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Economia

Costo dell’energia, la Francia come il Kazakistan?

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Il 7 gennaio, il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire ha affermato che il governo è preoccupato per le ricadute economiche e sociali dell’aumento dei prezzi dell’energia e sta cercando di trovare modi per proteggere i consumatori e le imprese.

 

Il governo si è impegnato a contenere l’aumento annuale dei prezzi dell’elettricità al 4%, utilizzando principalmente tagli alle tasse.

 

L’aumento dei costi all’ingrosso ha colto di sorpresa i responsabili politici e il ministero delle Finanze sta negoziando con EDF, la maggiore azienda produttrice e distributrice di energia in Francia controllata dallo Stato, altre soluzioni.

 

«Se non troviamo una soluzione nei prossimi giorni, i francesi vedranno un aumento tra il 35% e il 40% delle bollette elettriche», ha detto Le Maire in una conferenza stampa a Parigi. «È un’emergenza assoluta perché l’esplosione dei prezzi dell’elettricità non è sostenibile né per le famiglie né per le imprese».

 

In Francia l’inflazione è al 3,4%, la più alta dal 2008.

 

I dati pubblicati il ​​7 gennaio mostrano che l’inflazione media nei 19 paesi dell’area dell’euro è salita al 5% a dicembre.

 

A meno di quattro mesi dalle elezioni presidenziali francesi, anche Le Maire ha avvertito delle conseguenze sociali di un aumento del costo della vita

 

«Guarda cosa sta succedendo in Kazakistan; è abbastanza istruttivo cosa può succedere quando i prezzi dell’energia, dell’elettricità o del gas esplodono», ha detto il ministro Le Maire

«Guarda cosa sta succedendo in Kazakistan; è abbastanza istruttivo cosa può succedere quando i prezzi dell’energia, dell’elettricità o del gas esplodono», ha detto Le Maire.

 

«È politicamente pericoloso» ha dichiarato il ministro.

 

Come riportato da Renovatio 21, due centrali nucleari sono state fermate il 16 dicembre dalle autorità francesi, dopo che la manutenzione ordinaria ha riscontrato un guasto in una di esse.

 

L’incubo black-out diventa quindi una possibilità concreta anche per la Francia, Paese che, a differenza della Germania, non ha intenzione di rinunziare all’energia nucleare.

 

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Economia

Blackout in Turchia

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Un’interruzione delle importazioni di gas naturale dall’Iran ha causato un livello senza precedenti di interruzioni di corrente in Turchia.

 

Le interruzioni di corrente hanno in gran parte colpito le principali zone industriali, con alcune aziende costrette a interrompere la produzione di conseguenza. L’Iran afferma che i flussi di gas naturale sono stati ripristinati, ma la Turchia ha affermato che le sue forniture e la pressione del gas rimangono molto basse.

«Il sistema è stato interrotto a causa della bassa quantità e pressione. Le stazioni di compressione sul lato turco sono pronte, operative e non ci sono problemi tecnici sul lato turco», ha detto venerdì scorso all’agenzia Reuters un funzionario turco.

 

La Turchia entra nel variegato gruppo di Paesi che sta sperimentando o teme di sperimentare a breve blackout energetici

A partire da lunedì, la produzione industriale turca si fermerà completamente per almeno tre giorni, ha riportato l’altro ieri la testata Daily Sabah.

 

Per la Turchia, il gas rappresenta più della metà della produzione di elettricità. L’arresto dei flussi dell’Iran arriva in un momento in cui le importazioni di gas in aumento per la Turchia, che sono diventate molto più costose a causa della crisi della lira turca.

 

La Renault ha già annunciato che interromperà la produzione nel suo stabilimento di Bursa per 15 giorni, secondo quanto riportato dai media turchi citati dal giornale economico americano Bloomberg.

 

La Turchia entra quindi nel variegato gruppo di Paesi che sta sperimentando o teme di sperimentare a breve blackout energetici.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Germania – a causa di una improvvida politica di privatizzazioni delle forniture – ha poc’anzi evitato di un soffio un blackout del gas. Non che la cosa non sia prevista, dato che i cittadini tedeschi sono da mesi destinatari di apocalittiche campagne di sensibilizzazione su cosa fare in caso di interruzione dell’energia. La Germania il mese scorso non aveva abbastanza vento per far girare le pale eoliche, aumentando di conseguenza l’uso del carbone.

 

Per la Turchia, il gas rappresenta più della metà della produzione di elettricità. L’arresto dei flussi dell’Iran arriva in un momento in cui le importazioni di gas in aumento per la Turchia, che sono diventate molto più costose a causa della crisi della lira turca

La Cina sta sperimentando blackout, che spaventano i partner commerciali internazionali. Anche le autorità del Dragone stanno cominciando a dare «consigli» sulle provviste da fare per l’inverno.

 

L’Indonesia, nel timore delle interruzioni di corrente, ha vietato l’export del carbone.

 

Austria e Romania sono state teatro di comunicazioni pubbliche riguardo al rischio di vedere l’elettricità sparire di colpo.

 

In Italia a parlare apertamente di rischio blackout fu il ministro dello Sviluppo Economico Giorgetti.

 

C’è una relazione tra il programma ecologista (con la «transizione ecologica» di cui tanto ciancia il governo italiano) e l’agenda della de-industrializzazione, che altro non è che una forma di realizzazione del pensiero eugenetico

Del rischio blackout ha trattato lo scorso 13 gennaio il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica – l’organo del Parlamento della Repubblica Italiana che esercita il controllo parlamentare sull’operato dei servizi segreti italiani, che ha trasmesso alle presidenze una Relazione sulla sicurezza energetica. «L’Italia potrebbe, comunque, subire indirettamente gli effetti di razionamenti energetici condotti a livello europeo ovvero di fenomeni di blackout in uno dei Paesi dell’Unione che inciderebbero sugli scambi commerciali intra UE e quindi sulla tenuta del sistema produttivo nazionale» dice il documento.

 

Ma le industrie non si fermano solo a causa di blackout. In Francia, dove inaspettati danni a quattro reattori nucleari hanno fatto schizzare il prezzo dell’elettricità, ha dovuto chiudere la più grande raffineria di zinco del Paese. I costi dell’energia erano divenuti tecnicamente insostenibili.

 

Sull’«harakiri energetico» dei governi, Renovatio 21 ha pubblicato un approfondimento dell’analista William F. Engdahl, che mette in relazione il programma ecologista (con la «transizione ecologica» di cui tanto ciancia il governo italiano) con l’agenda della de-industrializzazione, che altro non è che una forma di realizzazione del pensiero eugenetico.

 

 

 

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Economia

Bitcoin, dalla la rivolta in Kazakistan alla messa al bando in Russia

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews.

 

 

I russi vogliono proibire le transazioni con le valute digitali, difficilmente tracciabili dalle autorità. Usate dalle organizzazioni criminali, ma anche da quelle umanitarie per sfuggire ai controlli del Cremlino. In Kazakistan il traffico di criptovalute ha avuto un ruolo nei recenti tumulti.

 

 

 

La Banca centrale di Russia ha proposto di proibire ogni tipo di operazione con le criptovalute, per non diffonderne l’uso nel Paese.

 

Secondo fonti di Bloomberg, la presidente della Banca Elvira Nabiullina avrebbe preso tale iniziativa sotto le pressioni dell’FSB, il servizio di sicurezza nazionale, soprattutto dopo i recenti eventi in Kazakistan, considerata una nazione molto pericolosa dal punto di vista finanziario.

 

Le criptovalute al mondo sono molto diffuse e diverse tra loro per volatilità, popolarità e soprattutto per livello di privacy. Spesso i trasferimenti in criptovaluta sono impossibili da tracciare perfino per i servizi speciali dei vari Stati.

 

L’analista finanziario Vladimir Levčenko commenta al proposito su Currentime.tv che «si sa che le criptovalute si usano anzitutto per il commercio delle armi, della droga e per articoli simili legati alla criminalità organizzata, ma si utilizzano anche in tantissimi altri casi; molte persone vi fanno ricorso per far fruttare i propri risparmi, senza commettere nulla di illegale, come un utile strumento d’investimento».

 

La presidente della Banca Elvira Nabiullina avrebbe preso tale iniziativa sotto le pressioni dell’FSB, il servizio di sicurezza nazionale, soprattutto dopo i recenti eventi in Kazakistan, considerata una nazione molto pericolosa dal punto di vista finanziario

Sette anni fa la criptovaluta più popolare, il Bitcoin, costava circa 250 dollari l’una, ora è arrivata a circa 40mila, con picchi vicini ai 70mila; l’11% al mondo di queste criptovalute viene realizzato in Russia. Non è chiaro chi siano gli operatori di questo nuovo tipo di mercato finanziario.

 

Quando la scorsa estate le autorità hanno dichiarato il Fondo anti-corruzione di Naval’nyj «organizzazione estremista», il suo leader Leonid Volkov ha invitato tutti gli aderenti a fare trasferimenti al Fondo proprio in criptovaluta, perché «non è soggetta al controllo delle Banche centrali e dei governi».

 

Il Fondo di Naval’nyj sopravvive all’estero dopo lo scioglimento in Russia e pubblica le entrate ricevute: a oggi avrebbe incassato 666 bitcoin, ma è assai difficile tradurre questa cifra in dollari, euro o rubli, senza sapere le date dei trasferimenti e delle operazioni, e soprattutto è impossibile conoscere l’identità dei donatori, ciò che fa impazzire i membri dell’FSB.

 

Questo infatti è lo scopo del cripto-sistema, secondo Volkov: «siccome lo Stato fa pressioni su chi opera bonifici tradizionali del sistema bancario, dobbiamo con pazienza imparare ad usare un sistema più libero».

 

In generale, stanno cercando di usare le criptovalute tutte le organizzazioni russe inserite nella lista nera degli «agenti stranieri», anche se è impossibile quantificarle. Il problema spesso è che chi opera con questo sistema si sottomette alle regole di chi le propone, senza possibilità di controllo non solo da parte delle autorità competenti, ma anche degli stessi investitori. Il divieto a questo tipo di operazioni, del resto, è assai poco realistico, a meno di chiudere completamente l’accesso a internet.

 

Le criptovalute sono necessarie al potere non meno che alle opposizioni, per muovere i mezzi finanziari al di là di ogni confine, soprattutto in presenza di sanzioni internazionali.

In Kazakistan il «mining» (validazione di transazioni in criptovalute) è favorito dai bassi costi dell’energia, proprio il fattore che ha provocato gli scontri di piazza per la prevalenza delle logiche di mercato sulla vita dei cittadini, oltre alla tassazione molto «amichevole»

 

Dopo che la Cina ha bandito le criptovalute lo scorso autunno, il Kazakistan è balzato al secondo posto a livello mondiale in questo campo, e per molti questo è stato un fattore non secondario nelle contese che hanno poi portato anche agli scontri di piazza di Almaty di inizio gennaio. Secondo le ricerche dell’università di Cambridge, il Kazakistan è impegnato nel mercato delle criptovalute per una fetta del 18%; in vetta ci sono gli Usa con il 35,4%.

 

In Kazakistan il «mining» (validazione di transazioni in criptovalute) è favorito dai bassi costi dell’energia, proprio il fattore che ha provocato gli scontri di piazza per la prevalenza delle logiche di mercato sulla vita dei cittadini, oltre alla tassazione molto «amichevole».

 

I vantaggi andrebbero tutti alla casta al potere, da cui le rivolte contro il «clan Nazarbaev» (…)

 

 

 

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Renovatio 21 ripubblica questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Economia

La Cina si sta prendendo il Medio Oriente: parla un ex diplomatico USA

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Chas Freeman, un diplomatico di carriera in pensione presso il Dipartimento di Stato, ha pubblicato un articolo sulla pubblicazione online del Quincy Institute Responsible Statecraft intitolato «Medio Oriente, gli impatti della rivalità sino-americani rimangono minimi»

 

«Recenti sviluppi regionali sono guidati da dinamiche locali, non da grandi rivalità di potere. Ma il ruolo della Cina in Medio Oriente è destinato a crescere» attacca il pezzo.

 

«Gli dei della guerra a Washington hanno decretato che la situazione internazionale è ora plasmata da due forze trascendenti: la grande rivalità di potere (soprattutto tra il nostro Paese e la Cina) e gli sforzi autoritari per smantellare la democrazia. Ma le tendenze in Medio Oriente contraddicono chiaramente sia questa visione del mondo che le politiche statunitensi che ne derivano. Per quelli nella regione, gli Stati Uniti sembrano combattere la Cina dei suoi incubi, non la Cina che osservano».

 

Dopo aver esaminato gli sviluppi nella regione negli ultimi anni, sostenendo che i Paesi stanno agendo per i propri interessi, non legati al conflitto USA-Cina, scrive:

 

«La Cina ora è così grande economicamente che non può fare a meno di essere un fattore di crescita nella visione del mondo regionale. Tra il 2000 e il 2020, il PIL cinese è quintuplicato. La sua economia industriale è ora due volte più grande di quella americana, sebbene la sua economia dei servizi rimanga molto più piccola

«Ovviamente, la Cina ora è così grande economicamente che non può fare a meno di essere un fattore di crescita nella visione del mondo regionale. Tra il 2000 e il 2020, il PIL cinese è quintuplicato. La sua economia industriale è ora due volte più grande di quella americana, sebbene la sua economia dei servizi rimanga molto più piccola. La Cina è diventata il più grande mercato di consumo del mondo e il suo più grande importatore di idrocarburi. È una superpotenza tecnologica emergente in un numero crescente di campi».

 

«Un terzo delle importazioni di energia della Cina proviene dal GCC [Consiglio di cooperazione del Golfo], con la maggior parte dall’Arabia Saudita. Le compagnie cinesi acquistano un sesto delle esportazioni di petrolio del GCC, un quinto di quelle iraniane e metà di quelle irachene. La Cina è diventata il più grande investitore estero e partner commerciale della regione».

 

«Gli Stati della regione vogliono più impegno cinese, non meno. Poiché la Cina assume un ruolo guida nell’innovazione tecnologica globale, è diventata un collaboratore e un cliente significativo per le società high-tech israeliane e un partner negli sforzi dell’Arabia Saudita per sviluppare un’industria degli armamenti nazionale. Diciassette Stati arabi hanno aderito alla Belt and Road Initiative. La scorsa settimana, i ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Kuwait, Oman e Bahrain, nonché il Segretario generale del GCC, erano a Pechino per discutere dell’ampliamento delle loro relazioni con la Cina. Sono stati seguiti dai ministri degli Esteri di Iran e Turchia».

 

Freeman conclude dicendo che «come l’America di un secolo fa, la Cina non ha un’apparente agenda imperiale o ideologica in Medio Oriente. A differenza degli Stati Uniti di oggi, la Cina non chiede ai Paesi della regione di cambiare i loro sistemi e valori politici, non li punisce per non averlo fatto o non richiede relazioni esclusive con loro. Deve ancora manifestare opposizione al continuo coinvolgimento americano nella regione. Al contrario, ha suggerito la formazione di un dialogo multilaterale sulle questioni di sicurezza e, quando i tempi saranno maturi, un “meccanismo di sicurezza collettiva per il Golfo” gestito a livello regionale».

«Un terzo delle importazioni di energia della Cina proviene dal Consiglio di cooperazione del Golfo, con la maggior parte dall’Arabia Saudita. Le compagnie cinesi acquistano un sesto delle esportazioni di petrolio del GCC, un quinto di quelle iraniane e metà di quelle irachene. La Cina è diventata il più grande investitore estero e partner commerciale della regione»

 

«Gli Stati Uniti possono cooperare a reciproco vantaggio con la Cina, altre potenze emergenti e i Paesi produttori di petrolio della regione, oppure possono sovrascrivere interessi evidenti che condivide con la Cina e altri con antagonismo irrazionale e perseguire un gioco inutile che nessuno può sperare vincere».

 

Questa analisi filocinese non esplicita da dove deriva davvero il successo del Dragone in Medio Oriente. La penetrazione di Pechino nei Paesi arabi ha la stessa origine del successo della Cina negli ultimi decenni nei Paesi africani: il vuoto lasciato dagli USA, concentrati in guerre sanguinarie quanto inutili fino all’assurdo e al masochistico, come si è visto in Afghanistan.

 

Gli USA hanno abbandonato l’Africa per concentrarsi sul Medio Oriente, lasciando un vuoto colmato subito da fondi e aiuti cinesi, che in cambio si stanno portando via dal Continente nero quello che vogliono – piazzandovi, a Gibuti in zona Suez, perfino la loro prima base militare extraterritoriale – e non intendono fermarsi lì, volgendosi ora anche verso l’Atlantico.

 

Gli USA hanno devastato il Medio Oriente con guerre insensate e mostruose, cagionando, secondo alcuni, milioni di morti: in questo vuoto ancora più oscuro, perché bagnato di sangue, la Cina si è infilata nel suo modo lungimirante e all’apparenza pacifico, con il tintinnio delle monete piuttosto che quello delle sciabole

Gli USA hanno devastato il Medio Oriente con guerre insensate e mostruose, cagionando, secondo alcuni, milioni di morti: in questo vuoto ancora più oscuro, perché bagnato di sangue, la Cina si è infilata nel suo modo lungimirante e all’apparenza pacifico, con il tintinnio delle monete piuttosto che quello delle sciabole.

 

Come riportato da Renovatio 21, «sforzi» in Africa che comprendessero la Cina sono stati chiesti dall’ex premier italiano e presidente della Commissione Europea Romano Prodi, noto per i suoi risalenti buoni rapporti con il Dragone.

 

 

 

 

 

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