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Economia

Crisi finanziaria, le grandi banche divoreranno i pesci piccoli

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Il domino bancaria iniziato con il fallimento della Silicon Valley Bank e continuato in questi giorni con il crollo della First Republic Bank avrà come effetto diretto la sparizione delle piccole banche a favore delle grandi.

 

«Piuttosto che riformare il sistema finanziario per il bene pubblico, il Tesoro degli Stati Uniti e la Federal Reserve stanno optando per uno schema in cui le banche “troppo grandi per fallire” sono chiamate a divorare le banche regionali più piccole, lasciando i resti commestibili delle banche fallite alle grandi banche e le perdite e il salvataggio dei depositanti non assicurati alla FDIC». scrive EIRN. La Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) è una società del governo degli Stati Uniti istituita dal Glass-Steagall Act del 1933 e indipendente da Governo e Federal Reserve, che gestisce fondi del bilancio federale per fornire una assicurazione sui depositi delle banche membri fino a 250.000 dollari per depositante.

 

«La parola è sparsa sui media finanziari: la crisi bancaria provocata dagli aumenti dei tassi di interesse della Fed non si è conclusa con le acquisizioni e le riorganizzazioni di Silicon Valley Bank, Signature Bank e First Republic Bank, nonostante il tentativo del Tesoro degli Stati Uniti e della Fed di fermare il crisi organizzando “rapidamente” le acquisizioni e accettando di salvare tutti i titolari di banca non assicurati» scrive EIRN.

 

Altre due istituzioni regionali stanno già crollando, PacWest a Los Angeles, le cui azioni hanno perso il 50% nelle contrattazioni la sera del 3 maggio, e Western Alliance Bancorp di Phoenix.

 

«Il disastro che incombe è molto, molto più grande e coinvolge non solo le banche più piccole, ma anche un’entità sistemica globale del valore di oltre 1 trilione di dollari in attività e altre tre grandi banche».

 

Secondo un articolo di Ambrose Evans-Pritchard, apparso sul Telegraph del 2 maggio, «quasi la metà delle 4.800 banche americane sta già consumando le proprie riserve di capitale. Potrebbero non essere tenuti a contrassegnare tutte le perdite sul mercato in base alle norme contabili statunitensi, ma ciò non le rende solvibili. Qualcuno sopporterà quelle perdite».

 

Un articolo su Business News di Harold Vazquez cita il professor Amit Seru, un esperto di banche della Stanford University che dice: «è spaventoso. Ci sono migliaia di banche sott’acqua… Non facciamo finta che si tratti solo di Silicon Valley Bank e First Republic. Gran parte del sistema bancario statunitense è potenzialmente insolvente».

 

«Il pieno colpo della stretta monetaria da parte della Fed non è ancora arrivato. Un importante rifinanziamento del debito edilizio dovrà affrontare l’orlo del precipizio nei prossimi sei trimestri» scrive Vazquez, che osserva che i conti non assicurati negli Stati Uniti rappresentano fino a 9 trilioni di dollari.

 

La fonte di questa analisi è un «rapporto Hoover Institution del professor Seru e un gruppo di esperti bancari, che calcola che più di 2.315 banche statunitensi sono attualmente sedute su attività che valgono meno delle loro passività. Il valore di mercato del loro portafoglio di prestiti è di 2 trilioni di dollari inferiore al valore contabile dichiarato».

 

«Questi prestatori includono animali di grossa taglia», scrive Vazquez. «Una delle 10 banche più vulnerabili è un’entità sistemica a livello globale con oltre 1 trilione di dollari di asset. Ci sono altre tre grandi banche».

 

«Non è solo un problema per le banche con meno di 250 miliardi di dollari che non devono superare gli stress test», ha affermato.

 

In Francia, l’analista finanziario Charles Sannat commenta che utilizzando le banche «troppo grandi per fallire» per rilevare le banche regionali in fallimento, la Fed sta creando un problema «troppo grande per essere salvato» in futuro.

 

In Italia, possiamo dire che abbiamo già visto il fenomeno circa un decennio fa, con la catastrofe delle Banche Popolari?

 

Come scritto da Renovatio 21, il sistema bancario – e forse la stessa valuta del dollaro – potrebbe essere disintermediato dall’arrivo delle monte digitali di Stato, le CBDC, oramai imminente. Smaterializzando il danaro, divenuto software, e appoggiandolo su una piattaforma elettronica governativa, la necessità delle banche (quantomeno quelle di investimento) verrà meno.

 

Tutto ciò che sta accadendo nel settore bancario, e in quello delle criptovalute, potrebbe indicare che questa è la destinazione ultima degli eventi in corso.

 

Il collasso serve al fine preciso della vostra prossima schiavitù bioelettronica.

 

 

 

 

Immagine di Yngvadottir via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)

 

 

 

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Economia

Il prezzo del petrolio Brent scende al minimo dall’inizio di marzo

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Il prezzo del petrolio Brent scende al minimo dal 5 marzo con la fine della guerra in Iran.

 

Domenica i prezzi del petrolio sono crollati bruscamente dopo che il presidente Trump ha annunciato che Stati Uniti e Iran avevano raggiunto un accordo di pace.

 

Il petrolio Brent, benchmark internazionale, è sceso di circa il 4%, attestandosi sotto gli 84 dollari al barile, il prezzo più basso dal 5 marzo. Il West Texas Intermediate, benchmark statunitense, è calato di quasi il cinque percento, scendendo sotto gli 81 dollari al barile.

 

«Con l’apertura dello Stretto in seguito alla firma dell’accordo di venerdì, ai fini della rimozione delle mine, il petrolio tornerà a fluire da entrambe le estremità, a beneficio della Regione e del mondo intero!», ha dichiarato il Presidente Trump domenica sera.

 

I future azionari legati al mercato azionario statunitense sono saliti in seguito alla notizia.

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«L’accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran è ora completo», ha scritto Trump in un precedente post su Truth Social. «Congratulazioni a tutti! Con la presente autorizzo l’apertura senza pedaggio dello Stretto di Ormuzzo e, contemporaneamente, autorizzo l’immediata rimozione del blocco navale degli Stati Uniti. Navi del mondo, accendete i motori. Che il petrolio scorra!»

 

La notizia dovrebbe mettere fine a scenari catastrofistici per l’economia mondiale apparsi sulla stampa internazionale in questi mesi, puntellati da continui aumenti a seguite degli sviluppi nel Golfo e nello Stretto ormusino.

 

Le ramificazioni dell’ingravescente crisi petrolifera erano molteplici. Un mese fa era emerso che il Kuwait, per la prima volta dopo 35 anni – cioè dall’invasione da parte dell’Iraq di Saddam Hussein – non stava esportando petrolio. Dall’altra parte del mondo si registrano fremiti separatisti nella provincia canadese dell’Alberta, considerata la più ricca di oro nero.

 

Come riportato da Renovatio 21, scommesse borsistiche sul prezzo del petrolio per 580 milioni erano state piazzate poco prima di un post di tre mesi fa sull’Iran di Trump in cui il presidente annunziava «sviluppi produttivi».

 

Prima del conflitto, appena dopo il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro, Trump aveva dichiarato che gli Stati Uniti arriverebbero a controllare il 55% della produzione mondiale di petrolio.

 

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Economia

Ci attendono ulteriori shock globali: parla il capo del FMI Georgieva

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Il mondo dovrà probabilmente affrontare ulteriori shock globali nel prossimo futuro, senza alcuna tregua all’orizzonte. È l’avvertimento di Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale   Intervenendo lunedì al podcast di Bloomberg «Leaders with Francine Lacqua», Georgieva ha espresso la sua preoccupazione per il fatto che «non abbiamo ancora pienamente compreso che il mondo sarà così». «Non arriveremo mai a un punto in cui gli shock saranno scomparsi», ha aggiunto la bulgara.   «Collettivamente, non abbiamo apprezzato la reazione negativa contro la globalizzazione» ha dichiarato la direttrice del FMI, osservando che le comunità di tutto il mondo sono state «svuotate perché i loro posti di lavoro sono scomparsi e non hanno ricevuto sufficiente attenzione», avvertendo che la rapida introduzione dell’intelligenza artificiale nei processi aziendali e produttivi potrebbe esacerbare queste tendenze.   Nel suo World Economic Outlook pubblicato a metà aprile, il FMI ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita globale per il 2026, portandole dal precedente 3,4% al 3,1%, a causa del forte aumento dei prezzi del petrolio provocato dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran.   Il FMI ha dichiarato di prevedere una crescita più lenta sia negli Stati Uniti che nell’Eurozona, con quest’ultima che dovrà affrontare «l’impatto negativo del conflitto in Medio Oriente» e gli «effetti persistenti» dell’aumento dei prezzi dell’energia a seguito dell’escalation del conflitto in Ucraina.

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Al contrario, le previsioni per la Russia hanno subito una revisione al rialzo di 0,3 punti percentuali rispetto alla stima del FMI di gennaio.   La guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran e i successivi attacchi di rappresaglia del Paese in tutto il Medio Oriente hanno fatto impennare i prezzi globali del petrolio. Le ostilità nella regione hanno interrotto il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, una rotta fondamentale per le forniture globali di petrolio e gas.   Di fronte all’aumento dei prezzi dell’energia, i funzionari di tutta l’UE hanno proposto di ripristinare i legami energetici con la Russia. Bruxelles, tuttavia, si è rifiutata di rinunciare al suo piano di eliminare completamente i combustibili fossili russi entro il 2027.   Come riportato da Renovatio 21, il FMI due mesi fa aveva dichiarato che la guerra in Medio Oriente avrebbe innescato uno shock energetico globale.  

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Immagine di Friends of Europe via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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Economia

Le guerre finanziate in deficit potrebbero mandare in rovina il sistema finanziario occidentale

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Gli effetti della guerra iraniana in economia potrebbero avere carattere globale ed epocale.

 

Il Financial Times del 4 giugno ha pubblicato un importante articolo dal titolo «L’impero del debito di Trump. In questo secolo gli Stati Uniti si sono imbarcati in guerre di scelta e hanno contratto ulteriori debiti per finanziarle. La cosa potrebbe non finire bene». L’articolo presenta un’argomentazione molto simile a quella del Council on Foreign Relations di inizio settimana, concentrandosi in questo caso sull’espansione bellica degli Stati Uniti, senza però menzionare il riarmo europeo.

 

«Gli Stati Uniti stanno finalmente per soccombere all’eccesso di indebitamento imperiale?» esordisce l’articolo, che sottolinea l’abitudine imperiale «acquisita dagli Stati Uniti in questo secolo, di indebitarsi per finanziare le guerre di oggi» e indica come prova del problema il fatto che «il presidente Donald Trump ha presentato al Congresso una richiesta di bilancio per la difesa nazionale per il 2027 di ben 1.500 miliardi di dollari, il doppio rispetto alla cifra del 2020».

 

Questo ha contribuito all’indebolimento del dollaro come valuta di riserva mondiale, poiché ha generato una bolla del debito insostenibile, chiosa EIRN.

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«Tra il 2008 e il 2021, i responsabili delle riserve delle banche centrali hanno acquistato il 63% del debito aggiuntivo emesso dai governi del G7, secondo uno studio pubblicato quest’anno per il think tank finanziario Group of Thirty da Agustín Carstens, Klaas Knot e Stijn Claessens, rispettivamente ex presidenti delle banche centrali di Messico e Paesi Bassi ed ex alto funzionario del FMI» scrive FT.

 

«Tuttavia, di recente le banche centrali hanno iniziato a ridurre i propri bilanci, svalutando la componente in dollari delle loro riserve e cercando alternative, tra cui oro, materie prime e le valute più liquide dei paesi avanzati più piccoli. Alla fine dello scorso anno, i metalli preziosi rappresentavano il 27% di tutte le riserve delle banche centrali a livello globale, in aumento rispetto al 20% dell’anno precedente. I titoli di Stato sono scesi dal 25% al 22% nello stesso periodo.»

 

«Questo lascia un vuoto che è stato sostanzialmente colmato dagli hedge fund, perlopiù di proprietà americana ma spesso considerati investitori stranieri a causa delle loro sedi in paradisi fiscali come le Isole Cayman. Molti possiedono titoli del Tesoro nell’ambito di “operazioni di valore relativo” ad alta leva finanziaria, finanziate da prestiti a breve termine che devono essere costantemente rinnovati» avverte l’articolo.

 

William White, ex capo economista della Banca dei Regolamenti Internazionali, sottolinea che «questo sistema funziona bene, finché non smette di funzionare». Lo White sostiene che «l’acquisto di debito pubblico da parte di istituzioni non bancarie come gli hedge fund dipende a sua volta dal loro accesso a finanziamenti a breve termine come il mercato repo (…) Qualora una qualsiasi perturbazione interrompesse tale accesso (…) potrebbe facilmente seguire un’intensa spirale di deleveraging».

 

Il deleveraging (in italiano riduzione della leva finanziaria) è il processo attraverso il quale un’azienda, un privato o un intero Stato riduce il proprio livello di indebitamento complessivo.

 

«I recenti shock derivanti dalle richieste di margini e garanzie da parte degli hedge fund hanno reso il mercato dei titoli del Tesoro più fragile e una potenziale fonte di rischio sistemico» conclude FT. L’amministrazione Trump «potrebbe trovarsi ad affrontare una turbolenza del mercato del debito simile a quella che ha fatto cadere l’ex primo ministro britannico Liz Truss dopo il suo fallimento senza finanziamenti». Un «mini» bilancio di tagli fiscali nel 2022.

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A quel punto la Federal Reserve potrebbe essere obbligata ad acquistare titoli del Tesoro per sostenere il mercato. Se la banca centrale viene obbligata ad acquistare titoli del Tesoro per sostenere il mercato, l’economia subisce una monetizzazione del debito. Questo scenario cancella l’indipendenza della banca centrale e avvia un meccanismo di allentamento quantitativo (QE) forzato.

 

La Fed creerebbe così nuova moneta per comprare i titoli. Questo denaro entrerebbe direttamente nel sistema bancario privato, con conseguente crollo dei tassi d’interesse: l’acquisto massiccio farebbe salire il prezzo dei titoli di Stato. Di conseguenza, il loro rendimento finanziario diminuisce, ed eccoci alla fase più critica: la svalutazione del dollaro: l’enorme immissione di nuova valuta sul mercato riduce il potere d’acquisto e il valore del dollaro rispetto ad altre monete.

 

Siamo quindi di fronte ad un nuovo capitolo della catastrofica saga della de-dollarizzazione?

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