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Morte cerebrale

Malori e predazioni degli organi: continua la strage operata dalla «Morte Cerebrale»

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Procede senza soluzione di continuità la stagione dei malori improvvisi, a tutto vantaggio della fiorente industria dei trapianti di organi vitali, com’è ormai noto ai lettori di Renovatio 21

 

L’ennesimo episodio è accaduto intorno al giorno di Natale: secondo la stampa locale, una quarantenne di Oristano, la quale non aveva apparenti problemi di salute, si sarebbe sentita male mentre si trovava in casa con il compagno, il quale ha tentato di rianimarla senza ottenere successo. Solamente l’arrivo degli operatori del 118 avrebbe consentito di strappare alla morte la giovane donna, la quale però pochi giorni dopo il trasferimento in elicottero all’ospedale di Nuoro, per l’esattezza il 31 dicembre scorso, è stata dichiarata cerebralmente morta ed espiantata degli organi. Le cronache riferiscono che l’attività cerebrale della quarantenne oristanese si sia pian piano ridotta fino ad arrivare a non darle più alcuna possibilità di ripresa. 

 

Ora, oltre alla solita velocità con cui le strutture sanitarie tendono ad attivare le procedure per la dichiarazione di Morte Cerebrale (MC), è possibile constatare come il nuovo criterio di accertamento della morte fondato sui soli parametri neurologici costituisca una grave minaccia per la vita di ciascuno di noi.

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Infatti, anche nel caso in cui il paziente in coma non rientri tra i potenziali donatori, una volta dichiarata la MC la sua sorte è segnata: egli viene trattato alla stregua di un cadavere e privato dei sostegni vitali e delle cure che lo mantengono in vita, come prescritto dalla legge.

 

Pertanto, è quanto mai opportuno e urgente interrogarsi circa la veridicità di un criterio di accertamento della morte che sembra affondare le sue radici nell’ideologia piuttosto che nella scienza, nell’artificiosità della tecnica piuttosto che nella naturalità della morte.

 

La MC è vera morte? Le diagnosi di MC sono veramente affidabili al di là di ogni ragionevole dubbio? 

 

Abbiamo già avuto modo in altre occasioni di mettere in evidenza come la pretesa di identificare in un organo, in particolare nel cervello, il principio vitale dell’essere umano non ha alcun riscontro scientifico e si fonda su una concezione della vita meramente meccanicistica.

 

La tesi secondo cui la vita umana richiede un cervello funzionante è già confutata dal fatto che a livello embrionale il cervello è l’organo che si sviluppa più tardi; è chiaro quindi che la vita è presente indipendentemente dal funzionamento cerebrale. Come può un organo che si forma relativamente tardi svolgere il ruolo di integratore centrale dell’organismo umano?

 

Non solo, se il cervello è la «centralina» che regola tutte le funzioni dell’individuo come mai i pazienti in MC mantengono inalterate le funzioni di base? Nella persona dichiarata morta, infatti, la circolazione sanguigna, il controllo della temperatura, il sistema metabolico e immunitario funzionano perfettamente, così come lo scambio gassoso nei polmoni che permette al paziente di respirare (ossia di metabolizzare l’ossigeno).

 

Addirittura, le donne che aspettano un bambino possono portare a termine la gravidanza; ciò non è la dimostrazione più lampante dell’esistenza di interazioni molto complesse tra gli organi, ossia che ci sia integrazione?

 

Evidentemente, la MC non costituisce la fine dell’unità biologica dell’organismo come un tutto. Del resto, è la stessa medicina dei trapianti a trarre vantaggio dalla mantenuta unità biologica del potenziale donatore, dal momento che per essa è di fondamentale importanza che gli organi da prelevare rimangano interconnessi e vivi.

 

Solamente la sospensione del sostegno vitale fa sopraggiungere la (vera) morte della persona e avvia il processo di decomposizione del corpo.

 

Tuttavia, ammesso e non concesso che il mancato funzionamento del cervello equivalga alla morte dell’individuo, rimarrebbe comunque da stabilire se nella MC tutte le funzioni cerebrali siano effettivamente compromesse e se lo siano in modo irreversibile. Per rispondere a questi interrogativi potrebbe tornare utile capire se le conoscenze finora acquisite dalle neuroscienze circa il funzionamento del cervello siano complete ed esaustive e se le tecniche utilizzate per stabilire l’irreversibilità delle funzioni cerebrali siano a prova di errore. 

 

Per quanto riguarda il primo punto, è evidente che malgrado la ricerca scientifica abbia compiuto grandi passi in avanti nello studio del cervello essa è ben lontana dall’aver acquisito la completa conoscenza di questo meraviglioso organo. Sono gli stessi addetti ai lavori a dichiarare che benché si conosca molto a livello molecolare e cellulare si sia rimasti sostanzialmente ignoranti circa le proprietà dei circuiti che fanno funzionare l’enorme e estremamente complesso meccanismo cerebrale. Si parla infatti di milioni di cellule che formano tra loro miliardi di connessioni contemporaneamente.

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Nel 2017 la rivista Current Biology ha reso noto un esperimento scientifico condotto dalla neuroscienziata Angela Sirigu, la quale è riuscita a recuperare la coscienza di un paziente in stato vegetativo attraverso una serie protratta nel tempo di elettrostimolazioni del nervo vago. La particolarità dell’esperimento effettuato dalla ricercatrice italiana è dovuta al fatto che il paziente non aveva più alcun contatto con il mondo esterno da ben 15 anni e la sua condizione era considerata irreversibile.

 

Anche secondo la neurologa Silvia Marino, la quale è riuscita attraverso la somministrazione di stimoli di vario genere a far passare un certo numero di pazienti dallo stato cosiddetto vegetativo a quello di minima coscienza, il termine irreversibile applicato ai disturbi della coscienza non è più utilizzabile. 

 

Per quanto riguarda le procedure atte a stabilire la MC, esse sembrano, ad una attenta analisi, artificiose e prive di validità scientifica. 

 

Innanzitutto, secondo i teorizzatori della MC la presunta irreversibilità del danno cerebrale sarebbe comprovata quando una particolare serie di funzioni cerebrali rimane per qualche tempo clinicamente non individuabile. Tuttavia, è ormai noto che la funzione neurale può essere soppressa solo temporaneamente quando l’apporto di sangue al cervello diminuisce fino ad un certo livello. Questo fenomeno è noto come penombra ischemica.

 

Il riconoscimento di tale fenomeno (tra l’altro, sostanzialmente sconosciuto al tempo della stesura del rapporto di Harward) grazie alle moderne tecniche di diagnostica per immagini è la dimostrazione che lo stato di assenza di riflessi cefalici non corrisponde necessariamente alla MC. Inoltre, la valutazione clinica della diagnosi di MC richiede la sospensione temporanea del supporto respiratorio meccanico allo scopo di aumentare la concentrazione di anidride carbonica nel sangue e verificare quindi la presenza del riflesso respiratorio nel paziente.

 

Tuttavia, questa procedura diagnostica, nota come test di apnea, riduce la pressione sanguigna e aumenta la pressione intracranica e può causare alla persona in coma danni fatali. Pertanto, il fatto che il suddetto test venga utilizzato prima di dichiarare la MC e in vista di essa costituisce una chiara violazione dei diritti del malato in quanto viola le più fondamentali linee guida per la gestione delle gravi lesioni cerebrali, causando ipercapnia, ipotensione e ipossia. In pratica, il test di apnea spesso rappresenta il colpo di grazia che giustifica poi il prelievo degli organi. 

 

Altro punto critico è la sorprendente aleatorietà dei criteri atti a stabilire la MC, i quali possono variare da paese a paese: in Italia, ad esempio, la valutazione dell’encefalo tramite EEG è obbligatoria ai fini della dichiarazione di MC; diverso è il caso inglese dove tale esame non viene ritenuto necessario. In linea teorica, un paziente può essere dichiarato morto oppure no a seconda del criterio diagnostico che sceglie di seguire un determinato medico.

 

D’altra parte, le attività della corteccia cerebrale non possono essere valutate clinicamente se il paziente versa in stato di incoscienza. Per lo stesso motivo, non può essere valutata l’attività del cervelletto mediante esame clinico o elettrofisiologico. In realtà, nessun criterio diagnostico è in grado di dimostrare l’assenza di tutte le attività cerebrali e cerebellari nel paziente in coma. Com’è possibile dunque affermare con assoluta certezza che l’attività cerebrale di un soggetto in coma sia talmente ridotta da non dargli più alcuna possibilità di ripresa, come vediamo in continui casi anche recenti? 

 

Ad ogni modo, la cessazione di funzione, sia reversibile che irreversibile, non implica necessariamente la distruzione totale dell’encefalo e dunque men che mai la morte della persona. In effetti, l’irreversibilità in quanto tale non è un concetto empirico, non è una condizione osservabile. Considerare l’irreversibilità del funzionamento cerebrale come sinonimo di morte o di distruzione dell’encefalo equivale a identificare i sintomi con la loro causa.

 

Il paziente dichiarato cerebralmente morto conserva responsività agli stimoli e può anche mostrare dei movimenti spontanei come il cosiddetto fenomeno di Lazzaro, durante il quale il presunto cadavere compie dei movimenti anche ben coordinati che lasciano supporre il coinvolgimento del cervelletto e delle aree superiori dell’encefalo.

 

Inoltre, vengono spesso rilevate nel soggetto in MC delle risposte che di norma sono mediate dal tronco encefalico, come l’aumento della frequenza del battito cardiaco e della pressione sanguigna sia all’inizio che nel corso dell’intervento per la rimozione degli organi.

 

La presenza di movimenti spontanei nella persona che viene sottoposta all’espianto è tale che durante l’operazione è sempre necessario paralizzarla. Per di più, la maggior parte degli anestesisti somministra al «morto» la stessa dose di anestesia generale che viene impiegata per un paziente vivo. Eppure, per i fautori del nuovo criterio di morte i segni vitali chiaramente riscontrabili nel paziente in MC non sono altro che riflessi spinali.

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Sembra evidente che la MC sia un’invenzione, un costrutto pseudo scientifico atto a dichiarare morti i pazienti in coma, aprendo la strada alla predazione degli organi o semplicemente all’eliminazione del malato o dell’incosciente.

 

Del resto, sono gli stessi addetti ai lavori ad ammettere che la MC non ha alcuna base naturale o scientifica e che il suo vero fine è stabilire per legge chi deve essere sacrificato a Moloch.

 

Infatti, nel Manuale MSD riservato agli operatori sanitari, alla voce Morte Cerebrale, si legge: «La determinazione che la morte cerebrale/morte per criteri neurologici (ossia, la cessazione totale della funzione cerebrale integrata, in particolare quella del tronco encefalico) costituisce la morte di una persona è stata accettata legalmente e culturalmente nella maggior parte dei Paesi». 

 

«Accettata», come si accetta una convenzione. E non da tutte le nazioni e le famiglie. Sicuramente non da noi.

 

Alfredo De Matteo

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Immagine di Ericneuro via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International;immagine modificata.

Bioetica

La bambina risucchiata dal bocchettone della piscina e la morte cerebrale

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Ci risiamo. Un’altra bambina, un’altra piscina e un’altra corsa disperata verso un reparto di terapia intensiva. E infine un altro titolo che, puntualmente, troviamo identico su tutti i giornali: «È morta la bambina risucchiata dal bocchettone della piscina».   Il lettore scorre una notizia di questo tipo e crede di aver capito tutto. Immagina una vittima che, dopo l’incidente, «non ce l’ha fatta». È la conclusione naturale della tragedia. Fine della storia.   E invece no. La prassi in questi casi è molto più complessa e nessun mezzo di informazione avverte la necessità di raccontarla.   Il paziente di questo tipo, infatti, non arriva in ospedale da cadavere: il cuore batte, il sangue circola e il suo organismo viene sostenuto dai medici che riescono a stabilizzarlo. Le condizioni sono molto critiche, ma si tratta tecnicamente di un paziente ricoverato in terapia intensiva, non un corpo senza vita consegnato all’obitorio.

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A un certo punto, però, al percorso terapeutico se ne affianca un altro: quello dell’accertamento della cosiddetta morte con criteri neurologici convenzionali. Dopo il periodo di osservazione previsto dalla legge, una commissione medica dichiara la morte dell paziente. Solo da quel momento diventa giuridicamente possibile procedere al prelievo degli organi, al quale i parenti, travolti dal dolore, acconsentono.   Tutto questo, però, nel racconto mediatico scompare; la notizia viene compressa in una formula tanto semplice quanto ingannevole: morti per l’incidente. Ma è davvero questo che è accaduto? Perché esiste una differenza enorme tra dire che una persona è morta in conseguenza di un annegamento o un incidente d’auto e dire che, dopo pochissimi giorni di terapia intensiva, una commissione medica ne ha accertato la morte secondo i criteri neurologici previsti dall’ordinamento italiano.   Non è un sofisma, è la differenza tra un evento naturale e un atto medico. Eppure, questa differenza viene sistematicamente cancellata dal linguaggio dell’informazione.   Si tratta di uno schema che si ripete con impressionante regolarità. Ogni volta che un bambino o un giovane arriva in ospedale dopo un arresto cardiaco rianimato, soprattutto quando il danno cerebrale appare importante, il percorso clinico segue ormai una sequenza ben nota: si stabilizza il paziente, si valutano le sue condizioni neurologiche e, qualora ne ricorrano i presupposti, si avvia il protocollo per l’accertamento della morte encefalica. Se quest’ultima viene confermata dai risultati di determinati test diagnostici, si apre immediatamente la possibilità della donazione degli organi.    Cos’è la morte cerebrale, quali sono i suoi presupposti scientifici, filosofici e antropologici? Chi decide quali siano le procedure volte a stabilire la morte di un paziente e sulla base di quali criteri? Esiste da parte della comunità scientifica un consenso unanime a riguardo? Ancora: perché affrettare le procedure di accertamento, invece di continuare a prendersi cura del paziente? La bambina, avrebbe potuto riprendersi se adeguatamente trattata?   A queste domande non si cerca mai di dare una risposta. Anzi, si lavora per occultarle, come se fossero dei dettagli irrilevanti, mentre invece rappresentano il cuore della questione. Si preferisce una narrazione rassicurante: la bambina è morta, i genitori hanno compiuto un gesto d’amore e la vita continua in altre persone bisognose di un trapianto. Chiuso il sipario.

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Tuttavia proprio questa banalizzazione della notizia dovrebbe insospettire, perché quando una questione bioetica di capitale importanza viene ridotta a poche formule ripetute identiche da tutti i mezzi di informazione, significa che il linguaggio ha già svolto il suo compito: non quello di descrivere la realtà, ma di interpretarla prima ancora che il lettore possa farsene un’idea.   Le parole non sono mai neutrali, il linguaggio è diventato il primo e più efficace strumento della necrocultura trapiantista: prima ancora dei protocolli, prima ancora delle leggi. Perché se si riesce a far coincidere, nell’immaginario collettivo, la dichiarazione di morte con la morte nel senso comune del termine, il problema è già risolto e nessuno sentirà più il bisogno di interrogarsi.   È forse proprio questa la trasformazione più inquietante: non si ridefinisce soltanto la morte, si ridefinisce l’uomo. E quando perfino le parole vengono accuratamente scelte per impedire che le persone comprendano ciò che realmente accade, allora il problema non riguarda più soltanto la bioetica.    Riguarda la verità.   Alfredo De Matteo  

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Morte cerebrale

Bambino dichiarato morto si risveglia in obitorio. La morte è una decisione tecnica?

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L’8 febbraio scorso, mentre milioni di americani seguivano il Super Bowl, nella tranquilla cittadina di Gilbert, alle porte di Phoenix, in Arizona, una famiglia viveva un incubo che rappresenta molto di più di un semplice caso di malasanità. 

 

Il piccolo Vincent Lorenzo Fiordilino, appena diciotto mesi, sfugge al controllo degli adulti durante una festa in giardino. Quando viene ritrovato, galleggia prono nella piscina di casa e nessuno può sapere con certezza per quanto tempo sia rimasto sott’acqua. I familiari iniziano immediatamente le manovre di rianimazione e al contempo allertano i paramedici del servizio di emergenza, i quali arrivano rapidamente sul posto e proseguono i tentativi di rianimazione del piccolo, anche durante il trasporto in ospedale. 

 

Per oltre un’ora medici e infermieri fanno tutto il possibile per salvargli la vita. Poi, poco dopo le 18.00, il medico responsabile interrompe definitivamente ogni manovra rianimatoria e dichiara deceduto il bambino.

 

Eppure, c’è qualcosa che non convince le persone presenti: la madre osserva il torace di suo figlio e chiede ai sanitari perché continui a sollevarsi, mentre un’infermiera riferisce di percepire ancora il polso. Anche due agenti della polizia di Gilbert, presenti in ospedale, dichiarano di aver visto il torace del bambino sollevarsi ripetutamente come se stesse respirando e invitano il medico a rivalutare la situazione.

 

La risposta del medico, riportata dalla stampa statunitense, è disarmante: «Lasciatemi lavorare, ho studiato medicina per un motivo».

 

Per il clinico quei movimenti non hanno alcun significato, sono semplici riflessi respiratori dovuti all’aria insufflata nei polmoni dell’infante durante i ripetuti tentativi di rianimazione. Pertanto, la diagnosi non cambia e alle 19.23 il piccolo viene trasferito nella cella frigorifera dell’obitorio.

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Poco prima di mezzanotte il colpo di scena: gli addetti aprono la porta della camera mortuaria per prendere in consegna il corpo del bambino e si accorgono che respira e il suo cuore pulsa.

 

Vincent è vivo e viene immediatamente trasferito in elicottero al Phoenix Children’s Hospital, dove i medici riescono a stabilizzarlo. Oggi il bambino sta bene, anche se le conseguenze neurologiche dell’incidente restano ancora tutte da valutare.

 

Questo fatto di cronaca non riguarda una diagnosi di morte encefalica, ma un evidente errore nell’accertamento del decesso dopo un arresto cardiaco conseguente ad annegamento.

 

Tuttavia, esso pone una domanda che va ben oltre il singolo errore di valutazione e getta una luce sinistra proprio sul criterio che consente di dichiarare morta una persona sulla base dei soli parametri neurologici: che cos’è, oggi, la morte?

 

Per secoli essa è stata considerata un evento naturale, non una decisione tecnica. Il medico non «stabiliva» la morte ma la riconosceva, e lo faceva con prudenza, visto che era consapevole del fatto che gli estremi della vita sono avvolti da un certo margine di mistero. La tradizione medica aveva imparato, anche attraverso gli errori, che esistevano le cosiddette morti apparenti.

 

Per questo motivo non bastavano l’assenza del respiro o del battito cardiaco per certificare l’avvenuto decesso del paziente, ma si attendevano i segni certi della decomposizione: il raffreddamento del corpo, il rigor mortis, le ipostasi cadaveriche. Solo allora la morte poteva dirsi realmente avvenuta.

 

Quella prudenza non nasceva dall’ignoranza scientifica, ma da una profonda consapevolezza antropologica: finché permane anche un ragionevole dubbio, la vita deve essere sempre presunta.

 

Negli ultimi decenni questa prospettiva è profondamente cambiata. Con l’introduzione del criterio della morte cerebrale essa non viene più identificata con la disgregazione dell’organismo, ma con la cessazione irreversibile (o presunta tale) di determinate funzioni neurologiche. La morte non appare più come un dato osservabile a posteriori, ma come il risultato di procedure diagnostiche altamente specialistiche e perdipiù non uniformi.

 

Si tratta di un cambiamento culturale enorme, delle cui conseguenze spesso non ci rendiamo conto. La morte cessa di essere un evento naturale che il medico si limita a riconoscere ma diventa una condizione definita attraverso protocolli, esami strumentali e criteri tecnico-giuridici.

 

Il caso del piccolo Vincent dimostra che l’accertamento della morte non è mai un’operazione banale e che la medicina continua a confrontarsi con un confine che non può essere ridotto a una semplice procedura amministrativa.

 

Colpisce soprattutto la sicurezza con cui il medico respinge ogni obiezione: la madre vede il petto del figlio muoversi, un’infermiera afferma di sentire il polso, due agenti di polizia riferiscono di osservare atti respiratori. Eppure, tutto viene ricondotto a fenomeni privi di significato perché è stato seguito pedissequamente il protocollo.

 

Quanti di questi episodi accadono negli ospedali di tutto il mondo senza che emergano nelle cronache dei giornali? Quante persone vengono dichiarate morte e trattate alla stregua di cadaveri da cui prelevare organi malgrado respirino e reagiscano agli stimoli?

 

La questione non è più semplicemente se una persona sia realmente morta, ma se siano stati correttamente applicati i criteri previsti dalle linee guida.

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È una differenza che potrebbe sembrare soltanto terminologica, ma in realtà è antropologica. Quando la morte diventa prevalentemente una categoria tecnica, cambia inevitabilmente anche il rapporto tra medicina e persona. La vicenda del bambino dell’Arizona ci ricorda, con una forza quasi drammatica, che la vita continua a sfuggire alle nostre classificazioni e che gli estremi dell’esistenza conservano una dimensione di mistero che nessun protocollo potrà mai eliminare.

 

La medicina moderna possiede strumenti diagnostici impensabili fino a pochi decenni fa, ma quanto più aumenta il suo potere, tanto più dovrebbe crescere quella virtù che la tradizione chiamava prudenza. Perché quando è in gioco la vita di una persona, il dubbio non dovrebbe mai essere considerato un ostacolo alla tecnica, bensì il suo limite invalicabile.

 

Eppure, è proprio questo limite che la necrocultura dominante si prefigge di oltrepassare. L’essere umano non viene più riconosciuto come portatore di dignità intrinseca, ma come materia biologica da amministrare e rendere funzionale a obiettivi ritenuti superiori. Quando la vita umana diventa disponibile, ogni confine diventa negoziabile.

 

Anche quello tra la vita e la morte.

 

Alfredo De Matteo

 

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Bioetica

Primo caso di eutanasia sotto i 12 anni, ecco la profonda trasformaziona antropologica della morte cerebrale

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La notizia proveniente dai Paesi Bassi secondo cui, per la prima volta, è stata praticata l’eutanasia su un bambino di età inferiore ai dodici anni, rappresenta molto più di un fatto di cronaca. Essa costituisce un passaggio simbolico di straordinaria importanza, in quanto mostra fino a che punto sia giunta una determinata concezione dell’essere umano.   Come sempre accade in questi casi, l’attenzione dell’opinione pubblica viene focalizzata sul singolo dramma: la malattia, la sofferenza, l’assenza di prospettive terapeutiche. Tuttavia, la questione vera che rimane sullo sfondo è un’altra: quali sono i presupposti antropologici che rendono oggi non solo possibile ma anche solo pensabile la soppressione medicalmente assistita di un minore?   Nei Paesi Bassi l’eutanasia viene praticata sui bambini gravemente malati la cui morte appare imminente e le autorità, all’indomani dell’introduzione della legge, hanno tenuto a precisare che i casi di minori coinvolti nella cosiddetta morte compassionevole sarebbero stati pochissimi, forse cinque o dieci all’anno. Ma la storia degli ultimi decenni insegna che i numeri iniziali dei morti ammazzati non sono indicativi né tantomeno definitivi: ciò che conta infatti è il principio che viene introdotto, la cui coerente applicazione conduce inevitabilmente a una spirale di morte non controllabile. 

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Nel caso olandese, la vita del bambino può essere «interrotta» quando sussistano sofferenze ritenute insopportabili e senza prospettive di miglioramento. Il criterio decisivo non è dunque l’appartenenza alla specie umana, né la semplice esistenza biologica, ma una valutazione circa la qualità dell’esistenza. In altri termini, il valore della vita viene associato alla presenza o meno di determinate condizioni funzionali. E questa logica non nasce oggi.   Quando si ripercorrono le vicende come quelle di Charlie Gard o Alfie Evans emerge una dinamica analoga: anche in quei casi il conflitto non riguardava semplicemente le cure, ma il valore che si attribuisce all’essere umano. I genitori ritenevano che la vita del figlio avesse un valore intrinseco nonostante le menomazioni fisiche e/o intellettive; le istituzioni sanitarie e giudiziarie ritenevano invece che la prosecuzione delle cure non fosse più nel migliore interesse del minore, sulla base di criteri valutativi calati dall’alto e stabiliti a tavolino.   La medesima domanda si ripresenta oggi: chi stabilisce quando una vita abbia ancora un valore sufficiente per essere vissuta?   La bioetica contemporanea tende sempre più a identificare la persona con alcune funzioni: coscienza, autonomia, capacità relazionali, qualità della vita, possibilità di provare esperienze significative. Quando tali funzioni risultano gravemente compromesse, la persona rischia di trasformarsi da soggetto di diritti a oggetto di valutazione.   In questo senso, il criterio della morte cerebrale ha inaugurato una nuova antropologia, introducendo il concetto, indimostrato e indimostrabile, che la perdita di determinate funzioni cognitive coincida con la morte della persona. L’organismo biologicamente vivente viene reinterpretato alla luce di un criterio funzionale: il cervello diventa il luogo dell’identità.   Almeno all’apparenza, l’eutanasia dei bambini non c’entra nulla con la morte cerebrale. Eppure, ad uno sguardo attento non può sfuggire il fatto che tali omicidi di stato sembrano condivire con il criterio encefalico il medesimo orizzonte antropologico, in cui il valore della vita dipende sempre meno dall’essere e sempre più dal funzionare.   Particolarmente inquietante appare inoltre il meccanismo giuridico previsto nei Paesi Bassi, dove prima l’eutanasia viene praticata e soltanto successivamente le autorità competenti verificano se il medico abbia rispettato le «linee guida» e abbia agito con la necessaria diligenza professionale. Il controllo giuridico non precede l’atto: lo segue. Il giudizio arriva dopo che la sentenza di morte è già stata emessa.

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Nella tradizione medica e giuridica occidentale, quando è in gioco un bene indisponibile come la vita umana, il dubbio favorisce sempre la conservazione del bene stesso. Nel modello olandese, invece, la logica viene rovesciata e l’atto irreversibile precede la valutazione.   Evidentemente, quando il valore della vita viene associato alle funzioni, all’autonomia o alla qualità dell’esistenza, i soggetti più fragili diventano i più esposti: il malato terminale, il disabile grave, il paziente in stato vegetativo, il bambino gravemente malato.   Per tale motivo, il primo caso olandese di eutanasia su un bambino sotto i dodici anni non rappresenta una semplice eccezione, ma costituisce l’ennesimo segnale di una trasformazione antropologica profonda, in cui la medicina non si limita più a curare o accompagnare la vita, ma assume sempre più il potere di stabilire quando una vita possa ancora essere considerata degna di essere vissuta.    Alfredo De Matteo

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Immagine di Franciscans of the Immaculate via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
 
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