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Morte cerebrale

Malori e predazioni degli organi: continua la strage operata dalla «Morte Cerebrale»

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Procede senza soluzione di continuità la stagione dei malori improvvisi, a tutto vantaggio della fiorente industria dei trapianti di organi vitali, com’è ormai noto ai lettori di Renovatio 21

 

L’ennesimo episodio è accaduto intorno al giorno di Natale: secondo la stampa locale, una quarantenne di Oristano, la quale non aveva apparenti problemi di salute, si sarebbe sentita male mentre si trovava in casa con il compagno, il quale ha tentato di rianimarla senza ottenere successo. Solamente l’arrivo degli operatori del 118 avrebbe consentito di strappare alla morte la giovane donna, la quale però pochi giorni dopo il trasferimento in elicottero all’ospedale di Nuoro, per l’esattezza il 31 dicembre scorso, è stata dichiarata cerebralmente morta ed espiantata degli organi. Le cronache riferiscono che l’attività cerebrale della quarantenne oristanese si sia pian piano ridotta fino ad arrivare a non darle più alcuna possibilità di ripresa. 

 

Ora, oltre alla solita velocità con cui le strutture sanitarie tendono ad attivare le procedure per la dichiarazione di Morte Cerebrale (MC), è possibile constatare come il nuovo criterio di accertamento della morte fondato sui soli parametri neurologici costituisca una grave minaccia per la vita di ciascuno di noi.

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Infatti, anche nel caso in cui il paziente in coma non rientri tra i potenziali donatori, una volta dichiarata la MC la sua sorte è segnata: egli viene trattato alla stregua di un cadavere e privato dei sostegni vitali e delle cure che lo mantengono in vita, come prescritto dalla legge.

 

Pertanto, è quanto mai opportuno e urgente interrogarsi circa la veridicità di un criterio di accertamento della morte che sembra affondare le sue radici nell’ideologia piuttosto che nella scienza, nell’artificiosità della tecnica piuttosto che nella naturalità della morte.

 

La MC è vera morte? Le diagnosi di MC sono veramente affidabili al di là di ogni ragionevole dubbio? 

 

Abbiamo già avuto modo in altre occasioni di mettere in evidenza come la pretesa di identificare in un organo, in particolare nel cervello, il principio vitale dell’essere umano non ha alcun riscontro scientifico e si fonda su una concezione della vita meramente meccanicistica.

 

La tesi secondo cui la vita umana richiede un cervello funzionante è già confutata dal fatto che a livello embrionale il cervello è l’organo che si sviluppa più tardi; è chiaro quindi che la vita è presente indipendentemente dal funzionamento cerebrale. Come può un organo che si forma relativamente tardi svolgere il ruolo di integratore centrale dell’organismo umano?

 

Non solo, se il cervello è la «centralina» che regola tutte le funzioni dell’individuo come mai i pazienti in MC mantengono inalterate le funzioni di base? Nella persona dichiarata morta, infatti, la circolazione sanguigna, il controllo della temperatura, il sistema metabolico e immunitario funzionano perfettamente, così come lo scambio gassoso nei polmoni che permette al paziente di respirare (ossia di metabolizzare l’ossigeno).

 

Addirittura, le donne che aspettano un bambino possono portare a termine la gravidanza; ciò non è la dimostrazione più lampante dell’esistenza di interazioni molto complesse tra gli organi, ossia che ci sia integrazione?

 

Evidentemente, la MC non costituisce la fine dell’unità biologica dell’organismo come un tutto. Del resto, è la stessa medicina dei trapianti a trarre vantaggio dalla mantenuta unità biologica del potenziale donatore, dal momento che per essa è di fondamentale importanza che gli organi da prelevare rimangano interconnessi e vivi.

 

Solamente la sospensione del sostegno vitale fa sopraggiungere la (vera) morte della persona e avvia il processo di decomposizione del corpo.

 

Tuttavia, ammesso e non concesso che il mancato funzionamento del cervello equivalga alla morte dell’individuo, rimarrebbe comunque da stabilire se nella MC tutte le funzioni cerebrali siano effettivamente compromesse e se lo siano in modo irreversibile. Per rispondere a questi interrogativi potrebbe tornare utile capire se le conoscenze finora acquisite dalle neuroscienze circa il funzionamento del cervello siano complete ed esaustive e se le tecniche utilizzate per stabilire l’irreversibilità delle funzioni cerebrali siano a prova di errore. 

 

Per quanto riguarda il primo punto, è evidente che malgrado la ricerca scientifica abbia compiuto grandi passi in avanti nello studio del cervello essa è ben lontana dall’aver acquisito la completa conoscenza di questo meraviglioso organo. Sono gli stessi addetti ai lavori a dichiarare che benché si conosca molto a livello molecolare e cellulare si sia rimasti sostanzialmente ignoranti circa le proprietà dei circuiti che fanno funzionare l’enorme e estremamente complesso meccanismo cerebrale. Si parla infatti di milioni di cellule che formano tra loro miliardi di connessioni contemporaneamente.

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Nel 2017 la rivista Current Biology ha reso noto un esperimento scientifico condotto dalla neuroscienziata Angela Sirigu, la quale è riuscita a recuperare la coscienza di un paziente in stato vegetativo attraverso una serie protratta nel tempo di elettrostimolazioni del nervo vago. La particolarità dell’esperimento effettuato dalla ricercatrice italiana è dovuta al fatto che il paziente non aveva più alcun contatto con il mondo esterno da ben 15 anni e la sua condizione era considerata irreversibile.

 

Anche secondo la neurologa Silvia Marino, la quale è riuscita attraverso la somministrazione di stimoli di vario genere a far passare un certo numero di pazienti dallo stato cosiddetto vegetativo a quello di minima coscienza, il termine irreversibile applicato ai disturbi della coscienza non è più utilizzabile. 

 

Per quanto riguarda le procedure atte a stabilire la MC, esse sembrano, ad una attenta analisi, artificiose e prive di validità scientifica. 

 

Innanzitutto, secondo i teorizzatori della MC la presunta irreversibilità del danno cerebrale sarebbe comprovata quando una particolare serie di funzioni cerebrali rimane per qualche tempo clinicamente non individuabile. Tuttavia, è ormai noto che la funzione neurale può essere soppressa solo temporaneamente quando l’apporto di sangue al cervello diminuisce fino ad un certo livello. Questo fenomeno è noto come penombra ischemica.

 

Il riconoscimento di tale fenomeno (tra l’altro, sostanzialmente sconosciuto al tempo della stesura del rapporto di Harward) grazie alle moderne tecniche di diagnostica per immagini è la dimostrazione che lo stato di assenza di riflessi cefalici non corrisponde necessariamente alla MC. Inoltre, la valutazione clinica della diagnosi di MC richiede la sospensione temporanea del supporto respiratorio meccanico allo scopo di aumentare la concentrazione di anidride carbonica nel sangue e verificare quindi la presenza del riflesso respiratorio nel paziente.

 

Tuttavia, questa procedura diagnostica, nota come test di apnea, riduce la pressione sanguigna e aumenta la pressione intracranica e può causare alla persona in coma danni fatali. Pertanto, il fatto che il suddetto test venga utilizzato prima di dichiarare la MC e in vista di essa costituisce una chiara violazione dei diritti del malato in quanto viola le più fondamentali linee guida per la gestione delle gravi lesioni cerebrali, causando ipercapnia, ipotensione e ipossia. In pratica, il test di apnea spesso rappresenta il colpo di grazia che giustifica poi il prelievo degli organi. 

 

Altro punto critico è la sorprendente aleatorietà dei criteri atti a stabilire la MC, i quali possono variare da paese a paese: in Italia, ad esempio, la valutazione dell’encefalo tramite EEG è obbligatoria ai fini della dichiarazione di MC; diverso è il caso inglese dove tale esame non viene ritenuto necessario. In linea teorica, un paziente può essere dichiarato morto oppure no a seconda del criterio diagnostico che sceglie di seguire un determinato medico.

 

D’altra parte, le attività della corteccia cerebrale non possono essere valutate clinicamente se il paziente versa in stato di incoscienza. Per lo stesso motivo, non può essere valutata l’attività del cervelletto mediante esame clinico o elettrofisiologico. In realtà, nessun criterio diagnostico è in grado di dimostrare l’assenza di tutte le attività cerebrali e cerebellari nel paziente in coma. Com’è possibile dunque affermare con assoluta certezza che l’attività cerebrale di un soggetto in coma sia talmente ridotta da non dargli più alcuna possibilità di ripresa, come vediamo in continui casi anche recenti? 

 

Ad ogni modo, la cessazione di funzione, sia reversibile che irreversibile, non implica necessariamente la distruzione totale dell’encefalo e dunque men che mai la morte della persona. In effetti, l’irreversibilità in quanto tale non è un concetto empirico, non è una condizione osservabile. Considerare l’irreversibilità del funzionamento cerebrale come sinonimo di morte o di distruzione dell’encefalo equivale a identificare i sintomi con la loro causa.

 

Il paziente dichiarato cerebralmente morto conserva responsività agli stimoli e può anche mostrare dei movimenti spontanei come il cosiddetto fenomeno di Lazzaro, durante il quale il presunto cadavere compie dei movimenti anche ben coordinati che lasciano supporre il coinvolgimento del cervelletto e delle aree superiori dell’encefalo.

 

Inoltre, vengono spesso rilevate nel soggetto in MC delle risposte che di norma sono mediate dal tronco encefalico, come l’aumento della frequenza del battito cardiaco e della pressione sanguigna sia all’inizio che nel corso dell’intervento per la rimozione degli organi.

 

La presenza di movimenti spontanei nella persona che viene sottoposta all’espianto è tale che durante l’operazione è sempre necessario paralizzarla. Per di più, la maggior parte degli anestesisti somministra al «morto» la stessa dose di anestesia generale che viene impiegata per un paziente vivo. Eppure, per i fautori del nuovo criterio di morte i segni vitali chiaramente riscontrabili nel paziente in MC non sono altro che riflessi spinali.

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Sembra evidente che la MC sia un’invenzione, un costrutto pseudo scientifico atto a dichiarare morti i pazienti in coma, aprendo la strada alla predazione degli organi o semplicemente all’eliminazione del malato o dell’incosciente.

 

Del resto, sono gli stessi addetti ai lavori ad ammettere che la MC non ha alcuna base naturale o scientifica e che il suo vero fine è stabilire per legge chi deve essere sacrificato a Moloch.

 

Infatti, nel Manuale MSD riservato agli operatori sanitari, alla voce Morte Cerebrale, si legge: «La determinazione che la morte cerebrale/morte per criteri neurologici (ossia, la cessazione totale della funzione cerebrale integrata, in particolare quella del tronco encefalico) costituisce la morte di una persona è stata accettata legalmente e culturalmente nella maggior parte dei Paesi». 

 

«Accettata», come si accetta una convenzione. E non da tutte le nazioni e le famiglie. Sicuramente non da noi.

 

Alfredo De Matteo

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Immagine di Ericneuro via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International;immagine modificata.

Morte cerebrale

Budget sanitario e morte cerebrale: la predazione degli organi come obiettivo del sistema

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Il 26 agosto, il Corriere delle Alpi ha riportato i dati sull’attività di donazione della ULSS 1 Dolomiti, resi pubblici dai vertici dell’azienda sanitaria e dal coordinamento trapianti: nel 2024 dieci accertamenti di morte con criterio neurologico; nel 2025 sedici; nei primi otto mesi del 2026 sei.   Nello stesso periodo del 2026 si contano cinque donatori multiorgano. Il direttore generale dell’ULSS auspica inoltre che il 20% di mancati consensi alla donazione registrato nel territorio possa essere ulteriormente ridotto, fino «magari» ad essere azzerato.   Fin qui, la consueta promozione della cosiddetta donazione. Ma nei dati diffusi dall’azienda sanitaria c’è molto di più: il coordinatore aziendale spiega che i coordinamenti ospedalieri sono operativi ventiquattr’ore su ventiquattro, individuano i potenziali donatori e mettono in atto i processi necessari affinché si possa arrivare alla donazione. Tra le attività svolte, figura il monitoraggio quotidiano dei cerebrolesi ricoverati in terapia intensiva, oltre al controllo dei decessi ospedalieri e territoriali.   Inoltre, quando viene avviato un accertamento di morte con criteri neurologici, spiega ancora il responsabile, la rete dei trapianti è già stata attivata in modo da essere pronta al successivo prelievo e al trapianto.   Quest’ultimo dato, in particolare, mostra che l’accertamento neurologico della morte, pur avendo una funzione autonoma rispetto alla donazione, può svolgersi mentre la macchina trapiantologica è già stata messa in movimento. L’autonomia dell’accertamento, dunque, non comporta una separazione temporale e organizzativa dei due processi.

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È certamente vero che la legge italiana distingue le responsabilità: i medici che effettuano prelievi e trapianti devono essere diversi da quelli incaricati dell’accertamento della morte. Ma la questione decisiva riguarda il processo. Esiste anche una separazione del processo?   La legge n. 91 del 1999 stabilisce che già «all’inizio del periodo di osservazione», previsto per l’accertamento della morte, vengano fornite ai familiari tutte le informazioni relative anche al prelievo e alle opportunità terapeutiche per le persone in attesa di trapianto.   Il Centro Nazionale Trapianti spiega inoltre che, quando il soggetto sottoposto ad accertamento presenta le condizioni cliniche per diventare un potenziale donatore, il coordinatore del prelievo verifica la sua volontà registrata nel Sistema Informativo Trapianti. La cronaca bellunese rende così visibile ciò che norme e procedure già mostrano: accertamento neurologico e processo donativo possono sovrapporsi temporalmente e organizzativamente.   Ma c’è un documento ufficiale che porta la questione ancora oltre: l’accertamento neurologico della morte entra addirittura fra gli indicatori utilizzati per valutare la capacità organizzativa del sistema sanitario.   Tra gli indicatori utilizzati dal ministero della Salute, nel Nuovo Sistema di Garanzia per valutare l’assistenza sanitaria, compare l’indicatore H09Zb, che misura il rapporto tra il numero degli accertamenti e la popolazione residente. Ma è soprattutto il modo in cui il ministero spiega la funzione di questo indicatore a risultare illuminante.   Gli accertamenti vengono inseriti nel gruppo degli indicatori che misurano la capacità organizzativa degli ospedali di assicurare «il processo di donazione di organi». Lo stesso documento definisce i soggetti sui quali vengono effettuati tali accertamenti come potenziali donatori di organi a cuore battente e afferma che l’accertamento costituisce il punto di partenza del processo donativo.   Il documento arriva a individuare come uno dei principali fattori di perdita di potenziali donatori proprio il mancato accertamento della morte neurologica. Per descrivere il fenomeno utilizza addirittura l’espressione tecnica «missing brain deaths», «morti cerebrali mancanti».   Come abbiamo visto, l’accertamento della morte con criteri neurologici viene attivato quando ricorrono le condizioni cliniche previste, indipendentemente dal fatto che il paziente possa o meno diventare donatore. Ma proprio per questo appare ancora più significativo che il medesimo accertamento venga poi assunto dal sistema trapiantologico come indicatore della capacità di procurement.   La questione riguarda dunque proprio questa sovrapposizione: un accertamento che risponde alla necessità di stabilire la morte del paziente viene contemporaneamente conteggiato e valutato in funzione della capacità del sistema di procurare organi.   Eppure, la morte dovrebbe essere un evento che la medicina constata, non un parametro attraverso il quale valutare la capacità organizzativa del sistema sanitario nel produrre donazione di organi.   La stessa logica ricorre nell’indicatore PROC2, utilizzato da anni dal sistema trapiantologico, che mette in rapporto gli accertamenti di morte encefalica con i decessi per lesione cerebrale acuta in terapia intensiva.   Il Centro Nazionale Trapianti lo utilizza per monitorare l’«efficienza» dell’accertamento e, più in generale, del processo di identificazione del potenziale donatore. Anche nei programmi nazionali il numero degli accertamenti neurologici compare accanto al numero dei donatori procurati. La diagnosi di morte encefalica, pur avendo una funzione autonoma, viene dunque incorporata organizzativamente nel sistema di valutazione del sistema organizzativo dei trapianti.   Ma dal quadro generale emerge un altro paradosso, quello economico: l’organo viene donato; il cittadino non riceve nulla; la famiglia non riceve nulla.

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Ma appena l’organo diventa disponibile si attiva una struttura estremamente complessa: personale sanitario, équipe chirurgiche, laboratori, trasporti, sale operatorie, sistemi di perfusione e conservazione, dispositivi medici e centri trapianto. E la filiera non termina con l’intervento, ma prosegue con la degenza, i controlli periodici, gli esami diagnostici, le visite specialistiche e soprattutto con le terapie farmacologiche antirigetto che accompagneranno il trapiantato nel tempo.   Il dato documentabile è l’esistenza di un rilevante flusso economico attivato dalla filiera e i numeri non mentono: solo per il piano di attività 2025 del Coordinamento Regionale Trapianti, il Veneto ha stanziato 665.100 euro; la programmazione sanitaria lombarda per il 2026 prevede l’adeguamento fino a 3,5 milioni di euro del finanziamento massimo destinato alle attività di trapianti e dichiara esplicitamente come risultato atteso «l’ulteriore incremento del procurement di organi».   A livello nazionale, inoltre, la legge di bilancio ha autorizzato 10 milioni di euro all’anno, a partire dal 2025, per la riduzione delle liste d’attesa per i trapianti e per l’acquisto di dispositivi destinati alla perfusione, conservazione, trasporto e gestione degli organi e dei tessuti. Nell’aprile 2026 la Conferenza Stato-Regioni ha sancito l’intesa sulle modalità di riparto di queste risorse.   Tuttavia queste cifre riguardano soltanto alcuni capitoli della macchina dei trapianti. Se si guarda alla filiera trapiantologica vera e propria, emergono altri ordini di grandezza: uno studio economico italiano stima in circa 61.000 euro il costo a carico del Servizio sanitario di un trapianto renale e della gestione del paziente nel primo anno; per il trapianto di fegato legato all’epatite B, un recente studio ha stimato invece un costo sanitario diretto medio nell’arco della vita di circa 396.000 euro per paziente, di cui oltre 80.000 euro riconducibili alla sola immunosoppressione.   Infine, uno studio condotto sul sistema trapiantologico del Lazio ha calcolato, tra il 2015 e il 2019, oltre 97 milioni di euro di finanziamenti tariffari per l’attività di trapianto di organi solidi, ai quali si aggiungevano oltre 29 milioni di euro destinati, nello stesso quinquennio, ai servizi di donazione.   La materia prima biologica senza la quale l’intera filiera non potrebbe esistere viene ceduta gratuitamente. Tutto ciò che accade dopo ha invece un costo, un finanziamento, una tariffa, un fornitore, un dispositivo, un professionista e spesso un mercato. E quel flusso economico non si esaurisce con il trapianto: continua negli anni attraverso farmaci, controlli, esami, visite e assistenza specialistica.   L’organo non viene comprato, ma intorno all’organo circola denaro, molto denaro.   A questo punto viene naturale porsi la domanda provocatoria che la retorica della «cultura del dono» lascia normalmente senza risposta: se io metto gratuitamente a disposizione qualcosa senza cui una filiera sanitaria, tecnologica, farmaceutica e logistica dal valore considerevole non potrebbe esistere, perché soltanto il mio contributo deve necessariamente rimanere estraneo a qualsiasi valutazione economica?   Il sistema considera moralmente inaccettabile attribuire un prezzo all’organo, mentre considera del tutto normale attribuire costi, finanziamenti e remunerazioni a praticamente ogni attività che quell’organo rende possibile.   Al limite, il cittadino potrebbe legittimamente dire: «se ciò che ti dono gratuitamente mette in moto tutto questo valore economico, allora l’organo me lo paghi». Ma la gratuità, ahinoi, riguarda il donatore, non la filiera.   Ma torniamo ai dati di Belluno. Dieci accertamenti, poi sedici, poi altri sei; cinque donatori multiorgano nei primi otto mesi dell’anno; la rete che monitora quotidianamente i cerebrolesi; il sistema dei trapianti già mobilitato durante il periodo di accertamento. Il tutto presentato nel contesto dei risultati dell’attività di donazione.   Adesso sappiamo che esiste un indicatore ministeriale che misura gli accertamenti neurologici all’interno della capacità organizzativa del processo di donazione; sappiamo che il mancato accertamento viene considerato una perdita di potenziali donatori; sappiamo che esiste un indice PROC2 che ne misura l’efficienza; sappiamo che programmi regionali dichiarano esplicitamente l’incremento del procurement come risultato atteso.

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La domanda, a questo punto, si impone: che cosa succede quando un accertamento di morte che prescinde formalmente dalla donazione diventa, nello stesso tempo, un indicatore attraverso il quale si misura l’efficienza del sistema che procura gli organi?   Una cosa è accertare la morte encefalica, un’altra è costruire un sistema che misura quanti accertamenti vengono effettuati, che parla di accertamenti «mancanti», che considera quegli accertamenti indicatori dell’efficienza dell’attività di donazione e investe in programmi destinati ad aumentare la disponibilità di organi.   È forse questo il dato più inquietante che emerge dal resoconto della ULSS 1 Dolomiti: la morte cerebrale non viene soltanto accertata, ma cercata, conteggiata e trasformata in indicatore di efficienza del sistema trapiantologico.   E proprio mentre scriviamo, una drammatica notizia di cronaca sembra riportare l’intera questione dalla dimensione dei numeri a quella della realtà. Due sorelline, di undici e quattro anni, sono rimaste coinvolte nello stesso incidente stradale sulla Pontebbana.   La maggiore è morta durante il trasporto in ospedale e, riferisce Sky Tg24, per lei «la donazione non era stata possibile perché era morta durante il trasporto». La sorellina di quattro anni, invece, era stata rianimata e ricoverata: dopo alcuni giorni è stato avviato l’accertamento della morte con criteri neurologici e, concluso il periodo previsto, i genitori hanno acconsentito al prelievo degli organi.   La realtà, pertanto, è sotto gli occhi di tutti e sono le stesse cronache, forse involontariamente, a mostrarcela: la morte cardiocircolatoria della prima bambina ha reso impossibile la donazione, mentre l’accertamento della morte neurologica della seconda l’ha resa possibile. È precisamente questa differenza a mostrare perché, per il sistema dei trapianti, la morte con criteri neurologici possieda un’importanza del tutto particolare.   È alla luce di questa realtà che la questione diventa inevitabile: quando una morte «mancante» diventa, nel linguaggio tecnico, un potenziale donatore perduto, stiamo ancora semplicemente constatando la morte, o stiamo anche misurando quanto efficacemente il sistema riesce a trovarla?   Alfredo De Matteo

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia  
 
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Morte cerebrale

Morte cerebrale: donatore o no, decidono loro quando sei morto

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Due recenti fatti di cronaca ci consentono di mettere a fuoco un aspetto della cosiddetta morte cerebrale che rimane quasi sempre sullo sfondo e che, in realtà, precede la stessa questione dei trapianti. E che quindi ci sembra opportuno ribadire.

 

Nel primo caso, un cinquantenne è stato ricoverato in Rianimazione a Pescara dopo essere stato colpito con violenza mentre cercava di difendere il figlio diciottenne durante una lite. Pochi giorni dopo è stato avviato l’iter di accertamento della morte encefalica, culminato nella dichiarazione del decesso, cui ha fatto seguito la cosiddetta donazione degli organi.

 

Nel secondo fatto di cronaca, a Verona, un ragazzo di appena diciotto anni, colpito alla testa con una bottiglia durante una lite, è stato ricoverato in condizioni molto gravi. Anche in questo caso l’ospedale, appena due giorni dopo, ha avviato la procedura per l’accertamento della morte cerebrale. Non si hanno notizie se anche per questo paziente si procederà all’espianto degli organi, ma a questo punto la questione del consenso alla donazione degli organi appare francamente marginale. 

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Già, perché si tratta di due episodi diversi ma accomunati dallo stesso schema operativo: l’aggressione subita, il ricovero in ospedale in stato di incoscienza e in condizioni molto gravi, l’attivazione della medesima procedura alcuni giorni dopo. È proprio questa sequenza di eventi che permette di sgombrare il campo da un equivoco molto diffuso: la questione della morte cerebrale non è innanzitutto legata a quella dei trapianti.

 

Il prelievo degli organi vitali rappresenta certamente una delle sue conseguenze più evidenti e brutali, ma sarebbe un errore pensare che l’accertamento della morte cerebrale venga effettuato soltanto nei confronti di potenziali donatori.

 

La legge italiana stabilisce infatti che «la morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo» e il D.M. 11 aprile 2008 prevede che, quando ricorrono determinate condizioni cliniche, il medico debba darne immediata comunicazione alla Direzione sanitaria affinché venga attivato il procedimento previsto. La volontà relativa alla donazione degli organi appartiene dunque a un piano successivo e distinto.

 

In altre parole, non essere donatori non mette al riparo dall’accertamento della morte cerebrale e i familiari non dispongono di un diritto di veto sulla procedura di accertamento della morte quando ne ricorrano le condizioni previste dalla legge. 

 

La morte cerebrale stabilisce infatti il momento nel quale un essere umano gravemente cerebroleso cessa giuridicamente di essere un paziente. Per il nostro ordinamento, una volta concluso l’accertamento egli è equiparabile a un cadavere; e anche qualora non si proceda all’espianto, non esiste comunque più il presupposto per continuare un trattamento terapeutico finalizzato alla sua sopravvivenza. 

 

Ma quali sono i criteri attraverso i quali si arriva a una conseguenza tanto definitiva?

 

Il punto meriterebbe molta più attenzione di quanta normalmente ne riceva. L’accertamento neurologico, infatti, non consiste semplicemente nell’osservare passivamente un organismo fino alla comparsa degli inequivocabili segni tradizionali della morte. Richiede una serie di verifiche cliniche, tra cui l’assenza di coscienza e dei riflessi del tronco encefalico e la verifica dell’assenza di respirazione spontanea attraverso il cosiddetto test di apnea

 

Proprio il test di apnea costituisce uno degli aspetti che più contrastano con la deontologia medica: per verificare se il paziente sia ancora capace di respirare autonomamente viene consentito che la concentrazione di anidride carbonica nel sangue aumenti fino ai valori stabiliti dal protocollo, mentre il paziente non riceve la normale ventilazione meccanica. La letteratura medica riconosce che durante questa procedura possono verificarsi complicanze quali ipotensione e ipossiemia e prevede criteri per interrompere il test qualora si produca instabilità clinica significativa.

 

La questione assume un significato particolare proprio perché ci troviamo davanti a un individuo del quale si sta cercando di stabilire se sia morto: se la premessa fosse sbagliata, quelle procedure verrebbero effettuate su un paziente vivo e gravemente cerebroleso, precisamente nel momento in cui avrebbe bisogno della massima protezione e della massima cura. 

 

E non esiste neppure, a livello internazionale, un unico protocollo universalmente applicato. Nel corso degli anni numerosi studi hanno documentato differenze tra Paesi e sistemi sanitari riguardo ai prerequisiti, alla durata dell’osservazione, al numero degli esaminatori, all’impiego di test strumentali e alle modalità dell’accertamento. Proprio per ridurre questa variabilità è stato elaborato il World Brain Death Project, che ha proposto raccomandazioni internazionali comuni; il fatto stesso che sia stato necessario tentare un’armonizzazione mostra quanto i criteri abbiano storicamente presentato differenze significative.

 

Eppure, dall’esito di questi accertamenti dipende una conseguenza radicale: da un lato del confine abbiamo un paziente gravissimo da assistere, dall’altro un presunto cadavere.

 

La medicina intensiva permette oggi di sostenere per periodi prolungati organismi gravemente cerebrolesi che necessitano di ventilazione, assistenza continua, personale specializzato e posti di terapia intensiva. Con la dichiarazione di morte cerebrale quel problema scompare alla radice, perché non esiste più, giuridicamente, un paziente da assistere.

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Evidentemente, la normativa non dichiara come proprio scopo quello di liberare posti letto o risparmiare risorse. Ma questo non impedisce di porre una domanda scomoda: quanto è funzionale al sistema sanitario (e al sistema in generale) una definizione della morte che consente di trasformare un paziente gravemente cerebroleso, potenzialmente bisognoso di assistenza per un tempo indefinito, in un soggetto nei confronti del quale non esiste più alcun dovere terapeutico?

 

La questione non è marginale, perché ci riporta alle origini stesse del paradigma. La legge italiana non afferma semplicemente che la cessazione irreversibile delle funzioni encefaliche costituisca un segno dal quale dedurre che l’organismo è morto; stabilisce che la morte si identifica con quella cessazione.

 

È proprio a questo punto che la questione diventa antropologica: medicina e diritto si sono arrogati il potere di stabilire che un essere umano le cui funzioni cerebrali vengono considerate definitivamente compromesse non appartenga più al mondo dei vivi.

 

È questo che rende riduttivo concentrare il dibattito esclusivamente sulla donazione. Anche se domani non venisse più effettuato un solo trapianto di organi vitali, rimarrebbe intatta la domanda fondamentale: quell’essere umano è veramente morto?

 

E la domanda riguarda tutti, donatori e non donatori, perché la morte cerebrale non stabilisce soltanto quando gli organi possono diventare disponibili, ma quando un essere umano gravemente compromesso cessa di essere considerato un paziente al quale prestare cure.

 

Il lettore ci permetterà un’amara riflessione a margine: quando al rinnovo della carta d’identità ci viene chiesto se acconsentiamo alla donazione degli organi, possiamo ancora decidere che cosa verrà fatto del nostro corpo, ma non quando possiamo essere considerati cadaveri. 

 

Quella decisione è già stata presa. E non da noi.

 

Alfredo De Matteo

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Morte cerebrale

Calciatore dato per morto si risveglia in obitorio. Dichiarare la morte non equivale a determinarla

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Ci sono notizie che sembrano riproporre storie già viste e che, proprio per questo, rischiano di essere liquidate come semplici curiosità di cronaca. Quella che arriva in queste ore dalla Nigeria appartiene certamente a questa categoria, ma pone in evidenza un particolare sul quale vale la pena soffermarsi, perché ancora una volta ci costringe a interrogarci sul significato della morte e, soprattutto, sul rapporto tra la realtà e le definizioni attraverso le quali pretendiamo di descriverla.   Chinedu Ozor, trent’anni, da poco ingaggiato dal Katsina United, stava disputando una partita amichevole di preparazione alla nuova stagione quando, dopo appena una decina di minuti di gioco, si è improvvisamente accasciato sul terreno di gioco. Il personale sanitario presente è prontamente intervenuto per soccorrerlo e il calciatore è stato trasportato in ospedale, dove poi ne sarebbe stato dichiarato il decesso.   Diverse fonti riferiscono che la morte sarebbe stata constatata in due strutture prima del trasferimento in obitorio.

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Nel frattempo, la notizia aveva cominciato a circolare e il Katsina United aveva annunciato ufficialmente la scomparsa del suo giocatore, esprimendo vicinanza alla famiglia e salutando il proprio «Warrior». Immediatamente erano arrivati i messaggi di cordoglio di altre società della Nigeria Premier Football League e delle squadre nelle quali Ozor aveva militato in precedenza. Per il mondo del calcio nigeriano, insomma, Chinedu Ozor era morto.   Poi è accaduto qualcosa che ha improvvisamente rovesciato la situazione: quando il calciatore si trovava ormai in obitorio, qualcuno si sarebbe accorto che il suo corpo si muoveva; alcune ricostruzioni parlano in particolare del movimento di una mano. È stato dato immediatamente l’allarme e Ozor è stato riportato in ospedale, dove, secondo le ultime informazioni disponibili, si trova ricoverato in terapia intensiva e sottoposto a ossigenoterapia.   Una storia incredibile, certamente, ma non del tutto nuova. Episodi di persone dichiarate morte e successivamente trovate ancora in vita ricorrono periodicamente nelle cronache. È necessario però fare una precisazione che può apparire come ovvia: Ozor non è tornato dalla morte. Il movimento osservato in obitorio ha semplicemente costretto chi gli stava intorno a riconoscere che la precedente dichiarazione di morte non corrispondeva alla realtà.   La distinzione, in effetti, è tutt’altro che banale, perché ci ricorda qualcosa che nella medicina contemporanea rischia di passare in secondo piano: la morte è un fatto che riguarda l’essere umano, mentre il suo accertamento riguarda la nostra capacità di riconoscere quel fatto. Sono due cose distinte e, soprattutto, la seconda non può creare la prima.   Un medico può accertare che una persona è morta, così come può sbagliare nel farlo, ma la sua dichiarazione non possiede il potere di modificare la realtà biologica dell’individuo che ha davanti.    È proprio a questo punto che il problema della morte cerebrale entra in una dimensione che supera la semplice discussione sui protocolli diagnostici.   Per secoli la questione fondamentale è stata individuare i segni attraverso i quali riconoscere che la morte dell’organismo fosse effettivamente avvenuta. Con l’introduzione del criterio neurologico, invece, il problema si è spostato progressivamente anche sul piano definitorio: una determinata condizione clinica, caratterizzata dalla cessazione irreversibile delle funzioni encefaliche previste dai protocolli, viene considerata equivalente alla morte dell’individuo.   Ma cosa succede dopo che una sentenza di morte è stata emessa? Inevitabilmente, cambia il modo in cui possiamo trattare l’essere umano.

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Nel caso di Chinedu Ozor un movimento del corpo ha imposto una revisione immediata di tutto ciò che era stato stabilito poche ore prima. Ma proprio questa circostanza ci ricorda che alla medicina spetta riconoscere una morte realmente avvenuta, non stabilire attraverso criteri convenzionali il confine oltre il quale un essere umano debba cessare di essere considerato un vivente bisognoso di cure e assistenza.   Del resto, la cronaca e la letteratura medica hanno registrato diversi casi nei quali persone dichiarate morte hanno manifestato segni vitali prima che si procedesse con l’espianto dei loro organi. E Dio solo sa quante altre persone non hanno avuto la possibilità di smentire la diagnosi che li aveva già consegnati alla sala operatoria e successivamente alla tomba.   È per questo che la questione non può essere ridotta alla maggiore o minore affidabilità di una procedura. Il problema viene prima.   Perché la realtà non obbedisce alle nostre definizioni e quando queste pretendono di sostituirsi alla verità sull’uomo, è l’uomo stesso a pagarne le conseguenze.   Alfredo De Matteo

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