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La visita apostolica della Fraternità San Pietro potrebbe essere condotta da un arcivescovo progressista membro del WEF (e ammiratore di Giussani)

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La visita apostolica annunciata dalla Santa Sede alla Fraternità San Pietro (FSSP) potrebbe essere condotta da un vescovo progressista. Lo riporta la vaticanista statunitense Diane Montagna.

 

La Montagna riferisce che per la visita di esame al gruppo dedito alla Santa Messa vetus ordo sarebbero stati scelti l’arcivescovo emerito di Dublino d’Irlanda, Diarmuid Martin, e l’arcivescovo emerito di Tours di Francia, Bernard-Nicolas Aubertin.

 


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Fondata nel 1988 – cioè all’altezza delle ordinazioni episcopali di monsignor Marce Lefebvre presso la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) per i sacerdoti che desiderano celebrare la cosiddetta messa in latino in totale continuità con i desiderata vaticani, la FSSP aveva annunciato la visita alla fine di settembre in un comunicato stampa.

 

«Questa visita non nasce da problemi della Fraternità, ma ha lo scopo di far conoscere al Dicastero chi siamo, come stiamo e come viviamo, per poterci fornire l’aiuto di cui potremmo aver bisogno», aveva affermato allora il gruppo.

 

Tuttavia l’annuncio è stato visto come un segnale preoccupante di una possibile repressione della FSSP da parte di papa Francesco, poiché le precedenti visite apostoliche di comunità e clero tradizionalisti , tra cui il vescovo Joseph Strickland, i frati francescani dell’Immacolata e le carmelitani di Fairfield, si sono concluse con rimozioni e soprressioni.

 

Precedentemente sotto la competenza della Commissione Ecclesia Dei (l’ente creato da Wojtyla per i rapporti con i gruppi tradizionalisti), abolita da Francesco nel 2019, la FSSP è stata supervisionata negli ultimi tre anni dal Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, il cui prefetto è il cardinale brasiliano João Braz de Aviz. Il gruppo conta circa 370 sacerdoti e ha effettuato l’ultima visita apostolica nel 2014, scrive LifeSiteNews.

 

I leader della FSSP hanno avuto un’udienza privata con Papa Francesco in Vaticano il 29 febbraio. Hanno detto in un comunicato stampa che Francesco «ha confermato loro la specificità liturgica della Fraternità di San Pietro», ma che hanno anche condiviso «con lui le difficoltà incontrate nella sua applicazione».

 

Attualmente, il gruppo è presente in quasi 150 diocesi, celebra la messa in quasi 250 località e ha 48 parrocchie personali in tutto il mondo, insieme a due seminari, uno in Nebraska e l’altro in Germania.

 

L’arcivescovo Diarmuid Martin, che sarebbe stato scelto per la visita, in passato aveva rilasciato una serie di dichiarazioni pubbliche problematiche per chi crede nella religione cattolica.

 

Nel 2005, durante una conferenza episcopale, Martin dichiarò a The Tablet che «non si può escludere un candidato al sacerdozio semplicemente perché è gay».

 

«Dobbiamo fornire servizi di supporto a questi sacerdoti e questo comporterà aiutarli nel loro percorso personale e rassicurarli», aveva affermato l’arcivescovo Martin rispetto ai preti gay trattando della sua profonda preoccupazione per la mancanza di vocazioni nella Chiesa irlandese. «A volte i sacerdoti vivono un’esistenza molto solitaria e devono trovare la propria spiritualità e il contatto con Dio e approfondirli giorno dopo giorno».

 

Insomma: sacerdoti omosessuali contro la crisi delle vocazioni: «questo è il primo anno nella storia dell’arcidiocesi di Dublino in cui non abbiamo ordinato un sacerdote, il che è una preoccupazione importante per me. “Una comunità cristiana è costruita attorno all’Eucaristia e non puoi avere l’Eucaristia se non ordini sacerdoti».

 

Nel 2016, in un discorso in vista dell’Incontro mondiale delle famiglie del 2018, Martin ha affermato che i cattolici non devono «lasciarsi intrappolare nel tentativo di produrre definizioni della famiglia» perché diversi valori culturali significano che la famiglia «non può essere definita in modo semplice».

 

Durante la Settimana Santa e la Pasqua dell’aprile 2017, Martin aveva criticato la Chiesa per la sua «dura esclusione» e il trattamento «giudiziario» riservato alle «persone gay e lesbiche» in «vari momenti della storia, e non solo in un passato remoto».

 

Nel 2018, ha detto di essere «felice» che l’ex presidente irlandese Mary McAleese abbia citato un’osservazione che aveva fatto in precedenza durante un discorso da lei tenuto a una conferenza femminista, in cui sosteneva che i cittadini irlandesi hanno una visione negativa della Chiesa perché è un «impero di misoginia» in cui «le donne sono invisibili e senza voce nella leadership della Chiesa, nel discernimento legale e dottrinale e nel processo decisionale».

 

Nel 2019, Martin aveva criticato i pro-life irlandesi che protestavano fuori da una clinica per l’aborto. L’aborto è diventato legale nel paese grazie a una massiccia campagna finanziata da George Soros nel 2018. Molti cattolici irlandesi accusano Martin e i suoi colleghi vescovi di non essere stati più espliciti contro quella proposta, così come contro il recente voto sul «matrimonio» omosessuale. Martin ha anche precedentemente bandito dalla sua arcidiocesi un libro sull’ideologia LGBT scritto dal vescovo ausiliario di Astana Athanasius Schneider.

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Negli ultimi anni, i cittadini irlandesi hanno subito molti attacchi criminali commessi da stranieri importati nel loro paese come «rifugiati». Il giorno di Capodanno del 2019, giorno in cui l’aborto è diventato legale in Irlanda, Martin ha pronunciato un’omelia sulla Brexit e sulla cosiddetta minaccia del nazionalismo invece che sulla necessità di proteggere i cittadini irlandesi e i nascituri, divenuti specie a rischio proprio quell’anno..

 

Monsignor Martin è membro del cosiddetto «Consiglio dei 100», o C-100, un gruppo di élite del World Economic Forum. L’arcivescovo pare aver frequanto l’evento di Klaus Schwab in diverse annate.

 

Il C-100 è un’iniziativa del gruppo estremista di Davos che mira a promuovere il dialogo e la comprensione tra «il mondo islamico» e «l’Occidente».

 

Il gruppo C100 esiste in seno al WEF dal 2004, diviso tra «il mondo musulmano» e «l’Occidente», in cinque settori: politica, religione, affari, società civile/accademia e media. Il Consiglio dei 100 si riunisce in occasione degli incontri del WEF e in particolare di Davos e dell’incontro regionale del Medio Oriente (sebbene si rivolga al mondo musulmano, non al Medio Oriente in sé)

 

Il C100 è stato ispirato dall’11 settembre e dalle tensioni globali attorno a una serie di questioni dell’Islam occidentale.

 

«Sono stato a Davos diverse volte e in alcune occasioni c’è stato un vero ottimismo e in altre occasioni c’è stata una chiara ansia e preoccupazione. In questa occasione, c’è un certo livello di incertezza su tutta una serie di aree», aveva detto a Radio Vaticana l’arcivescovo irlandese durante l’edizione del Forum di Davos del 2015.

 

Come da abitudine del davosiani, l’arcivescovo già allora esprimeva scetticismo sull’attuale potere e significato della politica: «’è preoccupazione sul fatto che le nostre istituzioni politiche e i nostri partiti politici stiano facendo il lavoro che dovrebbero fare?» aveva dichiarato dalla località svizzera del raduno mondialista di Schwab.

 

In rete abbondano tributi e omelie dell’arcivescovo Martin in esaltazione di don Luigi Giussani, il fondatore di Comunione e Liberazione, definito «creativo e innovativo».

 

L’arcivescovo Martin aveva detto in un’omelia del 2019 che la sua speranza è «che nella riflessione sull’opera unica di don Giussani i membri di Comunione e Liberazione presenti siano ispirati a scoprire ulteriori iniziative per rispecchiare il grande talento di don Giussani nella mutevole situazione dell’Irlanda».

 

«L’educazione religiosa in Irlanda ha molto da imparare dall’approccio di Giussani» aveva dichiarato.

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«L’Europa è cristianesimo»: il card. Müller afferma che l’Occidente deve tornare alla fede per sconfiggere l’Islam e il globalismo

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Il cardinale Gerhard Müller ha avvertito che l’Occidente è minacciato dalla migrazione islamica e dalle élite globaliste «orwelliane» e non sopravvivrà senza un ritorno al cristianesimo. Lo riporta LifeSite.   In un saggio pubblicato da kath.net, il cardinale tedesco ha descritto in dettaglio i problemi politici e religiosi che l’Occidente si trova ad affrontare, rintracciandone le radici filosofiche nell’Illuminismo anticristiano.   Egli affermò che il mondo occidentale non può sopravvivere senza la fede cristiana perché «l’Occidente non è altro che la comunità culturale delle tribù e nazioni germaniche e slave, emerse dall’eredità dell’Impero romano d’Occidente e unite nella fede in Cristo, Figlio di Dio e Salvatore universale dell’umanità».   «Pertanto, l’Europa è il Cristianesimo nella sua sintesi con la metafisica greca e la volontà romana di ordine secondo il principio di giustizia, ovvero la volontà di dare a ciascuno il suo: suum cuique (ulpiano) o, per dirla in termini teologici, l’inviolabile dignità di ogni essere umano in quanto immagine e somiglianza di Dio».

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«Al di fuori di questa definizione, l’Europa perde la sua anima fondativa e diventa un corpo senza vita che, come un territorio senza proprietario, cade nelle mani del vicino più vicino e più forte», ha sostenuto.   Citando il defunto Papa Francesco, Müller ha affermato che «siamo già nel mezzo di una Terza Guerra Mondiale, a pezzi».   «Se consideriamo il contesto globale, vediamo guerre civili, il crollo dello stato di diritto in molti Stati, lo stato di sorveglianza orwelliano immaginato da Bruxelles (il Digital Services Act, la cancellazione burocratica delle identità nazionali), la migrazione di milioni di persone che non possono più essere integrate in Europa ma che invece creano società islamiche concorrenti, fame e povertà che colpiscono metà dell’umanità, terrorismo globale perpetrato da bande criminali e stati canaglia insieme alla criminalità organizzata, condizioni politiche instabili nelle democrazie tradizionali che cadono nelle mani delle élite globaliste con il loro progetto di un mondo unico interamente sotto il loro controllo – un mondo nuovo alla Aldous Huxley (1922)».   «Rimane in vita solo la presunzione di superiorità occidentale», scrive il cardinale Müller. «Dovremmo forse imporre il nostro secolarismo e materialismo – come ai tempi del colonialismo – come panacea al presunto arretrato Oriente e Sud, con il motto: aiuti allo sviluppo solo a condizione che vengano legalizzati i matrimoni tra persone dello stesso sesso e l’uccisione dei bambini nel grembo materno, l’eutanasia e il suicidio assistito – e tutto questo per ridurre drasticamente la popolazione a causa della protezione del clima e della scarsità di risorse materiali?»   Commentando i conflitti globali, Müller ha affermato che molti «vedono solo la lotta superficiale per le risorse e il potere».   «Ciò che conta davvero, però, è la lotta per l’anima umana», ha affermato il porporato germanico. «Solo quando riscopriremo nei nostri cuori e nelle nostre coscienze che veniamo tutti da un unico Padre celeste – e che siamo quindi fratelli e sorelle gli uni degli altri – potremo realizzare una convivenza prospera».   Ripercorrendo le radici dei problemi politici odierni e della perdita di fede in Dio, Müller ha commentato la filosofia dell’Illuminismo, che promuoveva il relativismo.   «Nella visione del mondo del secolarismo post-cristiano in Europa e Nord America, esiste l’utopia di un “umanesimo senza Dio” (Henri de Lubac). Tutte le questioni che le religioni non sono riuscite a risolvere verrebbero ora risolte dalla scienza e dalla tecnologia, nello spirito della ragione e dell’Illuminismo. E così emergerebbe un mondo senza violenza e sofferenza: un paradiso di tolleranza», ha affermato.

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«Le figure chiave dell’Illuminismo consideravano la “religione” – e con questo intendevano ovviamente il cristianesimo – con la sua inequivocabile pretesa di verità, come la fonte del fanatismo e della superstizione», ha continuato Müller. «Nella migliore delle ipotesi, un cristianesimo limitato alla morale e alla cultura, privo di una pretesa dogmatica di verità, poteva resistere alla ragione illuminista e alla scienza moderna».   «Questo quadro interpretativo si ritrova ancora oggi nella valutazione del terrorismo da parte dei cosiddetti islamisti. Questa religione deve, attraverso il potere della ragione illuminata, liberarsi dal potenziale di violenza insito nella natura di ogni religione rivelata e nella fede nell’unico Dio della verità. Solo un relativismo coerente riguardo alla questione della verità può domare e tenere sotto controllo la latente propensione alla violenza insita nel monoteismo presente nell’ebraismo, nel cristianesimo e nell’islam».   «Il prezzo del relativismo, tuttavia, è molto alto», ha sottolineato monsignor Müller. «Ciò conduce inevitabilmente a una dittatura del pensiero. Se tutti gli esseri umani non fossero più uniti nella ricerca della verità e nell’amore per essa, l’ideologia di una visione totalitaria del mondo e l’ordine sociale del “Nuovo Uomo” dovrebbero prendere il posto lasciato libero dalla coscienza della verità».   «Ma come può la ragione finita di Hegel e Marx, mortali – per non parlare dei minori “salvatori del mondo”, dallo gnosticismo al New Age – giungere a verità assolute alle quali costringono i loro simili mortali a sottomettersi attraverso il lavaggio del cervello e la violenza?», si chiede il cardinale Mullero, concludendo che «la mente umana, per sua natura finita, non riuscirà mai a unire verità e libertà senza ricorrere alla violenza».

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Leone saluta la folla mentre in Piazza San Pietro risuona l’inno omosessualista degli ABBA. E se piace anche a Putin?

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È accaduto un paio di domeniche fa. Papa Leone XIV è entrato in San Pietro, tra ali di folla, con in sottofondo un inno della sottocultura omotransessualista, Dancing Queen del gruppo svedese ABBA.

 

L’incongrua circostanza è stata notata da più parti.

 

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Dancing Queen degli ABBA è ampiamente considerata uno dei più grandi e iconici inni della comunità LGBT a livello mondiale.I motivi del successo nella cultura gay. Nonostante il testo parli semplicemente di una ragazza di 17 anni che si diverte a ballare il sabato sera, il brano ha assunto un profondo significato simbolico per diverse ragioni.

 

Il termine «Queen» (regina) ha una forte risonanza nella cultura e nel gergo della comunità omosessuale, da cui l’appellativo drag queen. La canzone celebra la gioia pura, la libertà di esprimersi e l’evasione dalla realtà attraverso il ballo, un tema centrale per una comunità omotransessualista storicamente costretta a nascondersi e che ha trovato nelle discoteche e bar gay come spazi sicuri in cui dare sfogo alla propria inclinazione disordinata..

 

 

Gli stessi membri degli ABBA hanno sempre accolto con calore e orgoglio questo status. Nel 2002, ad esempio, Anni-Frid Lyngstad (la cantante bionda del gruppo) si è esibita in una memorabile versione del brano insieme alla star svedese della comunità gay Lars-Åke Wilhelmsson (noto come Babsan) durante il Gay Pride di Stoccolma.

 

Gli ABBA sono considerati una delle più grandi icone della cultura gay globale e un punto di riferimento indiscusso per la comunità LGBT. Come avviene per Mina, Madonna, ed altre figure della cultura popolare, il loro status di icona gay non è legato a un coming out dei membri del gruppo, ma all’adozione spontanea e viscerale della loro musica e della loro estetica da parte del mondo queer fin dagli anni Settanta.

 

Lo stile visivo degli ABBA, fatto di costumi stravaganti, glitter e melodie pop orchestrali, si sposa perfettamente con l’estetica «camp» e pop amata dal mondo omotransessualista. I loro costumi iconici fatti di tutine in spandex, stivali con le zeppe, glitter, paillettes e mantelli riflettevano perfettamente il gusto teatrale ed esagerato tipico della cultura delle drag queen e delle storiche serate delle discoteche gay.

 

Tracce come Gimme! Gimme! Gimme! o Voulez-Vous sono diventate colonne sonore fisse dei locali gay, celebrando il desiderio, la libertà sessuale e l’evasione senza barriere. L’osessione tutta gay per gli ABBA è ben rappresentata in una scena del film australiano Priscilla la regina del deserto (1994), interpretato da tre celeberrimi attori degli antipodi – Terence Stamp, Hugo Weaving, Guy Pearce – nel ruolo di tre omosessuali travestiti a zonzo per l’outback australiano. In una scena, uno di tre racconta di aver raccolto un pezzo delle feci della cantante degli ABBA nel bagno di una sala concerti, e di averlo conservato in una boccetta che tiene a ‘mo di talismano.

 

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Non è chiaro chi è a capo della playlist vaticana, e quindi non è possibile sapere se si tratta di un atto di volgarità (ma perché mai la Chiesa, con il suo patrimonio musicale millenario e sublime, deve appoggiarsi sulla musica rock pure passata?), un atto di ingenuità («mettiamo questa, mi piace»), o un atto di sabotaggio e rivendicazione degli omosessuali infiltrati in grande copia in Vaticano.

 

Considerando le nomine recenti, col cardinale Fernandez, quello delle benedizioni omo della Fiducia Supplicans, che spadroneggia minacciando di scomunica i tradizionisti, diciamo che l’ultima ipotesi farebbe propendere proprio per un aumento di potere dentro le mura leonine di un Opus Gay con tutti i suoi vizi e vezzi.

 

Va detto che è stato teorizzato controintuitivamente un legame tra gli ABBA e il presidente russo Vladimir Putin. il quale nutrirebbe una grande passione personale di Putin per la musica della band svedese, unita a un celebre e bizzarro fatto di cronaca emerso nel 2009. Secondo quanto riportato, il 22 gennaio 2009 il Cremlino ingaggiò in segreto i Björn Again, una delle più famose tribute band ufficiali degli ABBA, per un concerto privato.

 

La band sarebbe stata pagata circa 20.000 sterline e portata in una località isolata sul lago Valdai (circa 300 km a nord di Mosca), circondata da imponenti misure di sicurezza e cecchini. Gli spettatori erano in tutto appena otto persone Secondo il fondatore della band Rod Stephen, Putin si scatenò ballando, applaudendo e gridando «Bravo!» sulle note di hit come Mamma Mia, Super Trouper e (eccoci qua) Dancing Queen.

 

Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, smentì ufficialmente la presenza del Presidente all’evento per proteggere la sua immagine pubblica di leader «duro», pur ammettendo che a Putin piacesse la musica degli ABBA. Il cortocircuito nella mente omosessuale, che feticizza gli ABBA e demonizza Putin nemico dell’omotransessualismo organizzato, è inevitabile.

 

Va ricordato inoltre che un altro pezzo chiaramente legato all’omosessualismo, YMCA dei Village People, è divenuto l’irresistibile colonna sonora della campagna elettorale di Donald Trump 2024, con il candidato presidente ad inventarsi anche un’iconico balletto sulle note della canzone.

 

Secondo alcuni osservatori, i Village People (i quali sembrano aver abbracciato il nuovo successo politico della canzone) rappresenterebbero i gay in una maniera psicologicamente profonda: i personaggi che portano sul palco – i poliziotto, l’indiano, il marinaio – rappresentano archetipi di figure maschie e paterne che, secondo la teoria riparativa, mancano nella psiche dell’omosessuale, il quale ne rimane angosciosamente attratto e scegli di rapportarvisi attraverso la famelica sessualità sodomitica.

 

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Predicatore sostiene che l’arcivescovo di Malta avrebbe impedito ai sacerdoti di criticare l’Islam

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Un predicatore cristiano maltese ha affermato che i sacerdoti cattolici appoggiavano privatamente le sue critiche all’Islam, ma che sarebbero stati impediti di parlare pubblicamente dall’arcivescovo Charles Scicluna. Lo riporta LifeSite.   Il 12 maggio, il predicatore cristiano Jesrit Angel Camilleri ha dichiarato in un video pubblicato su Facebook dal Partito Conservatore maltese Ahwa Maltin che diversi sacerdoti cattolici locali lo avevano contattato privatamente per lodare la sua difesa pubblica del cristianesimo e la sua critica all’Islam. Allo stesso tempo, ha affermato che non potevano esprimersi apertamente perché monsignor Scicluna avrebbe proibito tali interventi.   Le dichiarazioni di Camilleri sono state poi riprese in un articolo pubblicato il 16 maggio da un blog locale, che ha collegato le accuse a precedenti controversie riguardanti il sostegno aperto dello Scicluna all’insegnamento religioso islamico nelle scuole maltesi.  

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«Numerosi sacerdoti cattolici mi hanno contattato privatamente», ha affermato Camilleri nel video. Ha aggiunto che questi sacerdoti «volevano parlare pubblicamente, ma sarebbero stati impediti dal farlo dall’arcivescovo».   Non è stata ancora prodotta alcuna prova indipendente a sostegno dell’affermazione secondo cui ai sacerdoti sarebbe stato formalmente ordinato di non esprimersi pubblicamente contro l’Islam.   Nell’aprile del 2017, monsignor Scicluna si è mostrato aperto all’insegnamento religioso musulmano nelle scuole statali e confessionali per gli studenti musulmani. All’epoca, l’Imam Mohammed El Sadi aveva proposto che gli alunni musulmani delle scuole statali potessero ricevere un’educazione religiosa islamica in modo paragonabile all’insegnamento religioso cattolico.   Secondo un articolo pubblicato da MaltaToday il 5 aprile 2017, Scicluna ha accolto favorevolmente la proposta, affermando che l’inclusività fa parte dell’etica della Chiesa cattolica. Il giornale ha riportato che la reazione dell’arcivescovo ha sorpreso persino El Sadi in persona.   «Sono rimasto sorpreso dalla sua nobile approvazione del diritto degli studenti musulmani a studiare l’Islam nelle scuole statali», ha dichiarato El Sadi a MaltaToday all’epoca. Ha anche affermato di essere rimasto «sbalordito» dalla disponibilità di Scicluna a prendere in considerazione l’istruzione islamica per gli studenti musulmani che frequentano le scuole confessionali.   Secondo MaltaToday, la proposta ha suscitato critiche tra alcuni genitori maltesi e amministratori di scuole cattoliche. I critici sostenevano che gli istituti scolastici cattolici dovrebbero rimanere incentrati sul cristianesimo piuttosto che facilitare l’insegnamento di altre religioni. La controversia si è intensificata dopo che una petizione online che chiedeva la rimozione di Scicluna avrebbe raccolto più di 2.000 firme in otto giorni.   Lo stesso articolo del 2017 affermava che l’allora ministro dell’Istruzione maltese, Evarist Bartolo, aveva «accolto con cautela» la proposta, sottolineando tuttavia che, «come nel caso dei corsi di religione cattolica o di etica, questi insegnamenti sull’Islam sarebbero stati riservati solo a coloro che ne avessero fatto esplicita richiesta e non sarebbero stati obbligatori per tutti gli studenti».   Il Bartolo ha inoltre affermato che qualsiasi programma di studi islamici richiederebbe l’approvazione del Ministero dell’Istruzione e dovrebbe essere conforme all’ordinamento costituzionale maltese, agli standard in materia di diritti umani e ai principi democratici.

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In seguito alla controversia, Scicluna ha risposto pubblicamente affermando che la sua proposta «non ha nulla a che fare con l’Islam». Nel tentativo, a quanto pare, di placare gli animi, il Times of Malta ha riportato che Scicluna «sarebbe favorevole all’istruzione religiosa dei bambini musulmani nelle scuole confessionali, considerandola sia una questione di libertà religiosa che un diritto umano».   Scicluna è arcivescovo di Malta dal 2015. Negli anni precedenti si era fatto conoscere a livello internazionale per il suo lavoro in Vaticano sulle indagini sugli abusi del clero, prima di tornare a Malta per guidare la Chiesa locale per volontà di papa Francesco. Il dibattito sull’Islam e sull’educazione religiosa a Malta si è intensificato durante gli anni 2010, in concomitanza con i cambiamenti demografici del Paese e l’aumento dei residenti stranieri, compresa la crescita delle comunità musulmane.   Malta è diventata meta di massicci flussi migratori provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente, in quanto tappa intermedia nel percorso verso l’Europa continentale, in particolare Italia, Germania e Francia.   Come riportato da iRenovatio 21, nel 2024 l’arcivescovo maltese Scicluna offre una messa di anniversario per un gruppo LGBT.

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Immagine di Anton Zelenov via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International.  
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