Bioetica
Cattolici e no-vax: due padri di famiglia rispondono
Da semplici fedeli cattolici, ma in possesso del più grande titolo accademico che il Signore possa donare a noi uomini, cioè quello di essere padri di famiglia, intendiamo con questo scritto rispondere punto per punto ad una posizione a nostro avviso sconcertante proposta da una certa corrente intellettuale cattolica purtroppo seguita nell’errore da numerosissimi fratelli.
Roberto de Mattei, in data 7 Aprile 2021, ha pubblicato sul sito di Corrispondenza Romana un decalogo di domande, rivolgendosi ad un popolo da lui stesso posto sotto l’appellativo di «anti-vax».
Rattrista assai leggere, già nelle prime righe dell’articolo, una distinzione netta tra le persone sostenitrici della linea dell’autore — quella per cui, in fondo, «il fine giustifica i mezzi» — ed il resto dell’orbe cattolico, definito semplicisticamente dal De Mattei come quello degli «anti-vaccinisti».
Se il problema delle linee cellulari di feti abortiti contenute nei vaccini o utilizzate per la loro produzione non esistesse, il tema morale legato alle vaccinazioni non si esaurirebbe affatto, come dimostra la cronaca di questi giorni, piena di casi di reazioni avverse gravi e persino mortali, palesemente causate dall’inoculazione di cosiddetti vaccini prodotti in pochi mesi
I sostenitori delle sue posizioni vengono elencati testualmente come segue:
Da una parte «alcuni cardinali, teologi e sacerdoti» dove ha «suscitato consenso» la «posizione in difesa della liceità morale dei vaccini anti-COVID attualmente disponibili» ribadita più e più volte dal De Mattei, che ci tiene a ringraziare i religiosi che lo seguono.
Dall’altra parte è posto invece il resto del mondo cattolico formato da – per averne la prova, basta aprire gli occhi – numerosi religiosi, sacerdoti, teologi, vescovi che l’autore non cita; aggiungiamo poi che questo mondo cattolico «antivaccinista» è costituito da padri, madri, nonni, persone semplici che non frequentano gli alti ranghi della curia romana. Questo insieme viene definito «prevedibile dissenso di molti “anti-vaccinisti”».
De Mattei utilizza un linguaggio dichiaratamente mainstream, avente come obiettivo quello di etichettare (e, quindi neutralizzare) persone in larga maggioranza normalissime, ma dedite all’imperdonabile vizio di ricercare sempre la Verità e, possibilmente, una volta trovatala, di seguirla radicalmente, senza compromessi.
Il marchio «anti-vax», viene utilizzato dal De Mattei anche nella prima domanda che pone a noi «anti-vaccinisti».
1) «Il “livre de chevet” degli anti-vax è quello di Pamela Acker, dal titolo Vaccination: a Catholic perspective, pubblicato nel 2020 dal Kolbe Center. In questo libro l’autrice sostiene che i rischi di qualsiasi vaccinazione sono maggiori dei possibili benefici (a pp. 80-81 fa l’esempio della rabbia e del tetano). Chi assume questo libro come testo di referenza dovrebbe rifiutare anche i cosiddetti “vaccini etici”, perché nocivi alla salute. Al di là del caso dei vaccini anti-COVID, è lecito a un cattolico vaccinarsi?»
Solo in una società annichilita e alienata dai social network e dai media allineati, si sarebbe potuta creare una «pandemia» del genere: l’unica pandemia della storia in cui per sapere di essere «appestati», non avendo sintomi, ci si deve sottoporre ad un tampone che, per stessa ammissione del suo ideatore, può risultare inattendibile ed inefficace
Se il problema delle linee cellulari di feti abortiti contenute nei vaccini o utilizzate per la loro produzione non esistesse, il tema morale legato alle vaccinazioni non si esaurirebbe affatto, come dimostra la cronaca di questi giorni, piena di casi di reazioni avverse gravi e persino mortali, palesemente causate dall’inoculazione di cosiddetti vaccini prodotti in pochi mesi, utilizzando metodologie mai brevettate prima e sottoponendo la popolazione mondiale ad un vero e proprio esperimento socio-sanitario in cui, al posto di cavie animali, si utilizzano persone in carne ed ossa, illudendole di combattere un nemico immaginario, una malattia che, di per sé, alla data di oggi, avrebbe ucciso (con l’aiuto in media di almeno altre 3-4 patologie debilitanti pregresse) lo 0,037% della popolazione mondiale, per la quasi totalità persone anziane in linea con l’aspettativa di vita reale dei singoli Paesi.
Parliamoci chiaro: solo in una società annichilita e alienata dai social network e dai media allineati, si sarebbe potuta creare una «pandemia» del genere: l’unica pandemia della storia in cui per sapere di essere «appestati», non avendo sintomi, ci si deve sottoporre ad un tampone che, per stessa ammissione del suo ideatore, può risultare inattendibile ed inefficace.
Perché questa digressione da «negazionisti»? Perché il principio di proporzionalità è una stella polare da seguire sempre in una scelta morale.
Se statisticamente avessi una probabilità quasi nulla di subire conseguenze gravi da una malattia, per quale motivo moralmente lecito dovrei rischiare la vita, facendo da cavia, inoculandomi vaccini mRNA mai testati prima sull’essere umano e, per di più, firmando un falso consenso informato che, di fatto, rende le case farmaceutiche completamente immuni da qualsiasi responsabilità in caso di eventi avversi?
La prova di ciò che diciamo è sotto gli occhi di tutti: mai come in queste ultime settimane si sono moltiplicati casi di morte, sopraggiunti casualmente nelle ore immediatamente seguenti alle vaccinazioni, di persone giovani, di madri, di padri, di sportivi, esseri umani sani, che magari non avrebbero nemmeno avvertito alcun sintomo in caso di infezione da SARS-CoV-2.
Se statisticamente avessi una probabilità quasi nulla di subire conseguenze gravi da una malattia, per quale motivo moralmente lecito dovrei rischiare la vita, facendo da cavia, inoculandomi vaccini mRNA mai testati prima sull’essere umano e, per di più, firmando un falso consenso informato che, di fatto, rende le case farmaceutiche completamente immuni da qualsiasi responsabilità in caso di eventi avversi?
Il principio di proporzionalità, quindi, si sposa indissolubilmente con il principio di prudenza. Ci chiediamo se De Mattei conosca con certezza la lista completa degli ingredienti contenuti nei vaccini attualmente in circolazione, compresi soprattutto quelli non COVID. Ci chiediamo se egli abbia certezza scientifica che al loro interno non ci siano sostanze nocive per l’organismo, alle quali si potrebbe essere allergici senza esserne coscienti.
Al di là del caso dei vaccini COVID, quindi, la liceità dell’utilizzo di qualsiasi trattamento medico, per un cattolico, è strettamente legata a questi due principi indissolubili: proporzionalità e prudenza.
Sarebbe morale per un padre di famiglia con a carico una moglie e numerosi figli, rischiare la vita, o comunque la salute, con un trattamento sanitario inutile e sproporzionato rispetto alla «minaccia» che si propone di combattere?
Sarebbe morale per un padre di famiglia, vaccinare i propri figli, i propri nipoti, a soli due mesi di vita, giocando alla roulette russa con 12 vaccini contenenti sporcizia di vario genere, particelle di metalli pesanti e numerose sostanze nocive vietate in tutti i medicinali ma, casualmente identificate all’interno dei vaccini?
Come si può facilmente comprendere, il tema morale sopravvive anche all’immaginaria assenza delle linee cellulari utilizzate nei vaccini.
Come si può facilmente comprendere, il tema morale sopravvive anche all’immaginaria assenza delle linee cellulari utilizzate nei vaccini.
È lecito per un cattolico vaccinarsi? A nostro parere, solo in determinate situazioni di reale gravità e pericolo di vita, dopo aver appurato con certezza che il vaccino in questione non sia il risultato della filiera della Necrocultura abortista, che sia privo di sostanze nocive estranee all’organismo umano, che non sia una terapia genica travestita da vaccino (come i «vaccini» COVID) e, infine, che siano stati preventivamente condotti attenti studi personalizzati sul soggetto ricevente, escludendo qualsiasi pericolo di reazioni avverse o conseguenze gravi.
In poche parole, una possibilità ad oggi inesistente, visto la superficialità della scienza moderna che tratta gli esseri umani come bovini da timbrare in una catena di montaggio chiamata vaccinazione di massa.
2) «Alcuni trapianti di organi, come quello del cuore, sono moralmente illeciti, perché si basano sul falso criterio scientifico di “brain death”, e provocano direttamente la morte. Ma la Chiesa considera leciti i trapianti da veri morti (ad esempio nel caso delle cornee) o da viventi (ad esempio nel caso di un rene), così come autorizza la trasfusione di sangue. In tutti questi casi vengono introdotte nel corpo umano cellule di un’altra persona. Accettate l’insegnamento della Chiesa sui trapianti?»
Il principio di proporzionalità, quindi, si sposa indissolubilmente con il principio di prudenza. Ci chiediamo se De Mattei conosca con certezza la lista completa degli ingredienti contenuti nei vaccini attualmente in circolazione, compresi soprattutto quelli non COVID
3) «In questo caso, sarebbe per voi lecito un trapianto di cornea per restituire la vista a un cieco, se questa cornea, con l’autorizzazione della famiglia, provenisse dal corpo della vittima di un omicidio? Inoltre, accettereste una trasfusione di sangue anonimo, che potrebbe provenire dal corpo di un uomo malvagio, senza sentirvi perciò contaminati dalla sua malvagità? Accettereste un trapianto o una trasfusione remotamente coinvolti con un crimine?»
Accorpiamo queste due domande perché pensiamo meritino un’unica risposta.
Questa frase, anzitutto, ci fa pensare:
«In tutti questi casi vengono introdotte nel corpo umano cellule di un’altra persona»
Quello che De Mattei e quelli come lui paiono non capire è un fatto evidente e assolutamente non trascurabile per un cattolico del 2021: l’esistenza di una catena necrofila antiumana e quindi anticristica che, come un buco nero, si nutre voracemente di tutto ciò che è luce, di tutto ciò che è vita, di tutto ciò che rimanda all’Incarnazione, e quindi alla Redenzione.
Quello che De Mattei e quelli come lui paiono non capire è un fatto evidente e assolutamente non trascurabile per un cattolico del 2021: l’esistenza di una catena necrofila antiumana e quindi anticristica che, come un buco nero, si nutre voracemente di tutto ciò che è luce, di tutto ciò che è vita, di tutto ciò che rimanda all’Incarnazione, e quindi alla Redenzione
Questa catena, il cui primo anello, ne siamo sicuri, è Satana stesso, cerca di coinvolgere più esseri umani possibili per deturpare l’Uomo, Immagine di Dio, sin dal suo concepimento.
Quando l’uomo diventa oggetto, da utilizzare a piacimento secondo i dettami di una tecnoscienza senz’anima, anziché rimanere soggetto, si crea questa catena infernale.
Commercializzando la morte al punto di depredare corpi ancora viventi a cuor battente, il sistema esistente dei trapianti ( come del resto quello dei vaccini prodotti con linee cellulari di bambini abortiti) non fa altro che incentivare una mentalità utilitaristica nei confronti dell’essere umano, ribaltando la logica che da sempre ha regolato l’essenza stessa della medicina, ossia l’essere al servizio dell’uomo considerandolo sempre un fine e mai un mezzo.
È proprio grazie alla commercializzazione del sacrificio umano che Satana ha ingannato milioni di anime, creando un sistema concatenato di persone cooperanti con questo disegno infernale.
Nulla come questa filiera commerciale di produzione, nell’era dell’uomo trasformato in oggetto, poteva infatti moltiplicare il Male e allo stesso tempo nasconderlo tra gli stessi anelli componenti la catena, dietro l’ipocrita convinzione di non essere parte attiva e corresponsabile del Male da cui tutto ha origine.
Quando l’uomo diventa oggetto, da utilizzare a piacimento secondo i dettami di una tecnoscienza senz’anima, anziché rimanere soggetto, si crea questa catena infernale.
La gravità della cooperazione al male per qualsiasi persona componente questa filiera risulta evidente dal fatto che se non ci fosse quel determinato anello non esisterebbero né quelli precedenti né quelli successivi ad esso; allo stesso tempo, tutti gli attori coinvolti hanno piena avvertenza di ciò che li precede, acconsentendo a partecipare alla fase successiva.
Per i vaccini: la madre vende il proprio bambino al moloch della scienza con l’obiettivo già definito di produrre tessuti sperimentali; lo scienziato abortista lo smembra violentemente ancora vivo nel grembo materno, prelevandone la materia biologica per le future linee cellulari; la casa farmaceutica paga la madre e il medico abortista, e i ricercatori dei laboratori, pienamente coscienti di avere davanti tessuti fetali umani ricavati da aborti procurati «per la causa»; i ricercatori identificano dopo numerosissime prove (e aborti) la linea cellulare da usare per il vaccino; i produttori lo producono in milioni di dosi, ognuna con la propria parte di sacrificio umano incorporata; il venditore commercializza tra le aziende sanitarie la merce preziosa; e infine?
Infine c’è l’utilizzatore finale, magari assiduo frequentatore di Messe in latino, senza il quale nulla di tutto ciò esisterebbe, ben informato del contenuto dei vaccini tramite gli stessi bugiardini che ne riportano chiaramente l’origine.
Nulla come questa filiera commerciale di produzione, nell’era dell’uomo trasformato in oggetto, poteva infatti moltiplicare il Male e allo stesso tempo nasconderlo tra gli stessi anelli componenti la catena, dietro l’ipocrita convinzione di non essere parte attiva e corresponsabile del Male da cui tutto ha origine
Per i trapianti di organi: i nuovi sacerdoti in camice bianco individuano un soggetto vivo ma in grave pericolo di vita «idoneo» per essere sacrificato al commercio di organi; viene attivata la «procedura» di morte cerebrale, ossia una morte fittizia, creata ad hoc per rapinare gli organi della vittima ancora a cuore battente, prelevandoli per alimentare il business delle «donazioni».
Per rispondere alle domande, noi riteniamo, sicuramente andando controcorrente rispetto alle posizioni moderniste degli uomini di chiesa contemporanei, che il nostro corpo, tempio dello Spirito Santo, non ci appartenga:
«E non sapete voi che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi, il quale avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Poiché foste comprati a prezzo; glorificate dunque Dio nel vostro corpo» (1 Cor 6, 19-20).
Non ci facciamo condizionare da un’ideologia scientista ed utilitarista che, attraverso il sentimentalismo e una deviata forma di altruismo, non fa altro che ridurre l’uomo ad un novello Frankenstein, ovvero ad un’entità corporea a disposizione del taumaturgo in camice bianco di turno che, sostituendosi a Dio, ne dispone a proprio piacimento.
Se il «donare» una cornea o un rene costituissero un’azione altruista, perché allora non tagliarsi una mano per donarla al nostro vicino di casa menomato da un incidente stradale?
L’uomo, creatura, non ha alcun diritto di invertire l’ordine stabilito da Dio, Creatore, mutando la propria essenza, da fine a mezzo, ed intaccando così la mirabile unità e perfezione del proprio corpo
L’uomo, creatura, non ha alcun diritto di invertire l’ordine stabilito da Dio, Creatore, mutando la propria essenza, da fine a mezzo, ed intaccando così la mirabile unità e perfezione del proprio corpo:
«Ci son molte membra, ma c’è un unico corpo; e l’occhio non può dire alla mano: Io non ho bisogno di te; né il capo può dire ai piedi: Non ho bisogno di voi. Al contrario, le membra del corpo che paiono essere più deboli, sono invece necessarie; e quelle parti del corpo che noi stimiamo esser le meno onorevoli, noi le circondiamo di maggior onore; e le parti nostre meno decorose son fatte segno di maggior decoro, mentre le parti nostre decorose non ne hanno bisogno; ma Dio ha costrutto il corpo in modo da dare maggior onore alla parte che ne mancava, affinché non ci fosse divisione nel corpo, ma le membra avessero la medesima cura le une per le altre» (1 Cor 12, 20-25)
L’espianto di organi (noi preferiremmo chiamarla predazione) e il loro trapianto in un corpo altrui, inoltre, non ha alcunché di naturale, come risulta evidente in numerosissimi casi di rigetto da parte dell’organismo ricevente, che non «riconosce» l’elemento ad esso estraneo.
L’espianto di organi (noi preferiremmo chiamarla predazione) e il loro trapianto in un corpo altrui, inoltre, non ha alcunché di naturale, come risulta evidente in numerosissimi casi di rigetto da parte dell’organismo ricevente, che non «riconosce» l’elemento ad esso estraneo
A nostro parere, quindi, occorre rifiutare in toto la logica perversa nascosta dietro ai trapianti di organi, in quanto accettandone gli assunti nei casi citati da De Mattei, si finirebbe per legittimare l’impianto generale dell’intero sistema.
Lo stesso vale per le trasfusioni di sangue remotamente coinvolte con un crimine: non lo accetteremmo per non alimentare quella filiera di morte che fungerebbe essa stessa da nutrimento, come già spiegato dal fondatore di Renovatio 21, Roberto Dal Bosco, in un recente articolo di risposta a queste domande.
4) «Le cellule HEK, utilizzate in alcuni vaccini anti-COVID, sono ampiamente usate nella ricerca farmaceutica e nell’industria alimentare. Considerando illecita l’utilizzazione di linee cellulari provenienti da feti abortiti, rifiutate l’uso di alimenti o farmaci prodotti o testati utilizzando cellule fetali, come l’insulina, i vaccini contro la rosolia e l’epatite, e molti altri?»
A nostro parere, quindi, occorre rifiutare in toto la logica perversa nascosta dietro ai trapianti di organi. Rifiuto categorico, quindi, di alimenti, farmaci, cosmetici e vaccini contenenti queste linee cellulari o derivanti dal loro utilizzo e ricerca di tutte le alternative possibili, anche a fronte di farmaci o prodotti che, a differenza del vaccino, possono essere curativi e salvavita
La risposta è ovviamente affermativa. Se l’utilizzo di linee cellulari provenienti da feti abortiti è certo o ragionevolmente ritenuto probabile, un cattolico avrebbe il dovere morale di non cooperare al male in alcun modo.
Rifiuto categorico, quindi, di alimenti, farmaci, cosmetici e vaccini contenenti queste linee cellulari o derivanti dal loro utilizzo e ricerca di tutte le alternative possibili, anche a fronte di farmaci o prodotti che, a differenza del vaccino, possono essere curativi e salvavita.
5) «La Santa Sede ha ribadito la liceità morale della vaccinazione in numerosi documenti della Pontificia Accademia per la Vita (2005 e 2017) e della Congregazione per la Dottrina della Fede (2008 e 2021) 2021. Perché oggi rifiutate le dichiarazioni, espresse dal Magistero, tra il 2005 e il 2020, ma in quegli anni non avete espresso alcuna forma di dissenso da esse?»
Evidenziamo che i pronunciamenti di una Pontificia Accademia tra il 2005 e il 2020, ritenuti dall’autore delle domande come «Magistero», entrano in palese contrasto con un documento ben più importante, un’Enciclica, scritta nel 1995 da Giovanni Paolo II, dove il papa polacco condannò risolutamente ogni sperimentazione sugli embrioni dichiarando:
Diventa assai difficile sbandierare pubblicamente una contrarietà all’aborto e al contempo sostenere la liceità dell’utilizzo di vaccini prodotti con tale efferata procedura
«Nessuna circostanza, nessuna finalità, nessuna legge al mondo potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente illecito, perché contrario alla Legge di Dio, scritta nel cuore di ogni uomo, riconoscibile dalla ragione stessa, e proclamata dalla Chiesa. La valutazione morale dell’aborto è da applicare anche alle recenti forme di intervento sugli embrioni umani che, pur mirando a scopi in sé legittimi, ne comportano inevitabilmente l’uccisione. È il caso della sperimentazione sugli embrioni, in crescente espansione nel campo della ricerca biomedica e legalmente ammessa in alcuni Stati. Se “si devono ritenere leciti gli interventi sull’embrione umano a patto che rispettino la vita e l’integrità dell’embrione, non comportino per lui rischi sproporzionati, ma siano finalizzati alla sua guarigione, al miglioramento delle sue condizioni di salute o alla sua sopravvivenza individuale”, si deve invece affermare che l’uso degli embrioni o dei feti umani come oggetto di sperimentazione costituisce un delitto nei riguardi della loro dignità di esseri umani, che hanno diritto al medesimo rispetto dovuto al bambino già nato e ad ogni persona. La stessa condanna morale riguarda anche il procedimento che sfrutta gli embrioni e i feti umani ancora vivi — talvolta “prodotti” appositamente per questo scopo mediante la fecondazione in vitro — sia come “materiale biologico” da utilizzare sia come fornitori di organi o di tessuti da trapiantare per la cura di alcune malattie. In realtà, l’uccisione di creature umane innocenti, seppure a vantaggio di altre, costituisce un atto assolutamente inaccettabile» (Evangelium Vitae, 62-63)
Ora, diventa assai difficile sbandierare pubblicamente una contrarietà all’aborto e al contempo sostenere la liceità dell’utilizzo di vaccini prodotti con tale efferata procedura.
Riguardo all’atteggiamento farisaico di coloro che potrebbero sostenere queste acrobazie bioetico-circensi, vorremmo evidenziare un altro elemento che emerge dal decalogo cui stiamo rispondendo: la parola che utilizza più di frequente è «liceità» e, di rimando, l’aggettivo «lecito». Nel Vangelo c’è chi utilizza questo aggettivo con sì tanta insistenza, come un macigno sotto il quale provocare per provare ad incastrare Nostro Signore.
I santi di tutti i tempi, mai si sono scusati o creati alibi, rivendicando la liceità di alcuna azione morale dubbia che anche lontanamente potesse coinvolgerli
«Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo? » (Mt 19,3)
«Allontanatosi di là, andò nella loro sinagoga. Ed ecco, c’era un uomo che aveva una mano inaridita, ed essi chiesero a Gesù: «È lecito curare qualcuno in giorno di sabato?» (Mt 12, 9-10)
«Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?» (Mt 22, 15-17)
Non siamo religiosi, né sacerdoti, non siamo nessuno per commentare pubblicamente la Parola di Dio, ma ci permetta di evidenziare un elemento a noi risultato evidente: nel Vangelo chi realmente si converte e si lascia trasportare e attirare dall’Amore di Gesù non si aggrappa mai al solo concetto di liceità ma discerne la realtà secondo la categoria della Giustizia.
La liceità interessa agli ipocriti farisei, non ai santi, il cui unico motore è la dirompente Carità che li unisce a Dio e che li preserva radicalmente da qualsiasi tipo di cooperazione al male
I santi di tutti i tempi, mai si sono scusati o creati alibi, rivendicando la liceità di alcuna azione morale dubbia che anche lontanamente potesse coinvolgerli.
La liceità interessa agli ipocriti farisei, non ai santi, il cui unico motore è la dirompente Carità che li unisce a Dio e che li preserva radicalmente da qualsiasi tipo di cooperazione al male.
Alla pavidità dei farisei noi preferiamo la radicalità accesa di fervore dei santi, ai ragionamenti astratti e vuoti dei dottori del tempio, noi preferiamo le scelte fedeli e coerenti delle persone umili, che riconoscono il Male quando gli si presenta davanti, anche senza aver studiato teologia morale in un ateneo romano, loro sì, veri portatori del Sensus Fidei ormai perso dalla maggioranza di coloro che si reputano cattolici.
Alla pavidità dei farisei noi preferiamo la radicalità accesa di fervore dei santi, ai ragionamenti astratti e vuoti dei dottori del tempio, noi preferiamo le scelte fedeli e coerenti delle persone umili, che riconoscono il Male quando gli si presenta davanti
I nostri padri andavano determinati incontro alla morte pur di non accendere un semplice cero a idoli stranieri, oggi siamo ridotti a gridare l’ovvio con i nostri stessi fratelli.
Chiediamo: al cospetto di Dio, l’azione morale di un padre di famiglia che rifiuta il vaccino per sé e per i propri figli con vaccini prodotti tramite il crimine dell’aborto, anche di fronte ad un atto di costrizione e di pressione psicologica come potrebbe essere la perdita del proprio lavoro, ebbene avrebbe lo stesso valore della scelta contraria?
È ovvio che questo non sia possibile: l’una avvicina l’anima a Dio e alla santità, mentre l’altra la allontana da Lui facendola affondare nelle sabbie mobili dell’inquietudine e del rimorso.
A coloro che vivono la fede continuamente «in difesa» interessa ciò che è permesso fare, a noi interessa ciò che è gradito a Dio e che rende a Lui la gloria che gli spetta.
A coloro che vivono la fede continuamente «in difesa» interessa ciò che è permesso fare, a noi interessa ciò che è gradito a Dio e che rende a Lui la gloria che gli spetta
La distanza fra questi due approcci alla Fede è abissale, tale da farci convintamente dire che non ci sentiamo di appartenere alla stessa fede di chi ragiona in quel modo, rappresentato nel Vangelo dalla figura anonima del giovane ricco.
6) «Forse la ragione di questo mutato giudizio sui vaccini provenienti da cellule fetali è dovuta al fatto che, dopo il 2020, è cambiato il contesto storico, perché la pandemia è il pretesto per una dittatura sanitaria sull’umanità e la vaccinazione fa parte di questo piano. Ritenete che il male sia nella vaccinazione in sé, o nella «cospirazione» di cui la vaccinazione è espressione?»
Siamo due padri di famiglia, con dei figli piccoli: sin dalla nascita del primo figlio la nostra battaglia contro la deriva bioetica in atto è sempre stata coerente e mai esitante. A causa della Legge Lorenzin sull’obbligo vaccinale per i bambini sotto i 6 anni di età tutti i nostri figli, naturalmente non vaccinati, non hanno potuto frequentare alcun asilo o scuola dell’infanzia, nemmeno le cosiddette scuole «cattoliche».
A causa della Legge Lorenzin sull’obbligo vaccinale per i bambini sotto i 6 anni di età tutti i nostri figli, naturalmente non vaccinati, non hanno potuto frequentare alcun asilo o scuola dell’infanzia, nemmeno le cosiddette scuole «cattoliche»
Siamo in compagnia di un popolo tutt’ora nelle catacombe, fatto di migliaia di famiglie umili e silenziose sparse nel globo, perseveranti nella radicalità e nella testimonianza di scelte molto spesso osteggiate dai nostri stessi famigliari o amici. Siamo perciò in prima linea contro questa persecuzione del piccolo gregge.
7) «Più chiaramente: ritenete che il fine della vaccinazione sia buono, ma cattivo sia il mezzo che usa (l’uso di cellule fetali), oppure condividete le teorie cospirazioniste secondo cui sarebbe cattivo non solo il mezzo, ma il fine stesso della vaccinazione, che sarebbe lo sterminio dell’umanità?»
Sinceramente, abbiamo forti dubbi sul fatto che la venuta nella storia umana del santo vaccino sia stato per l’umanità motivo di salvezza da epidemie, gravi malattie e via discorrendo.
«Riconoscerete l’albero dai propri frutti»: ora come ora vediamo che il vaccino si è finalmente manifestato quale dogma inoppugnabile della nuova religione sanitaria, il lasciapassare che divide i «buoni» dai «cattivi», i «degni» di stare nella società dagli «indegni».
Siamo in compagnia di un popolo tutt’ora nelle catacombe, fatto di migliaia di famiglie umili e silenziose sparse nel globo, perseveranti nella radicalità e nella testimonianza di scelte molto spesso osteggiate dai nostri stessi famigliari o amici. Siamo perciò in prima linea contro questa persecuzione del piccolo gregge
Il «cospirazionismo» a cui De Mattei vorrebbe fare un provocatorio riferimento, è in realtà quello che ci ha svelato che oggi la siringa è il Moloch a cui tutti debbono prostrarsi – e di fatto tutti si stanno prostrando.
Questo per dire che, se per vedersi affibbiata l’etichetta di «cospirazionisti» basta aver aperto gli occhi su questo passaggio epocale palesemente diabolico, ci prendiamo volentieri l’etichetta, poiché questa è una evidente cospirazione contro la vita umana e contro le anime chiamate alla Vita Eterna.
8) «Il più noto teorico della cospirazione anti-vax è Robert F. Kennedy, un uomo politico democratico, che finanziò Hillary Clinton. Kennedy si presenta come il nemico numero 1 di Bill Gates, ma è un membro dell’establishment che attraverso la Children’s Health Defense ha finanziato oltre la metà delle informazioni false sui vaccini diffuse sui social network. Condividete le teorie di origine ecologista e new age di Robert F. Kennedy? Nel caso contrario non sarebbe importante prendere pubblicamente le distanze da lui e dal suo movimento anti-vax?»
«E Gesù disse loro: “In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”». (Mt 21, 31)
La verità, è che l’indignazione di fronte alla cooperazione a pratiche immorali e disumane la si riscontra oggi quasi maggiormente in persone lontane dalla Fede che nelle posizioni di gran parte di coloro che si reputano cattolici.
«Riconoscerete l’albero dai propri frutti»: ora come ora vediamo che il vaccino si è finalmente manifestato quale dogma inoppugnabile della nuova religione sanitaria, il lasciapassare che divide i «buoni» dai «cattivi», i «degni» di stare nella società dagli «indegni».
«A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più». (Lc, 12, 48)
9) «I documenti della Santa Sede che affermano la liceità della vaccinazione non sono infallibili, ma sono certamente espressione del Magistero ordinario della Chiesa. Qual è il criterio per cui si può dissentire da questo Magistero? Chi critica, ad esempio, l’Amoris laetitia, non assume come riferimento la propria coscienza, ma il Magistero perenne della Chiesa. Pensate che la coscienza di un singolo laico, sacerdote o vescovo, possa opporsi al Magistero ordinario della Chiesa, senza fondarsi su di un altro insegnamento della Chiesa espresso con continuità e chiarezza, in maniera diretta, sul medesimo punto?»
Non capiamo qui quali sarebbero i documenti espressione del Magistero a cui De Mattei fa riferimento. Si sta per caso dicendo che i documenti firmati da Mons. Paglia, come quello del 2017 — pubblicato peraltro (ma che coincidenza!) lo stesso giorno della legge 119/2017 (la legge Lorenzin) sarebbero Magistero ordinario?
Riguardo al famoso documento del 2005, invece, può trovare altri approfondimenti da noi scritti già in tempi non sospetti.
In linea di principio, poi, come si può pensare che esista un Magistero perenne della Chiesa su tematiche bioetiche sorte negli ultimi 50 anni, proprio nel cuore della più grande crisi di fede della gerarchia cattolica della storia?
Il documento, esattamente il primo a trattare l’argomento dei vaccini contenenti linee cellulari di feti abortiti dal punto di vista morale, e solo dopo la pressione dell’associazione americana Children of God for Life, presentava già molte lacune, alcune delle quali, a nostro avviso, dettate dalla scarsa conoscenza rispetto al tema da trattare.
In ogni caso, esso stesso lasciava ancora un margine di spazio per l’obiezione di coscienza; ciò non compare già più nella squallida nota della PAV del 2017, dove si parla di linee cellulari «distanti», quasi a significare che il peccato dell’aborto sia qualcosa da valutare a seconda del tempo che intercorre fra esso e la cooperazione che da esso può derivarne.
In linea di principio, poi, come si può pensare che esista un Magistero perenne della Chiesa su tematiche bioetiche sorte negli ultimi 50 anni, proprio nel cuore della più grande crisi di fede della gerarchia cattolica della storia?
Persino alcuni pronunciamenti di Pio XII su temi analoghi, oggi utilizzati da coloro i quali vorrebbero trovare una pezza giustificativa per la cooperazione al male, per quanto materiale e remoto, mancano di una percezione reale del problema semplicemente perché il problema ancora non c’era.
Se quella attuale è una Chiesa occupata da traditori e apostati, non è solo diritto, ma persino dovere, per una guida morale, formarsi ed informarsi sulle dinamiche bioetiche contemporanee per essere all’altezza della situazione prima di tutto in confessionale e successivamente nella testimonianza pubblica
10) «Alcuni sacerdoti presentano il rifiuto della vaccinazione anti-COVID non come un consiglio spirituale, ma come un obbligo morale. Ma l’unica autorità che può definire come obbligatorio per un cattolico ciò che è o non è peccato è la Chiesa cattolica. Se un vescovo o un sacerdote si attribuisce la responsabilità di imporre un obbligo morale non previsto dalla Chiesa, non rischia di creare una “neo-chiesa”? E non è paradossale che ciò avvenga proprio da parte di chi accusa papa Francesco di aver istituito una “neo-chiesa”?»
Se la chiesa post-conciliare è una «neo-chiesa» è ovvio che un cattolico coscienzioso ne dovrebbe soppesare minuziosamente i pronunciamenti, alla luce della Parola di Dio, dei 10 Comandamenti e della morale tradizionale fondata sulla filosofia di San Tommaso d’Aquino.
Nessun paradosso: se quella attuale è una Chiesa occupata da traditori e apostati, non è solo diritto, ma persino dovere, per una guida morale, formarsi ed informarsi sulle dinamiche bioetiche contemporanee per essere all’altezza della situazione prima di tutto in confessionale e successivamente nella testimonianza pubblica.
Il problema dell’autorità non vale solo per le questione ecclesiastiche, bensì e a maggior ragione, per le questioni etiche.
In tempi come quelli che stiamo vivendo occorre necessariamente separare la persona dall’autorità che occupa. Se la persona stessa rifiuta di esercitare degnamente e coerentemente l’autorità che solo Dio può affidare agli uomini, non è degna di obbedienza perché lei stessa è la prima che disobbedisce all’autorità che occupa e che dovrebbe esercitare in conformità alla Volontà di Dio stesso.
Proprio per rispettare l’autorità della Madre Chiesa, purtroppo ad oggi indegnamente occupata da ministri più preoccupati di piacere al mondo che a Dio, i suoi figli non solo hanno il diritto, ma persino il dovere di resistere e disubbidire ad insegnamenti perniciosi e palesemente in contrasto con l’evidenza etica e morale, cosa riscontrabile persino da individui lontani dalla Fede
Proprio per rispettare l’autorità della Madre Chiesa, purtroppo ad oggi indegnamente occupata da ministri più preoccupati di piacere al mondo che a Dio, i suoi figli non solo hanno il diritto, ma persino il dovere di resistere e disubbidire ad insegnamenti perniciosi e palesemente in contrasto con l’evidenza etica e morale, cosa riscontrabile persino da individui lontani dalla Fede. Difendere ed onorare il Papato significa necessariamente disobbedire e resistere a coloro che lo occupano scegliendo di non esercitarne l’autorità.
Per concludere vorremo serenamente far notare a De Mattei che è finito il tempo delle conferenze, dei momenti conviviali in cui raccontarcela fra quattro gatti nel loop immancabile dell’ambiente tradizionalista: «ma dove andremo a finire?».
Sono finiti i tempi dei convegni per raccontare a tutti, soprattutto a noi stessi, quanto siamo bravi, belli, colti, e «tradizionali»..
A nostro avviso, l’intellettualismo cattolico è caduto, finito. Ha mostrato il suo vero volto insieme a tutto l’ambiente fintamente pro-life: al primo «bau!» da parte della dittatura sanitaria, si è piegato cercando ogni mezzo per giustificare ciò che è contro la Vita e contro la morale.
È giunto il momento di sporcarsi veramente le mani e di scendere in un’arena di leoni pronti a divorarci.
A nostro avviso, l’intellettualismo cattolico è caduto, finito. Ha mostrato il suo vero volto insieme a tutto l’ambiente fintamente pro-life: al primo «bau!» da parte della dittatura sanitaria, si è piegato cercando ogni mezzo per giustificare ciò che è contro la Vita e contro la morale
È finito il tempo delle iniziative «laiche» che puntano ai grandi numeri e alle sfilate che sfociano davanti all’Angelus di Bergoglio fra balli, canti, preghiere carismatiche e rosari in latino.
All’imborghesimento intellettualoide della polemica preferiamo le azioni concrete e decise. Alle belle statuine in piazza preferiamo le processioni di riparazione, delle quali peraltro ci siamo fatti promotori mettendoci faccia e prendendo attacchi ed insulti di ogni genere.
Al concetto di «liceità» tout court preferiamo una sana ed integra distinzione del Bene dal Male: «bonum ex integra causa: malum ex quocumque defectu».
Non coopereremo mai ad un Male intento a generare altro Male. Non faremo mai leva su puerili giustificazioni per tenere i propri agi quando si è chiamati al vero e reale sacrificio.
Dio non vuole bravi ragazzi, in pari con le vaccinazioni, disciplinati nel portare le mascherine in una falsa pandemia più mediatica che reale, ma Santi come Franz Jägerstätter, umile contadino austriaco vissuto negli anni della dittatura nazionalsocialista che coraggiosamente rifiutò di prestare giuramento al Führer, ostinandosi a negare il proprio consenso a combattere per la Germania nazista di fronte a qualsiasi tipo di minaccia o privazione.
È giunto il momento di sporcarsi veramente le mani e di scendere in un’arena di leoni pronti a divorarci
Fu giustiziato per aver negato una semplice firma, dopo ripetuti tentativi, anche ecclesiastici, di farlo desistere dalle sue posizioni ritenute «radicali»; e indovinate in che modo? Proprio col metodo attuato oggi dai nostri insigni «tradizionalisti»: banalizzare la cooperazione al male in cui sarebbe stato implicato: «Dopo tutto è solo una firma, Franz! Forse ti mandano negli ospedali e nemmeno a combattere! Pensa a tua moglie e alle tue figlie! Poverine!»
Dopo tutto è solo un vaccino «lecito» con qualche linea cellulare fetale di aborto «distante nel tempo»…
Non coopereremo mai ad un Male intento a generare altro Male. Non faremo mai leva su puerili giustificazioni per tenere i propri agi quando si è chiamati al vero e reale sacrificio
«Scrivo con le mani legate, ma preferisco questa condizione al sapere incatenata la mia volontà. Non sono il carcere, le catene e nemmeno una condanna che possono far perdere la fede a qualcuno o privarlo della libertà. Perché Dio avrebbe dato a ciascuno di noi la ragione ed il libero arbitrio se bastava soltanto ubbidire ciecamente? O, ancora, se ciò che dicono alcuni è vero, e cioè che non tocca a Pietro e Paolo affermare se la guerra è giusta o ingiusta, che importa saper distinguere tra il Bene ed il Male?» (Franz Jägerstätter)
Alessandro Corsini
Cristiano Lugli
Bioetica
Bioetica e persona umana
Renovatio 21 continua la sua serie di approfondimento della disciplina della bioetica. Per un approfondimento, rimandiamo al Manuale di bioetica in due volumi redatto dal cardinale Elio Sgreccia (1929-2019), di cui sintetizziamo qui le argomentazioni. Monsignor Elio Sgreccia fu tra i principali teorici della bioetica personalista, di cui è considerato capofila del pensiero bioetico in ambito cattolico. Per il personalismo bioetico la persona umana, in ogni fase della vita, è un valore in sé e mai un mezzo: il suo statuto ontologico fonda la dignità e orienta ogni scelta biomedica. Ne deriva la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale.
Dopo aver chiesto che cosa sia la vita, la bioetica deve rispondere a una domanda ancora più radicale: chi è colui che vive, e che cosa significa che egli ha un corpo, o piuttosto che è un corpo. Da come si definiscono la persona e la sua corporeità dipende, infatti, la risposta a quasi ogni questione clinica: chi sia tutelabile, fino a quando, e a quale titolo.
La persona è sostanza
Per il personalismo ontologico la comprensione della persona passa per la ricerca metafisica, che si rivolge all’intero e non si accontenta di descrivere ciò che l’uomo fa. La persona va colta nella sua dimensione sostanziale e non soltanto funzionale, senza per questo trascurare i signa personae, cioè gli indizi che ne segnalano la presenza.
La tradizione classica ha fissato il concetto in una serie di formule. Aristotele (384-322 a.C.) definì l’uomo animal rationale, indicando il genere prossimo e la differenza specifica, ma in un modo che forse non rende piena ragione dell’originalità dell’essere umano, irriducibile a semplice elemento del cosmo. Dopo l’avvento del cristianesimo la prima determinazione decisiva è quella di Boezio (480-525 circa): la persona è rationalis naturae individua substantia, sostanza individuale di natura razionale.
Il richiamo alla sostanza mette in luce che la persona è un soggetto esistente, un sostrato, e non una semplice attività. Sulla stessa linea si collocano Riccardo di San Vittore (morto nel 1173) e Tommaso d’Aquino (1225-1274), nelle cui formule si riflette la tensione tra il riferimento universale alla specie, per cui tutti apparteniamo all’umanità, e il carattere individuale, per cui ciascuno vi appartiene a suo modo.
Notiamo che individuo non significa «indivisibile» in senso atomistico: significa indiviso in sé e diviso da ogni altro, dotato cioè di unità. L’individualità non implica che l’uomo sia un atomon, ma che esista come un tutt’uno distinto dagli altri.
Né funzione, né sola relazione
Il pensiero contemporaneo si chiede se la persona possa essere considerata soltanto relazionale, e se dunque un essere umano non più capace di relazionarsi possa ancora dirsi persona. La risposta personalista non nega la relazionalità, anzi: come osserva Vittorio Possenti (1938-), la razionalità implica la relazionalità, perché la vita dello spirito è per sé apertura. Ma la relazione presuppone un soggetto che si relazioni, e non può prenderne il posto.
Per questo la filosofia della persona è legata in radice a quella della sostanza, verso cui una parte del pensiero moderno nutre un profondo sospetto, desiderando sostituirla con quella di funzione. Nelle Categorie Aristotele definisce la sostanza prima come ciò che non è in un soggetto né si predica di un soggetto: essa esiste in sé, basta a se stessa, non dipende da altri soggetti. L’atto d’essere è l’atto primo e radicale da cui prendono vita tutti gli altri atti, quelli secondi, della persona. Tommaso la considera la più perfetta di tutte le realtà, perché sussiste in una natura razionale.
La persona è dunque un in se existens e un per se existens: non esiste in altro come suo modo, né in vista d’altro, ma in vista di se stessa. Per questo si pone come fine e non come mezzo. La tradizione metafisica riserva alla sola persona divina l’aseità, l’essere da sé; l’uomo, che è ab alio, porta il sigillo della contingenza.
Ne discende anche che la persona eccede i propri atti. Le teorie empiriste, da Locke (1632-1704) a Hume (1711-1776) fino a Derek Parfit (1942-2017), vedono nella persona un insieme di stati successivi privi di un sostrato comune; l’approccio sostanziale salvaguarda invece l’eccedenza della persona rispetto a ciò che compie. Diventare persona non è un processo, ma un evento istantaneo, un possesso del proprio statuto ontologico stabilito una volta per tutte; la personalità, invece, è qualcosa che si acquisisce gradualmente attraverso gli atti personali.
Unitotalità di corpo e spirito
La persona è un soggetto sostanziale di natura spirituale, dotato di intelligenza, libertà e amore, e vive nell’apertura alla totalità dell’essere: a se stessa, agli altri, a Dio, al tutto. È un centro di unificazione dinamica che procede dall’interno, un’unità che dura nel tempo al di là dei flussi psicologici, della molteplicità delle sensazioni e dello sparpagliamento dell’io. Può perciò ritornare su se stessa attraverso l’autoriflessione, ed è questa interiorità, esclusiva della persona, a rendere il singolo irriducibile al genere o alla totalità: lo notava già Soren Kierkegaard (1813-1855).
La persona è anche un tutto, non una parte inserita in una totalità più ampia che diventerebbe fondante nei suoi riguardi. L’uomo come individuo è uno tra molti; come persona è singolare e irripetibile.
Questa unità non consente di trattare la corporeità come un’aggiunta inessenziale, come fa l’approccio idealistico. L’individuo umano è corporeo, e il corpo appartiene alla sua definizione.
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L’anima, forma del corpo
La dottrina tomista dell’unicità della forma sostanziale ha offerto un contributo decisivo alla soluzione del problema dell’unità del soggetto, che sembrava compromessa nelle antropologie di matrice platonica. Dire che l’anima è la forma sostanziale significa attribuirle la capacità di far sì che l’individuo appartenga a una precisa specie di vivente, quella contrassegnata da un corpo organico atto a esplicitare la vita razionale.
Restava da risolvere il problema di giustificare l’immortalità dell’anima. Tommaso vi giunge affermando che l’anima, oltre a essere forma sostanziale, è forma sussistente: possiede un essere autonomo, come risulta dalle sue operazioni indipendenti dal corpo, cioè la conoscenza dell’universale e l’autocoscienza. Vale qui il principio operari sequitur esse: l’operare dipende dall’essere, e a un diverso livello di immaterialità dell’operazione deve corrispondere un diverso livello di immaterialità dell’essere.
Intendere e volere sono facoltà con cui l’anima non si lega formalmente al corpo; alla dissoluzione del corpo non segue necessariamente la dissoluzione dell’anima.
Persona ed essere umano
Se la persona è sostanza, resta da chiedersi chi sia persona. Secondo il filosofo utilitarista Peter Singer (1946-) non tutti i membri della specie Homo sapiens sono persone, e non tutte le persone sono membri della specie Homo sapiens. Ma se la nozione di persona non indica la specie umana, osserva la critica personalista, non ne indica nessun’altra: nessun’altra specie è in grado di riconoscere il diritto alla vita proprio della persona.
Si definisce la persona come ente autocosciente, razionale, autonomo, e si trascura che l’essere umano non è soltanto questo: uno dei suoi caratteri è di essere corporeo, di essere divenente. La questione bioetica nasce proprio perché esistono persone umane che non possono vivere come persone senza l’aiuto di altre: gli esseri umani allo stadio embrionale, fetale o infantile, i malati cronici o mentali, i malati terminali, le persone in stato vegetativo persistente.
Come ricorda Adriano Pessina (1953-2020), la reciprocità non è costitutiva soltanto della moralità ma della stessa possibilità dell’esistenza personale, ed è il luogo a cui ricondurre ogni discussione bioetica. Circoscrivere il rispetto e il diritto alla vita alle sole fasi di esercizio della vita morale significa dimenticare che la moralità si esplica a cicli intermittenti.
È qui che il personalismo pone il suo argomento fondamentale: guardare all’origine. Essere umano è colui che nasce da altri esseri umani, ed è questa la condizione per procedere a qualsiasi ulteriore definizione dell’uomo, ricorda ancora Pessina.
Robert Spaemann (1927-2018) ne trae la conseguenza: esiste un unico criterio per la personalità, l’appartenenza biologica al genere umano. Se «qualcuno» esiste, esiste da quando esiste questo organismo umano individuale, e fino a quando questo vive. L’essere umano è strutturalmente una persona: la condizione non dipende dalla sua volontà, ma dalla sua origine.
Il corpo, epifania della persona
Nel contesto attuale si registra una dissociazione tra l’esteriorità del corpo e l’interiorità della persona, una rottura dell’unità dell’uomo che è sintesi di un elemento corporeo e di uno spirituale. Nella definizione dell’io entra necessariamente il corpo, perché è impossibile percepirsi senza di esso; eppure l’io non si identifica con il corpo, ma lo eccede. La persona è corporea, ma trascende il corpo: non nel senso di poterne prescindere, bensì nel senso di avere la capacità di compiere operazioni non esclusivamente corporee.
L’ambivalenza si esprime nelle formule «io ho un corpo» e «io sono un corpo» (Gabriel Marcel, 1889-1973), entrambe valide e nessuna assoluta. Dire «ho un corpo» richiede una precisazione, perché non lo possiedo come un oggetto: non posso prenderne le distanze, né usarlo senza che le conseguenze si ripercuotano sull’intera persona. E «sono un corpo» va completato con il chiarimento che non sono soltanto corpo. Per questo la filosofia dell’uomo preferisce il termine corporeità, che esprime meglio l’unità corporeo-spirituale e indica la soggettività umana nella sua condizione corporea.
La scuola fenomenologica ha permesso di superare in parte il dualismo tra uno spiritualismo disincarnato e un materialismo fisicista, grazie alla distinzione introdotta da Edmund Husserl (1859-1938) tra Körper, il corpo in senso puramente materiale, e Leib, il corpo vivente, proprio degli esseri dotati di caratteristiche psicofisiche.
L’uomo non è un organismo animale cui sia stata aggiunta una coscienza: è «intelligenza corporea», «spirito incarnato», secondo la formula di Ramón Lucas Lucas. Di fronte all’organismo, proprio dell’animale, l’uomo è caratterizzato dalla corporeità.
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Il corpo amico, il corpo nemico
La postmodernità, una volta dissolto il soggetto, ha concentrato la sua attenzione sul corpo in senso assoluto. La cura del proprio corpo diventa il dovere principale, motivo di soddisfazione ma anche forma laica di ascesi, per le rinunce che comporta; e la nuova colpa di cui vergognarsi è quella di un corpo poco curato. Il corpo, da messaggero della propria identità presso gli altri, diventa un nemico da sorvegliare, sempre pronto a tradirci.
Con il declino di una teleologia naturale la cura del fisico non consiste più nel favorire la natura, ma nel modificarla o correggerla: il corpo, come scrive Maria Teresa Russo, non è più un dato, ma un compito da realizzare, da sottoporre a building, costruzione o anche decostruzione.
Anche il rapporto mente-corpo, oggi, non è la semplice riproposizione dell’antico dibattito anima-corpo. Il termine «mente» si rifà all’inglese mind del Trattato sulla natura umana di Hume e indica l’insieme delle funzioni coscienti: il rapporto riguarda dunque funzioni psicologiche e neurofisiologiche, non i soggetti di tali funzioni. È una impostazione riduzionista che esclude la dimensione metafisica, e che tende a ridursi ulteriormente a rapporto mente-cervello, escludendo arbitrariamente aspetti della corporeità, come la funzione delle mani, importanti per l’espressione delle facoltà psichiche e intellettive.
Il corpo ha invece un carattere epifanico, rivelatore: è «l’organo per essere visto», dice Maurice Merleau-Ponty (1908-1961). Svela la persona agli altri e, allo stesso tempo, la vela. Ma è anche limite: normalmente passa sotto silenzio, mentre nel dolore, nella fatica, nella malattia diventa opaco, pesante, estraneo.
La salute è stata definita come la vita nel silenzio degli organi e come inconsapevolezza del proprio corpo (Georges Canguilhem, 1904-1995); nel corpo si vive una dialettica tra attività e passività, praxis e pathos, che Paul Ricoeur (1913-2005) riassume nell’espressione «io subisco questo corpo che governo».
Corpo e anima: una ricognizione storica
Nell’antropologia greca il corpo è uno dei principi ontologici dell’essere umano, ma è il principio della materialità, il luogo dell’irrazionalità che l’anima, sede dell’intelligenza, deve domare. Per Platone (428/427-348/347 a.C.) il corpo (soma) è il sepolcro (sema) dell’anima e il carcere da cui evadere. Anche per Aristotele il corpo è sede delle passioni che disturbano la contemplazione, ma non è più la tomba dell’anima: ne è lo strumento reale, sostrato e materia, potenzialità ricettiva di una forma. L’anima, per lui, è l’entelechia prima di un corpo naturale che ha la vita in potenza, e l’uomo è un «sinolo» di corpo e anima; ma, legata al corpo, ne condivide il destino di corruzione.
Tommaso d’Aquino vuole salvare l’unità dell’essere umano, compromessa dal dualismo platonico, senza escludere, come in Aristotele, l’immortalità dell’anima. L’anima è forma sostanziale e, insieme, sostanza piena e realtà sussistente solo come forma di un corpo; corpo e anima non sono due sostanze esistenti in atto, ma da essi risulta un’unica sostanza in atto, la persona. Questa intuizione impedisce anche la considerazione strumentale del corpo, condizione della storicità e della personalità stessa dell’uomo.
Con Cartesio (1596-1650) il quadro si spezza: il corpo è res extensa, sostanza estesa e priva di coscienza, perfettamente organizzata «come un orologio», e l’anima è res cogitans, la cui unica funzione è il pensiero. Con Leibniz (1646-1716), al corpo vengono riconosciute leggi di sviluppo intrinseche, ma il legame con l’anima diventa problematico e può essere garantito solo da Dio, attraverso una sorta di armonia prestabilita.
Salute e malattia
La questione del corpo ha una conseguenza immediata sul modo di intendere la salute. Nella cultura greca la salute è il giusto equilibrio delle forze dell’organismo, la misura conveniente: lo afferma l’Antica medicina ippocratica, e Platone la lega a un criterio non quantitativo ma qualitativo, di valore. Creare condizioni di salute significa far sì che le parti del corpo dominino o siano dominate in conformità alla natura; la parte non si cura senza il tutto, e il corpo non si cura senza l’anima. Da qui la proposta terapeutica platonica: chi esercita molto l’attività razionale procuri anche al corpo il suo movimento, e chi plasma il corpo si dedichi alla musica e alla filosofia.
La modernità ha elaborato diversi paradigmi. Il paradigma positivista, nato con la clinica, considera la medicina una scienza della natura e la malattia un’alterazione quantitativa rispetto a una norma, da ricondurre a una disfunzione fisiologica. Il paradigma struttural-funzionalista del primo Novecento vi aggiunge il sistema sociale: la malattia minaccia la stabilità di un sistema in cui ciascuno ha un ruolo, e la medicina diventa attività di controllo sociale. Il modello nominalista-radicale ribalta tutto, e fa della malattia una costruzione arbitraria dipendente da criteri sociali o culturali. Il paradigma fenomenologico guarda invece al vissuto, al significato che il soggetto dà alla propria situazione.
Il più recente, bio-psico-sociale, intende la salute come condizione vitale complessa del soggetto in relazione al suo ambiente, e la medicina non più solo come cure ma come care: relazione curativa, alleanza terapeutica tra il malato e chi lo cura.
La postmodernità, infine, ha liquefatto la nozione di salute, oscillante tra lo star-bene e il ben-essere. La «salute» fa riferimento a una norma stabilita in base a parametri misurabili; l’«essere in forma», il fitness, invece, è una nozione liquida, che non è né precisa né misurabile dall’esterno, proiettata nel futuro e mai pienamente realizzabile: una salute per tutti e per nessuno, che alimenta una costante sensazione di inadeguatezza. Anche la «qualità della vita» è un codice inventato dalla sensibilità postmoderna: rischia di mettere in dubbio che un’esistenza segnata da un handicap o da una malattia cronica valga la pena di essere vissuta.
La definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 1946, secondo cui la salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non la sola assenza di malattia, è da considerarsi utopistica. Si è tentato di correggerla, opponendo alla nozione di salute come stato quella di processo dinamico o equilibrio, e a quella di completo benessere quella di capacità relativa: la Carta di Ottawa (1986) precisa che per raggiungere il benessere l’individuo o il gruppo deve poter identificare e realizzare le proprie aspirazioni, soddisfare i bisogni, modificare l’ambiente o adattarvisi.
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La definizione personalista di salute
Per il personalismo la salute riguarda l’equilibrio dell’intera persona, e non è una proprietà dell’organismo. Va distinta una salute perfetta, concetto-limite cui ci si può soltanto approssimare, da una salute relativa, che consiste, nella formula di Pedro Laín Entralgo (1908-2001), nella capacità fisica di realizzare con il minimo fastidio e il minimo danno i propri progetti vitali.
Richard Siebeck (1883-1965) ne coglie il punto: la salute non è un fine ultimo, perché si è sani per vivere e per agire, e il senso della salute si trova nel progetto di vita buona che ciascuno si propone di realizzare. Platone affermava che prima viene la virtù, poi seguono la salute e la saggezza, come un dio è seguito dal suo corteo.
In questa luce la salute è un bene penultimo, cioè relativo, e perciò la scoperta che anche nella limitazione della malattia si è capaci di, si conserva cioè la possibilità di volere e di amare, può aiutare a non cadere nella disperazione davanti a una malattia cronica o mortale. È un equilibrio che riguarda tutta la persona, «il ritmo della vita, un processo incessante in cui l’equilibrio si ristabilizza sempre», scrive Hans-Georg Gadamer (1900-2002). Quattro sono dunque le dimensioni della salute, che si intersecano e si compenetrano: quella organica, quella psichica e mentale, quella ecologico-sociale e quella etica.
Quale bioetica per quale persona
Se la persona è sostanza e non semplice funzione, se è unità di corpo e spirito e non somma di meccanismi, e se il suo corpo non è un oggetto da possedere né un nemico da sorvegliare ma la sua stessa epifania, ne discende che la bioetica non può misurare la dignità sul grado di esercizio delle facoltà, né ridurre la salute a prestazione o a benessere percepito.
Il criterio resta quello dell’origine: l’essere umano è persona perché nasce da altri esseri umani, e lo è per tutto il tempo in cui il suo organismo vive.
Su questo fondamento, come mostra la bioetica personalista ontologicamente fondata di cui scrive il cardinale Sgreccia, si regge la tutela di chi non può far valere le proprie ragioni: il nascituro, il malato cronico, il morente.
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Bioetica
Attivista antiabortista britannica si dichiara non colpevole di aver pregato in silenzio in una «zona cuscinetto»
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Bioetica
L’amministrazione Trump nega di aver rinviato la decisione sulla pillola abortiva a dopo le elezioni di medio termine
L’amministrazione Trump smentisce una nuova notizia secondo cui alti funzionari della Casa Bianca avrebbero ritardato di proposito i provvedimenti sulla pillola abortiva fino a dopo le elezioni di medio termine del mese prossimo, sebbene diversi attivisti pro-vita nazionali affermino di aver ricevuto lo stesso messaggio. Lo riporta LifeSite.
Il Washington Sun ha riferito che un «alto funzionario dell’amministrazione», rimasto anonimo, avrebbe detto che i funzionari guidati dal capo di gabinetto della Casa Bianca, Susan Wiles, avrebbero «direttamente» indicato al procuratore generale Todd Blanche di «procedere con cautela in qualsiasi azione relativa all’aborto», perché «un approccio aggressivo sull’aborto genererebbe attenzioni indesiderate».
«Nessuno vuole che intraprendiamo azioni concrete prima delle elezioni di medio termine», avrebbe aggiunto il funzionario. La Casa Bianca ha risposto che la notizia era «completamente falsa» e che tali conversazioni «non sono mai avvenute tra funzionari della Casa Bianca e funzionari del Dipartimento di Giustizia». Il Sun ha però citato diversi attivisti pro-vita e conservatori che avrebbero sentito la stessa versione.
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Tom McClusky, direttore degli affari governativi di CatholicVote, ha detto di sentire «la stessa cosa da ogni agenzia con cui parlo e dai membri del Congresso. È sempre la stessa: non succederà nulla fino a novembre». La presidente di Students for Life, Kristan Hawkins, ha parlato di incontri «incoraggianti» con funzionari dell’amministrazione, ma Kristi Hamrick, della stessa organizzazione, ha affermato che «tutto tranne le elezioni viene rimandato a dopo le elezioni».
«Una volta terminate le elezioni di metà mandato e con l’inizio della fase di transizione, abbiamo sentito dire che non ci saranno più mezze misure», ha dichiarato un «conservatore in contatto con l’amministrazione» rimasto anonimo, aggiungendo: «Abbiamo sentito dire che abbiamo degli amici, e ci sono sicuramente persone che sono fermamente pro-vita».
Il nodo è il rifiuto dell’amministrazione Trump di applicare una disposizione del Comstock Act del 1873, che rende illegale per il servizio postale statunitense e per altri corrieri consegnare qualsiasi «articolo, strumento, sostanza, farmaco, medicinale o cosa che sia pubblicizzato o descritto in modo tale da indurre altri a usarlo o applicarlo per praticare l’aborto», oppure di annullare la decisione della Food and Drug Administration (FDA) dell’epoca Biden che ha eliminato l’obbligo di dispensazione di persona per le pillole abortive.
L’Ufficio di consulenza legale del Dipartimento di Giustizia di Biden ha sostenuto, in sostanza, che la norma Comstock non intendeva ciò che dice e che le pillole abortive potevano essere spedite, consegnate e ricevute liberamente «qualora il mittente non avesse l’intenzione che il destinatario le usasse illegalmente». E poiché «esistono molteplici modi in cui i destinatari in ogni stato possono usare questi farmaci, incluso per provocare un aborto, senza violare la legge statale», «la semplice spedizione di tali farmaci in una determinata giurisdizione non è una base sufficiente per concludere che il mittente intenda che vengano usati illegalmente».
Durante la campagna per tornare alla Casa Bianca nel 2024, Donald Trump dichiarò che non avrebbe annullato questi cambiamenti. Finora ha mantenuto la promessa, con forte frustrazione dei sostenitori pro-vita; nel maggio 2025 l’amministrazione promise però una revisione dei dati sulla sicurezza della pillola abortiva, da cui i pro-vita sperano un cambio di rotta. L’assenza di azioni concrete da allora, unita alla richiesta dell’amministrazione ai tribunali di respingere le cause degli Stati pro-vita contro la pillola fino al completamento della revisione, ha alimentato quella frustrazione.
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La conclusione della revisione non è prevista prima di novembre, il che rafforza il sospetto che i tempi siano dettati da ragioni politiche. L’amministrazione insiste di procedere con la massima cautela e accuratezza nell’analisi dei dati di sicurezza. Ciò può spiegare il rafforzamento delle motivazioni per abrogare le norme della FDA, ma il Comstock Act non dipende dalla sicurezza delle pillole per chi le assume.
Le pillole abortive ordinate per posta sono diventate lo strumento più efficace della lobby abortista per aggirare le leggi statali e preservare la «libertà di scelta» senza la sentenza Roe v. Wade. Gli ultimi dati del Guttmacher Institute, organizzazione che è de facto il braccio ricerca e sviluppo della multinazionale dell’aborto Planned Parenthood, indicano negli Stati Uniti 1.125.930 aborti clinici nel 2025, un lieve aumento rispetto al 2024, attribuito in gran parte alle pillole abortive. Il rapporto annuale 2024-2025 di Planned Parenthood rivendica 434.450 aborti praticati negli USAdall’organizzazione, un record e l’8 per cento in più rispetto all’anno precedente.
Scollegare del tutto le pillole dalla supervisione medica amplifica però rischi già noti, ricorda LifeSite. I pro-vita citano un’analisi dell’aprile 2025 dell’Ethics & Public Policy Center, secondo cui quasi l’11 per cento delle donne soffrirebbe di sepsi, infezioni, emorragie o altre patologie gravi dopo il mifepristone, sulla base di dati assicurativi. Risultati analoghi della Restoration of America Foundation entrerebbero in un «insieme crescente di prove che indicano come i rischi per la salute associati agli aborti con mifepristone siano gravi, diffusi e significativamente sottostimati».
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Immagine di Mathieu Landretti via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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