IVF
Madre lesbica australiana teme che il padre di suo figlio possa averne generati altri 1000: rischio di incesto da provetta elevato
Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge.
Una madre lesbica nello Stato australiano del Queensland ha scoperto che il donatore anonimo di sperma che è il padre biologico di tutti e cinque i suoi figli era un «super donatore» che avrebbe potuto generare fino a 1000 bambini. È sconvolta dal fatto che un figlio o una figlia possano avere una relazione sentimentale con un fratellastro.
Il ministro della sanità statale ha ordinato un’indagine su ogni clinica della fertilità dello Stato.
Shannon Ashton, la madre la cui tenace indagine ha dato il via all’inchiesta, ha affermato che la situazione è disgustosa. «Mi fa stare male fisicamente il fatto che i miei figli debbano combattere la paura dell’incesto per il resto della loro vita», ha detto al Courier-Mail. «Dovranno sottoporsi a controlli sui precedenti personali di chiunque potrebbero essere anche solo leggermente interessati. Proprio la settimana scorsa mio figlio adolescente ha incontrato qualcuno con cui probabilmente è biologicamente imparentato».
La signora Ashton e altre due madri hanno presentato denuncia all’ufficio del difensore civico della salute. Non esiste alcuna legge che regola le cliniche di fecondazione in vitro nel Queensland. Le cliniche stabiliscono le proprie linee guida e alcune consentono a un singolo donatore di «aiutare» dieci famiglie.
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La signora Ashton ha utilizzato le leggi sulla libertà di informazione per visualizzare i registri dei donatori del Queensland Fertility Group. Ha scoperto, con suo orrore, che il suo donatore, il numero 188, aveva donato 239 volte in soli quattro anni.
«È chiaro che 188 donazioni sono state effettuate 239 volte in soli quattro anni, e molte fiale possono essere ricavate da un unico esemplare», ha detto la Ashton. «Il documento mostra che il suo campione ha prodotto quattro fiale in un giorno, ma in alcuni casi una donazione poteva essere suddivisa fino a 16 volte. Ma mantenendolo al livello più basso, il donatore dei miei figli potrebbe avere 956 bambini o anche più di 1000 bambini».
«Questi numeri mi hanno distrutto», ha detto. «Mi sento così in colpa. Non lo avrei mai usato se avessi avuto la minima idea di cosa stesse succedendo. Non è colpa del donatore, ma mi sono fidato del processo».
«Non fraintendetemi, mi considero fortunata ad essere un genitore», ha detto la signora Ashton. «Questo di per sé non è il problema. Il problema è l’inganno e la falsa dichiarazione riguardo ai donatori di sperma e al loro utilizzo. I diritti e i bisogni degli esseri umani in fase di creazione avrebbero sempre dovuto essere di primaria importanza. Molti donatori di sperma hanno scelto di non donare a donne single e lesbiche all’inizio degli anni 2000, il che significa che coloro che lo erano sono diventati proprietà di valore».
«Ma cosa è successo alle linee guida etiche delle 10 famiglie del 1997? Se avessi saputo che il mio donatore sarebbe stato sfruttato in massa, non lo avrei utilizzato in alcun modo. Non lo farei assolutamente ai miei figli».
Il Queensland Fertility Group è di proprietà di Virtus Health, un gigante della fecondazione in vitro con 43 cliniche per la fertilità, 63 laboratori in cinque paesi: Australia, Singapore, Irlanda, Regno Unito e Danimarca. Virtus è stata recentemente acquisita da una società di private equity, BGH Capital.
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IVF
Dalla fecondazione assistita all’ottimizzazione genetica: l’ascesa delle cliniche di Indira IVF
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
La startup statunitense Nucleus Genomics, nota per proporre discussi test genetici sugli embrioni, ha siglato una serie di accordi con la rete di cliniche indiane Indira IVF, che oggi conta più di 180 centri in tutto il Paese. Nonostante le normative attuali sulla fecondazione assistita nel Paese siano stringenti, la partnership darà accesso a un mercato enorme e in forte crescita anche dal punto di vista economico a causa del calo dei tassi di fertilità.
La startup statunitense Nucleus Genomics ha siglato accordi con una serie di cliniche di fecondazione in vitro straniere per espandere la diffusione di controversi test genetici sugli embrioni. Il mercato sembra destinato ad espandersi soprattutto in India grazie a una partnership con Indira IVF, la più grande rete di cliniche per la fertilità nel Paese. L’obiettivo della collaborazione è portare sul mercato indiano test avanzati sugli embrioni alle coppie che si sottopongono alla fecondazione in vitro (o IVF).
Nucleus Genomics, fondata nel 2021, utilizza una tecnologia nota come PGT-P per aiutare le coppie a selezionare embrioni con una minore probabilità di sviluppare malattie come il diabete o l’Alzheimer. Tuttavia, l’azienda ha suscitato controversie a livello internazionale per aver sviluppato modelli che, secondo il fondatore Kian Sadeghi, sono in grado di prevedere anche tratti non legati allo sviluppo di malattie, come un alto quoziente intellettivo o l’altezza. Anche se diversi scienziati mettono in dubbio la possibilità di selezionare correttamente i geni responsabili dello sviluppo di certe caratteristiche, numerosi esperti di bioetica ritengono che ci possa essere il rischio di creare neonati con caratteristiche su richiesta accessibili solo alle fasce più ricche della popolazione. Il prodotto di testing di Nucleus Genomics costa infatti 10mila dollari, mentre i cicli di trattamento di fecondazione in vitro costano almeno 20mila dollari l’uno.
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In India, almeno per ora, questo tipo di applicazioni incontra limiti normativi molto stringenti: la selezione degli embrioni sulla base di caratteristiche non mediche è illegale. Di conseguenza, Nucleus Genomics dovrebbe limitare la propria offerta nel Paese alle informazioni sul rischio di malattie. Tuttavia la partnership consente all’azienda americana di accedere a un mercato enorme e a una quantità significativa di dati genetici, in un contesto in cui il settore della fecondazione assistita è destinato a raggiungere un valore di circa 13 miliardi di dollari entro la fine di quest’anno.
La crescita di Indira IVF racconta bene lo sviluppo del settore. Fondata nel 1988 a Udaipur, nello stato del Rajasthan, dal dottor Ajay Murdia, l’azienda ha inizialmente operato come struttura indipendente prima di trasformarsi in una realtà su larga scala. Oggi è una delle principali catene di fertilità del Paese, passando da 165 centri nel marzo 2025 a 186 a luglio, con l’obiettivo di raggiungere quota 200 entro la fine dell’anno fiscale 2026. Parallelamente, l’azienda ha avviato una strategia di diversificazione entrando nel settore della salute materna e pediatrica, con l’apertura di ospedali in città come Varanasi, Pune e Prayagraj.
Questa crescita si riflette nei risultati finanziari: i ricavi hanno raggiunto 1.604,5 crore di rupie (circa 176 milioni di euro) nell’anno fiscale 2025. La società dal 2023 è sostenuta dal fondo svedese di private equity EQT, che ha acquisito il 60% delle quote. Mentre il percorso di Indira IVF verso la quotazione in borsa è stato tutt’altro che lineare. L’azienda aveva inizialmente presentato, a febbraio dello scorso anno, una richiesta per un’IPO da circa 3.500 crore di rupie (circa 407 milioni di dollari). Tuttavia, già a marzo è stata costretta a ritirare la documentazione dopo le osservazioni della Securities and Exchange Board of India (SEBI), l’ente indiano che vigila sui mercati finanziari.
I dubbi dell’autorità di vigilanza si sono concentrati su un film biografico di Bollywood intitolato Tumko Meri Kasam, diretto da Vikram Bhatt. Il film raccontava in chiave drammatica la storia personale e imprenditoriale del medico. La coincidenza tra l’uscita del film e il processo di IPO ha però sollevato sospetti: secondo la SEBI la pellicola avrebbe potuto funzionare come una forma di promozione indiretta e illegale durante una fase delicata di raccolta di capitali. Dopo questo episodio, Indira IVF ha ripresentato in modo confidenziale i documenti per la quotazione a luglio dello scorso anno. La vicenda si è ulteriormente complicata quando il regista Vikram Bhatt e sua moglie, Shwetambari Bhatt, sono stati arrestati. Secondo l’accusa, presentata dallo stesso Ajay Murdia, il medico avrebbe versato circa 47 crore di rupie (oltre 5 milioni di euro) per la realizzazione di quattro film, ma Bhatt ne avrebbe prodotto soltanto uno, il biopic su Indira IVF.
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Nel frattempo il contesto demografico in India si è evoluto facendo crollare il tasso di fertilità totale, passato da oltre 6 figli per donna nel 1950 a 1,9 nel 2023, al di sotto della soglia di sostituzione. Per regolamentare il «business della fertilità», il Paese ha introdotto nel 2021 la legge sulla regolazione delle tecnologie di riproduzione assistita, che stabilisce che l’accesso alla fecondazione in vitro è consentito solo a coppie sposate o a donne single entro specifici limiti di età.
La normativa inoltre impone restrizioni severe sull’uso dei donatori e introduce garanzie etiche importanti. Tra queste, l’obbligo di registrazione per tutte le cliniche, il divieto di determinazione del sesso (in un Paese dove i maschi sono ancora preferiti alle femmine) e il riconoscimento dei pieni diritti legali per i bambini nati tramite queste pratiche di fecondazione assistita
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Immagine di ZEISS Microscopy via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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