Geopolitica
Continua la crisi del Tigrè: partito armato conquista una città
L’amministrazione provvisoria della regione etiope del Tigrè ha chiesto aiuto al governo federale del Paese dopo che una fazione del principale partito politico dello Stato in difficoltà ha preso il controllo di due città principali, facendo temere lo scoppio di un’altra guerra civile.
In una dichiarazione rilasciata mercoledì, l’ufficio per gli affari della comunicazione della regione ha affermato che alcuni comandanti di alto rango dell’esercito del Tigrè stanno progettando un colpo di Stato contro il governo da gennaio.
«Continuano gli attacchi contro i civili. Gli atti di smantellamento del governo dall’alto verso il basso continuano a intensificarsi», ha affermato, aggiungendo che «la regione potrebbe essere sull’orlo di un’altra crisi».
Una fazione del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigrè (TPLF), ex partito politico dominante in Etiopia, ha riferito martedì di aver preso il controllo della città settentrionale di Adigrat.
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Secondo quanto riferito, ha catturato Adi-Gudem, vicino al capoluogo regionale Mekele, la notte successiva. Secondo l’Associated Press, diverse persone sono rimaste ferite quando le forze hanno tentato di prendere il controllo di un edificio governativo ad Adi-Gudem.
Martedì mattina, Getachew Reda, leader del governo ad interim del Tigrè, ha licenziato tre alti comandanti dell’esercito e il capo dell’ufficio di sicurezza, accusandoli di non essere riusciti a porre fine alle «attività illegali» e all’«atto di distruzione».
L’amministrazione provvisoria del Tigrè è stata istituita nel 2023 come parte dell’accordo di Pretoria, un accordo di pace mediato dall’Unione Africana concluso nella capitale sudafricana che ha posto fine a due anni di combattimenti tra le forze del Tigray e il governo federale. L’intensa guerra scoppiata nel 2020 è stata definita il conflitto più mortale del mondo nel 2022 dal Peace Research Institute Oslo, con oltre 100.000 persone uccise.
Mercoledì, l’ufficio regionale delle comunicazioni ha dichiarato che le «fazioni illegali» all’interno dell’esercito del Tigrè stavano violando il trattato di Pretoria «sciogliendo il governo».
«Il governo federale deve… capire che coloro che agiscono in nome delle forze di sicurezza sono agenti di una cricca arretrata e criminale che non rappresenta il popolo o l’amministrazione provvisoria del Tigray e non fornisce il supporto necessario», ha affermato.
«Non deve restare in silenzio mentre l’accordo di Pretoria viene violato e la popolazione del Tigray entra in un secondo round di distruzione», ha aggiunto.
Il TPLF rispose accusando i funzionari governativi di «tradire» gli interessi nazionali e di «diventare agenti di forze esterne». Condannò la rimozione dei generali di grado più alto come «cospirazioni interne ed esterne concertate per sciogliere» l’esercito.
Come riportato da Renovatio 21, il caos dilagato in Etiopia potrebbe aver avuto determinati padrini geopolitici stranieri e soggetti internazionali che vi hanno lucrato non poco: tutto va considerato nell’ottica dell’enantiodromia su suolo africano tra il vecchio potere USA e quello rampante della Repubblica Popolare Cinese, più interessata che mai a continuare il recente dominio stabilito sul Continente Nero.
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Il contrasto tra il TPLF e lo Stato etiope aveva portato anche a speciose accuse contro l’attuale direttore dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus, già ministro della Salute etiope ed ex dirigente del TPLF, che il capo di Stato maggiore generale Berhanu è arrivato ad accusare addirittura di traffico d’armi.
L’Etiopia è altresì interessata da un conflitto strisciante con il vicino Egitto a causa di una diga che Addis Abbeba vuole porre sul Nilo. Secondo alcuni analisti, tale frizione potrebbe sfociare in una vera e propria guerra, la prima che può chiamarsi apertamente come guerra per l’acqua.
Come riportato da Renovatio 21, la guerra civile ha avuto come effetto collaterale la quasi cancellazione del cristianesimo dal Tigrè.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Geopolitica
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Geopolitica
Il governo israeliano triplica la spesa per le campagne di influenza negli Stati Uniti
«Israele sta perdendo consensi negli Stati Uniti e sta investendo decine di milioni di dollari nel tentativo di cambiare la situazione». Lo riporta il quotidiano israeliano Haaretz.
La spesa del governo israeliano per riconquistare i sostenitori repubblicani cristiani è ora tre volte superiore al budget iniziale e supera i 40 milioni di dollari. Nell’ambito della campagna è stata creata una rete di siti di propaganda anti-palestinesi e filo-israeliani, presentati come neutrali, per influenzare i risultati dei motori di ricerca e dei chatbot basati sull’intelligenza artificiale.
Nonostante questi sforzi, Haaretz rileva che il sostegno a Israele tra la destra americana è ulteriormente peggiorato, soprattutto tra i giovani repubblicani dopo la guerra contro l’Iran.
Secondo un sondaggio Pew Research Center, il 41% dei repubblicani e il 57% dei giovani sotto i 50 anni hanno un’opinione negativa di Israele. Complessivamente, circa il 60% degli americani vede Israele in modo negativo.
L’obiettivo attuale della propaganda è difendere la guerra contro l’Iran, «svelando la verità sull’Iran» e negando che Israele abbia trascinato gli Stati Uniti nel conflitto.
Le pratiche di influenza di Israele sull’ecosistema mediatico statunitense hanno subito una profonda evoluzione digitale, come confermato dalle dichiarazioni del premier Benjamin Netanyahu. Durante un incontro a Nuova York con diversi creatori di contenuti americani, il primo ministro ha esplicitamente definito i social media come l’arma più importante nella guerra informativa contemporanea per blindare il consenso negli Stati Uniti.
Nello specifico, il Netanyahu ha descritto il passaggio di TikTok sotto il controllo di un consorzio statunitense guidato da figure e investitori vicini a Israele, tra cui il fondatore di Oracle Larry Ellison, ebreo sionista, come l’acquisizione geopolitica più rilevante del momento, in grado di alterare la moderazione algoritmica e arginare i trend pro-palestinesi tra i giovani americani.
Ellison, tra i primi uomini più ricchi del pianeta e grande finanziatore delle forze israeliane, ha guidato un consorzio per rilevare il social media cinese, popolarissimo tra i giovani, negli USA tramite Oracle, con il probabile obiettivo, neanche tanto occultato, di controllare l’algoritmo di TikTok e limitare il dissenso pro-Palestina.
Tale scalata al colosso informatico straniero si unisce alle mosse della sua famiglia: il figlio David ha infatti acquisito Paramount Global (che controlla il canale televisibi CBS), espandendo l’influenza degli Ellison dall’intrattenimento televisivo ai flussi informativi dei social network americani. A capo della CBS Ellison ha messo la giovane giornalista lesbo-sionista Bari Weiss, da moltissimi considerata senza alcuna esperienza per tale lavoro, ma la cui fede nella causa dello Stato Giudaico è totale.
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Documenti depositati presso il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ai sensi del Foreign Agents Registration Act (FARA) hanno svelato l’esistenza del progetto segreto denominato Progetto Esther. Attraviso questa operazione finanziata dal ministero degli Esteri israeliano e mediata da agenzie di pubbliche relazioni come Havas, lo Stato Ebraico ha stanziato ingenti budget per remunerare influencer americani con compensi fino a settemila dollari a post, con l’obiettivo di orientare la narrazione sul conflitto di Gaza.
Questa strategia aperta si affianca a campagne clandestine tracciate da società di sicurezza informatica, caratterizzate dall’uso di reti di profili falsi e bot basati sull’intelligenza artificiale per condizionare deputati ed elettori del Partito Democratico. [
Il ministero degli Esteri israeliano ha inoltre finanziato una massiccia operazione di sorveglianza e tracciamento digitale nelle chiese degli Stati Uniti. Attraverso l’agenzia Show Faith by Works, registrata ai sensi del FARA, lo Stato degli ebrei ha stanziato oltre tre milioni di dollari per applicare un sistema di geofencing: si tratta di barriere virtuali basate sulla geolocalizzazione dei telefoni inserite intorno a centinaia di megachiese e campus protestanti ed evangelici in California, Arizona, Nevada e Colorado.
Il piano punta a contrastare il calo di consenso verso Israele riscontrato tra i giovani cristiani americani. Rilevando i dispositivi mobili dei fedeli riuniti per il culto domenicale, il sistema raccoglie i dati di tracciamento per inondarli di annunci digitali mirati, video e messaggi personalizzati sulla guerra a Gaza.
La campagna acquisisce l’identità dei presenti per continuare a bersagliarli con propagande pro-Israele e anti-palestinesi, trasformando i luoghi di culto in un bacino di raccolta dati geopolitici.
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Immagine di Ted Eytan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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