dato l’oggetto della Promessa, lo respinse. Non diremo che questo rifiuto attribuisce a ciascun membro di questo popolo una responsabilità o una riprovazione personale. Piuttosto, crediamo che sia una misteriosa economia collettiva». (4)
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Cosa dice il giudaismo sul cristianesimo
La gerarchia ecclesiastica contemporanea, però, non ne vuole sapere, e intensifica ogni anno di più i propri non sequitur. La Nota prosegue: «Quando, in riferimento all’ebraismo, affermiamo che non possiamo fare a meno gli uni degli altri, ciò implica anche che la religiosità degli attuali ebrei – e non solo quella legata al Primo Testamento – è rilevante per i cristiani. Così si esprime Papa Francesco : “Dio continua a operare nel popolo dell’Antica Alleanza” (Evangelii Gaudium). La religiosità ebraica, infatti, può essere considerata come un effetto della Parola rivelata, sempre viva ed efficace, che essi hanno accolto, e per questa ragione si tratta di un valore attuale e dinamico, che sempre può arricchirci» (§ 13). E tanti saluti alla teologia della sostituzione.
Ma c’è di più. Attenzione alle parole: qui si dice che la «religiosità degli attuali ebrei», in quanto «effetto della Parola rivelata, sempre viva ed efficace», è «un valore attuale e dinamico, che sempre può arricchirci». Ora, chiunque abbia una conoscenza appena elementare della religiosità ebraica attuale, sa che il testo fondamentale di riferimento è il Talmud, per certi versi ancor prima della stessa Torah (cioè il Pentateuco), perché il Talmud consente di interpretare la Torah cogliendone il significato più autentico e andando anche oltre con la raccolta delle varie tradizioni ebraiche.
Senza dilungarci, basti ricordare che nel Talmud Gesù è offeso con una serie di definizioni che omettiamo solo per rispetto della decenza, e si specifica che brucerebbe all’inferno immerso in escrementi bollenti. Un altro testo necessario per la fede ebraica è Il libro della conoscenza di Maimonide, raccolta di regole e rituali, nella cui versione ebraica (5) si legge che è dovere di ogni credente di «sterminare con le proprie mani» gli infedeli (i non ebrei), tra cui «Gesù di Nazareth e i suoi discepoli, […] possa il loro nome malvagio essere estinto».
La cosa interessante è che nel testo inglese a fronte, quest’ultima invocazione anticristiana non compare, e sono perciò in grado di leggerla solo gli ebrei e i conoscitori della lingua ebraica (6). Ebbene, i fedeli cattolici (o dovremmo dire i cattolici fedeli?) lo tengano a mente, perché il papa, facendo eco a Nostra ætate, ribadisce che «il rispetto e la stima sono i fondamenti imprescindibili del dialogo interreligioso e nei rapporti con l’ebraismo» (§ 9).
Andate e… dialogate
Si aggiunge poi che «il dialogo ebraico-cristiano non può essere considerato una pratica accessoria per i cristiani, avendo come scopo soltanto di conoscere meglio l’ebraismo, oppure di coltivare rapporti diplomatici o anche solo l’amicizia con il popolo ebraico: si tratta piuttosto di prendere piena consapevolezza della propria identità originaria».
Strano, perché per due millenni la parola «dialogo» non compare neanche una volta nei documenti dei Concili, nelle encicliche o in qualunque altro angolo della predicazione cattolica (7); compare però 150 volte in questa Nota. Ce lo propinano, questo dialogo, come necessità di mezzo per sapere chi siamo nella relazione con chi bestemmia il nome di Cristo e vorrebbe vedere i cristiani estinguersi.
Meglio chiuderla qui, con un riepilogo veloce veloce sugli effetti di questa catechesi dialogante: «Il cattolico medio, diciamo il famoso “cattolico di Voghera”, ha cominciato a riflettere e a trarne le conseguenze. Se il parroco ci dice di andare a sentire la pastora valdese in parrocchia, o la invita addirittura a tenere l’omelia in chiesa durante la settimana per l’unità dei cristiani, allora significa che: 1. un prete cattolico e una pastora valdese sono la stessa cosa; 2. la Chiesa cattolica e i protestanti sono la stessa cosa; 3. la Messa cattolica e la funzione protestante sono la stessa cosa; 4. se uno è protestane, convertirsi al cattolicesimo non gli serve a niente; 5. anche le donne possono fare il prete e i preti possono sposarsi; 6. ascoltare il papa e la Chiesa non serve, basta leggere la Bibbia ogni tanto; 7. se uno non va a Messa la domenica, che male c’è? 8. Lutero aveva ragione; 9. la Chiesa aveva torto; 10. se la Chiesa aveva torto nel 1500, allora può avere torto anche oggi. Se poi l’invitato speciale è un rabbino, allora il “cattolico di Voghera” trarrà le seguenti, logiche, conseguenze: 1. ebrei e cristiani credono nello stesso Dio; 2, ebraismo e cristianesimo sono la stessa religione; 3. se uno è ebreo, convertirsi al cristianesimo non gli serve a niente; 4. andare il sabato nella sinagoga e la domenica in chiesa è la stessa cosa; 5. credere in Dio e credere in Gesù Cristo è la stessa cosa; 6. il rabbino è più colto, più preparato, più credente del mio parroco». (8)
Vincenzo Gubitosi
NOTE
1) Cfr. Decreto del Sant’Uffizio del 25 marzo 1928, in AAS 20 (1928) pp. 103-104: «Qua caritate permota Apostolica Sedes eundem populum (iudaicum) contra iniustas vexationes protexit, et quemadmodum omnes invidias ac simultates inter populos reprobat, ita vel maxime damnat odium adversus populum olim a Deo electum, odium nempe illud, quod vulgo “antisemitismi” nomine nunc significari solet» [Mossa da questa carità, la Sede Apostolica ha protetto lo stesso popolo (ebreo) dalle ingiuste persecuzioni e, come rigetta ogni invidia e inimicizia tra i popoli, così condanna in modo particolare l’odio verso il popolo una volta eletto da Dio, ovvero quell’odio che oggi comunemente viene chiamato “antisemitismo”]. Da notare che nelle recenti traduzioni di questo passo (come in OR, Io sono Giuseppe vostro fratello, 9 giugno 2020), l’espressione «populum olim a Deo electum» è resa omettendo l’avverbio olim (una volta, un tempo, in passato), appunto come conseguenza della nuova teologia sulla «irrevocabilità» dell’Antica Alleanza. Cfr., anche, Pio XI, Discorso ai collaboratori della Radio cattolica belga, 6 settembre 1938: «Notate bene che Abramo è chiamato nostro patriarca, nostro antenato. L’antisemitismo non è compatibile col pensiero e la realtà sublimi che sono espressi in questo testo. È un movimento […] al quale noi cristiani non possiamo in alcun modo partecipare. Per il Cristo e nel Cristo noi siamo la discendenza spirituale di Abramo. No, non è possibile ai cristiani partecipare all’antisemitismo. Noi riconosciamo a chiunque il diritto di difendersi, di prendere i mezzi per proteggersi contro tutto ciò che minaccia i suoi interessi legittimi. Ma l’antisemitismo è inammissibile. Noi siamo spiritualmente semiti».
2) Cfr. Mt, 21/33-46.
3) Cfr. J.-M. Gleize, Vero Israele e falso giudaismo, Edizioni Piane, Casale Monferrato 2022, in particolare pp. 90 ss.
4) Jean Daniélou, «Jésus et Israel» in Études, n. 258, luglio-agosto 1948, p. 72-73.
5) Facciamo riferimento all’edizione del 1962 pubblicata a Gerusalemme in edizione bilingue (ebraico-inglese) da Boys Town a cura di Moses Hyanson.
6) Cfr. I. Shahak, Storia ebraica e giudaismo. Il peso di tre millenni, CLS, Verrua Savoia 2006, pp. 46-47, 52-53.
7) Cfr. R. Amerio, Iota unum, Lindau, Torino 2006, pp. 323 ss.
8) A. Gnocchi – M. Palmaro, Cattivi maestri. Inchiesta sui nemici della verità, Piemme, Milano 2009, pp. 175-176.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine screenshot da YouTube
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