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Pandemia e libertà tra Occidente e Oriente slavo: osservazioni

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Renovatio 21 pubblica l’intervento del nostro collaboratore Nicolò Ghigi al convegno della commissione Dubbio e Precauzione (DuPre) del 24 maggio «Viva le catene? L’autoritarismo del presente e il futuro della “libertà”»

 

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Nel 1890 un giovane sacerdote cattolico intransigente, don Giacomo Pastori, pubblicava a Genova ne Il Canzoniere di un clericale sotto lo pseudonimo di Leonzio Piper una spiritosa lirica, fortemente critica nei confronti dell’Unità d’Italia di cui il cattolicesimo radicale e ultramontano era stato fermo oppositore.

 

Il tema principale della poesia è sostanzialmente così riassumibile: l’Italia, nazione artefatta dalle logge massoniche, a confronto della fierezza delle molte nazioni preunitarie, è qualcosa di smorto, che non ha identità, non ha spirito, non ha valore, è come fatta di sasso, immobile a subire ogni angheria da parte delle altre nazioni che l’hanno costruita, soprattutto gl’Inglesi.

 

Leggiamone alcuni versi:

 

1)
La Squadra e’l Compasso
Che fecer l’Italia
L’han fatta di sasso.
La diedero a balia
Ma quando ai redenti
Poi crebbero i denti,
Temendo lo strame
(Già messo da parte)
Per subita fame perduto
N’andasse, con arte,
Con birba retorica
La Squadra e’l Compasso
Li fecer di sasso.

 

2)
Oh comoda sorte!
Oh bella una gente
Di sasso! Essa e’forte,
Né soffre di niente;
Non mangia, non beve,
Gl’insulti riceve,
Con tutti sta’n pace,
Non urta i partiti;
Si tosi, essa tace,
Non suscita liti;
Si batta, e’ impossibile
Si mova d’un passo,
Un popol di sasso.

 

3)
E poi (oltr’a questo)
Un popolo tale
È un popolo onesto:
Dà bene per male;
Per chi lo strapazza,
Fatica e s’ammazza.
Il proprio padrone
(Menassegli ancora
Su’l capo un bastone)
Pur l’ama, l’adora;
Non pensa a rivincite,
Non fa lo smargiasso
Un popol di sasso.

4)
È smunto, rimunto,
Pur soffre e sta zitto,
Di dentro è consunto,
Pur serbasi ritto,
Pur mostra allegria
Di fuori, ed oblia
La fame e gli stenti,
L’ingiurie, i dolori;
Tien l’alma coi denti,
Pur sbracia.. a’l di fuori!
Non scopre’l suo debole,
Non segna ribasso
Un popol di sasso.

 

5)
Se latte mai chiede
De’ geni a la balia,
L’estrano, e poi vede
Il popol d’Italia
Un popolo «fuso»,
S’arresta confuso,
Ripensa e fra sé
Intanto domanda:
L’Italia! Oh, dov’è
La terra ammiranda?
– È questa – risposegli
La Squadra e’l Compasso –
L’Italia. – Di sasso?! -.

 

6)
– Di sasso, sicuro-.
– E i grandi ove sono,
I grandi che fûro
Si largo suo dono?-.
– Oh Dio! Non avete
Voi gli occhi? Vedete
Quei marmi ammirandi
Che s’ergono intorno?
Son essi quei grandi,
I grandi d’un giorno.
Li ammira ‘n statua,
Li imita ne’l masso
Il popol di sasso.

 

7)
E poi, se non sempre
Riesce a imitarli
(Ché ha deboli tempre,
Né spera arrivarli),
Di sasso una gente
Rossore non sente;
Va’nnanzi ignorante,
Non tira a gonfiare,
Per lei è bastante
Che s’abbia a mangiare…
Insomma l’iIalia
Devota e’a’ l Compasso…
L’Italia è di Sasso!

 

 

Il titolo del convegno odierno si richiama alle note considerazioni sulla servitù volontaria espresse quasi cinquecento anni or sono da Etienne de la Boétie, che lucidamente individuò il consenso dei dominati come la principale fonte di legittimazione del tiranno.

 

Credo che la realtà dei due anni trascorsi abbia mostrato in modo evidente la fondatezza di tali discorsi, i cui presupposti tuttavia andrebbero non soltanto limitati alle questioni di sorveglianza sanitaria ora discusse, ma ampliati a una più generale critica della società moderna, della società della sorveglianza e della tecnica, critica che analisti migliori di me potranno più convenientemente condurre; dal canto mio, voglio portare la riflessione su un altro aspetto. Mi par difatti evidente che, nel momento in cui approcciamo globalmente l’aspetto dell’autoritarismo sanitario durante la pandemia di COVID-19, non ci si possa esimere dal considerare come in alcuni luoghi la tirannide tecnico-sanitaria abbia trovato appiglio, consenso, e finanche volontaria dedizione da parte degli zelanti cittadini, laddove in altri la generale critica o inosservanza alle norme restrittive abbia fatto sì che queste avessero un impatto, anzitutto sociale e psicologico, molto meno devastante che in Italia.

 

Parlo di alcuni luoghi poiché non sarebbe inopportuno introdurre una distinzione tra gli spazî urbani e quelli agresti, una distinzione che non ha nulla di romantico o di oraziano, ma è pienamente provata, a una massimale analisi empirica, della maggiore osservanza dei precetti sanitari nelle aree densamente urbanizzate; e tuttavia in questo mio breve intervento mi premerebbe concentrarmi prevalentemente sulla distinzione che si può istituire tra alcune nazioni, e dunque tra alcuni popoli.

 

A tale scopo, è d’uopo riprendere il concetto di nationalgeist introdotto sul finire del Settecento da Herder nel suo saggio sulla Filosofia della Storia, forse meglio conosciuto col nome di volksgeist con cui Hegel lo ribattezzò pochi decenni dopo.

 

Nicolò Ghigi al Convegno Dupre di Venezia

 

Detto concetto ha purtroppo conosciuto un inesorabile declino nella seconda metà del Novecento, in conseguenza della globalizzazione e in ossequio al malcostume di rifiutare quelle teorie i cui esiti storici contingenti, segnatamente quelli nazionalisti, siano sgraditi all’opinione pubblica. Esso nondimeno sembra oggi trovare una più forte prova empirica nell’osservazione dei fatti pandemici, e pertanto necessita di essere riconsiderato.

 

Anzitutto, occorre precisare che il volksgeist, in una definizione puramente herderiana e dunque purgata dagli accenti nazionalisti tedeschi di Savigny e Fichte, consiste nel fatto che «tutte le nazioni (meglio, con Hegel, “tutti i popoli”) della terra possiedono ciascuna un modo peculiare di esistere e di evolversi che le rende uniche e dotate di caratteristiche diverse dalle altre», ovvero di modi diversi di relazionarsi con dei fenomeni universali.

 

Mi sembra che la manifestazione di ciò nel regime pandemico sia sotto gli occhi di tutti: tralasciando i casi estremamente peculiari di alcune nazioni che non introdotto restrizione veruna, può colpire il fatto che alcuni governi siano stati costretti a rimuovere dopo pochi giorni dalla loro introduzione le restrizioni più pesanti, in quanto pressati da un’opinione pubblica non supinamente prona; o la tendenza in alcune nazioni, che posso confermare con erodotea autopsia, a non osservare in modo sistematico le disposizioni governative, rendendole di fatto vane (sendoché è l’osservanza della legge, sia essa frutto del consensus legis o della forza, che la rende effettiva).

 

Potrei continuare a lungo, ma come esempio finale basti una considerazione molto banale e immediatamente verificabile: ossia constatare, guardando all’interno di un supermercato veneziano, che coloro che continuano a portare la mascherina al chiuso (e taluni financo all’aperto), dimostrandosi più realisti del re ovvero compiutamente persuasi della propaganda terroristica degli ultimi due anni, sono pressoché solamente italiani, e tra gli stranieri prevalentemente gli asiatici, laddove cittadini di altre nazionalità tendenzialmente non lo fanno. 

 

Torniamo dunque alle iniziali considerazioni del nostro Piper, e vediamo quanto calzanti siano per la situazione descritta: il popolo italiano può essere bastonato, insultato, ma non si muove d’un passo a reagire, «dà bene per male», oggi continua a credere all’impero della menzogna pur essendo palese la natura della sua falsità, e via dicendo.

 

Piper certo ha le sue ipotesi sull’origine di questo carattere: l’insussistenza di una nazione italiana e la sua artificiale creazione ad opera della massoneria. Lasciamole per un istante da parte.

 

Proviamo invece d’altra parte a considerare un popolo diverso, oggetto in questi giorni di molte narrative, ma di cui posso vantare una conoscenza autoptica, e cioè il popolo russo, e per estensione i popoli slavi orientali.

 

È cosa nota che in questi paesi le misure restrittive siano state notevolmente inferiori rispetto ai corrispettivi occidentali: anche tralasciando l’isola felice della Bielorussia, esente da qualsiasi restrizione, dobbiamo osservare come – ad esempio – nella Federazione Russa i cittadini, benché sottoposti alla medesima propaganda governativa, abbiano dimostrato una generale sfiducia nella campagna vaccinale e nell’uso dei dispositivi di protezione (non sono mai sussistiti obblighi all’aperto, e quelli al chiuso non erano generalmente rispettati, come ampia documentazione fotografica può testimoniare); il certificato verde, introdotto da 4 soggetti federali ad experimentum, non è di fatto mai stato applicato, finché la Duma di Stato non lo ha completamente bocciato; il governo e i media hanno dovuto rivedere, e quasi cancellare, la propaganda a favore della vaccinazione dopo aver considerato il notevole calo di affezione che questa aveva provocato, e – nota di colore – gli attori e le modelle, lungi dall’essere araldi governativi come nel caso italiano, erano i primi a manifestare i proprî dubbi sulla narrazione pandemica e la propria contrarietà alle misure.

 

Per quale motivo, però, il popolo russo ha reagito in modo così diverso da quello italiano?

 

Nikolaj Berdjaev affermava a buon diritto che «l’anarchismo è in buona sostanza una creazione dei Russi» (Русская идея, Parigi 1946, p. 142); la frase non deve essere oggetto di semplici considerazioni storico-politiche sulla condizione della Russia ottocentesca e delle reazioni a essa, come si tende oggi a fare, ma si deve leggere all’interno del quadro slavofilo e sostanzialmente libertario dell’autore, che individua nell’anarchismo (in senso mistico, alla Solovёv, in un certo senso tradizionalista e ruralista, quindi all’opposto di un Bakunin) come un elemento chiave del geist slavo; non a caso una leggenda assai diffusa in Russia vorrebbe che i Variaghi fossero giunti nei territori della Rus’ come giudici esterni chiamati dalle varie tribù slave, in quanto il loro spirito ribelle e indomabile impediva loro di costituirsi in delle forme politiche organizzate.

 

Similmente, un proverbio sovietico dice che «l’asprezza delle leggi russe è mitigata dal fatto che non è necessario osservarle».

 

Non v’è in questo frangente il tempo e il modo di condurre un’analisi approfondita di questo fenomeno, e tuttavia, fuor da ogni determinismo, vorrei brevemente prendere in considerazione alcuni elementi che differenziano sensibilmente la cultura slava orientale da quella occidentale e italiana in particolare.

 

Il primo è l’abitudine a una teoria politica sostanzialmente diversa, quella dell’auto-crazia (самодержавие), tanto naturale per i popoli della Rus’ (pur cambiando l’ideologia di base, il medesimo sistema autocratico è permanso paritariamente nella Rus’ imperiale, nell’Unione Sovietica e nell’attuale Federazione Russa) da avervi escogitato un naturale antidoto nella resistenza alle leggi percepite ingiuste, sistema che in fondo bilancia ottimamente la struttura formalmente autoritaria del governo.

 

Osserviamo che gli analisti politici occidentali, leggendo la Russia come una «dittatura» o un «Paese illiberale» tendono purtroppo a proiettare modelli occidentali su popoli che non sono occidentali, ma hanno un carattere intrinseco diverso, e in questo modo – concentrandosi sulla forma politica e non sulla sostanza dei rapporti civili – tali analisti finiscono per percepire come nemica della libertà naturale la forma autocratica, che invece trova perfetto bilanciamento dallo spirito di resistenza, e invece elogiare come sistema protettore delle medesime libertà la forma democratica, che è purtroppo priva nella sua applicazione pratica di qualsiasi forma di bilanciamento, e di fatto si concretizza come dittatura della maggioranza, la quale poi, essendo massa, conclude per essere eterodiretta dalle élites politiche stesse.

 

Una disamina più cruda e completa della pericolosità intrinseca della forma democratica quand’essa nasconde una sostanza profondamente illiberale e anti-libertaria si può trovare nei magistrali articoli del teorico politico ed economico tedesco-americano Hans Hermann Hoppe.

 

Egli individua con lucidità che nelle democrazie liberali (più correttamente il Nostro le definirebbe utilitarie, cioè benthamiane) l’illusione del popolo di avere nelle proprie mani il potere politico lo conduce sostanzialmente a fidarsi ciecamente dei propri governanti, come si fiderebbe di se stesso.

 

La differenza sostanziale tra lo spirito occidentale di chi è assuefatto alle forme democratiche e quello anarchico di chi vive nell’autocrazia orientale (senza concedere più del necessario alle tesi orientaliste di Said) è che i popoli pervasi dal primo sono radicalmente convinti che chi li governa lo faccia per il loro bene, e i cui precetti pertanto appaiono da seguirsi senza discussione veruna; viceversa, lo spirito anarchico orientale, abituato a confrontarsi con l’autocrate, sa che questi tenderebbe a governarlo per tornaconto personale, e non certo per il bene generale, ed è abituato a sottrarsi alle sue decisioni quando gli parvano ingiuste, finché a un certo punto l’autocrate stesso è costretto a muoversi e ad agire nell’interesse del popolo.

 

Un secondo elemento che vale la pena di considerare è quello religioso. Anche senza dar troppo credito alle letture anarchico-religiose di Solovёv, Berdjaev e Florenskij, la struttura dell’Ortodossia è segnatamente diversa da quella del Cattolicesimo nel rifiutarsi di individuare un principio univoco di autorità terrena, e nel rifiutarsi di riconoscere all’autorità «mediata» comunque costituita (l’episcopato conciliare) una qualsiasi forma di infallibilità.

 

Il «diritto di resistenza» è piena parte della mens ortodossa, laddove il pliroma della Chiesa (ovvero, l’insieme di tutti i fedeli che professano la fede autentica) è deputato a essere custode della Tradizione e dell’Ortodossia, e il pliroma stesso è il metro di approvazione delle decisioni conciliari, della sanzione dell’ortoprassi, e persino il garante dell’episcopato, che può essere ricusato, mediante l’interruzione della commemorazione da parte del clero, o con l’anaxios del popolo.

 

Quella che Romanidis definirebbe la confusione tra pliroma e atomon tipica del cattolicesimo, ha portato lo stesso – soprattutto dall’Ottocento – a individuare nel Papa e nella gerarchia ecclesiastica l’unica fonte (positiva, infallibile e indiscutibile) di ogni norma e costume.

 

L’argomento ex auctoritate è il più forte nella logica cattolica post-ultramontana, l’obbedienza perinde ac cadavere di gesuitica memoria il valore più grande, e questo si riflette anche nell’atteggiamento politico dello spazio cattolico; non c’è viceversa posto per il diritto di resistenza, o almeno lo si è gradualmente eliminato.

 

Se ancora sul principiare del XVI secolo – c’informa il Righetti – il popolo di Saragozza poté prendere a pietrate i canonici della cattedrale poiché avevano sostituito l’ufficio romano tradizionale con il più conciso Breviarium de S. Cruce artefatto dal card. Quiñonez, ottenendo la restituzione delle forme antiche, le parimenti artefatte e ben più devastanti riforme liturgiche del secolo scorso – nonché sovversive della concezione teologica stessa della liturgia cristiana – hanno incontrato una resistenza decisamente inferiore, e anzi più in generale una prona accettazione, in ossequio al principio dell’Autorità che «governa la chiesa per il bene», o anzi – nella definizione neo-catechetica – «si occupa di individuare il bene della chiesa»; con lo stesso spirito, allora, si accetta l’autorità laica che «governa il popolo per il bene» e «ne individua il bene».

 

Questi sono ovviamente solo spunti per un discorso che meriterebbe di essere ripreso e trattato in modo più ampio ed esaustivo, pur nella consapevolezza – e qui una considerazione un po’ pessimistica sul «futuro delle libertà» su cui c’invita a riflettere il titolo del convegno – che resteranno sempre considerazioni di una nicchia intellettuale, mentre la società precipita sempre più nell’abisso autoritario, in quanto «Di sasso una gente / Rossore non sente; / Va’nnanzi ignorante, / Non tira a gonfiare, / Per lei è bastante / Che s’abbia a mangiare».

 

 

Nicolo Ghigi

 

 

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Consacrazioni FSSPX, non «chi», ma «quanti»: il sogno di un fedele

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Per il piccolo mondo antico tradizionista è di certo la notizia più clamorosa, ancorché attesa, che si possa immaginare: le nuove consacrazioni della Fraternità San Pio X sono la comunicazione che tanti – nel mondo, milioni – aspettavano, e da decadi.

 

Chi scrive è un fedele FSSPX, per cui addentro, anche felicemente, a questa vorticosa, irrinunciabile hype ecclesiastica. Nel giro lefebvrista ovviamente non si parla d’altro, e si è slatentizzata definitivamente la pratica del toto-vescovi, che veniva esercitata sottovoce negli scorsi anni, mentre ora è in ogni chiacchiera fuori dalle cappelle, ogni telefonata, e non voglio pensare cosa siano ora certi gruppi Whatsapp e Telegram, applicazioni da cui cerco di tenermi più alla larga possibile.

 

Sì, il toto-consacrazioni impazza, al punto che alla pratica possiamo dare pure il nome in lingua inglese («l’inglese è il greco moderno») di bishopping. Chiunque ora si dà alle gioie del bishopping, con bishoppatori di tutte le età, bishoppano le vecchie guardie che hanno conosciuto monsignor Lefebvre come i neoconvertiti, i giovani, quelli di passaggio – che, per fortuna non mancano mai: una realtà senza «portoghesi» è una realtà morta.

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Ebbene, con discrezione, senza esagerare, mi ci sono messo anche io. Ho sentito varie voci, tra fraternitologi e persone con ampie cognizioni della FSSPX, per verificare quello che penso, farmi un’idea, tracciare un’ipotesi più chiara. Ne sono uscito solo con una certezza: ho solo opinioni, congetture – e sogni. E forse vale la pena, per una volta, di concentrarsi su questi.

 

Con ordine: il primo fraternitologo che ho sentito ha, come tutti (come me), alzato le mani al cielo – non c’è modo di sapere nulla. Mi dice: dicono che non faranno un africano, anche se forse sarebbe il caso, e rimarrano in Europa. L’età sarà bassa, perché per fare il vescovo della Fraternità ci vuole un fisico bestiale, per resistere agli urti della chiesa moderna, cresimando bambini a quattro angoli del pianeta, dall’Alaska al Sudafrica, da Tokyo all’Amazzonia. Ne faranno, secondo lui, tre: cifra conservativa. Di lui mi fido sempre, ma qui?

 

E chi saranno i futuri prelati? Ecco che si fa qualche nome, questo qui che fa questo, quest’altro che fa quello.

 

Sento un’altra voce con profonda conoscenza della materia, che con profonda saggezza mi conferma che non c’è modo di sapere: lo sa solo chi ha deciso, cioè chi le nomine le ha fatte, e chi verrà consacrato (forse). Lui dice: non ne faranno più di quattro. Immagino che sia perché quattro è il numero di vescovi ordinati eroicamente nel 1988 dal fondatore. Ma può esserci certezza qui? No. Nemmeno della provenienza: ci sarà un francese, un americano… probabile, sì, ma in ultima analisi cosa ne sappiamo? Nessuna certezza!

 

Nel frattempo è arrivata Roma. «Proseguono i contatti tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede, la volontà è quella di evitare strappi o soluzioni unilaterali rispetto alle problematiche emerse» ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni. Ad occhio non sanno nulla neanche loro, anzi sanno meno di noi: con evidenza non hanno idea di cosa fare, mentre noi sì, pregare e tripudiare, baciare gli anelli, ricevere e tramandare, persistere, esistere – combattere sempre, perché militia est vita hominis super terram (Gb 7,1)

 

Non sappiamo nemmeno se la lettera ricevuta dal Vaticano, quella che da quel che dice il superiore generale don Davide Pagliarani avrebbe cagionato la decisione a procedere autonomamente con le consacrazioni, sarà pubblicata. Qualcuno bisbiglia: non è che la letterina sia venuta fuori di punto in bianco, stile bigliettini a scelta binaria con crocetta che circolano in classe a fine-elementari-inizio-medie: «Ti vuoi mettere con me? □ SI □ NO»

 

Immaginiamo il livello di difficoltà, con la Curia che può dire: «no… anzi sì, ma tra un po’… anzi no, anzi uno… uno nel 2028… anzi no… anzi sì, uno nel 2030, scelto da noi… anzi uno scelto da noi, da fuori della Fraternità». Roma locuta, causa infinita.

 

E cioè, tutto quello che non è stato fatto per i comunisti cinesi. Perché, rammentiamolo pure noi, la situazione è paradossalmente la medesima della Chiesa patriottica, il fac-simile della Chiesa Cattolica creato dal Partito Comunista Cinese, con cui Roma ha pensato bene di fare accordi – i famigerati, catastrofici, accordi sino-vaticani – ottenendone per premio la repressione più tremenda dalla chiesa sotterranea, la distruzione di chiese, il rapimento di seminaristi e sacerdoti, torture ai religiosi, insomma una tragedia immane, bagnata da ondate continue di sangue di martire.

 

Il Partito Comunista Cinese ha nominato e consacrato, tra i tanti degli ultimi mesi di scandalo, il vescovo di Shanghai – non solo quelli di province impronunciabili dell’entroterra sinico, ma il vertice della diocesi della seconda città più importante del Dragone. E cosa ha fatto il Sacro Palazzo? Nulla. Spallucce. Pazienza.

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Ma scusate, non ci sarebbe la questione della… scomunica? Massì, la scomunica latae sententiae per chi ordina vescovi illecitamente, ma validamente: un vescovo ordinato da un vescovo è un vescovo, anche se satanista. Latae sententiae significa che la pena canonica arriva senza giudizi, esce subito quando l’azione è compiuta. Cioè, la scomunica va considerata all’atto stesso: quindi anche i prelati comunisti cinesi, pur ratificati a posteriori, sono da considerarsi scomunicati?

 

Per il diritto canonico alla pena latae sententiae si contrappone la pena ferendae sententiae: in questo caso la scomunica c’è solo nel momento in cui viene pubblicamente dichiarata dal Sacro Palazzo, come nel recente caso di mons. Viganò.

 

E quindi, alla fine, tutto questo si risolve in una grande questione di PR? Il problema, per alcuni, non è tanto quello di incorrere in una scomunica automatica, ma quello che lo dica la Sala Stampa vaticana. Non abbiamo solo l’esempio cinese: con le ordinazioni di monsignor Williamson non pare ci sia stata alcuna comunicazione mediatica di scomunica – creiamo un ulteriore neologismo: «scomunicazione» – da parte di Roma. La scomunica c’è comunque, ma bisogna evitare – dicono certuni – la scomunicazione.

 

A questo punto del labirinto capisco che devo mollare il principio di realtà: non c’è modo di sapere niente di niente nemmeno qui. E allora, se non posso contare sui ragionamenti, posso solo parlare di quello che sogno. Io non sogno «chi», ma «quanti».

 

Sogno che la Fraternità non faccia uno, due, tre, quattro vescovi: sogno che ne facciano dieci, venti. Sogno che facciano tanti americani, un africano, un italiano, svizzeri, tedeschi, spagnoli, brasiliani, un (il…) giapponese, un polacco, e quanti francesi vogliono. Sogno che divengano vescovi anche quei tanti bravi preti ordinati da monsignor Lefebvre che in Italia, in Francia, in Germania hanno lavorato per la Fraternità rendendola questo monumento invincibile – una nomina «onoraria», se vogliamo, impossibile, mi dicono, ma vi sto parlando di sogni, non della realtà.

 

«Sarebbe come di quegli eserciti africani, in cui ci sono più generali che soldati» mi ha detto un santo sacerdote della FSSPX quando gli ho esternato, ancora un anno fa, la mia speranza di vedere consacrazioni a doppia cifra. Ha sicuramente ragione lui, tuttavia lo stesso sogno che faccio io mi è stato confessato, sulle scale di pietra di un millenario oratorio della Fraternità da un fedele pater familias, ad alta voce in lingua veneta: «i gà da farghene diese o venti – minimo!».

 

Si era subito dopo l’incidente che ferì monsignor Tissier portandolo poi all’agonia e alla morte. «’Sa ‘speteli» diceva il fedele, «cosa aspettano». Il popolo la pensa così. Vox populi vox Dei: bisogna ammettere che di fedeli spaventati dalle scomuniche non ne conosco nemmeno uno. Anzi c’è chi teorizza pure, e non senza saggezza: se non ci fosse stato Ratzinger a togliere le scomuniche nel 2009 il problema non si sarebbe mai posto.

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La realtà sarà certamente differente dai sogni dei fedeli. Mi sono riservato queste righe solo per significare per sempre che questi sogni esistono. E parlano di cose concretissime.

 

Perché il sogno vero è quello di vedere la vera Chiesa cattolica convincersi di essere non una minoranza numerica, ma una maggioranza spirituale – l’unica vera forza che deve riprendere Roma e il mondo, e da lì tornare ad irradiare all’umanità ferita il verbo del Dio della Vita, consegnando alle future generazioni quello che abbiamo, forse per poco, fatto in tempo a ricevere prima dell’estinzione, del messaggio e della vita umana stessa.

 

Sogno che la capsula del tempo che contiene la vera Chiesa di Cristo si apra, e ricostruisca su questo panorama di rovine romane che è sotto i nostri occhi e dentro le nostre anime.

 

Sì, sogno un esercito di vescovi per cui combattere, e se necessario morire, al fine di riconquistare la Terra a Cristo.

 

Non fatemene una colpa. E non pensate che sia solo: molti sono come me. E molti verranno dopo, lo sappiamo perché li stiamo allevando.

 

E quindi: lasciateci sognare. Lasciateci seminare, nei sogni e nelle parole, nello spirito e nella carne, per la Crociata salvifica di cui abbisogna il pianeta – e per i vescovi che essa merita.

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine da FSSPX.News

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Essere genitori

Bambini nella neve, bambini nel bosco: pedolatria olimpica e pedofobia di sistema

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Un bambino di undici anni è stato lasciato a terra dall’autista della corriera di linea che doveva riportarlo a casa dopo la scuola, da San Vito a Vodo di Cadore, perché il biglietto ordinario, di cui pure era in possesso, non era valido in costanza di celebrazioni olimpiche. Così, se ne è ritornato a piedi camminando all’imbrunire per sei chilometri e due ore. Per fortuna è arrivato alla meta sano e salvo.   Il signor Salvatore Russotto, dipendente della ditta di trasporti responsabile del misfatto, si è scusato con la famiglia del piccolo e si è detto mortificato per non aver avuto la prontezza di trovare lì per lì una soluzione congrua alle circostanze, soprattutto all’età del viaggiatore. Ha semplicemente fatto – automaticamente e stolidamente – quello che gli era stato detto di fare. «L’azienda ci aveva dato disposizioni chiare: invitare a scendere chiunque non avesse il titolo di viaggio valido. Non ci hanno detto nulla sui minorenni che vanno fatti salire comunque». «Mi fa male il cuore, a pensarci a mente fredda mi rendo conto di aver sbagliato, chiedo scusa al bambino e alla sua famiglia». «Mi assumo la responsabilità e pagherò quello che ci sarà da pagare».   È stata aperta un’inchiesta; intanto, il signor Russotto ha ricevuto un provvedimento di sospensione dal lavoro a tempo indeterminato. E intanto, la ditta opera a pieno regime.

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Sulla vicenda, che ha suscitato un grande clamore mediatico, si sono scatenati i commentatori sociali compulsivi invocando punizioni esemplari verso l’unico birillo esposto alla pubblica gogna e al libero insulto: l’autista disumano.   Ma ai giustizieri sommari, agli incontinenti da tastiera e in genere a coloro cui va bene così – capro espiatorio e via – andrebbe mostrata qualche altra faccia di quello che sembra un monolite, nella realtà è un poliedro. Perché, guardando all’insieme, il quadro forse si fa un po’ diverso, e come sempre c’è un dito e c’è una luna.   A partire dalla trovata del biglietto olimpico, che non è un’invenzione del signor Russotto. Per viaggiare da scuola a casa, infatti, l’undicenne avrebbe dovuto davvero esibire il biglietto speciale ultramaggiorato (di quattro volte tanto) imposto a chiunque, per qualsiasi motivo, tocchi percorrere un pezzo qualsiasi della tratta Calalzo-Cortina e viceversa durante il lungo arco temporale investito dai giochi invernali.   Per muoversi su e giù per la valle con mezzi privati, ai residenti e persino ai lavoratori abituali, è richiesto un permesso speciale, proprio allo scopo di disincentivare l’uso dell’auto a favore dei trasporti pubblici. Che però, appunto, costa(va)no una follia. Un modo come un altro, insomma, per costringere tutti, nessuno escluso, a prendere parte all’ultimo opulento rituale collettivo, offrendo sacrifici – non a Zeus, ma ad altre divinità sopravvenute.   Solo dopo il fattaccio, la provincia ha cercato di salvare la faccia: in prima battuta, con grande sprezzo del ridicolo, ha graziosamente concesso ai residenti che ne facessero regolare domanda di provare a ottenere un rimborso dei biglietti già acquistati, fino a esaurimento fondi, e tanti auguri; poi, crepi l’avarizia, ha addirittura ripristinato, per i residenti, il prezzo consueto dei biglietti.   Ci si chiede: serviva una storia come questa, e i riflettori puntati addosso a una fettina del sistema che sta dietro ai lustrini, per portare alla luce una fettina del latrocinio che si consuma all’ombra dei giochi? Perché di latrocinii e di sfregi e di soprusi olimpici in danno dei territori e dei loro abitanti, di lavoratori e di studenti, di incolpevoli cittadini e di poveri contribuenti, è difficile ormai tenere il conto. Per conferma, chiedere ai milanesi.   Ma non è tutto qui. Il tempismo e il genio risolutore delle istituzioni si sono magicamente manifestati – stavolta sub specie Malagò – anche nei confronti del bambino, al quale è stato offerto un ruolo nella cerimonia di apertura delle olimpiadi a titolo di compensazione. Motivazione a favor di telecamera: «per scaldargli il cuore». Famiglia entusiasta, dice festante la mamma: «siamo increduli, dalle stalle alle stelle». Da una scarpinata, insomma, è nata una star: giornaloni, trasmissioni TV, parti in commedia (occhio ora al San Remo all’orizzonte), foto, luci e sipari.   Dalla favola resta fuori l’autista, privato dello stipendio in attesa del verdetto della ditta di cui è dipendente. Non escludiamo che in questo tripudio di gioie, una volta scontata un po’ di graticola, ne uscirà graziato, e l’immagine dell’azienda lucidata a festa anche lei. Perché le Olimpiadi rendono tutti più buoni e più belli, dentro e fuori, come dice la pubblicità. Certo è che, nel mentre, il signor Russotto sta materialmente pagando: paga il proprio zelo spinto fin oltre il dovuto.   E qui sommessamente ricordiamo che, come lui, hanno agito tanti suoi colleghi in tempo di altri lasciapassare, quando ai bambini senza tessera verde era impedito di salire sul bus, o addirittura venivano costretti a scendere a corsa iniziata, magari in mezzo al nulla. Eppure, nessuno allora si stracciava le vesti. Anzi, la gente plaudiva ai bravi controllori, ai diligenti gregari rispettosi delle regole, perché è così che si fa: gli infedeli al culto di Stato andavano puniti in modo esemplare, senza limiti di età. Ai bambini si poteva infliggere impunemente ogni sorta di vessazione e infatti ogni sorta di vessazione è stata loro inflitta, nell’invasamento orgiastico fomentato da raffiche di dpcr e dalla loro libera interpretazione a senso unico non alternato. Si stava celebrando un altro rito, allora, i cui effetti devastanti sono oggi manifesti, e sono incalcolabili.   Evidentemente quella lezione lì qualcuno l’ha imparata, senza accorgersi che nel frattempo la scena era mutata, che ora vige in via provvisoria un’altra religione, e che i suoi sacerdoti preferiscono indossare la maschera dei difensori dell’infanzia perché si porta bene, e poi perché nella nuova fiction ecumenica manca un nemico oggettivo sul quale sfogare sadismi repressi, manca l’elemento dissenziente sul quale infierire: manca il mostro – o mostriciattolo – no vax.   La piega pedolatrica olimpica serve a lavarsi la coscienza, ad autoconvincersi e a convincere il pubblico pagante che questa società, pedofoba e pedofila, è una società che difende i bambini.

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E invece i bambini sono le sue prede privilegiate e fuori dalle quinte degli spettacoli di distrazione di massa continuano a essere programmaticamente maltrattati, indottrinati, manipolati, strappati alle loro mamme e ai loro papà se refrattari alle liturgie. Continuano a soffrire, defraudati di tutto quanto dovrebbe spettare all’età dello stupore e della scoperta.   Il paradigma con cui dobbiamo fare i conti non è, come vorrebbero farci credere, la bella festa di Riccardo, eroe olimpico per caso e per magnanimità dei potenti. Il vero paradigma è il Forteto, è l’infinita serie di famiglie dilaniate dai servizi sociali, è la scientifica distruzione della casa nel bosco e di mille altre case sui cui muri gli addetti alla sorveglianza hanno individuato una crepa attraverso la quale far penetrare la zampa del lupo, più o meno travestito. Storie dove manca il finale in cui vissero tutti felici e contenti grazie a un intervento dall’alto.   Nessuna carica istituzionale interverrà a fermare i lupi (che non sono gli autisti di autobus) e a consolare quel fiume carsico di dolore allo stato puro che scorre ovunque sotto di noi; nessuno arriverà mai a «scaldare il cuore» di quei bambini.   La vera guerra da cui proteggere i corpi e le anime dei nostri piccoli è una guerra silenziosa che ci tocca combattere da soli, a mani nude.   Elisabetta Frezza

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Caschi blu attaccati, carabinieri umiliati, cristiani uccisi: continua il privilegio di sangue di Israele

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Riepiloghiamo: circa una settimana fa l’UNIFIL (la missione dei caschi blu ONU in Libano) ha accusato oggi le forze israeliane di aver lanciato una granata da un drone a circa 30 metri dai peacekeeper, durante un’operazione svolta ieri nel villaggio di Adeisse, nel sud del Libano vicino alla cosiddetta Blue Line. Fortunatamente, l’episodio non ha causato feriti.

 

«Ieri, i peacekeeper impegnati in un pattugliamento programmato nei pressi di Adeisse sono stati avvertiti dalla popolazione locale di un possibile pericolo all’interno di un’abitazione e hanno scoperto un ordigno esplosivo collegato a una corda detonante» scrive un comunicato UNIFIL riportato dal giornale italiano delle Nazioni Unite. «Le forze di pace hanno creato un cordone di sicurezza e si sono preparate a controllare un’altra abitazione. Poco dopo, un drone che si trovava in volo sulle loro teste ha sganciato una granata a circa 30 metri dalle forze di pace».

 

Poi, pochi giorni fa due carabinieri italiani che stavano facendo un sopralluogo in territorio palestinese per un evento diplomatico europeo vengono bloccati da un gruppo di coloni armati di mitra, e fatti inginocchiare. I giudei hanno quindi passato loro un cellulare: un uomo sconosciuto dall’altro capo della linea dice loro che se ne devono andare, perché quella è un’area militare interdetta. I due militari italiani quindi si rialzano e tornano al consolato di Gerusalemme.

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Siamo vicino a Ramallah, una zona controllata, in teoria, dall’Autorità Palestinese. Il COGAT (l’agenzia del Ministero della Difesa israeliano responsabile delle attività governative nei territori) nega che quella sia una zona sottoposta a controllo militare. Poi ecco che arriva la versione dell’IDF, l’esercito dello Stato degli ebrei: a far inginocchiare i nostri carabinieri non sarebbero stati coloni ma «un soldato riservista», il quale ora «è stato richiamato per dare chiarimenti». Questo soldato scambiato per colono, nella Cisgiordania preda delle mire dei coloni appoggiati da ministri del gabinetto Netanyahu come Bezalel Smotrich, «si è comportato secondo le procedure, ma non si è accorto subito della targa diplomatica».

 

Ora salta fuori che, per un buco nella legislazione italiana riguardo le responsabilità dei fatti accaduti ai nostri uomini in missione all’estero, i giudici italiani non interverranno a meno che non se ne incarichi direttamente il ministro della Giustizia Carlo Nordio.

 

Confessiamo di non sapere, peraltro, se vi sia una qualche conseguenza – giuridica, o anche solo politica – dell’attacco subito un anno fa dai soldati italiani UNIFIL, costretti a nascondersi in un bunker da un attacco israeliano. Sappiamo tuttavia che alcuni di essi poi hanno avuto problemi alla cute e allo stomaco. Sappiamo anche che Netanyahu stesso ha minacciato l’UNIFIL, due mesi fa si sono avuti attacchi alle truppe ONU nel Libano meridionale e due settimane fa i carri israeliani hanno bersagliato un’area vicina ai caschi blu spagnuoli in Libano. Chi legge Renovatio 21 sa che nessuno di questi è un caso isolato, e rammentiamo anche quando l’anno passato soldati dello Stato Ebraico spararono contro delegazioni di diplomatici stranieri.

 

Mica è finita. Leggiamo la notizia di un attacco ad una famiglia cristiana palestinese, sempre in Cisgiordania, nella periferia di Birzeit. La madre viene ferita gravemente dai coloni, ma le forze di sicurezza arrestano i figli della 62enne cristiana e non gli assalitori ebraici che hanno lanciavano pietre. «Mia madre è stata portata in ospedale e ricoverata nel reparto di terapia intensiva, dove è stata diagnosticata una frattura al cranio» ha detto uno dei figli al Middle East Eye.

 

Fra il 23 dicembre 2025 e il 5 gennaio 2026 l’Ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha documentato 44 attacchi dei coloni in Cisgiordania, che hanno causato danni alla proprietà e almeno 33 feriti fra i palestinesi, tra cui bambini. «La violenza ha anche contribuito allo sfollamento di circa 100 famiglie palestinesi, fuggite sotto minacce e intimidazioni» scrive AsiaNews. «Attivisti locali parlano di un “piano di pulizia etnica”contro i villaggi e le cittadine palestinesi». È noto che gli attacchi terroristi riguardano anche e soprattutto villaggi cristiani.

 

Per chiunque conosca il classico algoritmo delle notizie dalla Terra Santa, prima o dopo il 7 ottobre 2023, sa che qualsiasi versione, scusa, smentita, spiegazione verrà offerta non vale nemmeno il tempo dell’ascolto.

 

La questione dei coloni, il lettore di Renovatio 21 lo sa, è inevitabile, tra violenze continue, minacce e il fiancheggiamento sfacciato del governo più estremista della storia di Israele. Ricorderete il convegno eccezionale sulla colonizzazione di Gaza – quindi, figuratevi quanto è spudorata la hybris colonica per i territori della Cisgiordania – dove i coloni danzarono la loro orrenda musica tunza-tunza con sul palco il ministro Smotrich, il ministro Ben Gvir e altri vertici politici sionisti religiosi e non, uniti per il «Grande Israele».

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E quindi: violenza e umiliazione, nichilismo diplomatico, persecuzione anticristiana nell’«unica democrazia del Medio Oriente», il Paese «alleato» dell’Occidente democratico (anche se metà dei suoi cittadini parla russo…). Nihil novum sub solem, ci siamo abituati.

 

Semmai, ci chiediamo altro: fino a quando i nostri politici ce lo faranno accettare? Perché Giorgia Meloni dinanzi ai carabinieri in ginocchio sotto il mitra giudaico dice «inaccettabile» ma poi sembra che la cosa sia accettata: l’ambasciatore è ancora là? Sì, mica è come per Crans-Montana, dove il governo fa i capricci al punto da richiamare il proprio inviato ripromettendo di non mandarlo fino a che… fino a che non si capisce bene, ma immaginiamo sia solo il caso di trovare un capo espiatorio per il fatto di cronaca nera dell’anno, e saranno ovviamente i coniugi gestori, che la politica italiana vuole che paghino per il rogo di ragazzi che filmavano con il cellulare o che, salvi all’esterno, magari tornavano dentro proprio per il cellulare, o per altri motivi, trovando l’inferno.

 

Crans-Montana, li sì che vale la pena di fare un incidente diplomatico: altro che bombe sui nostri soldati, mitra addosso, e violenza sulle chiese cattoliche e fedeli. Per i potenti nella tragedia della discoteca elvetica è bello sguazzare: la responsabilità non ce l’ha qualcuno di forte, le accuse sono gratis, senza conseguenze. (Come è che si chiamano quelli che se la prendono con i deboli ma tacciono con i forti?)

 

È parte del grande privilegio israeliano: possono farne di ogni, e noi accettiamo tutto. Ci sono giornalisti, attivisti morti: è successo qualcosa? Oppure, senza andare troppo in là con la memoria, pensiamo all’unica chiesa cattolica di Gaza centrata dalle bombe dell’IDF– e qualcuno dice che, ad occhio e croce, miravano proprio alla croce sopra la facciata.

 

E, visto che parliamo del privilegio, perché non tornare un secondo sui 1,000 italiani – su 18.000 presenti nello Stato Giudaico – che attualmente sono nell’esercito israeliano? Lo aveva comunicato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, senza curarsi del cortocircuito cui andiamo incontro noi non privilegiati che sottostiamo al Codice Penale italiano e all’art. 244 C.P.: «chiunque, senza l’approvazione del Governo, fa arruolamenti o compie altri atti ostili contro uno Stato estero, in modo da esporre lo Stato italiano al pericolo di una guerra, è punito con la reclusione da sei a diciotto anni; se la guerra avviene, è punito con l’ergastolo».

 

Dobbiamo raccapezzarcene: e allora ecco che esaminiamo il disegno di legge a firma Francesco Cossiga (eccerto) depositato al Senato durante la XV legislatura nel 2006 – cioè, un anno dopo che era stata abolita la leva in Italia: «i cittadini italiani che siano iscritti all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ancorché non siano anche cittadini dello Stato d’Israele, possono liberamente e senza autorizzazione delle autorità italiane prestare servizio militare anche volontario nelle forze di difesa ed anche servizio in altre amministrazioni dello Stato d’Israele» (DDL 730/2006, art.3).

 

Proprio un privilegio: una legge proprio per lo Stato degli ebrei, il suo esercito e i cittadini italiani (che immaginiamo essere, in questo caso, ebrei, come il loro etnostato). Immagine un nostro cittadino servire nell’esercito russo, nella Bundeswehr, nell’Esercito di Liberazione del Popolo, nelle forze egiziane, brasiliane, iraniane.

 

Confessiamo di non aver capito come funzioni questa cosa, ma non sappiamo se in Italia, dove per il magistrato vige l’obbligo di azione penale, qualcheduno si sia, anche prima di Cossiga, mosso per capirci qualcosa.

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Avanti così: del resto proprio ieri era la Giornata della Memoria, quella che ci ricorda con l’inesausta ripetizione della parola religiosa «Olocausto» (etimologicamente, ὅλος καυστός, «che è tutto bruciato») che dietro a tutto questo c’è una bella teologia, con un popolo intero che diviene agnello sacrificale globale, con buona pace dell’Agnello, quello vero, e quei pochi che ancora ci credono – a prezzo della persecuzione.

 

Nel frattempo, massacri e menzogne tutt’intorno a noi. E dai, chiudete un occhio, e anche se «l’incidente» riguarda i vostri concittadini, o i vostri fratelli nella Fede, fate finta di non sentire che un domani potrebber riguardare voi stessi.

 

L’Occidente ha voluto assegnare questo privilegio di sangue: ora ne accetti le conseguenze. Oppure cerchi nelle sue radici l’origine del cortocircuito dell’ora presente. Fidatevi: si trova tutto.

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine di IDF Spokesperson’s Unit via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY-SA 3.0

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