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Il cardinale Müller condanna il rapporto del sinodo a favore dell’omosessualità e l’ideologia LGBT «eretica»

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Il cardinale Gerhard Ludwig Müller, ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (ora Dicastero), ha espresso una forte condanna del tentativo in corso da parte dei gruppi sinodali, delle discussioni provenienti da Roma e dei vescovi tedeschi di promuovere l’agenda LGBT. Lo riporta LifeSite.

 

Il porporato germanico definisce la benedizione delle unioni omosessuali una «falsa benedizione» e la descrive come «ingannevole e blasfema».

 

Il 5 maggio il Gruppo 9 del Sinodo sulla Sinodalità ha pubblicato la sua relazione finale, promuovendo apertamente le relazioni omosessuali. Il gruppo di studio afferma che «è necessario affrontare con parresia la questione, tuttora ricorrente, se si possa parlare di “matrimonio” in relazione a persone con attrazione per lo stesso sesso». Aggiunge poi la questione se le «relazioni» omosessuali possano essere considerate equivalenti «all’unione coniugale eterosessuale», nonostante «l’evidente impossibilità di procreazione».

 

L’anno scorso i vescovi tedeschi hanno pubblicato una «benedizione» liturgica per le «coppie» omosessuali e altre «coppie» irregolari non matrimoniali.

 

«In nessuna parte della Sacra Scrittura, né nell’intera tradizione della Chiesa», scrive ora il cardinale tedesco in risposta a queste nuove pubblicazioni, «si trova alcun accenno a una benedizione per le persone coinvolte in relazioni adulterine, e certamente non all’autorizzazione dei vescovi a ordinare o permettere benedizioni ingannevoli e blasfeme».

 

Il cardinale Müller esorta la Chiesa cattolica ad abbandonare tali adattamenti allo spirito del tempo e al suo materialismo e a ritornare a una vera conversione a Gesù Cristo come Buon Pastore. Per lui è chiaro che all’interno della Chiesa si stanno ora affrontando tendenze eretiche.

 

«Nelle reazioni della lobby omosessuale all’interno della Chiesa alla pubblicazione del gruppo di lavoro sinodale su questo tema e alle benedizioni di unioni sessuali extraconiugali, persino ordinate dai vescovi, viene apertamente accolta la relativizzazione eretica del matrimonio naturale e sacramentale» scrive monsignor Mullerro.

 

Qui si riferisce al rapporto recentemente pubblicato dal gruppo di lavoro del sinodo, che promuove apertamente l’omosessualità, nonché alla «benedizione» liturgica dei vescovi tedeschi alle «coppie» omosessuali.

 

In una recente prefazione scritta per «Il Cavallo di Troia», una forte critica di padre Enoch al Sinodo sulla Sinodalità in corso, il cardinale Müller, che ha partecipato al Sinodo dei Vescovi sulla Sinodalità del 2023 e del 2024 a Roma, ha osservato a proposito delle discussioni sinodali: «Uno degli obiettivi principali era quello di favorire ulteriormente la normalizzazione dell’omosessualità».

 

Il testo del cardinale finisce purtroppo con un richiamo al Concilio Vaticano II e ad uno dei suoi documenti più problematici, il Lumen Gentium.

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Sulla benedizione di Dio e la falsa benedizione del mondo,

I gruppi di studio nominati da papa Francesco durante il Sinodo sulla Sinodalità del 2024 stanno gradualmente pubblicando i risultati delle loro consultazioni – peraltro molto controverse.

 

Sono accomunati da due punti cruciali:

 

1. La diffidenza verso i contenuti centrali della dottrina cattolica, che confondono con un sistema di pensiero storicamente condizionato, anziché riconoscerli come la trasmissione inalterata e completa della Rivelazione di Dio alle generazioni presenti e future; e 2. il tentativo, con un cosiddetto «cambio di paradigma da una dogmatica rigida a un approccio pastorale vicino alle persone», di entrare in sintonia con le ideologie dominanti per ottenere il consenso dei propri sostenitori.

 

Non negano apertamente le verità rivelate, ma le accantonano e costruiscono accanto ad esse il proprio edificio di un cristianesimo comodo e conforme al mondo. Per confondere i fedeli ingenui, adornano questo edificio con frasi che suonano bibliche e spirituali, ma sono vuote: «ciò che lo Spirito dice alle chiese», il discernimento invece della condanna, un Gesù misericordioso e onnipotente contro i rigidi insegnanti della legge e i professori di teologia conservatori intrappolati nei loro sistemi, che presumibilmente si preoccupano più della fedeltà alla lettera e della dottrina rigida che delle persone nella loro debolezza e vulnerabilità.

 

Ignorando o trascurando la tradizione cattolica, si giunge all’affermazione sofisticata che il peccato non consiste in un’azione consapevole e liberamente voluta contro i comandamenti di Dio, bensì nel rifiuto di estendere una misericordia onnicomprensiva verso coloro che non possono o non vogliono adempierli.

 

In realtà, la Chiesa insegna che Cristo è morto sulla croce per i peccati di tutta l’umanità e che lo Spirito Santo non nega la grazia di Dio a nessuno che si converte al Vangelo, affinché possa condurre una vita nuova e santa seguendo Cristo. Solo per questo motivo l’Apostolo può dire ai battezzati: «Non vivete più come i pagani vivono nella vanità dei loro pensieri… Siete stati istruiti a deporre il vostro vecchio modo di vivere, il vostro vecchio uomo, corrotto e ingannato dalle sue concupiscenze, e a rinnovarvi nello spirito della vostra mente, e a rivestirvi del nuovo uomo, creato a immagine di Dio nella giustizia e nella santità della verità» (Ef 4,17.22-24).

 

Nel contesto dei Sinodi dei Vescovi e dei percorsi sinodali nazionali nelle Chiese locali, emerge costantemente un tema caro a certi vescovi, teologi e laici influenzati dallo spirito del tempo. Invece di condurre le persone al Dio-uomo Gesù Cristo, unico e vero Mediatore tra Dio e gli uomini, essi vedono – in modo monotematico e intellettualmente limitato – il futuro della Chiesa nell’adozione dell’ideologia di genere e dell’arcobaleno.

 

Pertanto, mettono persino a rischio l’unità visibile della Chiesa nella verità di Cristo, così come il Signore stesso l’ha affidata all’intero Collegio dei Vescovi con e sotto la guida del papa, in quanto successore personale di Pietro sulla Sede Romana. La benedizione privata o addirittura paraliturgica di «coppie» omosessuali ed eterosessuali in relazioni irregolari si fonda sulla negazione eretica della verità rivelata che Dio ha creato l’uomo maschio e femmina.

 

E Gesù, che nella sua persona è la Via, la Verità e la Vita, contro la casistica dei farisei riguardo al divorzio, confermò la Volontà originaria del Creatore e rivelò definitivamente che l’uomo e la donna diventano una sola carne solo attraverso il «sì» matrimoniale (cfr. Mt 19,3-9). Così, nel matrimonio, l’uomo e la donna formano un’unità personale e sessuale due in uno nell’amore reciproco, nella vita comune e nell’apertura ai figli che Dio vuole dare loro.

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E solo l’uomo e la donna nell’unione matrimoniale sono benedetti da Dio per essere fecondi, moltiplicarsi, popolare la terra e (con saggezza) regnare su tutte le altre creature della terra (cfr. Gen 1,28). In nessuna parte della Sacra Scrittura né in tutta la tradizione della Chiesa si trova alcun accenno a una benedizione di persone in relazioni adulterine, e certamente non all’autorizzazione dei vescovi a ordinare o permettere benedizioni ingannevoli e blasfeme.

 

La benedizione liturgica o privata ( benedictio = approvazione), con cui siamo benedetti in Cristo, è una preghiera della Chiesa fondata sulla fiducia nell’aiuto e nell’assistenza di Dio per le persone, affinché siano sostenute in tutto ciò che è buono, e non è in alcun modo una conferma di una vita contraria a Dio nel peccato. La debolezza umana non può essere una scusa, perché lo Spirito Santo ci aiuta con la sua grazia, che Dio non nega a nessuno che gliela chieda sinceramente (cfr. Rom 8,26).

 

Ma di coloro che «hanno scambiato la verità di Dio con la menzogna» e sostituiscono l’ordine di Dio con le proprie ideologie e pseudo-teologie autoprodotte, mescolate a sociologia e psicologia, l’Apostolo dice che pensano in modo errato e vivono nel peccato, il che significa la morte della vita di grazia, eppure, pur sapendo la loro falsa azione, approvano anche coloro che agiscono in contraddizione con Dio (cfr. Rom 1,25-32).

 

Nelle reazioni della lobby omosessuale all’interno della Chiesa alla pubblicazione del gruppo di lavoro sinodale su questo tema e alle benedizioni di unioni sessuali extraconiugali, persino ordinate dai vescovi, la relativizzazione eretica del matrimonio naturale e sacramentale viene apertamente accolta. Essa viene presentata come il primo passo verso il riconoscimento dell’ideologia LGBT, che non rappresenta altro che un’immagine materialistica dell’uomo senza Dio, Creatore, Redentore e Perfezionatore dell’uomo.

 

Chiunque, come maestro della fede e pastore dei fedeli nominato da Cristo, abbia veramente a cuore la pace interiore delle anime e la salvezza eterna dei fedeli a lui affidati, non fa delle persone in difficoltà giocattoli di un’ideologia atea o strumenti del proprio bisogno di autopromozione nell’ambiente «woke», ma le indirizza personalmente a Gesù Cristo, Figlio di Dio.

 

«Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre debolezze, ma uno che è stato tentato in ogni cosa come noi, senza però peccare. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia che ci soccorra al momento opportuno» (Eb 4:15-16). Solo Lui è il vero Messia e solo Lui può aiutare ogni persona, senza eccezione, da ogni afflizione spirituale e da ogni tensione dell’anima, a differenza dei salvatori mondani che, con le loro dottrine di auto-redenzione, hanno così spesso portato calamità sull’umanità.

 

L’ideologia di genere contraddice direttamente l’antropologia cristiana. E con i suoi 60-80 generi inventati arbitrariamente, si pone in diretta contraddizione con la scienza biologica. Viola il buon senso, che sa che ogni singolo essere umano proviene dall’unione del proprio padre con la propria madre.

 

Con l’ideologia woke, originariamente atea e materialista, un’eresia distruttiva e una fonte di scisma e divisione si è insinuata nella Chiesa cattolica, la quale, nella dimensione della sua contraddizione con la verità rivelata da Dio, corrisponde al manicheismo o al pelagianesimo. E lo studio della storia della Chiesa ci insegna: solo attraverso la continua resistenza del Magistero dei papi e dei Concili, la forza intellettuale dei grandi Padri della Chiesa da Agostino a Tommaso d’Aquino e John Henry Newman, questi e altri pericoli esistenziali per la Chiesa potevano essere scongiurati.

 

Tutti gli imperi mondiali creati dall’uomo e le fortezze atee del pensiero sono destinati prima o poi a crollare. Ma le porte dell’inferno non possono prevalere contro la Chiesa, perché Gesù, il Figlio del Dio vivente, l’ha edificata sulla roccia di San Pietro.

 

Non è la ricostruzione della Chiesa in un movimento filantropico con una vocazione religioso-sociale a ricondurre le persone secolarizzate dell’Occidente scristianizzato tra le braccia aperte del Buon Pastore Gesù Cristo, che è la «Luce delle Nazioni». Si può affermare soltanto con i Padri conciliari del Concilio Vaticano II: «il desiderio è di illuminare tutti con la Sua gloria, che risplende sul volto della Chiesa, mentre essa annuncia il Vangelo a ogni creatura» (Lumen gentium 1).

 

I veri discepoli di Gesù non cercano l’approvazione degli uomini né la falsa benedizione dei «potenti, degli influenti e dei capi d’opinione di questo mondo» (cfr. 1 Cor 2,6). Infatti, nell’amore e nella verità, «Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti, nella nostra comunione con Cristo» (Ef 1,3).

 

Gerhard Ludwig Müller

Cardinale

 

 

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Spirito

Sacerdote professore difende la poligamia in Africa e critica il «modello di famiglia occidentale»

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Un sacerdote e teologo africano che insegna in Germania ha difeso la diffusa pratica della poligamia in Africa, criticando al contempo «il modello familiare occidentale importato». Lo riporta LifeSite.   Padre Égide Muziazia, docente di teologia all’Università di Münster, in Germania, ha scritto un saggio sulla rivista teologica Feinschwarz in difesa della poligamia in Africa. Il sacerdote con docenza sostiene che, nell’applicare norme teologiche o morali a situazioni individuali, è necessario ricorrere alla «teologia contestuale».   «Questa disposizione ha implicazioni di vasta portata per la pratica pastorale: non può essere trasferita senza modifiche da un continente all’altro», ha affermato Muziazia. «Piuttosto, cerca continuamente risposte alle sfide pastorali legate ai rispettivi contesti locali in cui ogni chiesa locale è in grado di adempiere alla propria missione».   «In questo senso, la contestualità si colloca tra ciò che è permesso e ciò che non è permesso», ha continuato il prete.

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Nel suo saggio, Muziazia dice che, sebbene le norme morali assolute, come l’insegnamento della Chiesa secondo cui il matrimonio è esclusivamente tra un uomo e una donna, siano valide, il contesto della situazione di una persona determina se qualcosa è immorale.   Nel pieno di un relativismo impudente da far impressione, il religioso quindi afferma che temi come la poligamia in Africa – o, nella Chiesa occidentale, il dibattito sulle benedizioni per le unioni omosessuali e il sacerdozio femminile – «vengono spesso discussi in termini legali – “È permesso o no?” – mentre in realtà sono questioni pastorali, dipendenti dal contesto».   Nell’intero saggio, Muziazia sembra sostenere la visione eterodossa secondo cui le considerazioni pastorali prevalgono sulle dottrine morali assolute, come l’insegnamento della Chiesa sul matrimonio, creando così un quadro morale relativistico.   Lo scritto tratta dei presunti aspetti positivi della poligamia senza però condannarla esplicitamente, dando l’impressione che la Chiesa dovrebbe tollerarla o addirittura approvarla in determinate situazioni.   «In Africa, la poligamia non è né una mera trasgressione morale né un segno di arretratezza morale. Piuttosto, è un’istituzione sociale radicata in un quadro più ampio di parentela, costruzione di alleanze e trasmissione della vita», scrive il presbitero. «Il matrimonio africano unisce principalmente non due individui, ma due famiglie o gruppi di lignaggio, ed è suggellato dal pagamento della dote».   «Storicamente, la poligamia assolveva quindi a diverse funzioni e obblighi: garantiva la continuità della stirpe, forniva manodopera agricola, assicurava la cura di vedove e orfani attraverso il matrimonio leviratico, stringeva alleanze tra clan e conferiva status sociale», insiste il teologo africano.   «L’incontro con i missionari cristiani portò a un frontale scontro culturale», ha affermato. «La monogamia era richiesta come prerequisito per il battesimo. Pertanto, il matrimonio monogamo divenne il segno distintivo del cristiano esemplare, con il risultato che le mogli “in eccesso” venivano spesso ripudiate – un’ingiustizia commessa in nome del Vangelo».

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Don Muziazia cita il teologo africano Bénézet Bujo, il quale criticava «l’individualismo del modello familiare occidentale importato, il disinteresse per le dimensioni comunitarie e legate alla tradizione, e la riduzione del matrimonio – inteso come impegno a lungo termine – a un momento specifico nel tempo e del sacramento a un singolo atto».   Il sacerdote professore il suo quadro di analisi ai «dibattiti interni alla Chiesa occidentale», come ad esempio «le prediche tenute dai laici, la benedizione delle coppie in situazioni cosiddette ‘irregolari’, l’apertura delle cariche ecclesiastiche alle donne» e il Cammino sinodale tedesco. «In entrambi i casi, l’argomentazione è la stessa e si applica in entrambe le direzioni: né in Africa né in Europa le chiese possono generalizzare incondizionatamente le proprie risposte specifiche del contesto», ha affermato.   «Tra ciò che è permesso e ciò che non lo è si colloca il contesto, non come scusa, ma come spazio teologico in cui la Parola diventa la risposta», conclude don Muziazia.   La giornalista e commentatrice tedesca Anna Diouf, di origini africane, ha commentato l’articolo di Muziazia X affermando: «È fin troppo trasparente. Ovviamente. Stanno cercando di eliminare la monogamia per interposta persona in nome del postcolonialismo, e poi dicono “amore libero per tutti”. Quanto pensano che siamo stupidi? Hanno dovuto scavare a fondo per trovare un cattolico africano che si prestasse alle loro argomentazioni».   Secondo la dottrina tradizionale della Chiesa, come esposto nel Catechismo della Chiesa Cattolica, la poligamia è considerata uno degli «oltraggi alla dignità del matrimonio», ricorda LifeSite. Il Catechismo prosegue spiegando che «la poligamia non è conforme alla legge morale», insegnando che «nega direttamente il piano di Dio rivelato fin dal principio, perché è contraria all’uguale dignità personale dell’uomo e della donna che nel matrimonio si donano con un amore totale e quindi unico ed esclusivo».   Infatti, la 24ª sessione del Concilio di Trento dichiara in modo definitivo nel Canone II sul Sacramento del Matrimonio: «Se qualcuno afferma che è lecito per i cristiani avere più mogli contemporaneamente e che ciò non è proibito da alcuna legge divina, sia anatema».

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Mons: Viganò su Amoris Laetitia ed eresia: «la teologia non ha paradigmi da cambiare».

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Renovatio 21 pubblica un testo dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò apparso su X, dove monsignore commentava un post del vaticanista Michael Haynes che mostrava una clip della conferenza su Amoris Laetitia dove era dichiarato che siamo un presenza di «una Chiesa che si muove verso la piena realizzazione della visione del Concilio Vaticano II e del Sinodo sulla sinodalità». È «una chiesa in cui tutti hanno voce» e dove si assiste a «un cambio di paradigma nella teologia» verso l’ascolto, aveva affermato nel video circolante su internet padre Stanislaus Chu Ilo.

 

«Un paradigma teologico che cambia»: lo ammettono loro stessi. Chi dichiara che la Chiesa «si muove verso la piena realizzazione del Vaticano II e del Sinodo sulla sinodalità» non fa che confessare ciò che noi denunciamo: una rottura, non uno sviluppo omogeneo.

 

La teologia non ha paradigmi da cambiare, perché ha il «Depositum Fidei» da custodire e trasmettere. Il Concilio Vaticano I lo ha definito in termini che nessuno può abrogare: dal senso dei dogmi non ci si deve mai allontanare «altioris intelligentiæ specie et nomine» [«sotto il pretesto e il nome di una più alta intelligenza», ndr], con il pretesto di una migliore comprensione.

 

«Una Chiesa in cui tutti hanno voce»? La Chiesa non è un parlamento, e Nostro Signore non ha indetto consultazioni: «Qui vos audit, me audit». L’ascolto che salva è quello della Parola di Dio («fides ex auditu» Rm 10,17), non l’ascolto del mondo, che ha ottenuto la nostra resa. Si ascolta Nostro Signore, e poi si obbedisce.

 

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E «Amoris lætitia», la cui «recezione» si celebra con tanto fervore, ha introdotto nella disciplina dei Sacramenti ciò che la Scrittura (Mt 19; 1 Cor 11, 27) e il Concilio di Trento escludevano.

 

Trento ha anatematizzato chi dice che la Chiesa erra quando insegna che il vincolo matrimoniale non si scioglie per l’adulterio, e che si possano contrarre altre nozze vivente il coniuge (Sess. XXIV, can. 7); e ha stabilito che chi è consapevole di peccato mortale non si accosti all’Eucaristia senza la previa Confessione sacramentale (Sess. XIII, can. 11).

 

I funzionari della chiesa conciliare e sinodale chiamano «paradigma» ciò che nella lingua della Chiesa si è sempre chiamato errore. E quando l’errore verte su una dottrina definita, la Chiesa Cattolica ha un nome ancora più grave: eresia.

 

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Immagine: Il primo Concilio Vaticano II, tenutosi nella Basilica di San Pietro durante il pontificato di Pio IX nel 1869, Libro del 1873 su Papa Pio IX.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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«Orrendi documenti vaticani scardinano la vocazione religiosa»: omelia di mons. Viganò

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò in occasione della Professione Perpetua di Suor Maria Consolata      

Christo confixus sum cruci:

vivo autem, jam non ego: vivit vero in me Christus.

Gal 2, 19-20

Veni, Sponsa Christi, accipe coronam,

quam tibi Dominus præparavit in æternum.

Ant. Profess.

 

Sia lodato Gesù Cristo

+

 

Cari fratelli nel sacerdozio

e fedeli tutti nel Signore,

 
Anzitutto mi rivolgo a voi, diletta figlia, Suor Maria Consolata di Gesù Bambino e di San Giuseppe, che l’infinita degnazione divina chiama oggi a ratificare sull’altare – come Figlia della Regina Crucis – quel legame sponsale che né il tempo né la morte potranno mai più disciogliere.
 
Con la celebrazione odierna della Professione Solenne di Sr Maria Consolata non ci troviamo dinanzi ad un mero rito di devozione, né ad un commovente cerimoniale d’altri tempi sopravvissuto alla secolarizzazione universale. Essa è piuttosto un atto ontologico, tremendo e glorioso: la consegna irrevocabile di tutta la vostra esistenza nelle mani dello Sposo divino, l’immolazione incruenta ma reale della vostra libertà, della vostra giovinezza, del vostro cuore, per essere consumata quale vittima sacrificale nel fuoco della Carità divina.
 
Nel pronunciare i voti perpetui di Povertà, Castità e Obbedienza secondo la Regola approvata dalla Chiesa dei secoli, voi non rinunciate ad amare, ma scegliete l’unico Amore che non delude, non tradisce e non muore. Voi scegliete di salire sul Golgota, perché il vostro Sposo non è un sovrano secondo la carne, adorno delle effimere vanità del secolo presente, ma il Rex tremendæ majestatis il Cui trono è il duro legno del Calvario, il Cui scettro è la canna del ludibrio, la Cui corona è un serto di spine stillante Sangue divinissimo.

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La dottrina della Regina Crucis

La divina Provvidenza, che dispone con soavità e fortezza il cammino delle anime consacrate, pone dinanzi al nostro sguardo in quest’ora solenne la figura eccelsa della Vergine Santissima, nella Sua Divina Maternità: quella Maternità che la Chiesa celebra con speciale solennità l’11 ottobre, nella festa istituita da Pio XI nel XV centenario del Concilio di Efeso, e che noi contempliamo in modo specialissimo sotto il titolo augusto e misterioso di Regina Crucis, Regina della Croce.
 
Nello stesso giorno, l’11 ottobre del 1962, si apriva il Concilio Vaticano II con l’allocuzione Gaudet Mater Ecclesia: «Gioisce la Madre Chiesa». Ma la Madre di Dio, ai piedi della Croce, non gioiva: compativa; e da quella scuola di dolore, non dalle illusioni della Modernità, la Chiesa riceve la sua fecondità.
 
La Santa Madre di Dio è Regina per via della sua divina Maternità, ma è Regina in senso singolarissimo e cooperativo perché ha condiviso, come nessun’altra creatura, l’intima essenza del trionfo di Nostro Signore Gesù Cristo. E dove Nostro Signore ha trionfato? Non sui palazzi dei Cesari, non tra gli applausi ingannatori delle turbe, ma sull’ignominia della Croce: Regnavit a ligno Deus. Dalla Croce Nostro Signore ha proclamato al mondo la propria divina Regalità, espugnando l’impero di satana e redimendo il genere umano a prezzo del Suo Sangue.
 
E chi stava ai piedi di quel patibolo divino? Stabat Mater dolorosa juxta crucem lacrimosa. La Vergine Maria non vi si trovava come spettatrice inerte o vinta dal dolore: vi stava in piedi (stabat), ritta nella sua intemerata maestà, rivestita del manto regale del più perfetto e straziante patimento. Quella spada predetta dal vecchio Simeone Le ha trapassato l’Anima immacolata. In quel martirio spirituale, la Vergine Corredentrice ha unito la propria Compassione al Sacrificio del Figlio. Ella non ha revocato il proprio Fiat, ma lo ha reiterato nell’oscurità che avvolgeva la terra, impugnando con Cristo lo scettro della sofferenza e meritando, per decreto della Santissima Trinità, il titolo di Regina Crucis.
 
Sotto i Suoi piedi verginali, la Donna vestita di Sole dell’Apocalisse calpesta la luna: l’antico simbolo della mutabilità, della caducità delle cose umane, delle illusioni della terra. Ella è Regina perché con la Croce ha vinto il mondo; Regina perché dalla Croce ha generato, nei dolori del parto spirituale, la Chiesa e ciascuno dei redenti.

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La vocazione religiosa: immolazione e sponsalità di sangue

Guardate a Lei, cara Suor Maria Consolata! Ecco il modello, la maestra e la Madre della vostra vocazione.   Questo mondo apostata, ubriacato dall’idolatria del benessere, dal culto dell’io e dalla ribellione orgogliosa alla Legge divina, giudica la vostra consacrazione come una follia, uno spreco di vita, un sacrificio insensato. E perfino nel seno stesso della Chiesa, tra quanti hanno barattato il rigore del Vangelo e il primato della Croce con le lusinghe del mondo, il silenzio contemplativo e la penitenza austera vengono spesso derisi come vestigia superate o accusati di sterile disimpegno. Orrendi documenti vaticani, come Vultum Dei Quærere o Cor Orans, scardinano dalle fondamenta l’anima sacrificale della Vocazione religiosa in nome di una «infinita dignità» costruita sul rifiuto della Croce. Eppure la vita religiosa, quale la Chiesa l’ha sempre intesa e tramandata, conserva i suoi modelli là dove la Regola, l’abito e la liturgia di sempre non sono stati abbandonati.
 
Non lasciatevi sedurre: il mondo vi considera perdute perché non conosce il vostro Sposo. Il mondo non comprende che il valore di un’anima si misura dal grado della sua conformazione al Crocifisso. Salendo oggi i gradini dell’altare per pronunciare i vostri Voti perpetui, voi vi ponete accanto a Maria, Regina Crucis. Vi rivestite per sempre dell’abito della rinuncia alle cose della carne, che già portate e che annunzia al mondo la vostra morte spirituale alle cose della terra, per vivere unicamente nascosta con Cristo in Dio (Col 3,3).
 
La vostra cella diventa la rocca della vera libertà; il coro, il vestibolo del Paradiso; il vostro silenzio, il baluardo in cui l’anima ascolta la voce dell’Eterno Sacerdote, dello Sposo divino. Voi siete chiamata a fare della vostra intera persona un’ostia vivente d’espiazione. Quante anime saranno salvate dal baratro della perdizione eterna grazie alle vostre veglie solitarie, ai vostri digiuni, alle lacrime nascoste versate dinanzi al Tabernacolo! Quanto sollievo recherete al Cuore trafitto di Gesù e al Cuore Immacolato e Addolorato di Maria, oltraggiati dalle bestemmie, dai sacrilegi, dai tradimenti di tanti falsi pastori che conducono il gregge verso l’apostasia!
 
E se la rinuncia alla maternità nell’ordine di natura discende direttamente dall’oblazione totale della vostra vita allo Sposo divino, Egli nondimeno vi ripaga consentendovi di esercitare una maternità spirituale nei riguardi di quanti sono rivestiti dell’autorità di Nostro Signore: nella carità verso seminaristi, sacerdoti e quanti sarete chiamata ad assistere nelle loro quotidiane necessità.
 
Lungi dall’essere una fuga dalla battaglia, questa vostra libera scelta costituisce una discesa in prima linea, nel punto più avanzato e decisivo del combattimento escatologico contro il Dragone infernale. Le vostre preghiere, elevate all’unisono con il Sacrificio Eucaristico perenne della Chiesa, sono il fulmine che sbaraglia le schiere nemiche e placano la giusta collera di Dio che sovrasta le nazioni ribelli.

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L’eredità della Croce e la speranza della gloria

Non v’inganni il fervore di quest’ora di grazia. Verrà, come per ogni sposa del Crocifisso, l’ora del Getsemani; verrà la notte oscura dell’anima, il peso della debolezza umana, l’aridità del deserto, l’incomprensione e forse la tentazione di rimpiangere ciò che vi siete lasciata alle spalle.
 
In quegli istanti, alzate gli occhi alla vostra Sovrana: alla Regina della Croce. Ricordate che la Croce non rappresenta un transito amaro verso una gloria estranea ad essa, ma è già l’anticipo del Regno, la sostanza stessa della regalità cristiana. Chi non regna con Cristo sulla Croce, non regnerà con Lui nello splendore della Sua Maestà.
 
Chiedete alla Madonna di insegnarvi a custodire il silenzio del Golgota, di donarvi la sua fortezza regale, la sua purezza incontaminata, la sua fede incrollabile che non vacillò nemmeno quando gli Apostoli fuggirono e il Sole della Giustizia parve oscurato per sempre. Lasciatevi trafiggere il cuore dal dolore per i peccati del mondo, perché solo un cuore trafitto è capace di riversare su di sé e sulla Chiesa torrenti di grazia redentrice.
 
Diletta sorella, oggi la Chiesa fedele esulta per il vostro olocausto. Ricevete con trepido gaudio l’anello nuziale, suggello di eterna alleanza col Re dei re. Ricevete la corona di spine che sola precede la corona della vita immortale.
 
Ponetevi sotto il manto della Vergine santissima, Regina Crucis e Mater Misericordiæ. Sia Ella la custode delle vostre ore di adorazione, il rifugio sicuro nelle tempeste che minacciano la Barca di Pietro, la consolazione dolcissima al termine del vostro pellegrinaggio terreno; affinché, dopo aver consumato con generosità la vostra immolazione quotidiana ai piedi del Calvario, possiate un giorno udire la voce del vostro Sposo divino chiamarvi all’eterno convito delle Nozze dell’Agnello Surge, propera, amica mea, columba mea, formosa mea, et veni: jam enim hiems transiit, imber abiit et recessit… Veni, coronaberis.
 
E così sia.
 

+ Carlo Maria Viganò,

Arcivescovo

Viterbo, 11 Ottobre MMXXVIMaternitatis Beatæ Mariæ Virginis,Dominica XX post Pentecosten, II Octobris

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