Cervello
L’ameba mangia-cervello uccide un bambino in USA
Un’infezione causata da un’ameba mangia-cervello ha ucciso un bambino che ha nuotato in un fiume dello Stato americano del Nebraska d. Si tratta della prima morte del genere nella storia della zona , e la seconda nell’area del Midwest americano di quest’estate. Lo riporta il New York Times.
Il bambino ha contratto l’infezione, nota come meningoencefalite amebica primaria, mentre nuotava con la famiglia in una parte poco profonda del fiume Elkhorn nel Nebraska orientale, secondo il dipartimento sanitario della contea di Douglas.
In una conferenza stampa giovedì, funzionari sanitari hanno affermato che l’infezione tipicamente fatale è causata da Naegleria fowleri, nota anche come ameba mangia-cervello, e molto probabilmente ha portato alla morte del bambino.
L’ente per il controllo delle malattie USA Centers for Disease Control and Prevention (CDC) ha confermato venerdì di aver trovato Naegleria fowleri nel liquido cerebrospinale del bambino.
Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso, una persona nel Missouri è morta a causa della stessa infezione da ameba mangia-cervelli, secondo il Dipartimento della salute e dei servizi senior del Missouri. La persona stava nuotando sulla spiaggia del Lago dei Tre Fuochi in Iowa. Per precauzione, il Dipartimento della salute pubblica dell’Iowa ha chiuso la spiaggia del lago per circa tre settimane.
Le amebe mangiatrici di cervello, che sono organismi unicellulari, di solito prosperano in laghi, fiumi, canali e stagni caldi d’acqua dolce, sebbene possano essere presenti anche nel suolo. Entrano nel corpo attraverso il naso e da lì poi si spostano nel cervello. Il CDC ritiene che le persone di solito si infettano mentre nuotano nei laghi e nei fiumi.
Il NYT riporta che le infezioni da ameba mangia-cervello sono estremamente rare: dal 2012 al 2021 sono stati segnalati solo 31 casi negli Stati Uniti, secondo il CDC.
Uno studio del CDC pubblicato nel 2020, già riportato a suo tempo da Renovatio 21, ha rilevato che cinque dei sei casi di meningoencefalite amebica primaria (PAM), come viene chiamata l’infezione cerebrale causata da Naegleria fowleri, si sono verificati durante o dopo il 2010.
Tuttavia, l’infezione, una volta contratta, porta quasi sempre alla morte.
Negli Stati Uniti, ci sono state 143 infezioni dal 1962 al 2017. Tutte tranne quattro sono state fatali, ha affermato il CDC. Più della metà delle infezioni si è verificata in Texas e Florida , dove il clima è caldo e le attività acquatiche sono popolari.
La macabra nomea di questi organismi unicellulari deriva dal modo in cui distruggono il tessuto cerebrale, usando il cervello come fonte di cibo dopo essere state spinti su per i seni nasali in genere da un getto d’acqua. Quando il microbo è nell’acqua, si nutre di batteri.
I funzionari americani stanno chiedendo quindi alla popolazione di evitare tuffi in acqua dolce o di far il bagno con il tappo per naso: impossibile non pensare ad una forma di mascherina acquatica.
Il New York Times, di suo, la butta là e dice che le morti per ameba mangia-cervella sono dovute – indovinate, indovinate… – al Cambiamento Climatico.
Come riportato da Renovatio 21, negli ultimi 15 anni, una malattia neurodegenerativa estremamente rara che mangia il cervello umano lasciando buchi è diventata sempre più comune in Giappone, ma il caso PAM statunitense sembra molto diverso.
Un’epidemia legata ai prioni aveva invece generato nel 2019 un’epidemia di cervi zombie. La sindrome degli «zombie deer», nota anche come malattia del deperimento cronico, è conosciuta da 50 anni, e vede il cervello dei poveri ungulati boschivi «mangiato» dalle proteine infette, creando così comportamenti zombizzanti nelle cornute creature.
Rassicuriamo ora la classe politica italiana, e pure la quasi totalità dei candidati di ogni partito e partitno alle elezioni del 25 settembre 2022, perché nessuno di questi morbi può farli temere: in assenza di cervello, possono considerarsi immuni. L’ameba, su palchi e palchetti, della campagna elettorale italiana muore di fame.
Cervello
Inaugurato il primo data center al mondo alimentato da cellule cerebrali umane
Singapore ha inaugurato il primo centro dati al mondo gestito in modo indipendente che impiega cellule cerebrali umane viventi per alcune attività di calcolo, secondo quanto annunciato dalla facoltà di medicina dell’Università Nazionale di Singapore (NUS Medicine). Il sistema consuma una frazione dell’energia elettrica richiesta dalle tradizionali apparecchiature informatiche. I neuroni vengono nutriti ogni tre giorni e mantenuti in vita da apposite apparecchiature di supporto vitale.
All’inizio di questo mese, NUS Medicine ha presentato il prototipo in collaborazione con DayOne, operatore di data center con sede a Singapore, e con Cortical Labs, azienda biotecnologica australiana. Ospitato presso l’università, il sistema è descritto dai suoi sviluppatori come il primo rack di server biologicamente integrato e gestito in modo indipendente al mondo.
La struttura comprende 20 computer biologici CL1, ognuno dei quali contiene almeno 200.000 neuroni umani coltivati in laboratorio su un chip di silicio dotato di elettrodi. Derivati da cellule del sangue riprogrammate in cellule staminali, i neuroni scambiano segnali elettrici con hardware convenzionale, trasformando la loro attività in potenza di calcolo.
Hon Weng Chong, fondatore e CEO di Cortical Labs, ha dichiarato che il prototipo sposta l’informatica biologica «dalla ricerca all’applicazione commerciale», sostenendo che potrebbe integrare l’intelligenza artificiale laddove «i dati sono scarsi» e le condizioni cambiano. Ha indicato potenziali applicazioni nella scoperta di farmaci, nella robotica umanoide, nella sicurezza informatica e nel rilevamento delle frodi.
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A differenza dei data center convenzionali, pieni di server e sistemi di raffreddamento ad alto consumo energetico, i computer biologici potrebbero funzionare con una frazione dell’elettricità, sfruttando le naturali capacità di elaborazione delle reti neurali viventi.
Mantenere in funzione questi «computer» assomiglia più alla gestione di un laboratorio che a quella di una sala server. I tecnici alimentano le cellule ogni tre giorni con una miscela di zucchero, micronutrienti e tamponi di pH, mentre un sistema di gas fornisce anidride carbonica, ossigeno e azoto.
Secondo Chong, ogni CL1 consuma circa 30 watt, comprese le apparecchiature di supporto. Il processore AI H100 SXM di Nvidia può consumare fino a 700 watt sotto carichi di lavoro intensi, mentre un server dotato di otto di questi chip può arrivare a consumare circa 10.200 watt, compreso l’hardware di supporto.
La differenza di consumo energetico è particolarmente rilevante per Singapore, che nel 2019 ha temporaneamente sospeso la costruzione di nuovi data center a causa delle preoccupazioni relative al loro consumo di elettricità e acqua. Nel 2020, i data center rappresentavano circa il 7% del consumo di elettricità del Paese.
Come riportato da Renovatio 21, un tentativo simile viene portato avanti dalla startup elvetica FinalSpark che due anni fa ha iniziato a vendere l’accesso a biocomputer che utilizzano una serie di piccoli cervelli umani coltivati in laboratorio per l’alimentazione che sarebbe «una frazione dell’energia richiesta per alimentare un computer tradizionale».
Questa tecnologia non è destinata a sostituire il silicio, che secondo Chong rimane «di gran lunga superiore» per i calcoli rapidi e ripetibili alla base di modelli linguistici complessi come ChatGPT. I sistemi biologici, tuttavia, possono apprendere da un numero inferiore di esempi e adattarsi alle condizioni mutevoli.
Non vi è traccia, nei resoconti della stampa internazionale, della precipua domanda bioetica da porsi: di chi sono quei neuroni? Sono «coltivati in laboratorio», ci viene detto, ma a partire da quali neuroni? I neuroni di un morto? I neuroni di un feto abortito?
Si ripropone qui il tema, tanto caro a Renovatio 21, delle linee cellulari usate per la ricerca scientifica e, notoriamente ma neanche troppo, per la produzione dei vaccini.
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Cervello
La Cina batte Neuralink di Musk nella commercializzazione di impianti cerebrali
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Bioetica
Startup testa farmaci su cervelli umani appena estratti e mantenuti in vita con macchinari di supporto vitale
Una startup biotecnologica chiamata Bexorg sta estraendo cervelli umani poche ore dopo la morte dei loro proprietari e li sta collegando a speciali macchine di supporto vitale. Lo riporta Science.
Sebbene queste masse di tessuto rosato non presentino più attività elettrica, la maggior parte delle loro funzioni vitali rimane intatta, consentendo agli scienziati di testare farmaci sperimentali, come potenziali trattamenti per il morbo di Alzheimer, come mai prima d’ora. Ci si aspetterebbe che i cervelli disincarnati siano senza dubbio morti. Tuttavia, stando alle notizie, un cervello estratto e collegato a una delle macchine di supporto vitale brevettate da Bexorg, BrainEX, resta «sospeso tra la vita e la morte». I cervelli vengono mantenuti in funzione grazie a un polmone artificiale, ossigenazione renale, sangue e altri fluidi.
La cifra frankesteiniana dell’operazione fa rabbrividire perfino i «laici», spinti a domandarsi se essa rifletta «la scomoda labilità del confine tra vita e morte» scrive Futurism, testata legata alla transumanista Singularity University.
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Brendan Parent, uno dei sei esperti di etica di Bexorg, sostiene che non vi devono essere dubbi. I cervelli estratti sono quasi privi dell’attività neuronale coordinata necessaria per una coscienza minima, ha dichiarato a Science. Per prevenire l’inquietante eventualità che alcuni cervelli producano attività elettrica, vengono anche trattati con l’anestetico propofol, assicura. «Naturalmente, il fatto stesso che si debba ricorrere a una simile misura potrebbe risultare meno rassicurante e più inquietante» chiosa Futurism.
Il fine, anche di questo esperimento, ci viene puntualmente ricordato, è il bene biologico dell’umanità garantito dall’industria farmaceutica. Il CEO di Bexorg, Zvonimir Vrselja, ha affermato che i cervelli presentano decenni di esposizione ambientale, una storia di trattamenti farmacologici e altri fattori che li rendono un mezzo di test più realistico per i farmaci. «Si ottengono cellule che sono state lì per 60-80 anni», ha dichiarato il Vrselja a Science.
«È un enorme passo avanti rispetto ai modelli murini», ha dichiarato a Science Bruna Bellaver, che studia la neurodegenerazione all’Università di Pittsburgh.
Bexorg è la stessa startup che sei anni fa dimostrò di poter mantenere in vita cervelli di maiale decapitati per 36 ore utilizzando un prototipo della sua macchina BrainEX. Gli sforzi si inseriscono in quegli esperimenti estremi di rianimazione dell’organismo che hanno come conseguenza, nemmeno tanto recondita, lo squartamento ancora più esseri umani per i trapianti, cioè per quella che è più corretto chiamare predazione degli organi.
Come riportato da Renovatio 21, otto anni fa alcuni scienziati avevano comunicato i loro studi compiuti su dei suini riguardo la possibilità di riattivare il corpo dopo la morte.
Le ramificazioni bioetiche e biologiche di tali tecnologia sono abissali. In primis, abbiamo la possibilità di attuare un trapianto di cervello, o di corpo, che potrebbe consentire ad alcuni di cambiare identità corporea e, secondo la volontà transumanista, vivere più a lungo.
In secundis, si aprono voragini sulla questione della coscienza e della cosidetta «morte cerebrale» (una convenzione artefatta che medici di Harvard inventarono negli anni Sessanta per iniziare la filiare della predazione degli organi con il lucroso business dei trapianti).
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Se un cervello non è completamente morto, è giusto tenerlo in vita? Non si tratta di una forma di negromantico sfruttamento dell’essere umano? Curioso come la scienza medica impartisce l’eutanasia (o l’anestesia, necessaria agli espianti: perché un corpo a cui ancora batté il cuore reagisce allo squartamento con convulsioni naturali) qui invece vada verso il suo contrario, l’animazione extracorporea.
Un dibattito su questo tipo di argomento non sembra esserci, come vi sono solo accenni a discussioni sulla questione degli animali umanizzati con cellule cerebrali umane: la visione moderna si può chiedere se la bestia, dotata di neuroni dell’uomo, soffra appunto come un uomo, o meriti uno status giuridico diverso, simile a quello del cittadino.
Dubbi bioetici a parte, la macelleria chimerica della scienza moderna continua a pieno regime: perché la bioetica, dice la celebre critica di Richard Neuhaus poi ripresa in Italia dal defunto cardinale Elio Sgreccia, si riduce ad un «Permission Office» (un ufficio permessi, un passacarte burocratico). I comitati etici, che potrebbero non esistere ancora a lungo, smettono di riflettere sul bene profondo della persona e si limitano a verificare meri requisiti legali, trasformandosi in sportelli dove i ricercatori si recano solo per «ritirare un timbro di autorizzazione». Senza un solido fondamento morale (che Sgreccia individuava nella difesa della persona umana), la bioetica rischia di concedere qualsiasi permesso, rendendo lecito tutto ciò che è tecnicamente possibile.
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