Razzismo
Il partito nero sudafricano torna a cantare «uccidi il bianco boero»
Uno dei principali partiti sudafricani torna a far risuonare il coro razzista che chiede l’omicidio della popolazione bianca.
Il partito sudafricano Economic Freedom Fighters (EFF), sedicente «Black Party» (partito nero) del Paese, è un movimento marxista di estrema sinistra con milioni di membri. In varie occasioni è emersa nel movimento la volontà di eradicazione di tutti i sudafricani bianchi, tuttavia tali appelli al genocidio su basi razziali sono ignorate dai media occidentali, che – anzi – tacciano di fake news chiunque parli dei programmi di sterminio della popolazione boera (cioè di origine olandese) in Sudafrica.
In una affollata manifestazione di questa settimana, il leader dell’EFF Julius Malema – innalzato al cielo con un una piattaforma che lo ha fatto librare davanti a quelle che paiono diecine di migliaia di persone – ha esaltato la folla con un canto razzista ben conosciuto: «Kill the Boers, Kill the Farmers» («Uccidete i boeri! Uccidi i contadini!»)
La parola boero è usata in Sud Africa è talvolta utilizzata non solo per descrivere i contadini bianchi di origini olandesi, ma i bianchi in generale.
Il lettore può vedere da sé il Malema, antico capo della sezione giovanile dell’ANC (il partito di Mandela), saltellare in uno stadio stracolmo facendo ripetere alle migliaia di seguaci «Kill the Boers, Kill The Farmer».
Shocking video shows South Africa’s black party singing “kill the Boer (Whites), kill the White farmer”
This is all downstream from the rotten secular religion of wokeness and CRT plaguing America today.
You have been warned.
WATCH.
— Benny Johnson (@bennyjohnson) July 31, 2023
Il problema del canto che incita allo sterminio di boeri e farmer (parole che talvolta possono perfino essere equivalenti in Sudafrica) è risalente.
Come riportato da Renovatio 21, nel 2022 la divisione per l’uguaglianza della Corte Suprema del Sudafrica ha stabilito che la canzone «Kill the Boers» non costituisce un caso di «incitamento all’odio». Chiedere il massacro di un’intera classe sociale, se non di un’intera razza non è hate speech, se a farlo cantare alle masse è Julius Malema, leader marxista-leninista, panafricanista, anticapitalista, antimperialista, con una certa passione, si dice, per le BMW che guiderebbe anche con un po’ troppa velocità.
Così il massimo tribunale del Sudafrica ha deciso che celebrare e stimolare l’uccisione collettiva di una certa parte della popolazione può essere un’azione protetta dalla libertà di espressione e deve essere lasciata al dibattito politico all’interno della società.
I membri dell’EFF sono sospettati in passato di aver partecipato ad attacchi alle fattorie di proprietà dei bianchi e di aver ucciso agricoltori; orribili crimini che i media hanno costantemente negato oramai per decenni: episodi di violenza belluina, talvolta pure filmati, si susseguono in pratica dal 1994, l’anno celebrato come l’arrivo della democrazia in Sud Africa, con l’installazione dell’ex terrorista marxista Nelson Mandela al potere.
Il copione è sempre identico: fattorie isolate, per lo più gestite da famiglie boere, vengono attaccate nottetempo da bande di neri, che torturano, mutilano, violentano, uccidono i farmer boeri in modo atroce.
Con l’andare del tempo, si è formata una giustificazione politica per tali massacri: le terre possedute e lavorate (magari da generazioni) da boeri, sono in realtà state «rubate» ai neri autoctoni, i quali peraltro non hanno una loro vera unità interna, in quanto, in ultima analisi, assai divisi dall’appartenenza tribale (zulu, xhosa, bapedi, batswana, ndebele, basotho, venda, tsonga, swazi, etc.: basti pensare che l’inno sudafricano ha 11 lingue).
La cacciata anche violente dei boeri dalle loro fattorie è quindi un argomento politico che via via si è slatentizzato sino a divenire un baluardo per Malema e il suo partito. L’esperienza, peraltro, è già stata provata nell’area, con Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe: la persecuzione dei farmer bianchi, che ha avuto la fuga se non la morte di moltissimi, ha portato il Paese al collasso agricolo ed economico che possiamo testimoniare anche oggi.
Nel 2018, con l’intensificarsi degli attacchi violenti e delle minacce di morte contro i contadini bianchi in Sudafrica, una delegazione di 30 famiglie di contadini sudafricani è arrivata nella regione russa di Stavropol in cerca di rifugio.
«È una questione di vita o di morte : ci sono attacchi contro di noi. Si è arrivati al punto in cui i politici stanno fomentando un’ondata di violenza”, aveva detto allora un rappresentante dei contadini sudafricani ai giornali. «Il clima qui [nella regione di Stavropol] è temperato e questa terra è stata creata da Dio per l’agricoltura. Tutto questo è molto attraente». Si era così sparsa l’idea che Putin potesse accogliere in Russia i farmer perseguitati.
L’esistenza stessa della persecuzione, tuttavia, per i grandi media è tabù, anzi, è incredibilmente combattuta come fake news: quando Trump solo nominò la questione, vi fu il putiferio, con giornali e TV americane che arrivarono a negare l’evidenza.
L’ideologia razzista dell’EFF si sposa in realtà perfettamente con l’ideologia woke ammanita da università e media in America e sempre più in Europa, secondo la quale la società occidentale è eminentemente razzista e quindi va riformulata tenendo conto dei danni prodotti dalla razza bianca.
Negli USA, come è stato notato con le razzie di Black Lives Matter nel 2020, gli appelli alla violenza razziale contro i bianchi sono diventati un luogo comune: è il caso dell’oratore del movimento nero che, con davanti a centinaia di afroamericani armati, due anni fa aveva esortato a «uccidere ogni cosa bianca vediate». Da nessuna parte, a parte in siti come Renovatio 21, si riportò l’inquietante notizia – i gruppi armati razzisti americani esistono davvero, e sono pure neri.
Ciò spiega perché l’incitamento alla pulizia etnica – ad un genocidio razziale! – cantato in uno stadio non abbia alcuna eco sul sistema mediatico anche italiano, mentre l’epiteto razzista uscito dalla curva alla partita di calcio genera ettolitri di inchiostro e provvedimenti pubblici e – qui siamo al maoismo vero e proprio – corsi di rieducazione.
Chi crede che milioni di africani maschi in età militare siano stati trasferiti in Europa per «lavorare» deve meditarci un po’ sopra. Visto che non «scappano dalla guerra», come più nessuno del resto ha il coraggio di dire, non è che sono stati piazzati qui per un’altra guerra programmata dai padroni del mondo?
Immagine screenshot da YouTube
Razzismo
Funzionario dei Mondiali indagato per un gesto con la mano considerato come il segno del «White Power»
La FIFA ha «assolto» l’arbitro grottescamente accusato di aver fatto un gesto del suprematismo bianco.
La Federazione calcistica internazionale aveva indagato l’arbitro che avrebbe fatto il gesto dell’«OK» con la mano prima della vittoria per 7-1 della Germania su Curaçao, riaccendendo uno dei più assurdi allarmismi legati alle guerre culturali che hanno invaso il web.
L’arbitro australiano Shaun Evans, che domenica ha lavorato come supervisore del VAR (Video Assistant Referee), è apparso nella trasmissione ufficiale prima del fischio d’inizio, mentre veniva inquadrata la squadra di revisione video, guardando in camera e facendo il segno dell’OK capovolto.
Il gruppo antidiscriminazione Fare, partner di lunga data della FIFA, ha chiesto l’esclusione di Evans dal torneo, affermando che il gesto «assomiglia chiaramente» a un simbolo utilizzato come segno di supremazia bianca negli ambienti di estrema destra.
«La copertura mediatica seguita a questo incidente semplicemente non riflette chi sono» ha dichiarato l’Evans in un comunicato diffuso dalla FIFA. «Naturalmente comprendo come il gesto sia stato interpretato e me ne rammarico, tuttavia voglio essere molto chiaro e affermare categoricamente che non ho consapevolmente né deliberatamente fatto il gesto che mi viene attribuito».
🚨 FIFA have launched an investigation into assistant VAR Shaun Evans after he appeared to make a hand gesture that has been linked to far-right extremist groups… 😅🥲 pic.twitter.com/HlO8JSoZyJ
— 𝐂𝐚𝐬𝐮𝐚𝐥 𝐔𝐥𝐭𝐫𝐚 𝐎𝐟𝐟𝐢𝐜𝐢𝐚𝐥 (@thecasualultra) June 15, 2026
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La FIFA aveva dichiarato di aver avviato un’indagine sull’incidente e di essere alla ricerca di spiegazioni da parte dell’Evans. Ora è arrivata l’«assoluzione»: «dopo aver esaminato il caso relativo all’arbitro addetto al Var Shaun Evans, non ha riscontrato alcuna prova di violazione del proprio Codice disciplinare» dice una nota della Commissione Disciplinare indipendente FIFA..
Il segno «OK» viene utilizzato da decenni per indicare approvazione o che tutto va bene. La versione che Evans sembra aver fatto assomiglia anche al «gioco del cerchio», uno scherzo scolastico in cui qualcuno forma il segno sotto la vita e cerca di costringere gli altri a guardarlo.
Il presunto significato razzista è stato reso popolare nel 2017 dagli utenti di 4chan, che hanno lanciato una campagna di trolling per convincere giornalisti e attivisti di sinistra che il comune gesto della mano fosse in realtà un simbolo di supremazia bianca. Le dita alzate rappresenterebbero una «W» e le dita a cerchio con il braccio rappresenterebbero una «P», a rappresentare l’acronimo per «White Power», cioè «Potere Bianco».
I cacciatori di simboli nazisti hanno subito ricordato che Brenton Tarrant, il perpetratore della strage di Christchurch, aveva fatto questo gesto durante un’udienza in tribunale nel 2019, dopo essere stato arrestato per l’uccisione di 50 persone nell’attacco armato a due moschee in Nuova Zelanda.
Gran parte dei media e delle organizzazioni per i diritti umani, come l’organizzazione ebraica Anti-Defamation League, si sono buttate a capofitto, aggiungendo il segno OK alle loro liste di simboli dell’odio accanto alla svastica e alle tuniche del Ku Klux Klan.
Da allora, le persone sorprese a fare quel gesto sono state ripetutamente prese di mira da organizzazioni attiviste, accusate di razzismo e, in alcuni casi, hanno perso il lavoro e sono state bandite da determinati locali. I ricorrenti scandali hanno alimentato l’indignazione pubblica nei confronti dei media e dei gruppi attivisti, accusati di trasformare gesti comuni in controversie razziste.
I mondiali americani sono partiti tra varie polemiche: i tifosi sono indignati con l’organizzazione per gli alti prezzi dei biglietti, le costose concessioni negli stadi e i diffusi problemi di trasporto. I problemi riscontrati durante l’ultima edizione dei Mondiali hanno inoltre alimentato il malcontento generale nei confronti della storia di corruzione della FIFA, delle scelte politicizzate dei paesi ospitanti e della crescente commercializzazione del calcio.
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Immagine di Pinerineks via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Razzismo
Agli asili nido britannici è stato ordinato di segnalare alla polizia i bambini piccoli «razzisti»
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Razzismo
Israeliano arrestato per aver indossato una kippah con la bandiera palestinese
Un docente dell’Università Ebraica di Gerusalemme ha dichiarato di essere stato fermato dalla polizia per aver indossato una kippah con le bandiere israeliana e palestinese.
Giovedì, in un post su Facebook, Alex Sinclair ha spiegato di indossare quella kippah da 20 anni a causa di «una confusa ambivalenza della mia identità ebraico-sionista» e che non aveva mai creato problemi.
Pochi giorni fa, però, un uomo lo ha avvicinato in un bar nella sua città natale di Modi’in, nell’Israele centrale, dicendogli che il suo copricapo era illegale e che avrebbe chiamato la polizia, ha scritto.
זו המדינה שאנחנו חיים בה: ד”ר אלכס סינקלר ישב בבית קפה במודיעין. לקוחה אחרת הבחינה שעל הכיפה שלו יש דגלי ישראל ופלסטין ביחד, סמל לשלום, והזמינה את המשטרה. המשטרה הגיעה והודיעה לו ש”הכיפה שלו נגד החוק”. משסירב להסירה, נקלחה הכיפה בכוח, והוחזרה לו אחרי שדגל פלסטין נגזר ממנה. זהו. pic.twitter.com/cqCik3dUov
— Alon-Lee Green – ألون-لي جرين – אלון-לי גרין 🟣 (@AlonLeeGreen) April 23, 2026
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Gli agenti sono arrivati circa cinque minuti dopo. «Mi hanno detto subito che la mia kippah era illegale e che l’avrebbero confiscata», ha ricordato Sinclair.
Il docente ha dichiarato di essersi rifiutato di rinunciare al suo copricapo perché «significava molto» per lui, e per questo è stato fermato. È stato rilasciato subito, ma la polizia ha tentato di trattenere la kippah.
Quando l’uomo ha chiesto indietro il copricapo, un’agente donna glielo ha restituito solo dopo aver ritagliato la bandiera palestinese dal velo, ha scritto l’educatore. Il simbolo non è illegale secondo la legge israeliana.
«È difficile non dire che questo è il genere di cose che fanno i regimi fascisti», ha sottolineato il Sinclair, aggiungendo di essere «preoccupato, ansioso e francamente devastato dal fatto che Israele stia prendendo questa direzione». L’uomo dichiarato di aver presentato una denuncia al dipartimento per le indagini interne della polizia (DIPI), chiedendo un risarcimento per la kippah distrutta e «una garanzia scritta che mi permetta di camminare per Modi’in indossandola senza subire molestie».
La polizia ha confermato di aver fermato brevemente un uomo per aver indossato una bandiera palestinese, ma si è astenuta dal rilasciare ulteriori commenti.
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Immagine generata artificialmente
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