Pensiero
La morte, e quello che resta
Ho compreso questa realtà quando, oramai una dozzina di anni fa, morì mio padre: quando se ne va un uomo, muoiono con lui tutte le sue storie. Immagino che per alcuni questa sia una banalità, chissà quanti già lo hanno detto, molto meglio di così. Massì: una frase da cioccolatini. Eppure, non se ne afferra la verità estrema, e dolorosa, se non quando si è davanti davvero ad una morte – alla morte.
Sto parlando di quelle storie che, nell’epoca in cui siamo illusi che ogni informazione sia a portata di click, non compariranno mai da nessuna parte. Non su Google, né altrove. Pezzi di umanità che si estinguono irreversibilmente.
Quando è morto mio padre ho sentito subito che con lui sarebbe mancato un deposito enorme non solo di conoscenze, ma di storia umana, micrologica e macrologica, che si portava dentro. Non potevo più parlare con lui delle decadi passate: com’era il mondo, com’era il suo settore, com’era questo o quell’amico, i cicli di crisi economica, le nuotate da bambino nel torrente scavato sotto il monte, i parenti in Argentina e forse in Texas, le partite di pallacanestro dentro la Basilica Palladiana, la bisnonna che dava del voi al bisnonno, i ricordi delle macerie della guerra, la sua capacità profonda di leggere il mare dell’Istria e della Dalmazia, gli anni Cinquanta, gli anni Sessanta, gli anni Settanta, gli anni Ottanta, la sua esperienza di padre, di uomo. Tanto altro, ovviamente. L’insieme del senso che aveva recepito, per cui, in fondo, possiamo dire che aveva vissuto.
La vita è anche questa raccolta di informazioni, la vita è l’insieme di tutte queste storie che ci sono date a vedere, di cui siamo testimoni. Testimoniare, vivere… l’esistenza forse ha questa semplice base.
E poi: tramandare. Le storie che abbiamo raccolto trasmesse oltre a noi, nello spazio e nel tempo, ai figli, ai nipoti… Sì, il significato ultimo della parola «tradizione» altro non è che questo. Ricevi e trasmetti.
L’altro giorno appare su Whatsapp il messaggio. A., un amico dei tempi del liceo, è mancato. La trafila la conosciamo: lotta con la «malattia» che lo prende a fine 2021. Dapprima, mi hanno raccontato, sembrava in remissione. Poi l’evoluzione in male incurabile, con esaurimento dei cicli di cura. Non voglio chiedermi di più. Questo pattern, purtroppo, già lo ho veduto in altri amici, e il cuore ancora mi sanguina.
Aveva due figli, un bambino e una bambina dell’età dei miei. Lascia una moglie che, se non ricordo male, era stata la sua ragazza negli anni dopo la scuola.
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Ho provato a non pensarci. Letto il messaggio, ho risposto con un secco «Requiescat». Mi sono detto di andare avanti con la giornata senza farci caso, in fondo non era una persona che frequentavo, non avevamo molto in comune, e poi sapevo da tempo che stava male. Aggiungiamo che ad un funerale – un’altro del gruppo morto troppo presto, forse ne ho già scritto su queste pagine – mi era parso che mi avesse chiamato, dopo tanti anni che non ci vedevamo, «Alberto», cosa che mi aveva profondamento irritato: proprio lui che, membro attivo della Curva dello stadio sin da bambino, una volta mi accoglieva, quando arrivavo in motorino, con il coro celebrativo «Roberto /Dal Bosco / eh eh / oh oh».
In verità ci ho pensato in continuamente, almeno una volta l’ora negli ultimi tre giorni. La quantità di cose che la mia mente ha dissepolto autonomamente mi hanno via via spinto a scriverne: perché più passavano le ore, più capivo che le storie che A. portava con sé, erano a rischio di estinzione. Specie quelle per le quali posso dirmi testimone io, sia pure di quelle di qualche tratto eseiguo della sua esistenza. Il giornale locale ha fatto un trafiletto: era un tifoso storico del calcio cittadino. Non c’è traccia, nell’articolino, di chi fosse lui: me ne sono reso conto perché in testa avevo le mille storie giovanili.
Ho parlato con altri amici comuni, che erano rimasti più in contatto con lui. Mi hanno spiegato che negli ultimi giorni, quando ancora era lucido, raccontava come temesse che i figli sarebbero finiti per ricordare solo il periodo della malattia del padre, invece che quello che era davvero. La sua storia, la sua vera identità, sono a rischio di sparizione: anche di fronte ai bimbi che ha generato.
Non è una preoccupazione da poco, è un pensiero abissale, che, in alcune situazioni estreme mi sono trovato a fare pure io: cosa resterà di me ai miei figli? Cosa penseranno del loro padre? Se scompaio anzitempo, chi li proteggerà? Chi spiegherà loro? La fine della vita è la fine del materiale per il racconto che siamo tenuti a trasmettere. A meno che qualcuno questo racconto non lo custodisca, non lo ripeta, non lo faccia esistere nel ricordo e nella parola.
Sono a questo punto spinto a scrivere qualcosa su A., per quanto si tratta solo di quadretti giovanili, tuttavia fatti di esistenza vera, della quale io posso fare testimonianza diretta.
A. era un ragazzo sereno e gradevole. Alto, rasato, il viso angoloso e simpatico. Minorenne era già veterano rispettato della Curva Sud, con la particolarità che era forse l’unica figura ultras di alto livello a frequentare il liceo classico. Non solo: nel prestigiosissimo istituto cittadino vi insegnava latino e greco pure la madre. Lui tuttavia esibiva segni esteriori non esattamente da lettere classiche: bomber perenne, o al massimo giacca jeans, capello cortissimo, e il terrificante Oxford, assordante motorino preferito dai periferici studenti delle scuole tecnico-professionali, veicolo che qualcuno truccava sino a renderlo più veloce e rombante di tante motociclette.
Qui la prima storia: lo ferma la polizia, una sera tardi e, si dice, con una certa veemenza, mentre con l’Oxford e la sciarpa del Vicenza transitava casualmente davanti al nostro liceo dopo chissà quale serata. Gli chiedono: chi sei, cosa fai? Sono uno studente delle superiori, dice lui, che poteva dimostrare tranquillamente 25 anni quando ne aveva 16. E che cosa studi? Studio qui al liceo classico. Secondo la vulgata, la polizia non credette alle sue parole, tutte verissime, arrabbiandosi e incolpandolo. Non sarebbe stata l’ultima volta che le forze dell’ordine gli davano addosso, ma ne è uscito sempre intonso, perché innocente, perché A. era davvero, malgrado le toppe ultras sulla giacca, un bravo ragazzo.
Frequentava, come me, un gruppo di ragazzi e ragazze (tante, tantissime: come in nessun altro posto) che si era agglutinato organicamente in città in quegli anni, una compagnia conosciuta come «la Statua», perché il ritrovo era sotto una statua di Garibaldi (nota per essere ciclicamente sporcata di vernice rossa dagli indipendentisti veneti ancora cinquanta anni fa) in pieno centro storico.
«La Statua» era forse il gruppo umano più incredibile che abbia avuto modo di vedere. Non c’era alla base nessun senso tribale, nessuna categoria di censo, nessuna rete di conoscenza famigliare reciproca, nessuna comune distribuzione scolastica o drogastica. Non c’era quel principio clanico che rendeva il resto delle compagnie snob, tristi o violente. Non c’era, neanche in lontananza, una qualche meccanica di esclusione – davvero, come in un’utopia progressista, ma involontaria, riuscita ed irresistibile.
C’era, sorto davvero spontaneamente, un gruppo di giovani che proveniva da ogni scuola (dall’inarrivabile nostro liceo classico, allo scientifico, agli istituti professionali vari anche infimi) e persino dal mondo del lavoro, con ragazzi che a 15 anni già erano sotto padrone. C’erano due o tre che come A. che già bazzicavano da svariati anni il mondo ultrà (per il quale, considerati studenti e quindi capaci di scrivere, compilavano articoli per le fanzine, all’epoca cartacee, e in alcuni casi ho dato una mano pure io), ma alla maggior parte non importava nulla del calcio e voleva, come tutti, solo vivere e divertirsi.
C’erano tanti ragazzi di famiglie semplici, della piccola borghesia della provincia, con il veneto come lingua madre, ma c’erano pure tanti ragazzi del ceto medio-alto, con qualche riccone vero, che poteva parlarti dello shopping autunnale a Londra ma poi stava lì con tutti a passare quelle ore spensierate ed indimenticabili. C’erano soggetti della fuoranza (l’alterazione come orizzonte importante della ricreazione) così come quantità di persone che nemmeno toccavano le sigarette. Era una koiné umana mai vista, mai programmata, che a questo punto ritengo irripetibile.
Alla Statua, A. imperversava in tutti i modi. Aveva una strana capacità con le ragazze: puntava un determinato genere, arrivando persino a buttarsi su interi gruppi di amiche, che riusciva vittoriosamente ad espugnare, facendolo divenire come una sorta di harem però monogamico-sequenziale (prima una, poi dopo mesi un’altra, etc.) – noi lo chiamavamo «il canile di A.», ma era una definizione ingiusta, perché molte erano non erano neppure male. Aveva, con le giovani donne, questo approccio melenso – cheesy, direbbero gli americani – epperò, vedendo i risultati, davvero funzionale.
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La capacità di aspirare attenzioni amorose fu ad un certo punto perfino premiata pubblicamente: al termine di un’autogestione al liceo, dove ero stato eletto rappresentate di istituto (con un misero voto di protesta tradotto indegnamente in seggio grazie al meccanismo proporzionale), annunciammo varie premiazioni semiserie ai personaggi della settimana, tra cui il premio «aspirapolvere», pensato proprio per le aspirazioni di A. Al momento dell’annuncio gli fu consegnata, tra scroscianti applausi, un’aspirapolvere, tuttavia lui quasi non aveva sentito e avevamo dovuto chiamarlo varie volte, perché persino in quel momento era intento, in fondo alla palestra, a intortare una tizia. Non capendo e avendo ancora la testa nell’intortamento pro-canile, con il suo classico volto imbarazzato inforcò davanti a tutti l’aspirapolvere, forse pensando che volevamo che pulisse. Mai premio fu più azzeccato.
Poi c’era quest’altra scena: un ristorante fuori città, dove eravamo sciamati (su prenotazione di chi, non sappiamo, non ha importanza) in una cinquantina. Praticamente occupavamo il locale nella sua interezza, il suo unico grande salone era fatto solo di noi. Io sono intento a conversare con una fiamma incipiente, forse me la tiravo trattando di Storia dell’Arte, la mia attenzione è solo sulla ragazza e su nient’altro. Poi alzo lo sguardo e mi rendo conto che in sala non c’è nessuno: nel mezzo delle portate, sono tutti in giro, sono fuori a fumare o a fare chissà che, è tutto vuoto, a parte me, la fanciulla e… A. Il quale sta, stoico, eroico, mirabile, mangiando il suo piatto da solo. Le logiche di branco, con evidenza, per lui contavano fino ad un certo punto.
In realtà, c’è una storia che posso raccontare solo io. Quella dell’indimenticabile Ferragosto 1996. Avevamo, si e no, diciotto anni.
Succede che ci troviamo alla Statua il 14. Siamo pochi: i più sono in vacanza. Io sono appena tornato da Parigi, località che avevo imparato a raggiungere con facilità in autostop (possono venirmi i brividi se ci penso in relazione ai miei figli, ma credo di detenere ancora il record europeo: meno di dieci ore da casa mia sino alla Ville lumière), per cui già passavo per esperto della materia: una skill non indifferente visto che nessuno di noi aveva ancora la patente.
A questo punto A. fa la sua proposta: «Roby, andiamo a Jesolo. In autostop». Poi snocciola giù un programma romantico e convincente: «ci sono delle mie amiche al campeggio. Andiamo là, andiamo a festeggiare Ferragosto con loro». I telefonini era di là da venire: si trattava quindi semplicemente di arrivare fin là, senza mezzi e senza garanzie, e di stare con delle ragazze a caso (a me completamente sconosciute) in riva al mare.
A me va bene, A. Pronti. Via.
Mettiamo i motorino legati ad un albero fuori dal casello autostradale. Di qui parte il tragitto autostoppistico: secondo il manuale Dal Bosco, la prima cosa da fare è riuscire ad arrivare almeno al primo Autogrill, dove puoi chiedere di persona, senza che questi possano accelerare ed andare oltre protetti da un involucro di metallo. I primi a darci un passaggio sono una coppia di ragazzi di Milano, non molto più vecchi di noi, ma che chiaramente lavorano da molti anni. Vanno a Jesolo, si capisce, per le discoteche, una particolare scena di musica elettronica ora scomparsa. Hanno delle magliette attillatissime.
A. comincia a chiacchierare, e per qualche ragione, dopo spirali varie sulle mode del tempo, si inerpica in un’invettiva contro quelli col piercing. Il tizio davanti sta zitto. Poi, ad un certo punto, senza voltarsi, si alza la maglietta: sul capezzolo ha infilato un anello di metallo. A questo punto scatta la classica faccia paonazza imbarazzata di A., che comuncia ad arrampicarsi sugli specchi in maniera alpinistica. Sopravviviamo.
Arriviamo a Jesolo, e riusciamo a raggiungere il campeggio, che è fuori città, al Nord. Conosco il luogo: due mesi prima tutta la compagnia di vi si era trasferita per un fine settimana memorabile, un tendone da venti persone (ma ci stavano probabilmente dentro in trenta e più…) che qualcuno aveva portato, con il caffè fatto in una moca gigante nella quale si poteva fare pure la pasta. A., mi aveva spiegato, era poi tornato una seconda volta il mese dopo, e qui aveva conosciuto queste ragazze di Montebelluna, che in teoria erano ancora lì, e sembrava, a quel che diceva, che non aspettassero altro che vederci.
In realtà, delle ragazze non pare esserci traccia. Mentre si faceva sera, le cerchiamo ovunque, su è giù per il camping, che era immenso, e labirintico. Ad un certo dice: forse sono in centro, vanno a mangiare in quel posto. Ci spostiamo, sempre a dito, verso i viali dello struscio adriatico. Cerchiamo in un locale, in un altro: niente, delle ragazze promesse da A. non c’è traccia. Io non sono nervoso, lui un po’ sì. Decidiamo di prendere una pizza al trancio, e ci accade un raro miracolo giovanile: la commessa che ci serve – che era una ragazza neanche tanto in là con gli anni – invece che darci il resto per diecimila lire ce lo dà per centomila (sì, l’agognata banconota con su Raffaello, bellissima come tutte le altre, ma spiccatamente difficile da vedere per un ragazzino). In futuro, quando mi sarebbe ricapitato– raro, ma accade – lo avrei più fatto, ma quella volta è stato diverso: ci scambiamo un rapido sguardo colpevole, e decidiamo tacitamente di fare questa cosa orrenda per tenerci quel budget che di fatto decuplicava quanto ci rimaneva in tasca facendoci svoltare quel viaggetto pazzo, magari permettendoci pure l’indomani di prendere un autobus. (Non è escluso, ho pensato qualche volte, che quella ragazza lo abbia fatto apposta)
Saremo tornati almeno altre due volte al Campeggio, facendo la spola con la cittadina, nella speranza di trovare le ragazze. Io comincio a dubitare della loro esistenza, ma va bene così, mica mi importa. Specie quando decidiamo di andare nella spiaggia selvaggia davanti al camping ed unirci ad un falò di ragazzi e ragazze mai visti, intenti anche loro a passare lì la notte di Ferragosto.
Ci avviciniamo perché sentiamo che cantano, prima con l’accompagnamento della chitarra di ordinanza, poi con slogan che sanno da tifo. Lì per lì non capisco cosa stiano intonando, ma me lo spiega lui sghignazzando: «Priebke libero!». Erano i giorni dell’assoluzione del capitano delle SS al tribunale di Roma, e di certo questo non era l’umore che si leggeva sui giornali italiani – ma abbiamo capito che quello che finisce sui giornali spesso non è la realtà di come si sente la gente in giro. Il gruppo a cui ci uniamo non sembra però fatto di nazisti: anzi tanti sono tosatti dai capelli lunghi, più fanciulle tranquille. Gente semplice, di provincia. Tanta voglia vivere, che sento per intero.
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Stiamo con loro tutta la notte. Si parla si ride, si sorride. Si racconta. Si cantano le canzonette note. Non ricordo altro, nemmeno le loro facce, e forse non le ho nemmeno viste, perché era buio. Ricordo la facilità con cui A. riusciva ad entrare in sintonia con un gruppo di persone mai conosciute prima, una dote speciale che ho visto in poche altre persone nella vita. Del resto, perché mai non deve essere così? Siamo qui, siamo vivi: e quindi perché non dovremmo parlarci, stare insieme, divertirci?
Arriva l’alba. Il gruppone di sconosciuti e sconosciute si dissolve. Io sono stremato e vorrei dormire. Non è il caso di A., che a questo punto riparte alla cerca – alle cinque e mezza del mattino! – delle tizie del campeggio. Scatta a perlustrare ancora una volta il campo, io non riesco a tenerlo fermo, a dirgli fermiamoci, dormiamo almeno un’ora sulla sabbia finché è fresca… lui scansiona tutto il dedalo di tende e tendine, recuperando anche un grissino da un tavolino lasciato spreparato per intingerlo in un barattolone di nutella del tavolino successivo – la fame chimica si fa sentire.
Poi accade qualcosa di incredibile: qualcuno chiama A. Ci voltiamo: è una ragazza con la pelle ambrata e gli occhi chiari, capelli raccolti, un bel sorriso in volto, trucco, perfino elegante, perfetta come se fossero le sei di sera e non del mattino di una notte insonne. È proprio lei: la ragazza di Montebelluna che era stata promessa, l’amica di A. Esisteva, sì. Di più: aveva sentito da altri che l’avevamo cercata otto ore prima, e quindi ci aveva cercato anche lei – e trovato all’alba. Happy ending vero.
Io sono divertito dalla cosa – dovevamo stare a festeggiare la notte con loro, invece arrivano alla fine – ma esausto. A. invece è partito con il suo modus operandi mieloso ed infallibile, e alla fanciulla non sembra dispiacere. Quindi questa mi dice: senti, vuoi dormire? Sì, tanto. Bene, vieni in tenda da noi, c’è la mia amica che dorme lì, tu ti metti accanto. È così: mi infilano in una tenda dove c’è una biondina un po’ butterata che ronfa.
«Mettiti a dormire pure a fianco lei» mi dice, del resto altro spazio non c’era. Io penso che quando questa si sveglierà, farà un urlo vedendo uno sconosciuto al suo fianco. Anche questo pensiero mi diverte, ma la stanchezza è troppa. Crollo.
Quando mi sveglio c’è A. che mi chiama: «Roby… Roby». Ha un’espressione serena, e forse pure una punta di quella generosa dolcezza che mette con le ragazze. A fianco a me la biondina sconosciuta, che mi guarda sorridente anche lei. Non so che ore siano, ma capisco che bisogna andare. Non so A. cosa abbia nel frattempo, ma sembra sano e riposato. Ci offrono delle brioches, e salutiamo, avviandoci verso la strada che, a pollice alto, ci avrebbe riportato a casa.
Un ritorno non facile: si ferma a raccoglierci un tizio con una Citroen DS tipo «squalo» – auto che per alcuni è già di per sé un segno di possibile psicopatia – che guidava praticamente ignudo. Dopo un po’ di conversazione, emerge che il signore forse aveva assunto nelle ore precedenti dell’LSD. (Ecco, il lettore capisca che quando di lì a poco sarebbe uscito Paura e delirio a Las Vegas a me non poteva che sembrare un film neorealista). Ci irrigidiamo un po’. Riusciamo, con uno stratagemma, a scendere per trovare un altro passaggio, che ci lascia direttamente in autostrada, e dobbiamo tornare all’albero dove erano legati i motorini a piedi tra i campi e lo svincolo, consumati da 24 ore di incertezza e meraviglia.
Non ci saremo più visti tanto, dopo quel magico Ferragosto. Lo avrei incontrato, negli anni successivi, nel treno-bestiame che va all’università, a volte mi dava l’idea di non avere il biglietto, più che altro, capivo, perché risparmiava per qualcosa. Nonostante i guai che aveva avuto, da innocente, con le istituzioni, fu credo il primo del nostro a laurearsi.
Di qui parte tutta un’altra storia. Lui, che era uscito dal liceo con il 38 – all’epoca dei sessantesimi, un voto di sufficienza da alcuni ritenuto umiliante – fece una carriera professionale straordinaria. Si studiò, da solo, le lingue: divenne fluente in francese, inglese e spagnolo, e aggiunse, rara avis, il russo, che usava nelle trasferte a Mosca. Aveva iniziato a lavorare come venditore per una grande società energetica, per poi passare ad un’altra, in un’inarrestabile traiettoria ascendente di lavoro concreto, parallelo alla creazione di una bella, solida famiglia.
C’è anche questo da dire: ecco un caso di quelli che il nuovo sistema scolastico – che raccoglie dati e punteggi e per «orientare» il resto dell’esistenza dello studente – avrebbe potuto soffocare più di quanto ancora non abbia fatto il vecchio: un bruco a liceo che diventa farfalla nel lavoro, ma è ingiusto dire pure che fosse un bruco, perché lo ricordo come questa creatura dinamica, attiva, inesauribile, vitale. Amato da tutti: per quello che era, non per i voti, né per altro.
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Scrivo queste righe mentre qualche comune più in là c’è il funerale. Io non sono andato. Un po’ perché in fondo non gli ero cosi vicino (me lo ripeto ancora), un po’ perché sono diventato davvero stronzo con il rito, per cui un funerale della chiesa conciliare, con gli amici che parlano dal pulpito, le musichette, magari pure il defunto polverizzato e la funzione senza più nulla di sacro neanche nel momento sacro della morte, no, non posso più affrontarlo.
Ma ho sentito il bisogno di ricordarlo, perché tutto quello che A. è stato non può andare perduto, nemmeno le briciole di gioventù raccontate qui sopra. Quello che resta, anche dopo la morte.
È qualcosa che sento come un imperativo: se perdiamo le nostre storie, perdiamo la nostra umanità. Se affidiamo alle macchine le nostre relazioni – ai social media, alle chat, ai telefonini – di noi non rimarrà davvero più nulla. E ciò non è tanto a discapito nostro, ma a detrimento dei nostri figli, della memoria, grande o piccola, che siamo chiamati a conservare e trasmettere.
A Dio A.
Quel pezzettino in cui sei esistito a fianco a me lo posso testimoniare tutto.
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Pizzaballa incontra il privilegio israeliano. Aspettando il Golem e l’Anticristo
I have instructed the relevant authorities that Cardinal Pierbattista Pizzaballa, the Latin Patriarch, be granted full and immediate access to the Church of the Holy Sepulchre in Jerusalem.
Over the past several days, Iran has repeatedly targeted the holy sites of all three… — Benjamin Netanyahu – בנימין נתניהו (@netanyahu) March 29, 2026
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A livello più microscopico, abbiamo registrato alcune reazioni inaspettate, come quella di Erik Prince, miliardario ex Navy Seal fondatore del gruppo mercenario Blackwater, convertitosi al cattolicesimo ancora decenni fa. «Per la prima volta in secoli, dai tempi del dominio ottomano, ai cristiani è negata la messa nella Chiesa del Santo Sepolcro. Un evento davvero senza precedenti (…) Non esiste una ragione legittima per vietare alle persone di partecipare alla messa… un orribile affronto al cristianesimo. Ogni cattolico, evangelico, ogni ortodosso in America dovrebbe essere indignato». Il Prince, che immaginiamo nel corso della sua carriera possa aver avuto rapporti diretti con la sicurezza israeliana, pare avere avuto alienata ogni simpatia filo-israeliana, pure lui.My statement re Prohibiting the Latin Patriarch of entering Church of Holy Sepulcher on Palm Sunday: While all Holy sites in the Old City are closed due to safety concerns for mass gatherings including the Western Wall, Church of the Holy Sepulcher and Al Aqsa Mosque, the action…
— Ambassador Mike Huckabee (@GovMikeHuckabee) March 29, 2026
PRINCE: This is a really bad look. Israeli police blocking Cardinal Pizzaballa from entering the Church of the Holy Sepulcher for Palm Sunday mass only adds to the anger of Muslims over access to Al Aqsa Mosque. A completely unforced, stupid error by Israeli security forces. pic.twitter.com/0E7MH7DnjB
— Bannon’s WarRoom (@Bannons_WarRoom) March 29, 2026
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🇮🇱 Israeli soldiers point rifles at CNN journalists… then choke one on camera
All while documenting an illegal settler outpost in the West Bank, where a 75-year-old man was reportedly beaten inside his home. Source: CNN https://t.co/C9BxBBrd9e pic.twitter.com/sXBtgW05j0 — Mario Nawfal (@MarioNawfal) March 28, 2026
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Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich è un “terrorista ebreo che non è in prigione”, mentre il ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir è “il seguace di un gruppo terroristico ebreo”, sostenitore dell’omicidio del primo ministro israeliano Ytzak Rabin, avvenuto il… pic.twitter.com/3sLTIVytGC
— giorgio bianchi (@Giorgioaki) March 28, 2026
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OH. MY. GOD. There it is… from his mouth
🚨 Netanyahu Funded Hamas $35M a Month via Qatar, using U.S. Tax Dollars, and tells Investigators: “This is confidential and can’t be leaked, okay? We have neighbors here, sworn enemies. I’m constantly passing them messages. I confuse… https://t.co/pROxaO7aWY pic.twitter.com/sMK8xMZmvd — MJTruthUltra (@MJTruthUltra) March 28, 2026
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Pensiero
Mao e il «blocco storico» che ha vinto il referendum
Il referendum per la riforma della magistratura è stato perduto, ma di pochi punti: 54%, un po’ poco per festeggiare con «Bella Ciao» e tric-trac in piazza – come tuttavia i fautori del No hanno fatto.
54%: significa che, grosso modo, il Paese è spaccato a metà. A questo punto, bisogna capire quali sono le metà.
Le variazioni sono non solo leggibili su scala partitica ed ideologica, ma anche territoriale. Tre regioni hanno visto la vittoria del Sì: Veneto, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia – in pratica, una grossa fetta del Nord. Da notare come ha prevalso il Sì anche nel voto all’estero, per quanto significante.
Il Sud – come il Piemonte, regione fortemente oggetto di emigrazione meridionale – ha votato compattamente per No, con picchi interessanti nella città di Napoli. Va detto che il No è stato trainato dalle grandi città. A Milano,il distacco è stato di ben 16 punti, un risultato che il sindaco Beppe Sala ha interpretato come il segnale di una «radicata forza progressista» che va oltre il cosiddetto «partito della ZTL». Anche a Torino il centro città ha spinto il risultato verso il No, mentre l’affluenza è crollata nelle zone periferiche.
Parallelamente, in diverse aree, le periferie hanno mostrato una tendenza opposta o un maggiore astensionismo. A L’Aquila, mentre in città ha vinto il No, il Sì è rimasto in vantaggio nelle frazioni e nelle aree più decentrate. In Trentino, il voto è salomonico: il No ha vinto nei centri urbani (50,38%), ma nelle valli e nei territori montani ha prevalso il Sì. In pratica: città contro periferia. Ma non solo.
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La popolazione italiana è quindi fortemente divisa. Da una parte chi, magari pensando ai disastri visti in questi anni, o peggio capitati personalmente, voleva riprogrammare la Giustizia, blindata dalla «Costituzione più bella del mondo», quella che si può buttare nel fosso in caso di epidemia, e sin dall’articolo 1 (che poteva essere riscritto come «L’Italia è un Paese fondato sul green pass»: fateci pure un referendum confermativo).
Dall’altra parte una schiera interessante formata dalla sinistra parlamentare e pure extraparlamentare, ma soprattutto dai dipendenti di quello che chiamiamo lo Stato-partito: l’insieme delle strutture pubbliche infiltrate e comandate dal PD, colosso inscalfabile che gestisce le nostre vite e – soprattutto – distribuisce magnifici salari garantiti ad almeno 4,7 milioni dipendenti della Pubblica Amministrazione e di enti parastatali (INPS, INAIL, ACI, Poste, Ferrovie, Municipalizzate).
Si tratta in realtà di un numero ancora più alto: l’indotto di Stato e para-Stato sono, secondo stime basate su flussi della spesa pubblica, almeno altri 2,5 milioni, ma si tratta di una cifra che riteniamo molto conservativa.
Aggiungiamoci il mondo sommerso delle cooperative, che sono, in larghissima parte, ingenerate dentro il noto mondo politico di riferimento: si tratta di altri 1,2 milioni di cittadini. Anche qui, il numero mi pare per difetto.
Diciamo che abbiamo una diecina di milioni di persone il cui stipendio dipende dallo Stato. Anche considerando che molti fra questi possono aver votato contro lo Stato-partito, abbiamo qui molti più voti in ballo: costoro tengono famiglia, il nonno pensionato, il figlio universitario… insomma la mangiatoia serve ben al di là del singolo.
Capite che l’analisi spannometrica che stiamo facendo è impietosa: com’è possibile che il Paesi cambi qualsiasi cosa per via democratica, se il popolo stesso è narcotizzato dal benessere salariale?
Non si tratta di un impasse casuale: è un effetto preciso, programmatico del sistema. Più stipendi, più voti. Più mangiatoia, più palude. La Nazione diventa immobile, per disegno del potere che lo comanda nel profondo. Ecco che quindi il Paese diviene conservatore: e ricordo ancora come 25 anni fa l’etichetta fu appioppata bonariamente dai giornali al segretario del sindacato CGIL Sergio Cofferati, che più di tanto non sembrava nemmeno dispiacersone.
Il sistema si conserva perché ha costruito pian piano, anche molto sotto la percezione pubblica, microsistemi che lo sostengono e ne impediscono il cambiamento. Di qui un tema completamente sottotraccia che è quello della cooperativizzazione dei servizi, con le cooperativa che stanno entrando di prepotenza – con leggine, regolette, pressioni continue – nel mondo della Sanità: rimpiazzi il lavoratore ospedaliero con uno che viene da una cooperativata, e quello che ottiene è un’omogeneizzazione politica maggiore, un tentacolo sistemico più forte dentro la società.
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Scrivo queste parole memore dell’esperienza delle elezioni regionali in Emilia nel 2020, quelle che si tennero a poche settimane dal disastro di Wuhano, le elezioni che parevano essere quelle della «liberazione» dell’Emilia-Romagna. Possiamo dire che Renovatio 21 aveva un «suo» candidato: una signora stupenda, che ancora oggi ci legge, che aiutammo – tra conferenze, articoli, post – il più possibile in quella campagna elettorale, dove tra i temi, ricordiamo, c’era quello del caso degli affidi.
Negli ultimi giorni prima del voto l’atmosfera era elettrizzante. Circolava un audio interno della Lega, dove la voce di un signore (il classico nerd statistico-politico) parlava di uno scarto di 10 punti del candidato presidente regionale leghista. Era fatta: un altro nostro lettore, al termine di una conferenza a ridosso della domenica fatale, cominciò ad organizzare i festeggiamenti – ci troviamo lunedì mattina davanti al palazzo della regione in via Stalingrado. Confesso che avevo pianificato di portare il bambino all’asilo e poi partire alla volta Bologna, dove programmavo di salire sopra il tetto dell’auto e magari cantare un canto nuovo: «in via Stalingrado passano».
Maddeché. Il risveglio fu brutale. La destra aveva perso di netto. Il PD, che aveva fatto una campagna talmente insulsa che perfino nei bar si vedevano contestazioni del candidato, aveva vinto, come se non fosse accaduto nulla. Qualche giornalista se lo chiese: questa storia dei sondaggi che sbagliano di dieci punti non si era mai vista. Cosa era successo?
Anche lì, potevi capirlo guardando la mappa del voto: in pratica, il PD aveva vinto solo nel continuum urbano tra Bologna-Modena-Reggio nell’Emilia. Tutt’intorno, aveva vinto la Lega. Il rosso era letteralmente circondato dal verde: la costa, le montagna, la pianura erano verdissime. Le città, dove si concentra il lavoro delle PA e soprattutto l’indotto delle cooperative, erano rossissime.
Avevo immaginato che ad un certo punto, vista la possibilità concreta di perdere la regione, doveva essere scattato un ordine di scuderia: andate a votare sennò perdete il lavoro, e portate anche la nonna centenaria. È una mia fantasia: nessun giornalista o sociologo ha fatto un’analisi post-voto.
Quello che importa è notare, tuttavia, la natura della divisione politica: centro contro periferia, città contro campagna – davvero, la dottrina di Mao resa visibile da elezioni locali. Lo Zedongo sosteneva che la Cina con i Paesi della «campagna del mondo» fatta dei lavoratori unificati nel socialismo dovesse combattere il centro, la metropoli occidentale del Grande Capitale mondiale.
La situazione, ora che la sinistra è sposa del megacapitalismo (qualcuno ricorda Soros socio COOP? Io sì) e madre degli apparati di Stato, non è cambiata: il paradigma campagna contro città è ancora validissimo. I mandarini del centro contro i contadini della periferia. i boiardi della ZTL e i loro camerieri contro il popolo delle Partite IVA. Insomma, siamo alle solite: c’è un potere oppressore, e ci sono gli oppressi.
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È a questo punto che vale la pena di ritirare fuori il pensiero di un altro idolo della sinistra mondiale, Antonio Gramsci, in merito a quello che chiamava «blocco storico». Per lo scapigliato pensatore sardo, il blocco storico è l’unità dialettica tra struttura (base economica) e sovrastruttura (ideologia, cultura, politica), attraverso cui una classe dirigente esercita l’egemonia. Non è una semplice alleanza politica, ma un complesso sistema che unifica le masse attraverso il consenso, legittimando il dominio.
Il blocco storico, secondo Gramsci, rappresenta la saldatura tra la struttura economica e la sovrastruttura etico-politica in una data epoca. Di più: il blocco storico dominante riesce a imporre la propria visione del mondo come «senso comune».
Ecco, quindi, chi ha vinto davvero il referendum: l’ha vinto il blocco storico dello Stato-partito. L’ha vinto il tappo non solo di ogni possibile rivoluzione gramsciana, ma banalmente di qualsiasi riforma politica importante.
Se c’era bisogno di un’ulteriore prova dello stato terminale della democrazia italiana, l’abbiamo avuta.
Qualsiasi forza politica che intende avanzare senza colpire i gangli del blocco storico non ha nessuna speranza, perde solo il suo tempo, fa perdere il vostro, o ancora peggio cerca di diventare parte del sistema ed arricchirsene.
Il cambiamento del Paese passa attraverso il malcontento di decine di milioni di salariati garantiti, il cui stipendio serve sempre più ad assicurarsi che non muovano un dito anche quando lo Stato – contro la sua stessa Carta, contro i suoi stessi principi – censura, esclude, droga, uccide.
Lo Stato moderno, lo ripetiamo, è una macchina di morte: è un dispositivo della Necrocultura, che non è più solo una sovrastruttura etico-politica, fa parte della struttura stessa. Gli ospedali statali uccidono (con aborti, predazioni degli organi), gli apparati dello Stato finanziano e fomentano guerre contrarie agli interessi e all’esistenza stessa dei suoi cittadini (come avviene armando una guerra contro la maggiore superpotenza atomica planetaria).
Un blocco di milioni di persone è mantenuto per generare il consenso attorno ad sistema sempre più votato alla morte – della loro stessa morte, dello sterminio dei cittadini. Realizzarne una radicale riforma non è cosa facile. Ma diverrà, anno dopo anno, sempre più necessaria.
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Perché votiamo Sì al referendum
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