Connettiti con Renovato 21

Immigrazione

La Svezia potrebbe presto avere un milione di analfabeti, in gran parte a causa dell’immigrazione di massa

Pubblicato

il

Secondo previsioni statistiche, il numero di analfabeti in Svezia supererà le 800.000 unità nell’inverno di quest’anno, mentre i ricercatori ritengono che presto raggiungerà quota 1 milione, in gran parte a causa dell’immigrazione di massa. Lo riporta il sito Remix News.

 

L’indagine più recente condotta dall’Istituto di statistica svedese mostra che attualmente in Svezia ci sono circa 780.000 persone tra i 16 e i 65 anni che sono analfabete, ma questo numero è in forte aumento.

 

«Ogni mese arrivano da otto a dieci studenti analfabeti», ha detto l’insegnante Rita Sommarkrans, insegnante a a SVT, aggiungendo che se qualcuno non sa leggere o scrivere, è difficile per lui trovare un posto, pagare le bollette o persino prenotare un appuntamento dal medico.

Sostieni Renovatio 21

«Se questa tendenza continua, rischiamo di avere un’intera generazione di giovani che sono di fatto analfabeti funzionali», hanno scritto il ministro dell’Istruzione Johan Pehrson e il ministro degli Affari scolastici Lotta Edholm in un articolo introduttivo.

 

Tuttavia, la pubblicazione svedese Fria Tider fa notare che i ministri non riescono a spiegare qual è la causa principale del massiccio problema dell’analfabetismo nel Paese, ovvero l’immigrazione di massa di adulti analfabeti provenienti dal Terzo Mondo, che il governo presumibilmente conservatore al potere non riesce a fermare.

 

Molti di questi stranieri stanno portando bambini o dando alla luce bambini che stanno entrando nel sistema scolastico svedese. In alcune città, i bambini svedesi sono già una minoranza nel sistema scolastico, come Mälmo, dove la situazione si è fatta così estrema in quella città che i funzionari della città stanno proponendo di insegnare in arabo invece che in svedese. Alcuni ritengono che tale proposta, se attuata, non farà che accelerare il problema dell’analfabetismo e provocherà divisioni ancora più profonde nella società.

 

A causa del calo dei tassi di alfabetizzazione, la Svezia sta trasformando l’intero sistema scolastico, rendendo la scuola obbligatoria per 10 anni anziché nove. Nel 2024, il numero di studenti che sono stati in grado di completare con successo la scuola primaria obbligatoria di nove anni ha continuato a diminuire.

 

Dei poco più di 120.000 studenti svedesi della scuola primaria, 20.000 hanno terminato la scuola dell’obbligo nel 2024 senza diplomarsi alla scuola secondaria superiore. Questo segmento di studenti avrà poche possibilità di trovare un lavoro o una carriera e, come scrive il portale di notizie svedese Samnytt, molti di loro si rivolgeranno alla criminalità o all’assistenza sociale per sopravvivere.

 

L’ufficio nazionale svedese per l’istruzione nota che il livello di istruzione dei genitori influenza notevolmente i voti dei figli. Il livello di istruzione più basso si riscontra tra i migranti non occidentali e di conseguenza gli studenti di questo gruppo dominano tra i peggiori. Inoltre, il divario di istruzione tra svedesi e migranti sta aumentando anziché diminuire.

 

Un nuovo rapporto dell’Agenzia svedese per le migrazioni mostra che dal 2015 la Svezia ha concesso la cittadinanza svedese a 660.362 migranti, la maggior parte dei quali provenienti da paesi musulmani extra UE, scrive Remix News.

 

Uno dei principali destinatari della cittadinanza svedese è la Somalia, un paese con uno dei livelli di istruzione più bassi al mondo e un tasso di analfabetismo ufficiale del 62,2%. In molti casi, le persone che arrivano da questo paese non sanno nemmeno leggere e scrivere nella propria lingua, per non parlare dello svedese. I dati mostrano che 53.543 somali hanno ricevuto la cittadinanza dal 2015, il secondo numero più alto tra tutti i Paesi.

 

Al primo posto si colloca la Siria, con 147.579 siriani che hanno ottenuto la cittadinanza dal 2015, ovvero il 22% del totale.

 

Anche la performance della Svezia nel test PISA (Programma per la valutazione internazionale dell’allievo) è drasticamente calata, il che avrà conseguenze drammatiche per l’economia svedese nei prossimi anni, poiché il paese fa affidamento su una forza lavoro altamente qualificata e tecnologicamente avanzata che consegna beni di alto valore al mercato mondiale. Infatti, il governo è stato coinvolto in uno scandalo nel 2020 quando i suoi alti punteggi PISA si sono rivelati una frode.

 

«Gli ultimi risultati PISA hanno mostrato un aumento per gli studenti svedesi» aveva scritto la testata svedese Expressen. «L’Expressen può ora rivelare come un gran numero di studenti nati all’estero siano stati erroneamente rimossi dalla selezione PISA e che la Svezia abbia quindi violato le normative ufficiali dell’OCSE. Le cifre suggeriscono anche che sono stati rimossi anche studenti nati in Svezia con scarse competenze linguistiche».

 

Il documento affermava inoltre che «se fossero state rispettate le regole, i risultati svedesi sarebbero stati significativamente peggiori e la Svezia sarebbe probabilmente retrocessa in tutte e tre le materie rispetto all’ultimo esame».

Aiuta Renovatio 21

Nel frattempo emerge anche il problema della pericolosità delle scuole svedesi. Il sindacato degli insegnanti svedesi (Sveriges Lärare) ha lanciato un avvertimento sulle crescenti minacce e violenze che gli insegnanti devono affrontare a Stoccolma. Nel 2023 il numero di incidenti gravi è aumentato del 36%, attestandosi a 159 casi rispetto al 2022.

 

«Ci sono minacce che vanno da “ti ammazzo” a “ti sparo” fino ad atti di violenza diretta», ha affermato Simon Sandström, responsabile della sicurezza del sindacato, in un’intervista alla Radio svedese.

 

L’anno scorso era merso che più di un quarto di tutte le «spose dell’ISIS» ritornate in Svezia dal campo di Al-Hol in Siria ora lavorano con i bambini piccoli nel settore educativo svedese.

 

Come riportato da Renovatio 21, dopo le repentine dimissioni del ministro degli Esteri Tobias Billström, il nuovo vertice del dicastero Johan Forssell, insediatosi da poche settimane, ha cominciato a parlare di «remigrazione». Stoccolma negli scorsi mesi iniziato a discutere di «rimpatrio volontario», arrivando a pagare diecine di migliaia di euro gli immigrati naturalizzati per tornare nel Paese di origine. L’iniziativa non sembra allettare gli interessati, oramai comodi nel paradiso del welfare scandinavo.

 

Come riportato da Renovatio 21, è stato rilevato negli scorsi anni che tasso di disoccupazione per i migranti è quattro volte superiore a quello dei nativi svedesi, con alcune aree a forte immigrazione che registrano livelli di disoccupazione fino al 78%. La Svezia ha subito anche una «Grande Sostituzione» di tipo elettorale: oltre un milione di immigrati, su un Paese da 10 milioni, avevano diritto di voto alle ultime elezioni.

Come riportato da Renovatio 21, vi sono state storie di profughe ucraine che, dopo notti in cui il loro ostello è stato assediato da immigrati afroasiatici, hanno dichiarato di sentirsi più al sicuro nel proprio Paese in guerra. In momenti ulteriormente grotteschi, le autorità svedesi hanno detto alle profughe ucraine di vestirsi in modo da non provocare i migranti.

 

Il colmo si raggiunge quando si scopre, come accaduto nel 2022, che quattro rifugiati su cinque sono andati in vacanza nel Paese da cui sono fuggiti. Il fenomeno potrebbe esservi stato anche in Italia e in ogni altro Paese sottomesso alla grande ondata migratoria degli ultimi anni.

 

Come riportato da Renovatio 21, la scorsa estate scontri tra immigrati ad un festival culturale eritreo hanno prodotto incendi e 52 feriti. Si tratta di una sorta di guerra civile permanente tra la vecchia tollerante Svezia e le continue violenze di bande di immigrati.

 

Il fallimento del multiculturalismo in Svezia è stato ammesso dalla stessa premier socialdemocratica Anderson quando era in carica, oltre che dall’attuale premier Ulf Kristersson, che ha dichiarato l’anno scorso che «l’immigrazione di massa non funziona».

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


 

 

Continua a leggere

Immigrazione

La Francia sconvolta dall’anarcotirannia scolastica

Pubblicato

il

Da

Venerdì quattrocento scuole in tutta la Francia sono rimaste chiuse a causa di violente proteste, durante le quali studenti delle superiori hanno dato alle fiamme edifici e automobili e ferito degli insegnanti. Secondo quanto visibile, la massa di studenti sembra costituita per lo più da immigrati, forse di seconda o terza generazione.   Secondo l’agenzia Reuters, il movimento, nato in forma pacifica con i blocchi davanti agli istituti, è degenerato in vera e propria violenza urbana. La situazione è stata particolarmente tesa a Marsiglia, a Nantes, nel sud del Paese e a Saint-Denis, nella periferia di Parigi.   Gli esponenti del partito di sinistra La France Insoumise (LFI) hanno preso le parti degli studenti, e alcuni sono arrivati a partecipare agli scontri.   «Ritchy Thibault, ex assistente parlamentare della deputata di LFI Ersilia Soudais, è stato arrestato oggi a Seine-Saint-Denis durante i blocchi delle scuole superiori», ha riferito europa.com. Thibault avrebbe dichiarato: «Attaccheremo tutte le stazioni di polizia di questo Paese», «domani daremo fuoco all’Eliseo» e «faremo saltare tutto in aria, sarà un incendio».  

Sostieni Renovatio 21

Secondo Reuters, «i legislatori e i sindaci di estrema sinistra sono stati accusati dagli oppositori politici di alimentare il movimento di protesta presentandosi davanti alle scuole superiori e difendendolo». Da parte sua, «LFI ha respinto l’accusa di essere dietro le proteste».   Il deputato di LFI Louis Boyard ha replicato ai microfoni di BFM TV: «LFI ha sempre sostenuto le manifestazioni non violente». E ha aggiunto: «Il governo, trasformandola in una battaglia politica, ha gettato benzina sul fuoco insultando e reprimendo gli studenti delle scuole superiori».   Le immagini impressionanti in cui una donna bionda – un’insegnante, dicono in rete – viene picchiata da uno studente nero tra gli incitamenti dei compagni mostra il livello belluino a cui si è arrivati. Secondo quanto si apprende, la scena sarebbe stata girata ad Annecy, incantevole cittadina alpina che, fino a pochi anni fa, non conosceva in alcun modo il fenomeno della multicultura.   Il clima è cambiato, quindi, anche al di fuori di delle grandi banlieue metropolitane (Parigi, Lione, Marsiglia) e pure nelle cittadine della Francia rurale, che sono state travolte dall’invasione calergista.   Le immagini dei negozi di griffe sportive saccheggiati – tanto per far capire che la protesta scolastica è solo un innesco per i disordini catastrofici – stanno ad indicare il livello di barbarie ulteriore in caricamento, perché questi ragazzi oggi sono forse neanche maggiorenni, e per le prossime decadi potrebbero non perdere né la voglia di devastazione né l’odio, incontrovertibile, per la Francia, la sua società, le sue città.   Tale barbarie, il lettore di Renovatio 21 lo sa, ha un nome: anarco-tirannia. È la riformulazione sociale per cui i distruttori immigrati saranno lasciati liberi di delinquere e vandalizzare, mentre il cittadino autoctono, contribuente, non-criminale, sarà schiacciato sia dalla violenza delle bande straniere che da uno stato che inflessibilmente lo prosciugherà con le tasse, con le multe, con la repressione dei propri diritti – come visto con il COVID.   L’Italia, in quest’orrido precipizio verso la disintegrazione sociale, è appena dietro alla Francia: anzi, siamo certi che, vista l’impunità in cui sguazzano gli immigrati nello Stivale, potremmo prendere la testa della classifica davvero a breve.  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine screenshot da Twitter  
Continua a leggere

Immigrazione

L’ascesa del problema bengalese in Italia

Pubblicato

il

Da

Un amico, un signore che viaggia ben oltre gli ottant’anni e a cui voglio tutto il bene possibile, mi racconta questa scena dolorosa. Venezia, sta scendendo dal vaporetto per andare a trovare i famigliari. Scivola. È una brutta caduta davvero, lì per lì non riesce ad alzarsi. Lo soccorrono dei passanti che sono, più o meno, coetanei. Ad assistere a tutta la scena, impassibili, ci sono dei ragazzi bengalesi. Non muovono un dito: questo signore elegante, in evidente stato di difficoltà, non smuove nessun sentimento: né pietà, né senso di gratitudine per l’anziano che è, a rigor di logica umana, loro ospite.

 

Il problema bengalese a Venezia, e nel veneziano, è ben noto. Alcuni sostengono che il centrosinistra le elezioni le ha perse lì, nel Bangladesh lagunare, dove vivono, si dice, qualcosa come 20.000 bengalesi. Il candidato centrosinistro Andrea Martella, che sulla carta era dato per vincitore netto, aveva inserito sei o sette candidati bengalesi nelle proprie liste. Solo due correvano per il consiglio comunale, gli altri erano candidati alle municipalità.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

I giornali di centrodestra attaccarono subito: i bengalesi, che sono musulmani, chiedevano perentoriamente la costruzione di una moschea a Mestre. Il Giornale, aveva parlato di una campagna elettorale parallela, condotta nella lingua dei candidati – il bangla – e rivolta ai circa 15.000 bengalesi con diritto di voto. Nelle comunicazioni elettorali diffuse sulle piattaforme online e nei volantini si sarebbe fatto esplicito riferimento a invocazioni religiose (come «Che Allah ci protegga tutti e ci dia la capacità di prendere la decisione giusta», «Nel nome di Allah il misericordioso, il compassionevole, alle prossime elezioni metti una croce sul simbolo PD»). Il PD si imbarazzò un pochino, ma, come sempre, non troppo.

 

Libero scrive che il sito internet di una candidata in hijab avrebbe «in fondo alla pagina (…)  una partita IVA di fantasia, numero 12345678901, che non risulta attiva. Un numero irreale per una attività reale con tanto di foto e filmati anche sulle piattaforme social». Un’altra candidata bengalo-piddina vanta sui social «decine di migliaia di follower» per «un’attività molto ampia tra consulenza in materia di immigrazione». Tuttavia, scrive il giornale milanese, «non esiste una ragione sociale verificabile pubblicamente, i contatti sono esclusivamente su Gmail e WhatsApp».

 

Non bastasse, ecco che arriva la tegola ulteriore: a meno di due settimane dal voto, un uomo bengalese di 36 anni viene arrestato a maggio 2026 a Mestre con l’accusa di aver violentato una connazionale di 17 anni, che peraltro è già madre.

 

Il risultato è stata la catastrofe elettorale per il Partito Democratico, che pensava di riprendersi la Serenissima, ridottasi nelle ultime decadi a bastione della sinistra italiana. E invece…

 

La percezione da parte dei veneziani, pure quelli radical-chic che possono permettersi di vivere in laguna, della questione bengalese è stata ampiamente sottovalutata – da tutti. Bisogna pensare a Jesolo: la principale sala giochi su spiaggia sabbiosa del veneziano, costruita attorno ad un lunghissimo viale (ben 13 chilometri), via Bafile, dove i negozietti dove un tempo una gentile signora vendeva creme da sole e giornali tedeschi, le boutique di bei costumi e i negozi di articoli nautici sono stati per lunghi tratti totalmente sostituiti da commerci di cianfrusaglie bengalesi, con merce – cinese – tutta uguale, tutta scadente, e nessuna capacità dei venditori, che se entri nel loro negozio ti guardano senza muoversi, e forse non solo perché molti di loro non parlano l’italiano.

 

Un’invasione vera e propria, la «grande sostituzione» migratoria in versione bottegaro-balneare. Un fenomeno che colpisce al cuore chi ha conosciuto la località turistica negli anni belli, quelli del benessere diffuso anche e soprattutto per le classi operaie. Uno spettacolo indecente che non può non aver ferito la sensibilità veneziana.

 

E ancora: davvero, costruire una moschea a Venezia, la potenza storica che più di chiunque fece contro i turchi e l’islamizzazione dell’Europa e delle sue coste? La città di Lepanto e di Marcantonio Bragadin (1523-1571), scuoiato vivo dai musulmani? Dove per dire che qualcuno ci mette troppo tempo di dice che «va mecando» (cioè, «va a la Mecca»), dal verbo mecar, perdere tempo, indugiare? (In effetti, verbo perfetto per discutere l’indolenza dei personaggi bengalesi di cui stiamo parlando: vanno alla Mecca, ma stando a Venezia)

Sostieni Renovatio 21

Il voto veneziano, quindi, può essere visto come un referendum sui bangla, popolazione di cui fino a pochi anni fa l’opinione pubblica ignorava l’esistenza. Ma che ora si trova sotto i riflettori per la sua capacità coriacea di chiudere la comunità – ed infiltrare la politica, parrebbe – e per certi reati che finiscono nelle cronache.

 

Tuttavia, siccome i bengalesi non sono i filippini, né i cinesi, davanti a tanta pubblicità negativa e perfino al respingimento elettorale di chi voleva avallarli mica hanno abbassato la cresta. Macché: eccoti che a fine agosto la comunità minaccia uno sciopero se non verrà costruita la moschea. «Se non ci consentiranno di costruire la nostra moschea  siamo pronti a scendere in piazza» dice un leaderino di una sigla bangla, ricordando che i suoi conterranei lavorano nel turismo e nell’ospitalità.

 

Pochi giorni dopo, arriva un altro fatto di cronaca clamoroso, inedito per la città che ospita la Biennale e il Festival cinematografico più antico. Lunedì 7 settembre, durante la Mostra del Cinema, l’attrice bengalese Azmeri Haque Badhon, a Venezia con la pellicola The Difficult Bride, viene aggredita a Mestre da alcuni connazionali: insulti sessisti, telefono sottratto, colpi – e la sensazione che potessero ucciderla, racconta la vittima. «Ho avuto la sensazione che potessero uccidermi» ha dichiarato, descrivendo l’aggressione appena fuori dal suo albergo con il nipote bambino.

 

I facinorosi le hanno urlato «combattente di luglio». Si tratta di un riferimento preciso alla rivolta del 2024 che ha portato alle dimissioni di Sheikh Hasina, primo ministro del Bangladesh dal 2009 al 2024 nonché figlia del primo presidente e padre fondatore del Bangladesh, Sheikh Mujibur Rahman, considerata una delle donne più potenti al mondo, in esilio in India dal 5 agosto 2024, dopo essere fuggita dal Paese a seguito della violenta rivolta studentesca (1.400 morti). La Hasina, nel novembre 2025, è stata condannata a morte in contumacia – sotto il governo ad interim di Muhammad Yunus, il tanto celebrato economista del microcredito – con accuse di crimini contro l’umanità.

 

I bengalesi mestrini avrebbero costretto la diva loro connazionale a gridare «Joy Bangla, Joy Bangabandhu», slogan legato a Mujibur Rahman, padre dell’indipendenza e dell’Hasina. I giornali locali riportano che tra il gruppetto vi sarebbe stato pure un candidato PD alle comunali di primavera in un comune della città metropolitana. Lui nega, i connazionali più addentro al partito si indignano.

 

Resta, per menti semplici come la nostra, una dissonanza significativa: perché questi, se vogliono vivere in Italia e integrarsi, pensano ancora alle questioni politiche del loro Paese? Non è che intendono l’Italia come pura piattaforma per estrarre danaro – in qualsiasi modo – e rimandarlo a casa, nella loro vera patria? Non è che tutta la questione dell’immigrato che cerca l’integrazione è una balla? Non è che con gli immigrati, specie nell’impunità dei loro comportamenti giocoforza sempre più impudenti, arrivano pericoli di cui non immaginavamo l’esistenza?

 

Sì. Stiamo importando, con le comunità bengalesi, non solo l’islamismo (ne scriviamo poco più sotto), ma anche beghe politiche cruente, che gli immigrati non hanno nessuna intenzione di dimenticare. Anzi.

 

Che qualcosa non sia completamente a posto con i bengalesi lo ha percepito – incredibile dictu – persino il fumettista idolo della sinistra Zerocalcare, che nel suo ultimo cartone Netflix mostra, en passant, un bengalese incapace di parlare l’italiano che sembra indicare che dietro i negozietti di alimentari (quelli spesso lerci, oramai onnipresenti nelle città italiane, con succhi e prodotti mai visti prima che non si sa come siano arrivati lì) ci potrebbero essere trame di riciclaggio della malavita.

Iscriviti al canale Telegram

Vorrei, tuttavia, andare più a fondo di queste cronache locali e nazionali, e ricordare ai lettori un’altra vicenda, forse dimenticata. Un fatto che lega l’Italia e il lontano Bangladesh nel sangue: la strage di Dacca. Vi morirono quasi una decina di cittadini italiani.

 

Il primo luglio 2016 un commando jihadista assalta l’Holey Artisan Bakery, locale frequentato da stranieri nel quartiere diplomatico di Gulshan, a Dacca, capitale del Bangladesh. Si tratta del classico bel posto dove è possibile incontrare gli expat, cittadini espatriati, e i loro simpatizzanti: tra le vittime, anche asiatici studenti in Occidente.  Gli assalitori, giovani bangladesi armati di fucili d’assalto e machete, presero in ostaggio gli avventori. Furono risparmiati, dicono le cronache, soprattutto quelli che sapevano recitare versetti del Corano.

 

Al termine dell’assedio si contano 22 morti: nove italiani, sette giapponesi, un indiano, un americano, due bangladesi e due agenti di polizia. Gli italiani, che quindi costituiscono la maggioranza nell’orrido computo delle vittime, erano giovani in gran parte imprenditori del settore tessile.

 

Fu l’attacco più sanguinoso nella storia del Paese. Nel 2019 un tribunale antiterrorismo di Dacca condannò a morte sette imputati e ne assolse uno. Nel decennale, il 1° luglio 2026, il presidente Mattarella ha rinnovato il cordoglio alle famiglie e chiesto rigore nel contrasto al terrorismo.

 

Anche per l’Italia, si tratta del più grave attacco terroristico subito da anni. L’11 settembre morirono nelle Torri Gemelle 10 italiani, a Nassiriya il 12 novembre 2003 furono trucidati 19 italiani, di cui 17 militari – tuttavia, trattandosi di una base militare nell’Iraq appena «liberato» dai baathisti, definirlo come puramente un massacro jihadista è difficile.

 

La strage di Dacca è diversa: i terroristi – o giovani di famiglie benestanti, con studi in costose scuole private – formalmente appartenevano a Jamaat-ul-Mujahideen Bangladesh (JMB), un gruppo jihadista locale messo fuori legge dal governo bengalese (che con ostinazione nega altre piste…) nel 2005, tuttavia arrivò subito la rivendicazione dell’ISIS, che pure diffuse anche le foto dei commando. Le due cose non si escludono, perché il JMB aveva giurato fedeltà allo Stato Islamico.

 

Non è stato, insomma, un massacro appetitivo, ma un’operazione con una programmazione minuziosa, pure internazionale – perché vai a capire dove i fili che tiravano, e tirano, l’ISIS  vanno a finire.

 

E quindi ci si chiede se, colpendo la Holey Artisan Bakery, non si volesse, per qualche ragione, colpire l’Italia stessa. Il locale si trovava a circa 200 metri dall’ambasciata d’Italia. Un italiano vi lavorava. Nella pasticceria c’erano al momento dell’attentato 11 cittadini italiani. Altri casi del passato permettono di capire la logica del bersaglio: la strage di Bali, rivendicata da una sigla di al-Qaeda nel 2002, con 202 morti, trucidò persone da 21 Paesi diversi, la stragrande maggioranza  giovani turisti stranieri in vacanza: 88 australiani, 28 britannici, 7 americani, 6 tedeschi, 5 svedesi, 4 olandesi, 4 francesi e pure un italiano.

 

Se quindi la mente del terrore avesse scelto di colpire l’Italia, c’è da domandarsi se fosse un lucido segnale riguardo alla fine del «Lodo Moro» in una sua versione più estesa, e segreta, che riguardava in genere il terrorismo islamista.

Aiuta Renovatio 21

Il «lodo Moro» è il presunto accordo segreto, verbale, stretto all’inizio degli anni Settanta (di solito si indica il 1973) tra l’Italia e i gruppi palestinesi, in particolare il Fronte Popolare, stipulato da Aldo Moro, allora ministro degli Esteri, e il garante era il colonnello capocentro dei servizi segreti italiani a Beirut. Secondo la versione più diffusa, l’Italia tollerava il transito di armi e militanti palestinesi e in cambio il Paese restava fuori dagli attentati. Altri ricostruiscono un patto più limitato, di semplice «neutralizzazione» del territorio, senza immunità.

 

L’intesa sarebbe entrata in crisi nel 1979 con i lanciamissili sequestrati a Ortona e l’arresto del palestinese Abu Anzeh Saleh. Da qui la «pista palestinese» sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 (85 morti), sostenuta anche da Cossiga nel 2008, poi archiviata dai magistrati bolognesi nel 2015, dopo le condanne definitive degli esponenti neofascisti.

 

L’esistenza del patto resta però uno dei nodi più discussi della storia repubblicana: c’è da domandarsi se, forse non Moro ma altre figure filo-islamiche (come Andreotti, che fa costruire la più grande moschea fuori dall’Islam a Roma…) non siano riusciti, riuscendo pure a mantenere tutto riservatissimo, ad allargare la protezione degli italiani contro gli attentati di matrice islamista, magari proprio grazie alla capacità di parlare con i veri pupari dietro ISIS, al-Qaeda, etc. In cambio di cosa, abbiamo paura anche solo a pensarlo.

 

È solo un’ipotesi, che potrebbe spiegare perché in tanti anni, nonostante l’attiva partecipazione delle nostre truppe in Afghanistan e in Iraq (e in Libano…) non abbiamo visto eccidi terroristici di connazionali come invece è capitato ad altri, americani, britannici (come il massacro del 7 luglio 2005, 52 morti) e perfino spagnoli (strage di Atocha, 2004, 192 morti).

 

Tuttavia il punto qui è un altro: la violenza jihadista si è abbattuta sugli italiani, in modo netto e tutto sommato inaspettato, per mano bengalese. È un nodo ulteriore, dimenticato, che l’immigrazione massiva, partiticamente garantita, dall’ex Pakistan orientale potrebbe far rispuntare. Del resto, la globalizzazione terzomondiale, cioè l’invasione massiva programmata, cioè la costruzione di un sistema di anarco-tirannia in Occidente, questo fa: non integra, ma disintegra. I problemi, anche politici, anche terroristici, degli immigrati divengono i nostri.

 

Quello del jihadismo bengalese non è un problema di cui attualmente si discute. Non siamo sicuri che non se ne discuterà. Intanto, erigete loro pure una moschea.

 

Roberto Dal Bosco

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine generata artificialmente

 

 

Continua a leggere

Immigrazione

Scene di caos e violenza nella Ceuta invasa dagli immigrati

Pubblicato

il

Da

Secondo quanto riportato dai media, la polizia spagnola ha avviato il trasferimento di migliaia di migranti dai campi improvvisati sulle spiagge dell’exclave nordafricana di Ceuta, in un’operazione che si è rapidamente trasformata in caos.   La folla si è riversata verso i rifugi temporanei mentre gli agenti faticavano a mantenere il controllo, sparando proiettili di gomma in aria e usando i manganelli.   L’operazione è partita venerdì mattina presto, con il dispiegamento della polizia antisommossa e dell’esercito spagnolo per sgomberare gli accampamenti improvvisati e scortare i migranti verso un nuovo campo nel porto. La struttura è il quinto centro di accoglienza temporaneo aperto a Ceuta e può ospitare circa 1.800 persone, mentre si stima che circa 4.000 migranti vivano sulle spiagge.   Le immagini diffuse sull’internet mostrano centinaia di persone che affollano il percorso designato, alcune delle quali si mettono a correre mentre gli agenti faticano a contenere il gruppo. La polizia ha sparato proiettili di gomma in aria e ha colpito diverse persone con i manganelli prima che la situazione si calmasse e i migranti potessero proseguire verso il porto sotto scorta.    

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

La struttura portuale è destinata a uomini adulti, mentre i minori sono alloggiati separatamente. Tre rappresentanti di ONG hanno dichiarato a Reuters che le autorità sono state troppo lente nel garantire l’alloggio minimo previsto dalle norme europee in materia di migrazione e che i centri di accoglienza esistenti restano insufficienti.   Il leader dell’opposizione Alberto Núñez Feijóo ha accusato il governo di non essere riuscito a mantenere l’ordine pubblico, mentre i funzionari hanno affermato che serviranno ulteriori strutture per ospitare i migranti che non possono essere accolti al porto.   La crisi è scoppiata dopo che oltre 72.000 migranti hanno attraversato il confine dal Marocco a Ceuta il 30 e 31 luglio, con un afflusso di massa che ha messo a dura prova le autorità di frontiera spagnole. La maggior parte è stata successivamente rimpatriata, ma migliaia, tra cui minori non accompagnati, sono rimasti nell’enclave.   L’attraversamento di massa ha alimentato le critiche sulla gestione della crisi da parte di Madrid. Documenti declassificati e resi pubblici dal governo spagnolo mostrano che il Centro Nazionale di Intelligence (CNI) aveva avvertito i funzionari di Ceuta e i servizi segreti marocchini il 29 luglio in merito agli appelli online ai migranti affinché violassero il confine via terra e via mare il giorno successivo.   Un rapporto separato dell’Intelligence militare spagnola, pubblicato una volta iniziato l’afflusso, descriveva le forze marocchine come «negligenti e passive», mentre il primo ministro Pedro Sánchez ha sostenuto che gli avvertimenti precedenti non indicavano la portata o la probabilità di ciò che sarebbe seguito.   Il Regno del Marocco ha negato di aver agevolato l’afflusso. In una dichiarazione di giovedì, il suo ministero degli Esteri ha accusato gruppi politici e media spagnoli di sfruttare la crisi in vista delle elezioni previste per il 2027, affermando: «Il Marocco si rifiuta di essere usato come pedina pre-elettorale. Né accetta di essere il capro espiatorio per una resa dei conti politica».   Rabat ha anche chiesto perché la Spagna non abbia rimpatriato un maggior numero di migranti irregolari, nonostante l’offerta di riammissione.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine screenshot da Twitter  
   
Continua a leggere

Più popolari