Connettiti con Renovato 21

Spirito

La visita apostolica della Fraternità San Pietro potrebbe essere condotta da un arcivescovo progressista membro del WEF (e ammiratore di Giussani)

Pubblicato

il

La visita apostolica annunciata dalla Santa Sede alla Fraternità San Pietro (FSSP) potrebbe essere condotta da un vescovo progressista. Lo riporta la vaticanista statunitense Diane Montagna.

 

La Montagna riferisce che per la visita di esame al gruppo dedito alla Santa Messa vetus ordo sarebbero stati scelti l’arcivescovo emerito di Dublino d’Irlanda, Diarmuid Martin, e l’arcivescovo emerito di Tours di Francia, Bernard-Nicolas Aubertin.

 


Iscriviti al canale Telegram

Fondata nel 1988 – cioè all’altezza delle ordinazioni episcopali di monsignor Marce Lefebvre presso la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) per i sacerdoti che desiderano celebrare la cosiddetta messa in latino in totale continuità con i desiderata vaticani, la FSSP aveva annunciato la visita alla fine di settembre in un comunicato stampa.

 

«Questa visita non nasce da problemi della Fraternità, ma ha lo scopo di far conoscere al Dicastero chi siamo, come stiamo e come viviamo, per poterci fornire l’aiuto di cui potremmo aver bisogno», aveva affermato allora il gruppo.

 

Tuttavia l’annuncio è stato visto come un segnale preoccupante di una possibile repressione della FSSP da parte di papa Francesco, poiché le precedenti visite apostoliche di comunità e clero tradizionalisti , tra cui il vescovo Joseph Strickland, i frati francescani dell’Immacolata e le carmelitani di Fairfield, si sono concluse con rimozioni e soprressioni.

 

Precedentemente sotto la competenza della Commissione Ecclesia Dei (l’ente creato da Wojtyla per i rapporti con i gruppi tradizionalisti), abolita da Francesco nel 2019, la FSSP è stata supervisionata negli ultimi tre anni dal Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, il cui prefetto è il cardinale brasiliano João Braz de Aviz. Il gruppo conta circa 370 sacerdoti e ha effettuato l’ultima visita apostolica nel 2014, scrive LifeSiteNews.

 

I leader della FSSP hanno avuto un’udienza privata con Papa Francesco in Vaticano il 29 febbraio. Hanno detto in un comunicato stampa che Francesco «ha confermato loro la specificità liturgica della Fraternità di San Pietro», ma che hanno anche condiviso «con lui le difficoltà incontrate nella sua applicazione».

 

Attualmente, il gruppo è presente in quasi 150 diocesi, celebra la messa in quasi 250 località e ha 48 parrocchie personali in tutto il mondo, insieme a due seminari, uno in Nebraska e l’altro in Germania.

 

L’arcivescovo Diarmuid Martin, che sarebbe stato scelto per la visita, in passato aveva rilasciato una serie di dichiarazioni pubbliche problematiche per chi crede nella religione cattolica.

 

Nel 2005, durante una conferenza episcopale, Martin dichiarò a The Tablet che «non si può escludere un candidato al sacerdozio semplicemente perché è gay».

 

«Dobbiamo fornire servizi di supporto a questi sacerdoti e questo comporterà aiutarli nel loro percorso personale e rassicurarli», aveva affermato l’arcivescovo Martin rispetto ai preti gay trattando della sua profonda preoccupazione per la mancanza di vocazioni nella Chiesa irlandese. «A volte i sacerdoti vivono un’esistenza molto solitaria e devono trovare la propria spiritualità e il contatto con Dio e approfondirli giorno dopo giorno».

 

Insomma: sacerdoti omosessuali contro la crisi delle vocazioni: «questo è il primo anno nella storia dell’arcidiocesi di Dublino in cui non abbiamo ordinato un sacerdote, il che è una preoccupazione importante per me. “Una comunità cristiana è costruita attorno all’Eucaristia e non puoi avere l’Eucaristia se non ordini sacerdoti».

 

Nel 2016, in un discorso in vista dell’Incontro mondiale delle famiglie del 2018, Martin ha affermato che i cattolici non devono «lasciarsi intrappolare nel tentativo di produrre definizioni della famiglia» perché diversi valori culturali significano che la famiglia «non può essere definita in modo semplice».

 

Durante la Settimana Santa e la Pasqua dell’aprile 2017, Martin aveva criticato la Chiesa per la sua «dura esclusione» e il trattamento «giudiziario» riservato alle «persone gay e lesbiche» in «vari momenti della storia, e non solo in un passato remoto».

 

Nel 2018, ha detto di essere «felice» che l’ex presidente irlandese Mary McAleese abbia citato un’osservazione che aveva fatto in precedenza durante un discorso da lei tenuto a una conferenza femminista, in cui sosteneva che i cittadini irlandesi hanno una visione negativa della Chiesa perché è un «impero di misoginia» in cui «le donne sono invisibili e senza voce nella leadership della Chiesa, nel discernimento legale e dottrinale e nel processo decisionale».

 

Nel 2019, Martin aveva criticato i pro-life irlandesi che protestavano fuori da una clinica per l’aborto. L’aborto è diventato legale nel paese grazie a una massiccia campagna finanziata da George Soros nel 2018. Molti cattolici irlandesi accusano Martin e i suoi colleghi vescovi di non essere stati più espliciti contro quella proposta, così come contro il recente voto sul «matrimonio» omosessuale. Martin ha anche precedentemente bandito dalla sua arcidiocesi un libro sull’ideologia LGBT scritto dal vescovo ausiliario di Astana Athanasius Schneider.

Aiuta Renovatio 21

Negli ultimi anni, i cittadini irlandesi hanno subito molti attacchi criminali commessi da stranieri importati nel loro paese come «rifugiati». Il giorno di Capodanno del 2019, giorno in cui l’aborto è diventato legale in Irlanda, Martin ha pronunciato un’omelia sulla Brexit e sulla cosiddetta minaccia del nazionalismo invece che sulla necessità di proteggere i cittadini irlandesi e i nascituri, divenuti specie a rischio proprio quell’anno..

 

Monsignor Martin è membro del cosiddetto «Consiglio dei 100», o C-100, un gruppo di élite del World Economic Forum. L’arcivescovo pare aver frequanto l’evento di Klaus Schwab in diverse annate.

 

Il C-100 è un’iniziativa del gruppo estremista di Davos che mira a promuovere il dialogo e la comprensione tra «il mondo islamico» e «l’Occidente».

 

Il gruppo C100 esiste in seno al WEF dal 2004, diviso tra «il mondo musulmano» e «l’Occidente», in cinque settori: politica, religione, affari, società civile/accademia e media. Il Consiglio dei 100 si riunisce in occasione degli incontri del WEF e in particolare di Davos e dell’incontro regionale del Medio Oriente (sebbene si rivolga al mondo musulmano, non al Medio Oriente in sé)

 

Il C100 è stato ispirato dall’11 settembre e dalle tensioni globali attorno a una serie di questioni dell’Islam occidentale.

 

«Sono stato a Davos diverse volte e in alcune occasioni c’è stato un vero ottimismo e in altre occasioni c’è stata una chiara ansia e preoccupazione. In questa occasione, c’è un certo livello di incertezza su tutta una serie di aree», aveva detto a Radio Vaticana l’arcivescovo irlandese durante l’edizione del Forum di Davos del 2015.

 

Come da abitudine del davosiani, l’arcivescovo già allora esprimeva scetticismo sull’attuale potere e significato della politica: «’è preoccupazione sul fatto che le nostre istituzioni politiche e i nostri partiti politici stiano facendo il lavoro che dovrebbero fare?» aveva dichiarato dalla località svizzera del raduno mondialista di Schwab.

 

In rete abbondano tributi e omelie dell’arcivescovo Martin in esaltazione di don Luigi Giussani, il fondatore di Comunione e Liberazione, definito «creativo e innovativo».

 

L’arcivescovo Martin aveva detto in un’omelia del 2019 che la sua speranza è «che nella riflessione sull’opera unica di don Giussani i membri di Comunione e Liberazione presenti siano ispirati a scoprire ulteriori iniziative per rispecchiare il grande talento di don Giussani nella mutevole situazione dell’Irlanda».

 

«L’educazione religiosa in Irlanda ha molto da imparare dall’approccio di Giussani» aveva dichiarato.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di World Economic Forum via Wikimedia pubblicata su licenza Attribution-Share Alike 2.0 Generic

Continua a leggere

Gender

Mons. Viganò: una lobby di pervertiti incistata nel corpo ecclesiale vuole legittimare la sodomia anche nel Clero

Pubblicato

il

Da

Renovatio 21 pubblica il commento dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò in risposta alle parole del gesuista filo-omotransessulista James Martin. La scorsa settimana, alla domanda riguardante «gli uomini gay che sentono la vocazione al sacerdozio», Martin ha affermato che «la mia risposta… è sì».   Si tratta di una possibilità negata – in teoria, la pratica, dopo il Concilio, abbiamo capito che va in direzione opposta – dalla Chiesa e dalla sua dottrina. «Nei miei quasi 40 anni da gesuita, ho conosciuto decine di sacerdoti omosessuali celibi che hanno condotto quella che Papa Francesco ha definito una vita “buona, santa e celibe”, incarnando il messaggio di amore e misericordia di Gesù», ha scritto Martin nel suo articolo per il sito web catto-omotransessualista da lui fondato, Outreach. «Per me e per molti dei miei amici, sono stati direttori spirituali, pastori, professori e mentori».   Vi è stato un tempo in cui tutti coloro che avevano tendenze omosessuali venivano immediatamente scartati dai seminari: si apprende ora che in alcuni casi sarebbe vero il contrario, un processo di dissoluzione sacrilega sodomita che sarebbe stato filierizzato, secondo ricostruzioni, dall’ex cardinale statunitense Theodore McCarrick (1930-2025), di cui Viganò fu grande accusatore, creando una «”pipeline” omosessuale che incanalava i candidati latinoamericani vulnerabili in alcuni seminari statunitensi dove venivano sfruttati sessualmente, e successivamente ordinati come preti attivamente omosessuali in alcune diocesi americane».   Le parole di padre Martin, ad ogni modo, ricordano quelle vergate 36 anni fa da don Gianni Baget Bozzo (1925-2009), già europarlamentare per il Partito Socialista Italiano. Nell’agosto del 1990 don Baget Bozzo scrisse per il settimanale L’Espresso un articolo intitolato «Omosessuale sacerdote ideale», dove affermava che la condizione omosessuale può integrarsi nella vita sacerdotale in modo del tutto analogo a quella eterosessuale. In un’intervista del luglio del 2000 al Corriere della Sera, don Baget Bozzo si pronunciò a favore del riconoscimento delle coppie omosessuali, anche ai fini sociali ed economici.   Padre Martin fu tra i primi ad utilizzare la Fiducia supplicans per benedire una coppia omosessuale nella residenza dei gesuiti a Nuova York.   Monsignor Viganò si è scagliato più volte contro lo scandalo delle ripetute udienze concesse dagli ultimi papi a Martin e alla sua «omoeresia». Ancora due anni fa il prelato lombardo aveva accusato che «lo scopo di Bergoglio è normalizzare sodomia e perversione e distruggere il Sacerdozio».     La farneticante proposta di James Martin sj non è una boutade provocatoria, ma l’ultimo passo di una lunga serie, volta a legittimare la sodomia non solo tra i laici, ma addirittura tra il Clero.   Essa costituisce una palese e intollerabile contraddizione con la dottrina perenne di Santa Madre Chiesa, con la Sacra Scrittura che condanna senza ambiguità gli atti omosessuali come abominio contro natura (cfr. Levitico 18, 22; Romani 1, 26-27; 1 Corinzi 6, 9-10), e con il Magistero.   L’argomento addotto da James Martin — «la presenza di molti santi e sani preti gay e celibi» — è un sofisma ingannevole e una menzogna: la santità, quando è autentica, combatte le tendenze disordinate con la grazia sacramentale e l’ascesi, nell’orrore di offendere Dio con peccati detestabili.   La Santa Chiesa insegna che la sodomia è un gravissimo disordine oggettivo, non una realtà neutra o positiva. Pretendere di fondare su di essa una «apertura» all’Ordinazione implica la negazione della Legge naturale, oltre che la violazione dei Comandamenti di Dio.  

Sostieni Renovatio 21

Ordinare uomini con tendenze omosessuali radicate non solo violerebbe la norma ecclesiale, ma esporrebbe il gregge a scandali gravissimi, alimenterebbe la già diffusissima lobby gay all’interno del Clero, e offenderebbe la santità del Sacramento. Il Sacerdozio non è un diritto soggettivo né uno strumento di «inclusione» ideologica: è un dono divino che richiede piena corrispondenza alla volontà di Dio e santità di vita.   È altresì evidente che questa operazione – ampiamente sostenuta da alti esponenti della Gerarchia conciliare-sinodale e dallo stesso Prevost – serve anzitutto a sovvertire il giudizio morale sulla sodomia, facendo di un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio uno stato di elezione degno addirittura del Sacerdozio.   Insomma, qui siamo al «Cicero pro domo sua»: una lobby di pervertiti incistata nel corpo ecclesiale sta inesorabilmente conducendo la Gerarchia neomodernista a schierarsi apertamente in favore della sodomia, per vantaggio personale. Il modus operandi è sempre il medesimo: coloro che legittimano certi peccati (nella sfera religiosa) e certi reati (in quella civile) lo fanno solo perché quelli sono i peccati e i reati che costoro praticano impunemente.   I conservatori osservano – con il cinismo che li contraddistingue – che questi spropositi giungono da un gesuita notoriamente «border line», e che il Magistero non è cambiato. Fingono di non capire che James Martin è solo un giullare cui il potere lascia dire esplicitamente ciò che ha già deciso ufficiosamente di fare.  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
 
   
Continua a leggere

Spirito

«Sono interamente tuo, o Vergine Maria!»

Pubblicato

il

Da

Far sì che le persone amino Gesù nell’Eucaristia, imparando prima ad amare la Beata Vergine Maria: questo era l’intero metodo apostolico di padre Georges Bellanger. Questa semplice intuizione ha trasformato il ministero di questo sacerdote francese.

 

Padre Georges Bellanger nacque nel Nord della Francia il 24 maggio 1861, festa di Nostra Signora Aiuto dei Cristiani. Dopo un’infanzia dedicata allo studio, fu ordinato sacerdote nel giugno del 1885. Servì come sacerdote diocesano per oltre quattordici anni prima di entrare nella Congregazione dei Fratelli di San Vincenzo de’ Paoli. Ricoprì diversi incarichi, tra cui direttore spirituale in un seminario, cappellano militare e maestro dei novizi. Ecco alcuni scorci della vita di questo sacerdote dal cuore ardente.

 

Era innanzitutto un grande devoto del Santissimo Sacramento. Da adolescente, i suoi amici lo vedevano spesso trascorrere lunghe ore in chiesa a pregare davanti al tabernacolo. In seminario, con il permesso dei suoi superiori, passava gran parte della notte tra giovedì e venerdì e la mattina successiva in preghiera davanti al Santissimo Sacramento.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Quando divenne cappellano militare, desiderava che Nostro Signore occupasse il primo posto nella caserma e, a tal fine, ottenne per la sua piccola cappella il privilegio di custodire il Santissimo Sacramento.

 

«Sarebbe profondamente edificante», disse ai soldati, «vedervi tutti dirigervi verso la cappella al vostro ritorno in caserma. Vedervi inginocchiare lì, anche solo per un breve istante, e rivolgere a Dio una parola di adorazione e amore. Mi rattristerebbe essere la vostra prima stretta di mano davanti al Signore di questo luogo».

 

Ai colleghi che gli chiedevano come riuscisse a convertire così tante anime, rispondeva: «Quanto più un operaio o un soldato conduce una vita semplice e terrena, tanto più è necessario immergerlo nel soprannaturale. Innanzitutto, lo si invita a trascorrere qualche istante davanti al tabernacolo. All’inizio, può presentarsi come una guardia che non dice nulla, che non fa nulla, ma il cui atteggiamento è decoroso. Poco a poco, il suo cuore sarà riscaldato dai raggi benevoli del Sole Eucaristico, e finirà per credere con una fede concreta nella presenza reale di Nostro Signore».

 

Ma per conquistare anime a Cristo, in particolare a Gesù nell’Eucaristia, e per indurle a frequentare i sacramenti, l’abate Bellanger aveva compreso, seguendo san Luigi Maria Grignion de Montfort, che il modo migliore era quello di iniziare avvicinandole a Maria, Tesoriera di tutte le grazie.

 

Egli stesso recitava ogni giorno l’intero rosario. Diceva: «Il mio rosario è il mio termometro spirituale, e sento che il diavolo fa di tutto per impedirmi di recitare questa preghiera alla quale, sento, è legata la mia salvezza eterna. Che la devozione del santo rosario ci pervada. Il mio ultimo rosario prima di addormentarmi è la Messa della sera».

 

Quando si fece religioso, scelse come motto:«Tuus sum ego, Virgo Maria», «Tutto tuo, o Vergine Maria».

 

L’influenza di padre Bellanger si fece sentire fin dai primi anni del suo sacerdozio. Un giorno, il superiore del seminario minore in cui padre Bellanger alloggiava stava attraversando un cortile dell’istituto con un suo amico sacerdote.

 

«Guarda quel piccolo storpio», disse, «non lo darei nemmeno per il suo peso in oro. Ascolta le confessioni di metà dei miei seminaristi, e non immagineresti mai il bene che fa ai suoi penitenti. Perciò gli mando più studenti possibile. Quando uno studente va da lui, sono perfettamente tranquillo e non devo preoccuparmi del suo comportamento o della sua guida. Se la casa sta andando così bene, lo attribuisco in gran parte a lui».

 

Uno dei ministeri più importanti di Padre Bellanger fu quello svolto tra i soldati. Il loro ambiente era ben lontano da quello cristiano. Molti giovani non erano battezzati e quasi tutti quelli che lo erano avevano abbandonato ogni pratica religiosa. A questi soldati, il pio sacerdote cercò innanzitutto di trasmettere il suo amore sconfinato e la sua fiducia nella Beata Vergine Maria.

 

«Il soldato fedele al Rosario sarà fedele ai sacramenti del Signore». Ben presto, quasi ogni soldato in caserma aveva un rosario e molti iniziarono a recitarlo quotidianamente. Alcuni crearono persino una piccola lega il cui scopo era recitare Ave Maria nei mille momenti liberi della giornata per la conversione dei soldati.

Iscriviti al canale Telegram

Un giorno, padre Bellanger raccomandò ad alcuni di loro la conversione e il battesimo di un loro compagno. Risposero all’unisono: «Cappellano, vale davvero la pena passare la notte a recitare il rosario…».

 

Un soldato scrisse alla sua famiglia: «Da quando ho imparato ad amare il Rosario, le mie ore migliori sono quelle di guardia. Con il fucile in una mano e il rosario nell’altra, trovo che le ore siano troppo brevi».

 

Maria conduce sempre a Gesù!

 

«Circa un anno dopo la fondazione dell’opera militare», osservò il cappellano, «cominciammo a recitare solennemente il Santo Rosario ogni giovedì sera davanti al Santissimo Sacramento esposto, ma ben presto l’adorazione e il Rosario furono aggiunti durante tutta la notte, ogni settimana. Da cinquanta a sessanta soldati venivano, in gruppi di quindici o venti, per recitare a turno il Santo Rosario».

 

A poco a poco, la Santa Comunione divenne sempre più frequente tra molti soldati.

 

Padre Bellanger era convinto che uno dei modi principali per onorare Dio fosse onorare Sua Madre. Per questo motivo compiva quasi tutti i suoi atti di devozione alla Beata Vergine in presenza del Santissimo Sacramento. Spesso, recitando il Rosario davanti al tabernacolo, diceva: «Rallegriamo il Cuore di Nostro Signore salutando Sua Madre centocinquanta volte, ripetendo il suo nome che Gli è così caro».

 

La predicazione del cappellano militare era molto apprezzata. Non improvvisava mai. Preparava i suoi sermoni con cura. Spesso sedeva davanti al tabernacolo, pensando a coloro che desiderava convertire, e li raccomandava a Nostro Signore e alla Beata Vergine. «Vorrei arrivare al punto in cui non sono più io a predicare e ad agire, ma la Beata Vergine», diceva umilmente.

 

Ordinato sacerdote vincenziano nel 1900, padre Bellanger ricevette ben presto l’incarico di maestro dei novizi. Come già fatto con i suoi soldati, condusse coloro che gli erano affidati a un grande amore per Maria e Gesù nell’Eucaristia.

 

I superiori del monastero notarono ben presto che la cappella non era mai vuota, se non durante le lezioni. I giovani monaci presero l’abitudine di chiedere regolarmente il permesso di trascorrere del tempo nella cappella durante il giorno e persino la sera o la notte. Dal canto suo, il maestro dei novizi lavorava instancabilmente, desideroso di essere “sfinito”, come diceva lui stesso, pur di conquistare anime a Dio.

 

La sua comunità, perseguitata dalle leggi anticlericali del 1901, fu costretta all’esilio a Tournai, in Belgio. Padre Bellanger non vi rimase a lungo. Affetto da tubercolosi, i suoi superiori lo mandarono a Moulle, dalla sua famiglia, per fargli respirare l’aria fresca della sua terra natale. Ma la sua malattia peggiorò.

 

Il 16 agosto 1902 ricevette l’estrema unzione e rinnovò i voti. Le sue ultime parole furono rivolte alla famiglia riunita al suo capezzale: «Sto sacrificando la mia vita affinché possiate tutti andare in Paradiso. Sapete che ho sempre amato moltissimo la Beata Vergine; ebbene, vi raccomando di fare lo stesso e di recitare il rosario ogni giorno della vostra vita…».

 

Poco dopo, il servo di Maria si spense serenamente, quel sabato, il giorno dopo l’Assunzione, al suono dell’Angelus serale. Aveva quarantun anni.

 

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Courrier des Croisés n. 274, ottobre 2021.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine da FSSPX.News

Continua a leggere

Spirito

Il futuro papa Leone XIV abbracciò la sinodalità e la leadership femminile quando era vescovo in Perù

Pubblicato

il

Da

Un nuovo rapporto pubblicato questa settimana dall’eterodosso National Catholic Reporter (NCR), che include interviste a membri della diocesi di Chiclayo, in Perù, offre nuovi dettagli su come l’allora vescovo Robert Prevost, futuro papa Leone XIV, abbia messo in pratica la sinodalità e accolto le donne in ruoli di leadership durante il suo mandato di ordinario. Lo riporta LifeSite.   Il reportage del 21 luglio riferiva che, al suo arrivo a Chiclayo nel 2014, inizialmente come amministratore apostolico della diocesi, sette anni prima che il Vaticano avviasse il Sinodo sulla Sinodalità, Prevost cercò di ricomporre una diocesi profondamente divisa costituendo un «gruppo di animazione pastorale diocesana» che sarebbe poi divenuto noto con l’acronimo spagnolo EDAP. Questo gruppo, in seguito definito un «laboratorio sinodale», era formato da sacerdoti, religiosi e laici che si spostavano attraverso la diocesi per ascoltare le necessità di ogni parrocchia, prestando particolare attenzione alla prospettiva dei laici.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

A Chiclayo, ecclesiastici e laici hanno spiegato a NCR come il vescovo Prevost si concentrasse sull’«ascolto» del punto di vista dei laici e difendesse addirittura la possibilità per le donne di guidare le commissioni sinodali.   «A quel tempo, monsignor Robert (Prevost) parlò di “corresponsabilità del laico”», ha dichiarato a NCR Luis Antonio Zapata, un catechista laico che è entrato a far parte dell’EDAP nel 2018. Ha aggiunto che Prevost affermava: «I sacerdoti sono occupati con i loro compiti, coinvolgete più laici, perché i laici sono i più indicati per raggiungere altri laici».   Padre Elmer Uchofen, un sacerdote che ha contribuito a guidare il processo sinodale della diocesi, ha evidenziato che il vescovo Prevost parlava spesso e poneva l’accento sull’«incontro» e sull’«ascolto» dei fedeli. Prevost «ci ha parlato dell’incontro, della necessità di ascoltare per poi capire quale strada intraprendere», ha detto il sacerdote.   «Il suo modo di essere è stato di grande aiuto, perché era un vescovo che sapeva ascoltare ed essere paziente», ha aggiunto. «Si sedeva nei gruppi e ascoltava le persone, tutti: i sacerdoti, i laici, coloro che si stavano un po’ allontanando o che si erano allontanati dalla Chiesa. In questo senso, era un vero pastore».   Di fatto, sin dalla sua elezione a 267° pontefice lo scorso anno, Leone ha più volte ribadito, in continuità con il suo predecessore Papa Francesco, la convinzione che la Chiesa debba essere una «Chiesa sinodale», a partire dalle sue prime dichiarazioni da pontefice.   «A tutti voi, fratelli e sorelle di Roma, d’Italia, di tutto il mondo, vogliamo essere una Chiesa sinodale, una Chiesa che cammina, una Chiesa che cerca sempre la pace, che cerca sempre la carità, che cerca sempre di essere vicina specialmente a chi soffre», ha detto il papa neoeletto dalla loggia.

Iscriviti al canale Telegram

In una lunga intervista rilasciata lo scorso autunno alla corrispondente di Crux, Elise Ann Allen, per una biografia successivamente pubblicata, Leone ha ulteriormente sottolineato la continuità con Bergogliosulla sinodalità e su altre questioni fondamentali, osservando come il periodo trascorso in Perù abbia consolidato il suo legame con la visione del defunto pontefice argentino.   «Credo che il periodo trascorso in Perù sia stato significativo sia per il mio legame con papa Francesco, sia per la mia comprensione di parte della visione che Papa Francesco aveva per la Chiesa, e di come possiamo continuare a portarla avanti in termini di una vera visione profetica per la Chiesa oggi e domani», ha detto Leone.   In merito alla sinodalità, Leone è stato chiaro nell’affermare che il «processo iniziato ben prima dell’ultimo sinodo» deve proseguire.   «Credo ci siano grandi speranze se riusciamo a continuare a costruire sull’esperienza degli ultimi due anni e a trovare modi per essere Chiesa insieme», ha affermato.   Gladys Calderón, una laica membro dell’EDAP e coinvolta anche nel Rinnovamento Carismatico della diocesi, ha raccontato come Prevost si fosse mostrato più aperto nei confronti dei membri del loro movimento rispetto al suo predecessore.   «Come movimento, ci consideravamo a una certa distanza dalla diocesi, perché in quanto movimento carismatico abbiamo un modo particolare di vivere (la fede), ma monsignor Roberto ha scosso questa struttura e ci ha coinvolti nel cammino comune», ha dichiarato a NCR. «Siamo diventati più uniti, più integrati nella diocesi, condividendo i nostri diversi carismi: è stata una bellissima esperienza di costruzione dell’unità».   Un’altra laica, Birgit Weiler, teologa presso la Pontificia Università Cattolica del Perù, ha evidenziato come Prevost avesse consentito a diverse donne di guidare gruppi che offrivano «formazione sinodale» nelle parrocchie e avesse persino difeso questa scelta nonostante le resistenze di alcuni sacerdoti.   «Non tutti i parroci erano così contenti quando è arrivata una commissione guidata da una donna», ha detto Weiler, aggiungendo che Prevost «ha appoggiato pienamente le donne».

Aiuta Renovatio 21

Prevost «Prevost ha detto: “Sono preparate tanto quanto gli uomini e questa commissione è guidata da una donna, punto e basta”», ha affermato.   Come già avvenuto con l’enfasi sulla sinodalità, il desiderio del futuro Papa Leone di vedere le donne assumere ruoli di leadership sembra essersi protratto anche durante il suo pontificato.   Nel mese di giugno, il pontefice ha nominato Maria Montserrat «Montse» Alvarado, attualmente presidente e direttrice operativa di EWTN News, come prossima prefetta del dicastero per la comunicazione e prima donna a guidare un ufficio della Curia romana.   Leone ha inoltre confermato suor Simona Brambilla nel suo ruolo di Prefetta del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica e l’ha nominata al Dicastero Episcopale. Il Pontefice ha anche confermato suor Raffaella Petrini e María Lía Zervino, già presidente dell’Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminili Cattoliche, nei loro incarichi in questo importante dicastero.    

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di Diario La Industria – Chiclayo via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported
Continua a leggere

Più popolari