Cina
Nello Xinjiang il pozzo più profondo dell’Asia
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Pechino annuncia che le trivelle sono scese a ben 10.910 metri di profondità nel bacino di Tarim aprendo una nuova frontiera per l’estrazione degli idrocarburi e per la ricerca scientifica sul sottosuolo. Un’opera simbolo della crescita imponente dell’industria petrolifera nella provincia degli uiguri, volto della sinicizzazione.
La China National Petroleum Corporation (CNPC) ha annunciato ieri di aver completato la perforazione del pozzo verticale più profondo dell’Asia.
Situato nel bacino di Tarim, un’area desertica nella provincia dello Xinjiang, ha raggiunto una profondità di 10.910 metri. Diventa così il secondo più profondo al mondo tra quelli sulla terraferma, dopo il Kola Superdeep Borehole realizzato ancora in era sovietica al confine tra la Russia e la Norvegia che – ideato con l’obiettivo di scendere fino a 15.000 metri – si fermò a 12.226 metri.
Situato nel cuore del deserto di Taklimakan, il nuovo pozzo cinese è noto come Shenditake 1 ed è un progetto di esplorazione scientifica oltre che di ricerca di risorse petrolifere e di gas; è stato infatti progettato per far progredire lo studio dell’evoluzione della Terra e della geologia delle profondità.
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I lavori per realizzarlo erano iniziati il 30 maggio 2023: ci sono voluti, dunque, più di 580 giorni per arrivare a 10.910 metri, con più della metà del tempo (circa 300 giorni) spesi per gli ultimi 910 metri. Il pozzo è penetrato in 12 formazioni geologiche, raggiungendo strati di roccia che risalgono a oltre 500 milioni di anni fa. Gli scienziati cinesi stanno anche lavorando al primo profilo stratigrafico completo in profondità del Paese attraverso l’analisi sistematica di campioni di carotaggi a livello dei 10.000 metri sotto il livello del suolo.
Secondo la CNPC quella del bacino di Tarim è «la prima scoperta di petrolio e gas al di sotto dei 10.000 metri sulla terraferma a livello globale» ed è destinata ad «ampliare in modo significativo la portata dell’esplorazione di petrolio e gas ultra-profondi».
Va anche aggiunto che nel bacino di Tarim già attualmente operano altri 300 pozzi petroliferi che scendono oltre gli 8 mila metri di profondità, confermando l’importanza di questo giacimento per lo sviluppo delle nuove tecniche estrattive.
È importante sottolineare anche che tutto questo avviene nella provincia dello Xinjang, al centro delle polemiche per la repressione degli uiguri, la locale popolazione musulmana. Proprio l’industria petrolifera cinese – in fortissimo sviluppo in quest’area – è infatti uno dei volti più potenti della sinicizzazione della regione. E le stesse compagnie estrattive di proprietà statale sono state accusate di aver utilizzato il lavoro forzato degli uiguri, mascherato dietro gli slogan sulle «campagne per la riduzione della povertà».
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Immagine screenshot da Twitter
Cina
Pechino respinge le accuse di Trump di interferenze elettorali
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Cina
Trump accusa la Cina di «interferenze elettorali» nel voto 2020
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha pronunciato un discorso serale alla Casa Bianca dedicato alla sicurezza elettorale, annunciando il rilascio di documenti di intelligence declassificati che illustrano nel dettaglio presunte vulnerabilità nel sistema di voto.
«Ogni americano merita di sapere che quando esprime il proprio voto, questo verrà conteggiato correttamente», ha dichiarato Trump, sostenendo che il sistema attuale «è catastroficamente inadeguato» e risulta pericolosamente esposto agli attacchi informatici.
Trump ha accusato la Cina di aver compiuto «la più grande violazione di dati elettorali della storia», affermando che Pechino ha ottenuto informazioni su 220 milioni di elettori statunitensi, compresi nomi, indirizzi, numeri di telefono e preferenze politiche.
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Il presidente statunitense ha inoltre sostenuto che i operatori del Deep State all’interno delle agenzie di intelligence statunitensi «hanno lavorato attivamente per sopprimere e minimizzare le informazioni sulla portata delle sinistre interferenze cinesi nelle elezioni».
«Le agenzie di spionaggio statunitensi hanno iniziato a venire a conoscenza della violazione dei registri elettorali nel 2020», ha affermato Trump, accusando i funzionari di aver occultato la presunta violazione sia al presidente sia al pubblico.
La Casa Bianca ha reso disponibili quattro pacchetti di documenti scaricabili in coincidenza con il discorso presidenziale. Il primo include valutazioni dell’intelligence e altri rapporti datati tra gennaio 2020 e giugno 2026, che, secondo l’amministrazione, dimostrano «che gli avversari degli Stati Uniti, tra cui almeno Russia, Cina, Iran e Corea del Nord, nonché gruppi non statali, hanno la capacità di compromettere le infrastrutture elettorali statunitensi».
La documentazione individua come particolarmente vulnerabili i database centralizzati di registrazione degli elettori, i registri elettorali elettronici e i siti web ufficiali delle elezioni. Cita inoltre informazioni di intelligence su un presunto complotto venezuelano per alterare digitalmente i risultati elettorali durante le elezioni del 2020 in quel paese.
La seconda serie di documenti riguarda la presunta acquisizione e lo sfruttamento da parte della Cina delle informazioni sugli elettori americani. La Casa Bianca sostiene che i dati di decine di milioni di elettori in 18 stati sono stati acquistati, rubati e hackerati, e che Pechino ha incaricato un’unità specializzata di utilizzarli.
Tuttavia, le informazioni relative alla registrazione degli elettori sono spesso pubbliche o reperibili commercialmente in molti stati, e il semplice possesso di tali dati non dimostra di per sé che le schede o i conteggi dei voti siano stati modificati.
Il terzo comunicato riguarda un’indagine sulla registrazione degli elettori a Muskegon, nel Michigan. La Casa Bianca afferma che gli incaricati hanno ammesso di aver firmato moduli a nome di altre persone, di aver presentato registrazioni per individui fittizi e di aver ricevuto buoni regalo in base al numero di domande raccolte.
Trump ha dichiarato che al direttore dell’FBI Kash Patel è stato ordinato di assicurare che il caso venga indagato a fondo e che eventuali reati sospetti siano deferiti alla magistratura.
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Il documento conclusivo cita una revisione del Dipartimento per la Sicurezza Interna che avrebbe individuato circa 278.000 non cittadini iscritti nelle liste elettorali federali.
La Casa Bianca non ha precisato quanti di essi, se ve ne sono stati, abbiano effettivamente votato, e non ha sostenuto che i risultati elettorali statunitensi siano stati alterati durante le elezioni del 2020.
I Biden avevano diversi interessi con la Cina, con un libro – Red-Handed: How American Elites Get Rich Helping China Win – che sostiene che avrebbero guadagnato diecine di milioni di dollari da personaggi «con legami diretti con gli apparati cinesi di spionaggio». Vi sarebbero, secondo alcuni, affari diretti con il giro del presidente cinese Xi Jinpingo. Secondo certuni dissidenti cinesi che hanno lanciato accuse prima delle elezioni 2020, l’uomo del Delaware sarebbe stato un pupazzo di Pechino.
Sull’origine del capitale del fondo internazionale di Hunter Biden fece un’ammissione un professore pechinese ad una conferenza pubblica appena dopo le elezioni 2020.
«Ora vediamo che Biden è stato eletto. L’élite tradizionale, l’élite politica, l’establishment sono molto vicini a Wall Street, giusto? Trump ha detto che il figlio di Biden ha una sorta di fondo globale. Lo avete sentito? Chi lo ha aiutato a mettere in piedi il fondo?» dice Di Dongsheng, un professore all’Università Renmin di Pechino, nel discorso finito in TV.
Come riportato da Renovatio 21, nel 2022 era emerso che il presidente Biden aveva venduto 1 milione di barili dalla riserva di petrolio strategica USA all’azienda cinese in cui ha investito suo figlio Hunter.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Cervello
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