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La storiella di Hitler ebreo e l’oscuro specchio dell’odio

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Il premier israeliano Naftali Bennet ha detto che Putin ha telefonato per scusarsi. L’apparizione di Lavrov alla TV italiana ha fatto il giro del mondo, perché questa cosa delle possibili origini ebraiche di Hitler ha colpito tutti.

 

In ispecie, vogliamo ricordare la reazione di disgusto del grande intellettuale italiano Mario Draghi, incidentalmente Presidente del Consiglio dei ministri, oltre che tra gli ideatori del sequestro dei 300 miliardi della Federazione Russa depositati presso banche estere.

 

Hitler «ebreo»? Che storia è? Ma come si permettono?

 

Tuttavia, come ha avuto il coraggio di ricordare qualcuno, la storiella di Adolfo il giudeo circolava già negli anni Venti, quando il nostro faceva discorsi in birreria a Monaco associandosi ad un partito di ferrovieri, poi divenuto il Partito Nazional-Socialista dei Lavoratori Tedeschi (NSDAP).

 

La voce non si spense nemmeno dopo il bunker. Chi scrive crede di ricordare di averlo letto un quarto di secolo fa nel classico Le origini culturali del III Reich di Georg Mosse, storico ebreo del nazismo, che confessò che, quattordicenne, partecipò ad un comizio del führer e ne fu ipnotizzato al punto di gridare anche lui, nella psicosi di formazione di massa, «morte agli ebrei».

 

Per anni, nell’ambito storico era una voce o poco più, ma non così scandalosa. La storia della nonna di servizio in casa dell’agiata famiglia ebrea sembra indisputabile, e viene ricordato che una delle prime leggi del suo partito raggiunto il potere (dopo le leggi animaliste, antivivisezione, antifumo, etc.) fu quella di proibire che le fanciulle «ariane» prestassero servizio come cameriere presso le famiglie ebree. Di fatto, succedeva: la ragazza rimane incinta del padre o del figlio padroni di casa, di certo non può sposarsi (per ragioni che forse immaginate), quindi, non esistendo pienamente all’epoca l’aborto, ella viene allontanata con una congrua somma di danaro – insomma una sorta di ridistribuzione della ricchezza, tanto che un intellettuale di sinistra, anni fa, me la raccontava come un fatto positivo, di progressismo materiale quasi ammirevole.

 

Poi è arrivato lo studio genomico del 2010, quello di cui hanno parlato quelle testate che, di recente, hanno avuto il coraggio di ammettere che fino a poco fa questa cosa la potevi perfino rendere un fatto scientifico – genetico! – senza che nessuno, a differenza che col Lavrov, si scandalizzasse.

 

Ricordo anche io nitidamente gli anni in cui una cosa del genere poteva al massimo suonare provocatoria, ma non richiedere scuse diplomatiche tra vertici di Stato.

 

Non abbiamo idea di cosa sia successo da allora: notiamo, tuttavia come il tema sia cambiato nell’intimo significato, cioè ciò che automaticamente passa all’opinione pubblica, ciò che, in ultima analisi, ha fatto saltare i nervi  al mondo intero pochi giorni fa.

 

Se fino a qualche anno fa dicevi che Hitler poteva avere origine ebraiche stavi significando la sua mostruosa follia, un suo contorto, oscuro complesso di inferiorità. Se lo ripeti oggi, invece, non solo gli ebrei si sentono offesi a morte. Perché? Facciamo fatica a spiegarcelo: una proiezione delle colpe di Hitler sullo stesso popolo da lui sterminato, come dice qualche rabbino apocalittico che ritiene l’Olocausto come una punizione? Un’offesa ad una qualche purezza etnica, spirituale di sorta ? Una macchia revisionista su una storia oramai ritenibile kosher? Una menzogna per screditare lo Stato di Israele?

 

E soprattutto: rispetto agli studi a base di DNA dei ricercatori belgi, che una dozzina di anni fa non scandalizzavano nessuno, qualcuno ha argomentato la tesi contraria?

 

In realtà, non ci interessa. Il vespaio ce lo risparmiamo volentieri.

 

Certo, c’è di che rimanere basiti. Mentre sventolano bandiere runiche del battaglione Azov, tra svastiche (pardon, kolovrat) e Sonnenrad himmleriani, spariscono interi tropi della cultura mitteleuropea.

 

Uno, per esempio, che ricordiamo vividamente dagli studi universitari nella città più comunista d’Italia, è quello del jüdischer Selbsthass, l’«odio di sé ebraico», l’«autoantisemitismo», che era già un termine che dava il titolo ad un libro del 1930 del filosofo ebreo tedesco Theodor Lessing. Gli usi di questi concetti, negli ultimi cento anni, sono stati i più svariati, a partire dagli stessi ambienti sionisti, che usano il termine per descrivere gli ebrei che non abbracciano totalmente la causa.

 

L’idea che un ebreo possa odiare il suo stesso popolo non era così indicibile. Ci fu poi, negli USA del dopoguerra, il caso inarrivabile di Daniel Burros, ebreo di Nuova York, che nascondendo le sue origini, divenne dirigente del Partito Nazista Americano e reclutatore del Ku Klux Klan.

 

Il Burros, sucida una volta scoperto nel 1965,  fu l’ispirazione del capolavoro cinematografico The Believer, pellicola con un giovanissimo Ryan Gosling skinhead-ebreo secchione che fa perdere lo spettatore in labirinti mistici e ideologici tra l’ebraismo e l’antisemitismo: guardare questo film vale più che leggere un trattato, e  potrebbe costituire una parziale risposta alle Erinni scatenatesi contro il Lavrov.

 

Tuttavia, ci emerge un altro ricordo.

 

Da qualche parte, nelle sterminate Conversazioni a Tavola – testo che riprodurrebbe i discorsi del dittatore tedesco durante i suoi pasti vegetariani – fu chiesto a Hitler se vi era mai un ebreo che egli aveva potuto ammirare.

 

Egli diede una risposta subitanea: egli aveva avuto stima di Otto Weininger. Si tratta di una figura non conosciutissima in Italia, se non per l’assimilazione che in genere se ne fa con un altro pensatore giovane ebreo e suicida, il Carlo Michelstaedter de La Persuasione e la Rettorica.

 

Weininger fu un filosofo austriaco divenuto assai popolare a cavallo tra Otto e Novecento, autore di un’opera, Sesso e carattere, che si si intonava nel fermento psicosessualizzante della Vienna freudiana, e che fu letto da generazioni di pensatori, da Ludwig Wittgenstein al teorico della destra esoterica Julius Evola, che ne scopiazzò alcune tesi fra le sue compilazioni di Metafisica del Sesso.

 

Sesso e carattere, che vede nell’archetipo della «donna ebraica» il fattore di disgregazione della società moderna, è considerato oggi un caposaldo della letteratura antisemita. Weininger, che si convertì al cristianesimo protestante, poteva ben definirsi anche lui campione del jüdischer Selbsthass.

 

Weininger, già famosissimo a poco più di 23 anni, si suicidò: si sparò nel petto (esattamente come avrebbe fatto Dan Burros 62 anni dopo in Pennsylvania).

 

E quindi, ecco il motivo per cui lo Hitler aveva una buona considerazione del giovane filosofo: perché si era ammazzato. Egli aveva «conosciuto un unico ebreo decente, Otto Weininger, che si è tolto la vita quando ha compreso che l’ebreo vive della dissoluzione dei costumi nazionali altrui».

 

Si tratta di un argomento deludente, ma ricordare Weininger oggi può esserci estremamente prezioso – più che altro per capire come sia stato possibile che il mondo moderno abbia, improvvisamente, fatto finta di non vedere svastiche e insegne runiche in Ucraina, anzi, le abbia nutrite di armi e di miliardi di dollari.

 

Al di là delle riflessioni percepite come autoantisemite, Weininger in realtà dava una grammatica precisa dell’odio di sé in generale.

 

«Per amare o odiare altri esseri umani occorre innanzitutto amare o odiare se stessi. L’uomo ama o odia ciò che ha una somiglianza con lui» scrive il libro di Weininger Intorno alle cose supreme.

 

In Sesso e carattere va molto più a fondo, e dettaglia come funziona questo sistema della «somiglianza» dell’odio.

 

«Come amiamo negli altri ciò che vorremmo essere interamente ma non siamo mai interamente, così noi odiamo negli altri solo ciò che non vorremmo mai essere, ma che per sempre saremo in parte».

 

«Così si spiega che gli antisemiti più virulenti si trovano fra gli stessi ebrei. (…) Non per questo è meno certo che chiunque odia il carattere ebraico, l’odia dapprima in sé stesso; il combatterlo nella persona di altri non è che un tentativo di liberarsene; localizzatolo totalmente fuori di sé, per un momento ci si illude di esserne liberi».

 

«L’odio, come l’amore, è un fenomeno di proiezione: l’uomo non odia che colui che gli ricorda sgradevolmente ciò che egli stesso è».

 

Il filosofo sosteneva quindi che quando si odia qualcuno, è perché egli è una parte di noi, una nostra proiezione, una piccola immagine di noi stessi che possiamo vedere allo specchio.

 

E quindi, vuoi che l’odio per Hitler impartitoci per decenni, fosse solo la proiezione di qualcosa che il mondo moderno percepiva come una parte di sé?

 

La nostra società moderna è la continuazione dello spirito hitleriano? Per carità non si tratta di un’idea nuova. La teoria del «modernismo reazionario» dello storico Jeffrey Herf dava conto di come la Germania regredita a culto sanguinario in realtà fosse il Paese più avanzato in termini di missili balistici, progettati dai medesimi scienziati che, deportati a fine conflitto, hanno spedito USA e URSS nel cosmo.

 

In ambito artistico, a provare a dire quest’enormità fu l’oscuro, fluviale film di Hans-Juergen Syberberg Hitler, un film dalla Germania, otto ore di riflessione abissale tra musiche wagneriane e scenografie di cartapesta, in cui, alla fine, un pupazzo del dittatore rivendicava tante cose della società attuale che, diceva, potevano venire da lui stesso.

 

In realtà, Renovatio 21 propone qualcosa di ancora più radicale: l’identità tra il mondo moderno e il pensiero e l’opera di Hitler ci pare talmente abbagliante che ci chiediamo, da tempo, come sia possibile non vederla.

 

Il nostro mondo, il nostro lettore lo sa, va verso l’eugenetica – o meglio, ci è già. I padroni del vapore lavorano per riprogrammare la razza umana, creare una specie superiore realizzata in individui nati al di fuori della famiglia naturale: non vi chiediamo di guardare ai progetti di Jeffrey Epstein e né agli investimenti CRISPR di Bill Gates, e nemmeno ai mirror humans di George Church.

 

Vi basta guardare la riproduzione artificiale (eterologa, omologa: ma che differenza è?) praticata ora sulle coppie sterili a spese del contribuente: tanti embrioni prodotti, tanti scartati, alcuni impiantati per avere il bambino eugenetico – quello che Hitler, con i suoi arretrati mezzi analogici, faceva con le stazioni di monta delle SS chiamate Lebensborn («fonte della vita», dove allo scopo si offrivano (volontariamente?) bionde dolicocefale fanciulle locali.

 

(Privi di vera famiglia, generati solo per idealismo genetico, i bambini Lebensborn sono finiti in gran parte male, come i tanti della cosiddetta «fabbrica dei geni», cioè i bambini concepiti negli anni Sessanta con sperma di premio Nobel: ne scriveremo altrove)

 

Vi basta guardare gli articoli pietosi sui poveri bambini figli di «surrogate» ucraine – cioè, affittatrici del proprio utero a benefizio retribuito di coppiette abbienti – ora in difficoltà con la guerra che preme. Il New York Times ha appena pubblicato un lungo articolo in cui descrive le consegne dei pargoli appena nati al confine tra l’Ucraina e l’Europa, con implicazioni strazianti e rivoltanti. Bambini concepiti macchinalmente per avere il miglior prodotto possibile, madre e forse ovuli scelti in cataloghi dove abbondano, ma guarda, esemplari biondi e dolicocefali.

 

Vi basta guardare la preminenza dello sperma danese (biondo dolicocefalo, sempre) nelle banche del seme d’Europa.

 

Insomma lo vedete da voi: tra capitalismo e neofemminismo, tra individualismo utiltarista e orgoglio gay, l’eugenetica procede trionfante verso la razza superiore, come da sogno nazista.

 

Chiedetevelo: Hitler disapproverebbe il disegno biologico innestato sotto la società attuale?

 

Hitler sarebbe contro la diagnosi pre-impianto?

 

Hitler sarebbe contro l’aborto «terapeutico», eufemismo con cui si tratta dell’uccisione di feti ritenuti non-normali? (In realtà, qui abbiamo già la risposta: no, non lo era)

 

Hitler combatterebbe la bioingegneria CRISPR?

 

Hitler si opporrebbe all’ascesa della libera eutanasia, che ci permette di sbarazzarci pure volontariamente della lebensunwerten lebens, la «vita indegna di essere vissuta»?

 

Hitler sarebbe un nemico della Necrocultura?

 

E ancora: Hitler sarebbe contro la vaccinazione mondiale con siero in grado di «migliorare» geneticamente  la razza?

 

Hitler si opporrebbe ai lasciapassare che consentono al cittadino di non essere segregato?

 

Hitler sarebbe contro il greenpass, i lockdown, l’apartheid per una porzione della popolazione ritenuta difforme dalla volontà dello Stato e per questo cacciata senza pietà?

 

Hitler sarebbe contro i campi di concentramento australiani , in Canada, e forse anche in USA, in Gran Bretagna, in Germania, in Austria?

 

Sarebbe contrario, lo Hitler, a piattaforme di sorveglianza totale e di controllo del comportamento umano, che riducono lo spionaggio e la repressione della Gestapo a mera barzelletta?

 

Sarebbe contrario, lo Hitler, ad un ordine mondiale basato sulla violenza, sul diritto del più forte?

 

Sarebbe contrario, lo Hitler, ad un ordine sociale basato sulla prepotenza, per esempio delle multinazionali informatiche, sul singolo debole cittadino?

 

Sarebbe contrario ad una scuola che, su modello sempre più spartano, agisce come sei i figli non appartenessero più alle famiglie ma allo Stato?

 

Sarebbe contrario all’indottrinamento razzista nelle scuole, dove, nell’esempio battistrada americano, insegnano a giudicare le persone dal colore della pelle?

 

Andiamo oltre. Hitler conquistava il mondo al grido di «Ein Volk, ein Reich, ein führer». In cosa ciò differisce, di grazia, dalla globalizzazione?

 

In cosa la sua battaglia genocida per il Neuordnung, il «Nuovo Ordine» differisce dalla volontà di chi vuole imporre al mondo il Grande Reset, il Novus Ordo Seculorum?

 

Ecco, quindi, che forse possiamo dirlo. Il mondo moderno ha odiato Hitler perché sapeva, in cuor suo, che egli ne costituiva una parte interiore.

 

Ora, alla fine dei tempi, questo incredibile specchio si è disvelato.

 

Ecco che per combattere per l’«Ordine Nuovo», il mondo moderno si serve alle porte della Russia di soldati con la svastica. I giornali ci dicono che dobbiamo esserne affascinati. Nazionalismo, romanticismo, difesa della patria degli uteri in affitto.

 

È finito il tempo dell’odio. È stato compreso che si tratta di una parte di sé, che oggi torna utile, che in realtà fornisce i muscoli necessari per portar aventi l’unico grande progetto anglo-hitleriano della ricreazione della razza umana tramite il suo sterminio.

 

Ecco che quindi, ora le democrazie liberali possono guadare lo specchio, e vedervi il battaglione Azov.

 

Che importanza può avere, a questo punto, la storiella di Hitler di origine ebrea? Nessuna. Perché il vero tema qui è che l’intero mondo moderno, possiamo dire, potrebbe avere origini hitleriane – o quantomeno, attingere dalla medesima radice assassina.

 

Stanno a disquisire sulla nonna di Hitler, quando di fatto il suo zombie è tornato fra noi, armato e finanziato per miliardi di dollari.

 

Si sono offesi gli ebrei, ma la realtà orrende è che, tra provette e guerre sanguinarie, abbiamo accettato che Hitler fosse e rimanesse una parte di noi. Senza che la cosa, a quanto pare, offenda nessuno.

 

Realizzarlo, lo capiamo bene, può essere un’esperienza rivoltante – ecco perché tutti si evitano questa dissonanza cognitiva.

 

Tuttavia, è il momento di farsi coraggio: adesso, cari miei, guardate lo specchio. Fissatelo bene.

 

Ammettete che avete combattuto il mostro al punto da divenirlo voi stessi, avete guardato l’abisso al punto che esso guardasse in voi.

 

Il mostro, siete voi, e probabilmente lo siete sempre stati. L’abisso è la vostra casa, e avete accettato di viverci, nonostante fosse costruita sul niente irrorato di sangue innocente.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Immagine via Wikimedia di Bundesarchiv, Bild 102-13774 / Heinrich Hoffmann / CC-BY-SA 3.0; immagine modificata

 

Essere genitori

Bambini nella neve, bambini nel bosco: pedolatria olimpica e pedofobia di sistema

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Un bambino di undici anni è stato lasciato a terra dall’autista della corriera di linea che doveva riportarlo a casa dopo la scuola, da San Vito a Vodo di Cadore, perché il biglietto ordinario, di cui pure era in possesso, non era valido in costanza di celebrazioni olimpiche. Così, se ne è ritornato a piedi camminando all’imbrunire per sei chilometri e due ore. Per fortuna è arrivato alla meta sano e salvo.

 

Il signor Salvatore Russotto, dipendente della ditta di trasporti responsabile del misfatto, si è scusato con la famiglia del piccolo e si è detto mortificato per non aver avuto la prontezza di trovare lì per lì una soluzione congrua alle circostanze, soprattutto all’età del viaggiatore. Ha semplicemente fatto – automaticamente e stolidamente – quello che gli era stato detto di fare. «L’azienda ci aveva dato disposizioni chiare: invitare a scendere chiunque non avesse il titolo di viaggio valido. Non ci hanno detto nulla sui minorenni che vanno fatti salire comunque». «Mi fa male il cuore, a pensarci a mente fredda mi rendo conto di aver sbagliato, chiedo scusa al bambino e alla sua famiglia». «Mi assumo la responsabilità e pagherò quello che ci sarà da pagare».

 

È stata aperta un’inchiesta; intanto, il signor Russotto ha ricevuto un provvedimento di sospensione dal lavoro a tempo indeterminato. E intanto, la ditta opera a pieno regime.

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Sulla vicenda, che ha suscitato un grande clamore mediatico, si sono scatenati i commentatori sociali compulsivi invocando punizioni esemplari verso l’unico birillo esposto alla pubblica gogna e al libero insulto: l’autista disumano.

 

Ma ai giustizieri sommari, agli incontinenti da tastiera e in genere a coloro cui va bene così – capro espiatorio e via – andrebbe mostrata qualche altra faccia di quello che sembra un monolite, nella realtà è un poliedro. Perché, guardando all’insieme, il quadro forse si fa un po’ diverso, e come sempre c’è un dito e c’è una luna.

 

A partire dalla trovata del biglietto olimpico, che non è un’invenzione del signor Russotto. Per viaggiare da scuola a casa, infatti, l’undicenne avrebbe dovuto davvero esibire il biglietto speciale ultramaggiorato (di quattro volte tanto) imposto a chiunque, per qualsiasi motivo, tocchi percorrere un pezzo qualsiasi della tratta Calalzo-Cortina e viceversa durante il lungo arco temporale investito dai giochi invernali.

 

Per muoversi su e giù per la valle con mezzi privati, ai residenti e persino ai lavoratori abituali, è richiesto un permesso speciale, proprio allo scopo di disincentivare l’uso dell’auto a favore dei trasporti pubblici. Che però, appunto, costa(va)no una follia. Un modo come un altro, insomma, per costringere tutti, nessuno escluso, a prendere parte all’ultimo opulento rituale collettivo, offrendo sacrifici – non a Zeus, ma ad altre divinità sopravvenute.

 

Solo dopo il fattaccio, la provincia ha cercato di salvare la faccia: in prima battuta, con grande sprezzo del ridicolo, ha graziosamente concesso ai residenti che ne facessero regolare domanda di provare a ottenere un rimborso dei biglietti già acquistati, fino a esaurimento fondi, e tanti auguri; poi, crepi l’avarizia, ha addirittura ripristinato, per i residenti, il prezzo consueto dei biglietti.

 

Ci si chiede: serviva una storia come questa, e i riflettori puntati addosso a una fettina del sistema che sta dietro ai lustrini, per portare alla luce una fettina del latrocinio che si consuma all’ombra dei giochi? Perché di latrocinii e di sfregi e di soprusi olimpici in danno dei territori e dei loro abitanti, di lavoratori e di studenti, di incolpevoli cittadini e di poveri contribuenti, è difficile ormai tenere il conto. Per conferma, chiedere ai milanesi.

 

Ma non è tutto qui. Il tempismo e il genio risolutore delle istituzioni si sono magicamente manifestati – stavolta sub specie Malagò – anche nei confronti del bambino, al quale è stato offerto un ruolo nella cerimonia di apertura delle olimpiadi a titolo di compensazione. Motivazione a favor di telecamera: «per scaldargli il cuore». Famiglia entusiasta, dice festante la mamma: «siamo increduli, dalle stalle alle stelle». Da una scarpinata, insomma, è nata una star: giornaloni, trasmissioni TV, parti in commedia (occhio ora al San Remo all’orizzonte), foto, luci e sipari.

 

Dalla favola resta fuori l’autista, privato dello stipendio in attesa del verdetto della ditta di cui è dipendente. Non escludiamo che in questo tripudio di gioie, una volta scontata un po’ di graticola, ne uscirà graziato, e l’immagine dell’azienda lucidata a festa anche lei. Perché le Olimpiadi rendono tutti più buoni e più belli, dentro e fuori, come dice la pubblicità. Certo è che, nel mentre, il signor Russotto sta materialmente pagando: paga il proprio zelo spinto fin oltre il dovuto.

 

E qui sommessamente ricordiamo che, come lui, hanno agito tanti suoi colleghi in tempo di altri lasciapassare, quando ai bambini senza tessera verde era impedito di salire sul bus, o addirittura venivano costretti a scendere a corsa iniziata, magari in mezzo al nulla. Eppure, nessuno allora si stracciava le vesti. Anzi, la gente plaudiva ai bravi controllori, ai diligenti gregari rispettosi delle regole, perché è così che si fa: gli infedeli al culto di Stato andavano puniti in modo esemplare, senza limiti di età. Ai bambini si poteva infliggere impunemente ogni sorta di vessazione e infatti ogni sorta di vessazione è stata loro inflitta, nell’invasamento orgiastico fomentato da raffiche di dpcr e dalla loro libera interpretazione a senso unico non alternato. Si stava celebrando un altro rito, allora, i cui effetti devastanti sono oggi manifesti, e sono incalcolabili.

 

Evidentemente quella lezione lì qualcuno l’ha imparata, senza accorgersi che nel frattempo la scena era mutata, che ora vige in via provvisoria un’altra religione, e che i suoi sacerdoti preferiscono indossare la maschera dei difensori dell’infanzia perché si porta bene, e poi perché nella nuova fiction ecumenica manca un nemico oggettivo sul quale sfogare sadismi repressi, manca l’elemento dissenziente sul quale infierire: manca il mostro – o mostriciattolo – no vax.

 

La piega pedolatrica olimpica serve a lavarsi la coscienza, ad autoconvincersi e a convincere il pubblico pagante che questa società, pedofoba e pedofila, è una società che difende i bambini.

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E invece i bambini sono le sue prede privilegiate e fuori dalle quinte degli spettacoli di distrazione di massa continuano a essere programmaticamente maltrattati, indottrinati, manipolati, strappati alle loro mamme e ai loro papà se refrattari alle liturgie. Continuano a soffrire, defraudati di tutto quanto dovrebbe spettare all’età dello stupore e della scoperta.

 

Il paradigma con cui dobbiamo fare i conti non è, come vorrebbero farci credere, la bella festa di Riccardo, eroe olimpico per caso e per magnanimità dei potenti. Il vero paradigma è il Forteto, è l’infinita serie di famiglie dilaniate dai servizi sociali, è la scientifica distruzione della casa nel bosco e di mille altre case sui cui muri gli addetti alla sorveglianza hanno individuato una crepa attraverso la quale far penetrare la zampa del lupo, più o meno travestito. Storie dove manca il finale in cui vissero tutti felici e contenti grazie a un intervento dall’alto.

 

Nessuna carica istituzionale interverrà a fermare i lupi (che non sono gli autisti di autobus) e a consolare quel fiume carsico di dolore allo stato puro che scorre ovunque sotto di noi; nessuno arriverà mai a «scaldare il cuore» di quei bambini.

 

La vera guerra da cui proteggere i corpi e le anime dei nostri piccoli è una guerra silenziosa che ci tocca combattere da soli, a mani nude.

 

Elisabetta Frezza

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Pensiero

Caschi blu attaccati, carabinieri umiliati, cristiani uccisi: continua il privilegio di sangue di Israele

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Riepiloghiamo: circa una settimana fa l’UNIFIL (la missione dei caschi blu ONU in Libano) ha accusato oggi le forze israeliane di aver lanciato una granata da un drone a circa 30 metri dai peacekeeper, durante un’operazione svolta ieri nel villaggio di Adeisse, nel sud del Libano vicino alla cosiddetta Blue Line. Fortunatamente, l’episodio non ha causato feriti.   «Ieri, i peacekeeper impegnati in un pattugliamento programmato nei pressi di Adeisse sono stati avvertiti dalla popolazione locale di un possibile pericolo all’interno di un’abitazione e hanno scoperto un ordigno esplosivo collegato a una corda detonante» scrive un comunicato UNIFIL riportato dal giornale italiano delle Nazioni Unite. «Le forze di pace hanno creato un cordone di sicurezza e si sono preparate a controllare un’altra abitazione. Poco dopo, un drone che si trovava in volo sulle loro teste ha sganciato una granata a circa 30 metri dalle forze di pace».   Poi, pochi giorni fa due carabinieri italiani che stavano facendo un sopralluogo in territorio palestinese per un evento diplomatico europeo vengono bloccati da un gruppo di coloni armati di mitra, e fatti inginocchiare. I giudei hanno quindi passato loro un cellulare: un uomo sconosciuto dall’altro capo della linea dice loro che se ne devono andare, perché quella è un’area militare interdetta. I due militari italiani quindi si rialzano e tornano al consolato di Gerusalemme.

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Siamo vicino a Ramallah, una zona controllata, in teoria, dall’Autorità Palestinese. Il COGAT (l’agenzia del Ministero della Difesa israeliano responsabile delle attività governative nei territori) nega che quella sia una zona sottoposta a controllo militare. Poi ecco che arriva la versione dell’IDF, l’esercito dello Stato degli ebrei: a far inginocchiare i nostri carabinieri non sarebbero stati coloni ma «un soldato riservista», il quale ora «è stato richiamato per dare chiarimenti». Questo soldato scambiato per colono, nella Cisgiordania preda delle mire dei coloni appoggiati da ministri del gabinetto Netanyahu come Bezalel Smotrich, «si è comportato secondo le procedure, ma non si è accorto subito della targa diplomatica».   Ora salta fuori che, per un buco nella legislazione italiana riguardo le responsabilità dei fatti accaduti ai nostri uomini in missione all’estero, i giudici italiani non interverranno a meno che non se ne incarichi direttamente il ministro della Giustizia Carlo Nordio.   Confessiamo di non sapere, peraltro, se vi sia una qualche conseguenza – giuridica, o anche solo politica – dell’attacco subito un anno fa dai soldati italiani UNIFIL, costretti a nascondersi in un bunker da un attacco israeliano. Sappiamo tuttavia che alcuni di essi poi hanno avuto problemi alla cute e allo stomaco. Sappiamo anche che Netanyahu stesso ha minacciato l’UNIFIL, due mesi fa si sono avuti attacchi alle truppe ONU nel Libano meridionale e due settimane fa i carri israeliani hanno bersagliato un’area vicina ai caschi blu spagnuoli in Libano. Chi legge Renovatio 21 sa che nessuno di questi è un caso isolato, e rammentiamo anche quando l’anno passato soldati dello Stato Ebraico spararono contro delegazioni di diplomatici stranieri.   Mica è finita. Leggiamo la notizia di un attacco ad una famiglia cristiana palestinese, sempre in Cisgiordania, nella periferia di Birzeit. La madre viene ferita gravemente dai coloni, ma le forze di sicurezza arrestano i figli della 62enne cristiana e non gli assalitori ebraici che hanno lanciavano pietre. «Mia madre è stata portata in ospedale e ricoverata nel reparto di terapia intensiva, dove è stata diagnosticata una frattura al cranio» ha detto uno dei figli al Middle East Eye.   Fra il 23 dicembre 2025 e il 5 gennaio 2026 l’Ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha documentato 44 attacchi dei coloni in Cisgiordania, che hanno causato danni alla proprietà e almeno 33 feriti fra i palestinesi, tra cui bambini. «La violenza ha anche contribuito allo sfollamento di circa 100 famiglie palestinesi, fuggite sotto minacce e intimidazioni» scrive AsiaNews. «Attivisti locali parlano di un “piano di pulizia etnica”contro i villaggi e le cittadine palestinesi». È noto che gli attacchi terroristi riguardano anche e soprattutto villaggi cristiani.   Per chiunque conosca il classico algoritmo delle notizie dalla Terra Santa, prima o dopo il 7 ottobre 2023, sa che qualsiasi versione, scusa, smentita, spiegazione verrà offerta non vale nemmeno il tempo dell’ascolto.   La questione dei coloni, il lettore di Renovatio 21 lo sa, è inevitabile, tra violenze continue, minacce e il fiancheggiamento sfacciato del governo più estremista della storia di Israele. Ricorderete il convegno eccezionale sulla colonizzazione di Gaza – quindi, figuratevi quanto è spudorata la hybris colonica per i territori della Cisgiordania – dove i coloni danzarono la loro orrenda musica tunza-tunza con sul palco il ministro Smotrich, il ministro Ben Gvir e altri vertici politici sionisti religiosi e non, uniti per il «Grande Israele».

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E quindi: violenza e umiliazione, nichilismo diplomatico, persecuzione anticristiana nell’«unica democrazia del Medio Oriente», il Paese «alleato» dell’Occidente democratico (anche se metà dei suoi cittadini parla russo…). Nihil novum sub solem, ci siamo abituati.   Semmai, ci chiediamo altro: fino a quando i nostri politici ce lo faranno accettare? Perché Giorgia Meloni dinanzi ai carabinieri in ginocchio sotto il mitra giudaico dice «inaccettabile» ma poi sembra che la cosa sia accettata: l’ambasciatore è ancora là? Sì, mica è come per Crans-Montana, dove il governo fa i capricci al punto da richiamare il proprio inviato ripromettendo di non mandarlo fino a che… fino a che non si capisce bene, ma immaginiamo sia solo il caso di trovare un capo espiatorio per il fatto di cronaca nera dell’anno, e saranno ovviamente i coniugi gestori, che la politica italiana vuole che paghino per il rogo di ragazzi che filmavano con il cellulare o che, salvi all’esterno, magari tornavano dentro proprio per il cellulare, o per altri motivi, trovando l’inferno.   Crans-Montana, li sì che vale la pena di fare un incidente diplomatico: altro che bombe sui nostri soldati, mitra addosso, e violenza sulle chiese cattoliche e fedeli. Per i potenti nella tragedia della discoteca elvetica è bello sguazzare: la responsabilità non ce l’ha qualcuno di forte, le accuse sono gratis, senza conseguenze. (Come è che si chiamano quelli che se la prendono con i deboli ma tacciono con i forti?)   È parte del grande privilegio israeliano: possono farne di ogni, e noi accettiamo tutto. Ci sono giornalisti, attivisti morti: è successo qualcosa? Oppure, senza andare troppo in là con la memoria, pensiamo all’unica chiesa cattolica di Gaza centrata dalle bombe dell’IDF– e qualcuno dice che, ad occhio e croce, miravano proprio alla croce sopra la facciata.   E, visto che parliamo del privilegio, perché non tornare un secondo sui 1,000 italiani – su 18.000 presenti nello Stato Giudaico – che attualmente sono nell’esercito israeliano? Lo aveva comunicato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, senza curarsi del cortocircuito cui andiamo incontro noi non privilegiati che sottostiamo al Codice Penale italiano e all’art. 244 C.P.: «chiunque, senza l’approvazione del Governo, fa arruolamenti o compie altri atti ostili contro uno Stato estero, in modo da esporre lo Stato italiano al pericolo di una guerra, è punito con la reclusione da sei a diciotto anni; se la guerra avviene, è punito con l’ergastolo».   Dobbiamo raccapezzarcene: e allora ecco che esaminiamo il disegno di legge a firma Francesco Cossiga (eccerto) depositato al Senato durante la XV legislatura nel 2006 – cioè, un anno dopo che era stata abolita la leva in Italia: «i cittadini italiani che siano iscritti all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ancorché non siano anche cittadini dello Stato d’Israele, possono liberamente e senza autorizzazione delle autorità italiane prestare servizio militare anche volontario nelle forze di difesa ed anche servizio in altre amministrazioni dello Stato d’Israele» (DDL 730/2006, art.3).   Proprio un privilegio: una legge proprio per lo Stato degli ebrei, il suo esercito e i cittadini italiani (che immaginiamo essere, in questo caso, ebrei, come il loro etnostato). Immagine un nostro cittadino servire nell’esercito russo, nella Bundeswehr, nell’Esercito di Liberazione del Popolo, nelle forze egiziane, brasiliane, iraniane.   Confessiamo di non aver capito come funzioni questa cosa, ma non sappiamo se in Italia, dove per il magistrato vige l’obbligo di azione penale, qualcheduno si sia, anche prima di Cossiga, mosso per capirci qualcosa.

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Avanti così: del resto proprio ieri era la Giornata della Memoria, quella che ci ricorda con l’inesausta ripetizione della parola religiosa «Olocausto» (etimologicamente, ὅλος καυστός, «che è tutto bruciato») che dietro a tutto questo c’è una bella teologia, con un popolo intero che diviene agnello sacrificale globale, con buona pace dell’Agnello, quello vero, e quei pochi che ancora ci credono – a prezzo della persecuzione.   Nel frattempo, massacri e menzogne tutt’intorno a noi. E dai, chiudete un occhio, e anche se «l’incidente» riguarda i vostri concittadini, o i vostri fratelli nella Fede, fate finta di non sentire che un domani potrebber riguardare voi stessi.   L’Occidente ha voluto assegnare questo privilegio di sangue: ora ne accetti le conseguenze. Oppure cerchi nelle sue radici l’origine del cortocircuito dell’ora presente. Fidatevi: si trova tutto.   Roberto Dal Bosco

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Immagine di IDF Spokesperson’s Unit via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY-SA 3.0
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Montesquieu in cantina: il vero significato della separazione delle carriere

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Che il barone di Montesquieu, filosofo, letterato e fine giurista «padre» della separazione dei poteri quale sistema capace di garantire una ordinata gestione dello Stato, rischiasse il pensionamento per sopravvenuta inadeguatezza culturale, si era capito da tempo, proprio tra una invasione di campo e l’altra fra poteri dello Stato.

 

Invasione che non è avvenuta direttamente con riguardo alla separazione, adottata anche dalla nostra Costituzione secondo la classificazione canonica, tra potere legislativo, esecutivo e giurisdizionale. Le invasioni temporanee, ma destinate a diventare come spesso avviene, prima consuetudinarie e quindi definitive, hanno riguardato a rigore la Presidenza della Repubblica, la Corte costituzionale, e più di recente, di fatto e secondo aspirazioni individuali più o meno recondite, la Presidenza del Consiglio. Entità queste rivelatesi tutte più o meno devote a Luigi XIV.

 

Tuttavia il bon ton ha suggerito sempre che gli smottamenti di funzioni avvenissero per bradisismi in genere poco percepibili dal popolo sovrano perlopiù assorbito dalle proprie occupazioni e diviso da militanze politiche fissate una tantum e soddisfatte qua e là da qualche rotazionei elettorale e meditatica.

 

Ma asimmetrie elettorali e mediatiche a parte, nelle facoltà giuridiche e nei convegni politici si è continuato a tenere fermo il sacro principio costituzionalmente garantito della separazione e quindi della indipendenza dei poteri dello Stato, che, sia per chi lo aveva teorizzato nella temperie illuministica, sia per tutte le sedicenti democrazie moderne, rimane ufficialmente un dogma intangibile e necessario per garantire il più possibile un rapporto equilibrato tra potere e libertà in vista del bene conmune.

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Ora però, poiché la legge del divenire non risparmia uomini e cose, e anche i sacri principi possono diventare un po’ ingombranti e un po’ frustranti per un potere insofferente di fronte ai loro lacci e lacciuoli, così anche i principi richiedono di essere aggiornati. Insomma poiché l’appetito vien mangiando, anche il potere anela alla libertà che troppo viene elargita a destra al suddito indisciplinato. Ma bisogna anche agire con cautela perchè i gaudenti della libertà non pensino di avere molte frecce ai loro archi.

 

Bisogna già convincerli, per fatti concludenti, che il Parlamento sia un organo inutile oltreché dispendioso, dove pochi frequentatori si agitano inutilmente. Non per nulla lo abbiamo rimpicciolito e reso pressoché impotente come è bene che sia. Intanto il presidente della Repubblica può intrattenere gli ospiti per Capodanno e dire cose ineccepibili per il Corriere della Sera. Invece non si può dire da un giorno all’altro che la magistratura deve servire l’esecutivo, e diventarne il braccio armato. La si può indebolire dall’interno con lo schema collaudato delle primavere arabe e non.

 

Per screditarla serve già senz’altro il disservizio che affligge la Giustizia civile, alimentato dalla mancanza di personale e dalla disorganizzazione delle cancellerie. Ma la Giustizia penale resiste in qualche modo anche per necessarie esigenze di immagine e di ordine pubblico.

 

Ecco allora l’idea vincente: separiamo le carriere di giudici e pubblici ministeri. Alleviamo una genia di accusatori per missione quali rappresentanti dello Stato punitore. E, alla bisogna, come in ogni regime autoritario che msi rispetti, formiamo magistrati missionari e combattenti per la parte politica al potere: l’arma politica per eccellenza.

 

Si dirà, ma se il vento cambia gli stessi missionari potranno servire un’altra religione. Questo è vero Tuttavia si tratta di un’obiezione debole. Infatti non bisogna sottovalutare la fiducia nella propria eternità che tiene in vita e alimenta il potere e lo mette al riparo dal dubbio come da ogni coscienza critica. Dalle parti di Bruxelles c’è una manifestazione straordinaria ed esemplare di questa sindrome.

 

Dunque, a togliere ogni ombra dai fini di certo non proprio reconditi della «Riforma della Giustizia» (nomen omen), è intevenuto l’immaginifico ministro degli esteri. Egli, già entrato in lizza ideale con Togliatti per la assunzione della storica qualifica di «Migliore», col suo eloquio sempre incisivo, e con ammirevole sincerità, ci ha spiegato tutto il succo della faccenda. Che la separazione delle carriere, con previa separazione dei corsi formativi, è cosa buona e giusta per ridimensionare la magistratura. Il divide et impera funziona sempre. Poi sui giudici sventolerà la bandiera nera della responsabilità civile, che per incutere terrore funziona meglio del Jolly Roger.

 

Tuttavia l’asso nella manica sarà lo spostamento della polizia giudiziaria alle dipendenze dell’esecutivo Ecco l’approdo felice e strategicamente vincente di questa nuova liberazione.

 

Dalle inquietanti amenità del Ministro Migliore, sarebbe indispensabile, prima che sia troppo tardi, tornare a riflettere sulla necessità inderogabile di non smenbrare un organismo la cui peculiarità e il cui pregio sta nella cultura giuridica comune e nella sperabile comune risorsa di un’unica ideale finalità di valore etico prima ancora che giuridico.

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Una finalità che deve essere propria di tutti i magistrati cui è affidato l’intero procedimento penale, dalla azione promossa dal pubblico ministero, alla sentenza pronunciata dal giudice. Perché entrambi, guidati da una logica collaudata e da una comune formazione giuridica ed etica, debbono mirare dialetticamente all’accertamento della verità, qualunque sia la funzione loro affidata. Non per nulla è stato ribadito, in via normativa, come anche il pubblico ministero, che pure promuove l’azione penale in nome dello Stato e nell’interesse della collettività, sia tenuto a chiedere l’assoluzione dell’impurtato ove ritenga che ve ne siano i presupposti di fatto e di diritto.

 

La separazione delle carriere invece sarebbe la incubatrice degli accusatori per missione e professione, con una sclerotizzazione di funzioni che non gioverà all’accertamento della verità in seno al processo e gioverà ancor meno alla separazione dei poteri. Anzi andrà dritta ad assolvere lo scopo eversivo e anticostituzionale di asservimento all’esecutivo che le parole senza veli del ministro dimostrano auspicare al di là di ogni ragionevole dubbio.

 

Ancora una volta il battage pubblicitario tende a confondere le idee e a nascondere i fini per nulla rispettabili che questa messinscena riformistica non ha più neppure il pudore di mettere in ombra.

 

Infine, e più in generale, è bene tenere a mente che l’ordinamento giuridico, pur con le innegabili e contingenti aporie, fu elaborato nel tempo da giuristi di grande statura culturale e solida preparazione giuridica. Ogni intervento innovativo non può non soffrire del degrado culturale che affligge senza scampo, non soltanto la società, ma, soprattutto, e in primo luogo, una intera classe politica.

 

Patrizia Fermani

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Immagine di Fred Romero via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0

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