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Geopolitica

Cosa si nasconde dietro le menzogne di Benjamin Netanyahu e le simulazioni di Hamas?

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

La versione ufficiale della guerra Hamas-Israele suscita più interrogativi che risposte. L’autore dell’articolo mette in rilievo sette importanti contraddizioni. A pensarci bene, Hamas e Benjamin Netanyahu, lungi dall’essere nemici, sembrano agire di concerto, senza riguardo alcuno per le vite dei palestinesi e degli israeliani. Dietro di loro, a tenere le fila ci sono Stati Uniti e Regno Unito.

 

Reagiamo all’attacco a Israele del 7 ottobre e al massacro dei civili palestinesi basandoci sulle informazioni di cui disponiamo; tuttavia la versione ufficiale del governo israeliano e la versione di Hamas ci suonano false.

 

Sette interrogativi di primaria importanza non hanno risposta.

 

1. Come ha fatto Hamas a scavare e attrezzare 500 chilometri di tunnel a 30 metri di profondità senza destare attenzione?

Gli strumenti per le perforazioni sono considerati di uso civile e militare. Non sono fabbricati a Gaza e non possono entrarvi, se non con la complicità dell’amministrazione israeliana.

 

La terra rimossa (un milione di metri cubi) non è stata rilevata dalle ricognizioni aeree. Anche supponendo sia stata sparpagliata un po’ ovunque e sia stata mescolata con quella dei cantieri aperti, è impossibile che per vent’anni i servizi d’intelligence israeliani non abbiano visto nulla.

 

Il materiale per l’aerazione non è considerato di uso militare. È possibile farlo entrare a Gaza, ma il fabbisogno avrebbe dovuto attirare l’attenzione.

 

Il cemento armato necessario per consolidare le pareti dei tunnel non è fabbricato a Gaza; non è considerato di uso militare, quindi può entrare a Gaza, ma l’entità del fabbisogno avrebbe dovuto attirare l’attenzione.

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2. Come ha fatto Hamas ad accumulare un arsenale di queste dimensioni?

Hamas, ramo palestinese della Confraternita dei Fratelli Mussulmani, dispone di grandi quantitativi di razzi e armi da fuoco. Certamente può aver fabbricato parte dei razzi, ma è riuscito comunque a importare, soprattutto dall’Ucraina, nonché a fare entrare nella Striscia di Gaza migliaia di armi da fuoco, a dispetto di scanner ad alte prestazioni.

 

Tutto questo sembra impossibile sia accaduto senza complicità all’interno dell’amministrazione israeliana.

 

3. Perché Benjamin Netanyahu non ha ascoltato quelli che lo avevano avvertito?

Il ministro del controspionaggio egiziano, Kamel Abbas, ha telefonato personalmente a Netanyahu per avvisarlo di un possibile importante attacco di Hamas.
L’amico di Netanyahu, il colonnello Yigal Carmon, direttore del MEMRI, lo ha personalmente avvisato di un possibile importante attacco di Hamas.

 

La CIA ha inviato a Israele due rapporti che mettevano in guardia su un possibile importante attacco di Hamas. – Il ministro della Difesa, Yoav Galland, è stato silurato per aver messo in guardia il governo sulla «tempesta perfetta» preparata a Hamas.

 

4. Perché Benjamin Netanyahu la sera del 6 ottobre ha smobilitato le forze di sicurezza?

Il primo ministro ha autorizzato la riduzione del servizio delle Forze di sicurezza in occasione delle feste di Sim’hat Torah e di Chemini Atseret. Al momento dell’attacco non era in servizio personale sufficiente a sorvegliare la barriera di sicurezza attorno a Gaza.

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5. Perché il mattino del 7 ottobre i responsabili della Sicurezza sono rimasti chiusi nella sede dello Shin Bet?

Il direttore del controspionaggio (Shin Bet), Ronen Bar, aveva convocato per le ore 8 del 7 ottobre una riunione dei responsabili di tutti i servizi di sicurezza per esaminare il secondo rapporto della Cia su un’importante operazione che Hamas stava preparando. L’attacco è iniziato il giorno stesso, alle 6.30. I responsabili della sicurezza hanno reagito soltanto alle 11.00.

 

Cos’hanno fatto questi responsabili durante l’interminabile riunione?

 

6. Chi ha attivato la Direttiva Hannibal e perché?

Quando le Forze di sicurezza hanno iniziato a reagire, le Forze di Difesa Israeliane (FDI) hanno ricevuto l’ordine di applicare la Direttiva Hannibal.

 

È una linea di condotta che impone di non lasciare soldati israeliani in ostaggio ai nemici, anche a costo di ucciderli. Un’inchiesta della polizia israeliana dimostra che l’aeronautica militare israeliana ha bombardato la folla che fuggiva dal rave party Supernova. Una parte rilevante dei morti del 7 ottobre non sono quindi vittime di Hamas, ma della strategia israeliana.

 

Ma la Direttiva Hannibal si applica, in teoria, soltanto ai soldati. Chi ha deciso di bombardare una folla di civili e perché?


Oggi non è possibile stabilire con certezza quali israeliani uccisi dagli assalitori e quali dalle forze armate del loro Paese.

 

7. Perché le forze occidentali minacciano Israele?

Il Pentagono ha schierato due gruppi navali guidati rispettivamente dall’USS Gerald Ford e dall’USS Eisenhower, nonché un sottomarino che trasporta missili da crociera, l’USS FloridaHaaretz ha menzionato una terza portaerei. Gli alleati degli Stati Uniti (Arabia Saudita, Canada, Spagna, Francia e Italia) hanno posizionato cacciabombardieri nella regione.

 

Queste forze sono posizionate in modo non di minacciare la Turchia, il Qatar o l’Iran — che la stampa occidentale accusa di essere implicati nell’attacco di Hamas — ma al largo di Israele, a Beirut e Hamat. Accerchiano Israele. Solo e soltanto Israele.

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Cosa nascondono questi misteri?

È evidente che la versione sostenuta da Hamas e quella sostenuta da Israele sono false. Dobbiamo prendere in considerazione altre spiegazioni per non farci manipolare, né dagli uni né dagli altri.

 

Formuliamo un’ipotesi. Non ci sono elementi che la provino, ma, a differenza della versione che oggi tutti condividono, è compatibile con i fatti. Quella che proponiamo è perciò migliore di quella che ci propinano. È un’ipotesi molto scioccante, ma solo chi è in grado di rispondere alle sette domande esposte in precedenza può escluderla.

 

La nostra è un’interpretazione basata sull’analisi della complessità della struttura di Hamas, i cui combattenti ignorano quel che tramano i leader. Eccola:

 

L’insieme dell’operazione di Hamas e di Israele è pilotata dagli statunitensi, forse è diretta dallo straussiano Eliot Abrams (1) e dalla sua Vandenberg Coalition (think tank erede del Project for a New American Century). La Confraternita dei Fratelli mussulmani e i sionisti revisionisti, che in apparenza si fanno una guerra spietata, sono in realtà complici, a spese dei combattenti di base di Hamas, del popolo palestinese e dei soldati israeliani.

 

Questo il loro piano: Hamas è presentato come unica forza che resiste all’oppressione dei palestinesi, ma consente a Israele di liquidare la speranza di uno Stato palestinese; mentre la Confraternita dei Fratelli mussulmani, aureolata del sacrificio dei palestinesi, prende il potere nel mondo arabo.

 

I capi della branca militare e della branca politica di Hamas sono entrambi subordinati alla Guida della Confraternita dei Fratelli Mussulmani a Gaza, Mahmoud Al-Zahar (successore di sceicco Ahmed Yassin), di cui però nessuno parla. Dal suo punto di vista la Confraternita sarà la grande vincente del «Diluvio di Al Aqsa», anche se Gaza sarà completamente rasa al suolo e i palestinesi cacciati dalla loro terra.

 

Ricordiamo che Hamas è oggi diviso in due fazioni. La prima, sotto l’autorità di Ismael Haniyeh, segue la linea della Confraternita. Non ha per obiettivo né la liberazione della Palestina dall’occupazione israeliana né la fondazione di uno Stato palestinese; aspira alla fondazione di un Califfato che regni su tutti i Paesi del Medio Oriente. La seconda fazione, sotto l’autorità di Khalil Hayya, ha abbandonato l’ideologia della Confraternita e combatte per mettere fine all’oppressione del popolo palestinese da parte degli israeliani.

 

La Confraternita dei Fratelli Mussulmani è una società segreta politica, organizzata dai servizi dell’Intelligence britannica sul modello della Grande Loggia Unita d’Inghilterra (2). È stata progressivamente recuperata dalla Cia, al punto da essere rappresentata all’interno del Consiglio di sicurezza interna degli Stati Uniti. Dopo il crollo dei regimi islamisti della primavera araba, la Confraternita si è divisa in due fazioni: il Fronte di Londra, attorno alla Guida Ibrahim Munir (morto un anno fa), che propone di uscire dalla crisi abbandonando il campo politico per ottenere la liberazione dei prigionieri in Egitto; il Fronte d’Istanbul, diretto dalla Guida ad interim Mahmoud Hussein, che non vuole cambiare nulla e continuare a combattere per l’istaurazione del Califfato.

 

Un terzo gruppo cerca una via intermedia, proponendo di abbandonare la politica solo per il tempo necessario a ottenere la liberazione dei prigionieri, salvo poi riprenderla con maggiore vigore.

 

I Fratelli mussulmani combattono per prendere il potere in tutti gli Stati arabi, come fecero nel 2012-13 in Egitto.

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Ricordiamo che, diversamente all’opinione diffusa in Occidente, Mohamed Morsi non fu democraticamente eletto presidente dell’Egitto; le elezioni furono vinte dal generale Ahmed Chafik. La Confraternita minacciò di morte i membri della commissione elettorale e le loro famiglie. Sicché, dopo 13 giorni di resistenza, la commissione proclamò presidente Morsi, nonostante il risultato delle urne. Nel 2013, 40 milioni di egiziani manifestarono contro Morsi chiedendo l’intervento delle forze armate per liberare l’Egitto dai Fratelli Mussulmani. Questo fece il generale Abdel Fatah Al-Sisi.

 

Oggi i Fratelli Mussulmani sono al potere solo in Tripolitania (Libia occidentale), per volontà della NATO. Sono benaccetti in Qatar e in Turchia (che non è uno Stato arabo). Sono stati dichiarati fuorilegge nella maggioranza degli Stati Arabi, in particolare in Arabia Saudita (dopo che nel 2013 tentarono di rovesciarne il monarca) e negli Emirati Arabi Uniti (innescando la crisi tra il Qatar e gli altri Stati del Golfo). Ma soprattutto in Siria (il cui governo tentarono di rovesciare nel 1982 e a cui fecero guerra dal 2011 al 2016, a fianco della Nato e di Israele). Sono sul punto di essere banditi anche in Tunisia, che hanno guidato per un decennio.

 

Se il vero obiettivo del massacro non è lo statuto della Palestina, ma il governo degli Stati arabi, dobbiamo aspettarci un’ondata di cambiamenti di regime nel Medio Oriente a beneficio della Confraternita. Per farla breve, dobbiamo aspettarci una sorta di seconda primavera araba (3).

 

Come accadde durante la primavera araba, anche oggi i servizi britannici si occupano della comunicazione della Confraternita. Ci si ricordi di come sponsorizzarono in Libia il Fratello Abdelhakim Belhaj (4) o delle magnifiche invenzioni per accreditare la sequela di gruppi jihadisti siriani. Tutto confermato da fughe di notizie del Foreign Office.

 

Oggi hanno creato un nuovo personaggio, Abou Obeida, portavoce dell’organizzazione combattente a Gaza. Questo personaggio, sconosciuto fino a poco tempo fa, è improvvisamente diventato una star nel mondo mussulmano, dove vanno a ruba i poster con la sua immagine. A lungo formato all’arte oratoria, maneggia i simboli con una disinvoltura che non ha precedenti tra i leader sunniti.

 

I governi arabi procedono perciò con prudenza, sostenendo la creazione di uno Stato palestinese ma prendendo le distanze da Hamas. Mentre Hamas fa di tutto per rendere impossibile la creazione di uno Stato palestinese.

 

Thierry Meyssan

 

NOTE

1) «Il colpo di Stato degli straussiani in Israele», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 7 marzo 2023.

2) Si legga «Le “Primavere arabe”” vissute dai Fratelli Mussulmani», in Sotto i nostri occhi, Thierry Meyssan, editore La Vela, 2018. Questa sezione del libro è disponibile sul nostro sito, suddivisa in sei parti.

3) «Comment le projet de “Printemps arabe” se superpose à la “doctrine Cebrowski”», di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 24 dicembre 2021.

4) «Come al-Qaida è arrivata al potere a Tripoli», di Thierry Meyssan, Traduzione di Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 7 settembre 2011.

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

Fonte: «Cosa si nasconde dietro le menzogne di Benjamin Netanyahu e le simulazioni di Hamas», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 28 novembre 2023.

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Immagine di Israel Defense Forces via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial 2.0 Generic

 

 

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Geopolitica

Gli Houthi rivendicano l’abbattimento di un aereo saudita

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Mercoledì le forze Houthi dello Yemen hanno dichiarato di aver abbattuto un caccia F-15 saudita, diffondendo un video dei resti in fiamme del velivolo. Se confermato, il filmato rappresenterebbe la prima prova in assoluto dell’abbattimento di un aereo saudita da parte della difesa aerea Houthi.   In una dichiarazione video, il portavoce degli Houthi, Yahya Saree, ha affermato che il jet è stato abbattuto sul governatorato di Marib, nello Yemen, utilizzando «un missile terra-aria di fabbricazione locale». Saree ha poi sostenuto che i combattenti Houthi hanno respinto con successo due ondate di F-15 e Eurofighter Typhoon sauditi, decollati per cercare il relitto.   Il Saree non ha precisato quando sia avvenuto l’incidente e l’esercito saudita non ha ancora confermato la perdita del jet.

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Un filmato diffuso dagli Houthi mostra un equipaggio addetto ai missili che prende di mira il jet e apre il fuoco. Si vede poi un missile colpire il velivolo, che precipita al suolo in una palla di fuoco. Non è chiaro se il pilota sia riuscito a eiettarsi dall’aereo in fiamme.   Le immagini riprese sul luogo dell’incidente mostravano i combattenti Houthi che sollevavano la coda dell’aereo, su cui sventolava la bandiera saudita. I militanti si sono messi in posa davanti alla coda, gridando «Morte all’America» e «Morte a Israele».   Prima di mercoledì, gli Houthi, noti anche come movimento Ansar Allah, avevano affermato di aver abbattuto tre caccia sauditi, uno nel 2017 e due nel 2018. Il gruppo aveva anche dichiarato di aver danneggiato, ma non abbattuto, un jet saudita nel 2018. Riyadh ha negato di aver mai perso un aereo da guerra a causa del fuoco degli Houthi e, in assenza di prove video inequivocabili, queste precedenti affermazioni erano impossibili da verificare.   L’Arabia Saudita è in guerra contro gli Houthi dal 2015, sebbene i combattimenti siano stati interrotti da un cessate il fuoco nel 2022. Le violenze tra sauditi e Houthi sono riesplose a luglio, quando il governo di Aden, sostenuto dall’Arabia Saudita, ha colpito un aeroporto di Sana’a, città controllata dagli Houthi.   Gli Houthi hanno risposto con attacchi contro obiettivi sauditi, mentre i jet sauditi hanno ripreso i raid aerei su larga scala sullo Yemen. La scorsa settimana, le forze Houthi hanno attraversato la costa occidentale dello Yemen, conquistando la città portuale di Mocha e consolidando il loro controllo sullo stretto di Bab el-Mandeb.   Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa gli Houthi hanno dichiarato il blocco navale dell’Arabia Saudita.

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L’offensiva degli Houthi minaccia le vitali esportazioni di petrolio dell’Arabia Saudita. Il Regno wahabita ha recentemente spostato le sue esportazioni dal Golfo Persico a est al Mar Rosso a ovest, poiché lo Stretto di Ormuzzo rimane chiuso a causa della guerra degli Stati Uniti contro l’Iran. Con gli Houthi al controllo della parte occidentale, le esportazioni saudite sono ora minacciate da entrambi i lati.   Secondo Saree, mercoledì le forze Houthi hanno anche colpito una base aerea saudita a Khamis Mushait e gli impianti petroliferi della compagnia nazionale Saudi ARAMCO a Yanbu con droni e missili balistici.   Come riportato da Renovatio 21, la situazione saudita, e mondiale, è ulteriormente aggravata dall’attacco all’oledotto Est-Ovest, che permette di aggirare lo Stretto ormusino, attacato da un drone che pare di essere provenuto dall’Iraq. Le spedizioni di petrolio per l’Europa sono quindi annullate.   La produzione petrolifera saudita è crollata al livello più basso dal 1990.  

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Immagine Steve Lynes via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic  
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Geopolitica

Lavrov: una guerra tra Russia ed Europa sarebbe «molto breve»

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La Russia avrebbe vita facile contro le nazioni europee se decidessero di attaccarla, ha dichiarato il ministro degli Esteri Sergej Lavrov.

 

Alcuni Paesi europei, tra cui Germania, Polonia e Stati baltici, hanno sempre più spesso sostenuto che la Russia potrebbe prendere di mira il territorio della NATO nei prossimi anni, sollecitando maggiori spese militari in preparazione a tale eventualità.

 

Lavrov ha smentito tali affermazioni durante la sua partecipazione al Festival Internazionale della Gioventù nella città di Ekaterinburg, negli Urali, mercoledì.

 

«Abbiamo ripetutamente affermato di non avere alcuna intenzione di attaccare l’Europa. Il presidente russo Vladimir Putin ha recentemente affrontato la questione in dettaglio, sottolineando che non abbiamo alcun interesse a farlo», ha dichiarato.

 

Tuttavia, il ministro ha avvertito che «se l’Europa, che parla quotidianamente di prepararsi alla guerra contro la Russia, attaccasse la Russia, sarebbe una guerra completamente diversa, e sarebbe molto breve».

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Durante il vertice dei BRICS a Nuova Delhi la scorsa settimana, Putin ha affermato che i governi occidentali stanno promuovendo un’immaginaria «minaccia russa» e spingendo l’Europa verso uno scontro diretto al fine di distrarre l’opinione pubblica dai numerosi problemi che affliggono i loro Paesi.

 

«Non stiamo minacciando e non minacceremo i paesi europei. Perché dovremmo farlo?», ha affermato.

 

Il presidente ha sottolineato che i piani avanzati da diversi Stati europei per il dispiegamento di forze in Ucraina violerebbero anch’essi le linee rosse di Mosca.

 

«Ora stanno valutando la possibilità di inviare truppe in territorio ucraino. Questo significa guerra con la Russia», ha affermato.

 

Il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski ha dichiarato durante l’incontro sulla strategia europea di Yalta a Kiev lo scorso fine settimana: «Se la Russia ci attaccasse e noi non ci scomponessimo, credo che la sconfiggeremmo piuttosto rapidamente».

 

Nikolaj Patrushev, consigliere del presidente russo, ha replicato martedì a Sikorski, liquidando la sua valutazione come un «punto di vista dilettantistico» e affermando che Mosca non ha ancora sfruttato appieno il suo potenziale militare nel conflitto in Ucraina.

 

«Se la Polonia dovesse intraprendere un’azione militare contro la Russia, il nostro Paese impiegherebbe tutto l’arsenale di forze e risorse a sua disposizione, e lo Stato polacco cesserebbe di esistere entro due o tre giorni», ha dichiarato Patrushev.

 

Funzionari russi avevano già avvertito in precedenza che uno scontro diretto tra Russia e NATO non sarebbe stato convenzionale e avrebbe probabilmente portato all’impiego di armi nucleari.

 

Come riportato da Renovatio 21, il premier slovacco Robert Fico ha dichiarato che la vittoria dell’AfD è un monito all’élite europea che vuole provocare la guerra con la Russia.

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Di recente, la Bulgaria si è rifiutata di puntare il dito contro la Russia per l’incidente del drone tedesco, un evento che secondo il Lavrov potrebbe portare all’escalation verso «l’inizio di una vera guerra».

 

Tre mesi fa durante una cerimonia per i laureati delle accademie militari il presidente russo Vladimiro Putin ha dichiarato che le nazioni occidentali non nascondono più i loro preparativi per una guerra con la Russia.

 

Secondo la Rassegna strategica nazionale pubblicata nell’estate 2025 dal Segretariato generale per la difesa e la sicurezza nazionale, la Francia prevede una «guerra di vasta portata» in Europa entro il 2030.

 

Come riportato da Renovatio 21, due anni fa l’ex capo del servizio segreto estero britannico MI6 Richard Dearlove aveva dichiarato che l’Europa occidentale si trova ora in uno stato di guerra aperta con la Russia, contraddicendo il punto di vista del primo ministro polacco Donald Tusk secondo cui il continente rimane in una situazione «prebellica».

 

Nel 2022  il viceministro della Difesa Marcin Ociepa aveva dichiarato che la Polonia sarà in guerra con la Russia tra 3 o 10 anni massimo. Pochi mesi dopo Polonia aveva  emanato lo scorso mese un bizzarro comunicato congiunto con il Dipartimento di Stato USA per «la sconfitta strategica della Russia».

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);

 

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Economia

Trump ipotizza un’acquisizione del settore petrolifero iraniano

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che Washington potrebbe decidere se chiudere il conflitto con l’Iran oppure restare nel Paese e «tenersi il petrolio». Trump ha più volte minacciato di impadronirsi delle infrastrutture petrolifere della Repubblica islamica, spingendo i funzionari iraniani a definire il piano un’illusione.   Parlando con i giornalisti domenica, Trump ha detto che la guerra, in corso da oltre sei mesi, potrebbe concludersi «subito dopo» le elezioni di medio termine del 3 novembre e ha sostenuto che l’Iran «desidera ardentemente raggiungere un accordo» e «chiama continuamente».   Teheran ha ripetutamente smentito di essere alla ricerca di negoziati, definendo tali affermazioni «invenzioni» e aggiungendo che Washington sta confondendo la diplomazia con la «dittatura».   «Alla fine ce ne andremo, a meno che non decidiamo di restare e tenerci il petrolio, come ha fatto il Venezuela», ha poi detto Trump.   Il confronto riguarda l’accordo petrolifero concluso da Washington con Caracas dopo il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro da parte delle forze statunitensi a gennaio.

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Ad agosto Trump ha annunciato un’intesa che assegna a una società privata le concessioni su 17 giacimenti petroliferi venezuelani, per un totale di circa 65 miliardi di barili di riserve, con il governo americano che ottiene quote azionarie e diritti preferenziali sull’acquisto della produzione. La presidente ad interim Delcy Rodriguez ha tuttavia ribadito che il suo Paese «mantiene la proprietà e la sovranità sulle proprie risorse».   Trump ha ripetutamente avanzato l’ipotesi di prendere il controllo dei flussi petroliferi iraniani. Fine marzo, interrogato sulla possibilità che Washington si impadronisse del petrolio iraniano, ha risposto: «È un’opzione». A giugno è andato oltre, minacciando di occupare l’isola di Kharg — snodo che gestisce circa il 90% delle esportazioni di greggio di Teheran — e di «assumere il controllo totale» dei mercati petroliferi e del gas iraniani.   All’epoca Ebrahim Azizi, presidente della Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del parlamento iraniano, definì Trump «delirante e confuso» sulla minaccia a Kharg e avvertì che qualsiasi mossa sul territorio iraniano avrebbe innescato una risposta «che passerà alla storia».   Durante l’intero conflitto i media statunitensi hanno riferito che Washington aveva valutato l’occupazione dell’isola di Kharg, anche se i funzionari del Pentagono consideravano l’operazione estremamente rischiosa. Diverse fonti giornalistiche hanno inoltre indicato che l’esercito americano stava subendo l’esaurimento delle scorte di missili antiaerei e da crociera, un’affermazione sempre smentita da Trump.   Queste dichiarazioni arrivano dopo una nuova escalation: l’esercito statunitense ha sostenuto di aver distrutto diverse petroliere iraniane. L’Iran, dal canto suo, ha rivendicato attacchi a dieci imbarcazioni vicino allo Stretto di Ormuzzo, tra cui due navi della Marina americana e otto petroliere.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia  
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