Pensiero
Carramba che vaccino. Carramba che menzogne.
Quando è spirata lo hanno detto subito: era malata, e da tempo. 48 ore dopo hanno fatto uscire la dichiarazione di un medico: «tumore ai polmoni».
Nel frattempo, qualcuno in rete ha tirato fuori un festival del cortometraggio all’Argentario (luogo cui era legata) dove avrebbe dovuto partecipare in veste di madrina. Era programmato per fine luglio, possibile che avesse assentito a questo impegno nonostante la malattia? Magari, come è parso a qualcuno, non doveva partecipare fisicamente, ma solo metterci il nome, visto che aveva indetto un premio di 4 mila euro per il corto con l’idea più originale (per inciso: la notizia per cui i festival del cortometraggio esistono ancora è forse la più tremenda che abbiamo ricevuto in questo biennio pandemico).
Quindi, si è vaccinata mentre già stava male? Mentre era in terapia? Il cancro è subentrato poi – senza alcuna correlazione, beninteso – dopo il vaccino? Non lo sappiamo
Sarà. Il fatto è che le sue dichiarazioni pro-vaccino, secondo le quali bisognava vaccinarsi per tornare alla libertà, sono rimaste. Quindi, si è vaccinata mentre già stava male? Mentre era in terapia? Il cancro è subentrato poi – senza alcuna correlazione, beninteso – dopo il vaccino? Non lo sappiamo. Del resto c’è la privacy (no? non vi sembra?) e poi non fecero l’autopsia nemmeno di Papa Luciani, figurarsi se si deve indagare sul corpo della papessa della RAI.
Niente, riguardo a questa storia della Carrà è rilevante, in fondo. Perché l’unica cosa che possiamo imparare è qualcosa che già sapevamo: la gente non crede più a nulla. Per lo meno, una parte cospicua della popolazione non ripone alcuna fiducia in quello che le è raccontato da media, autorità, istituzioni – e perfino dalle celebrità, un tempo famose per la trasgressione che si potevano pure concedere, ora rese funzionarie di continue esortazioni al conformismo più trito (pensate a tutti quei cantanti italiani, oramai rugosi e asserviti al potere, bolsi e covidioti).
Lo stanno notando negli USA ultimamente per un altro ciuffo ossigenato, certo portatore di ben altra autenticità rispetto alla Raffaella nazionale: i supporter di Trump non considerano nemmeno più le narrazioni ufficiali sul coronavirus, sulle elezioni americane, su tutto ciò che viene fatto (di recente, le accuse giudiziarie al «cassiere» della ditta Trump Allen Weissenberg, adesso si dice che la prossima ad essere arrestata sarà Ivanka) intorno all’ex presidente che hanno votato in massa. Secondo un ultimo sondaggio, ora addirittura la maggioranza degli americani crede che il COVID sia uscito dal laboratorio; non più tardi di qualche giorno fa, tuttavia, il New York Times piazzava un articolone in cui vari scienziati ripetono che è molto più probabile che il virus sia venuto da una specie animale intermedia tra uomo e pipistrello, specie che come noto non è stata ancora trovata, ma pazienza (in verità Renovatio 21 è in grado di dirvi nome e cognome della creatura link tra umani e chirotteri, si chiama Shi Zhengli, la virologa wuhaniana chiamata appunto «Batwoman»)
Nessun giornalista si pone due domande due sulla malattia e sul vaccino, e sulla loro possibile concomitanza? Magari anche solo per esprimere la domanda posta poco sopra, sulla quale ci sembrerebbe importante informare la gente: come ci comportiamo con il vaccino nel caso di malati di tumore?
Tra queste due parti della popolazione, quella che si beve tutte le frottole contraddittorie e quella che invece è (per dirla in gergo) redpillata – cioè si è svegliata – non c’è nessuna soluzione di continuità, nessuna sfumatura possibile. Questa è la grande novità: la polarizzazione tra i componenti è assoluta. Non esiste il grigio, così come non esistono signore che sono «un po’ incinta».
Anche in Italia, una parte consistente della popolazione non crede più a niente di quello che le viene detto. Per il potere costituito ciò è devastante: significa che esso non ha i comandi a disposizione, di fatto ha perso la sovranità su una fetta della popolazione. Una secessione cognitiva de facto. Riguardatevi le immagini delle migliaia di persone, di totale varietà di censo e di età e di cultura, che si ritrovavano alla celeberrima Torteria di Chivasso. Guardatevi i servizi alla TV, per esempio quello delle Iene, con l’inviato con la erre moscia che canzona i manifestanti, senza riuscire a contenersi e non trattenersi dallo spiegare alle migliaia di persone che sono tutte fake news e che Bill Gates non è il diavolo, dai.
Nel caso di Raffaella Carrà le proporzioni sono aumentate. Per chi ha anche solo il lontano dubbio che si possa essere trattato di uno dei tanti eventi avversi del vaccino, ogni dettaglio è sospetto. La menzogna del potere può nascondersi dietro ogni comunicazione che ci arriva su storie di questa portata propagandistica.
Nessun giornalista si pone due domande due sulla malattia e sul vaccino, e sulla loro possibile concomitanza? Magari anche solo per esprimere la domanda posta poco sopra, sulla quale ci sembrerebbe importante informare la gente: come ci comportiamo con il vaccino nel caso di malati di tumore?.
«Morirò senza saperlo. Sulla mia tomba lascerò scritto: “Perché sono piaciuta tanto ai gay?”» aveva detto all’epoca. Ci pare anche questa una piccola bugia. Davvero nessuno le ha detto come mai gli omosessuali siano attratti pazzamente da queste figure di donne di femminilità disinibita, eccessiva?
Le fanno una specie di funerale di Stato all’Ara Coeli, trasmesso in TV. Ma era cattolica l’inventrice del Tuca Tuca, con cui a Canzonissima scandalizzò la RAI democristiana del 1971? Nonostante la vita personale che aveva condotto (compagna di Boncompagni, ragazza di Little Tony e di antichi calciatori a caso; nullipara, ma ci tengono a farci sapere che adottava a distanza) ora insistono che lo era, anzi, aspettate un attimo, ecco qua, era devota di Padre Pio. Carramba che sorpresa.
Eccerto. I giornalisti devono esserselo ricordato anche quando nel 2017 la Carrà divenne madrina del World Gay Pride a Madrid. «Morirò senza saperlo. Sulla mia tomba lascerò scritto: “Perché sono piaciuta tanto ai gay?”» aveva detto all’epoca. Ci pare anche questa una piccola bugia. Davvero nessuno le ha detto come mai gli omosessuali siano attratti pazzamente da queste figure di donne di femminilità disinibita, eccessiva? Di quelle donne, non belle ma coriacee e di femminilità caricaturalmente estrovertita? Delle varie Mina, Dalida, Madonna, Lady Gaga etc.? Davvero non è mai riuscita a darsi una risposta, come invece riescono a farlo milioni di persone che non presiedono alle marce mondiali dei gay?
Davvero dovremmo credere alla balla per cui la Carrà non ha mai capito perché era un’icona gay? O forse non possiamo dirlo perché poi dovremmo capire perché alcuni omosessuali – ad esempio, la sottocategoria chiamata dei bears, gli orsi – hanno come modello erotico un uomo grosso e barbuto, del genere Babbo Natale (per chi non ci è ancora arrivato, la regia manda un aiutino: ha a che fare, in ambo i casi, con qualcosa che non ha trovato equilibrio in famiglia, ma solo a nominare teorie freudiane come queste, ora radiano psicologi e domani si andrà in galera e in rieducazione).
Il blob democristiano alla fine aveva metabolizzato anche la finta bionda con l’ombelico di fuori. Anzi: era la Raffaella ad aver capito che l’Italia della DC era solo una massa informe, che si poteva plasmare con il tempo e la persistenza. Vinse lei: del resto, ai Gay pride ora non solo ci vanno i residui della DC, ma pure spezzoni consistenti del clero cattolico.
E in fatto di gay e di menzogne, come non ricordare, mentre si approssima l’ora zero del DDL Zan, che emergono perfino sui giornali mainstream le balle che di continuo provano a propinarci sull’argomento? L’ultima è quello del ragazzino calabrese suicida, che subito avevano detto vittima di bullismo «omofobo» (per cui «subito il DDL Zan») e ora invece vien fuori che potrebbe essere stato travolto da un giro di ricatti e prostituzione minorile. Facciamo notare che «prostituzione minorile» in teoria può significare «pedofilia», almeno penalmente: ma la parola il giornalista evita di usarla.
E ancora: a Verona il caso di scritte «omofobe» contro una coppia omosessuale che «per la procura sono state scritte dai due».
A Padova, il caso del presunto agguato «omofobo» che finisce nel nulla: tutti condannati per rissa, anche la coppia gaia.
Quante altre balle, tra virus e perversioni globali, dobbiamo sentire?
Riformuliamo: quante altre menzogne pensano di poter rifilare alla popolazione prima che questa prenda coscienza in maggioranza dell’agenda in corso, e della totale illegittimità di un potere che mente?
Aveva capito, probabilmente con decenni di anticipo, dove sarebbe andato a finire il mondo, e ne seppe approfittare benissimo: da regina della TV a imperatrice dei gay – sulla soglia deli 80 anni
Torniamo alla Carrà. Un grande mistero per noi, che l’abbiamo sempre trovata fastidiosa: strapagata, prepotente, dotata di nessun talento particolarmente rilevante, se non quello, che hanno certe donne, di piazzarsi al centro della scena (anche senza meriti) e di fregarsene altamente di quello che dicono o che vogliono gli altri. Malignarono, quando le fecero presentare uno dei Sanremo, sul fatto che lei, a differenza dei suoi colleghi degli anni precedenti, alla sera non guardava i dati dell’audience: qualcosa che se fosse vero ce la renderebbe più simpatica. Qualcuno ricorda (ma al momento non troviamo riscontro) che sul suo compenso immane ci fu pure un’interrogazione parlamentare. Ma che importa? Non ebbe problemi ad avere ospite del suo divano TV Andreotti: il blob democristiano alla fine aveva metabolizzato anche la finta bionda con l’ombelico di fuori.
Anzi: era la Raffaella ad aver capito che l’Italia della DC era solo una massa informe, che si poteva plasmare con il tempo e la persistenza. Vinse lei: del resto, ai Gay pride ora non solo ci vanno i residui della DC, ma pure spezzoni consistenti del clero cattolico.
Aveva capito, probabilmente con decenni di anticipo, dove sarebbe andato a finire il mondo, e ne seppe approfittare benissimo: da regina della TV a imperatrice dei gay – sulla soglia deli 80 anni.
Ferire la Carrà è ferire qualcosa che larga parte del Paese considera come un bene prezioso, un’archetipo vitalista presente nella psiche della stragrande maggioranza dei cittadini italiani
Immaginate, quindi, l’importanza di eliminare ogni possibile dubbio su un evento avverso da vaccino. Milva, morta anche lei poche settimane fa ad un mese dall’iniezione di mRNA, era un’altra cosa. La Pantera di Goro era sedentaria, allineata con la sua età: invece la Carrà incarnava un’energia inesausta (anche dopo i 60, 70, 80 – anzi anche quando a quaranta o cinquanta ballava facendo rimbalzare il caschetto ci pareva grottesca), e poteva inquadrarsi come una sorta di cercatrice dell’immortalità divistica – in questo senso crediamo che non avere figli, ed avere attorno a se un culto omosessuale totale, aiuti. Pensateci: avete mai pensato alla Carrà come ad una donna vecchia? Avete mai solo concepito l’idea che la Carrà potesse invecchiare?
Quindi, ferire la Carrà è ferire qualcosa che larga parte del Paese considera come un bene prezioso, un’archetipo vitalista presente nella psiche della stragrande maggioranza dei cittadini italiani.
E poi, ricordiamolo: la Carrà era un personaggio transnazionale. Era finita intervistata perfino dal talk show americano più importante, quello di David Letterman. Tuttavia era in Ispagna che la donna godeva di una fama immane, pari forse a quella di cui godeva in Italia.
Insomma, qualsiasi idea di correlazione con il vaccino nella morte della Carrà avrebbe fatto scattare l’effetto Tiffany Dover. È un momento delicato, non è possibile che ci muoiano i testimonial, non in diretta TV, non se hanno questa importanza psicologica per la massa.
Quante altre menzogne pensano di poter rifilare alla popolazione prima che questa prenda coscienza in maggioranza dell’agenda in corso, e della totale illegittimità di un potere che mente?
Quindi, niente carramba per il vaccino.
Per il resto, siamo travolti dalla carramba delle menzogne propinateci oramai ad ogni minuto. Non sappiamo ancora per quanto. Non lo sanno neanche loro, che stanno forzando la mano.
Soprattutto, nessuno sa quando la pazienza finirà del tutto.
Pensiero
Il Giappone di fronte alla legalizzazione della prostituzione
La Takaichi ha fatto anche cose buone. Nel corso di marzo una commissione del governo giapponese dovrebbe iniziare a discutere una riforma della legge che regolamenta la prostituzione nel Paese. Allo stato attuale la compravendita di prestazioni sessuali opera in un’area grigia ampiamente tollerata, fondata su quello che è di fatto un patto Stato-crimine organizzato efficace, per quanto esecrabile.
Sulla carta, la legge in Giappone non permette atti sessuali a pagamento che comportino la penetrazione vaginale, il che ha portato al fiorire di un’offerta di prestazioni alternative per soddisfare l’inevitabile domanda. È facile intuire però che le stanze degli alberghi a ore non dispongano di VAR, ragion cui per cui eventuali operazioni di meretricio sconfinanti nell’illecito non si vedono fischiare il pur meritato fuorigioco.
Al di là della visione «pagana» che ha della sessualità una civiltà che, per sua disgrazia, ha rifiutato il cristianesimo, si può semplificare dicendo che l’interesse della legislazione nipponica è quello di mantenere la prostituzione entro un’area limitata, proibendo ad esempio la ricerca di clienti in strada, in modalità peripatetica.
Allo stato attuale, chi viene punito è chi vende il servizio, non chi lo compra: il cliente è quindi di fatto deresponsabilizzato.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Alcuni fatti di cronaca recenti hanno però portato l’attuale esecutivo a riconsiderare la situazione. In primis c’è la trasformazione della zona della capitale tra Kabukicho e Shin Okubo (uno dei centri della vita notturna tokyota) in un centro della prostituzione di strada, dove ragazze poco più che adolescenti stanno nei parchi o sul ciglio della strada in cerca di clienti.
La zona in questione è anche una delle visite obbligatorie per i turisti stranieri (gattino in 3D e testone di Godzilla vi dicono niente?): unite la cosa all’attualmente bassissima valutazione dello yen e otterrete come il risultato che il Giappone sta diventando meta di turismo sessuale per i turisti di mezzo mondo.
Che le autorità sembrino finalmente volersi muovere contro questo umiliante fenomeno non può che essere apprezzato da chiunque, al di là delle personali idiosincrasie politiche.
A fare sì invece che si iniziasse a considerare la responsabilità penale del cliente è stata l’amara scoperta che a Yushima, a due passi dal famoso parco di Ueno, una dodicenne thailandese sia stata per mesi fatta lavorare in un bordello locale (ovvero: tecnicamente non un bordello sul modello di quelli attualmente legalizzati in Europa, ma comunque un esercizio che sulla carta operava legalmente).
Sono stati immediatamente arrestati la donna thailandese che fungeva da procacciatrice di lavoratrici per il postribolo e il proprietario dello stesso, ma il fatto che le indagini non abbiano immediatamente coinvolto i clienti ha causato indignazione generale.
Alla carrellata degli orrori di un mondo che l’idiozia imperante vende, a turno, come occasione di emancipazione della donna, raffinato passatempo per esteti gaudenti o razionale strumento di educazione sessuale, aggiungiamo il feto fatto a pezzi trovato nel frigorifero di un bordello di Kinshicho, nella zona est di Tokyo.
Una 22enne che lavorava e, a quanto pare viveva, nel bordello avrebbe partorito il bambino e, colta dal panico, immediatamente deciso di eliminarlo. Volendo però che il suo bambino le restasse vicino, avrebbe poi nascosto il corpo smembrato nel reparto congelatore del frigorifero del locale.
Non si sa quanto tempo sia passato prima che una delle altre lavoratrici se ne accorgesse, né come sia stato possibile che gravidanza, parto e infanticidio siano sfuggiti a gestore, clienti e colleghe.
Sostieni Renovatio 21
Al di là dell’orrore in questione, la notizia è un eccellente promemoria di un altro inevitabile effetto collaterale della prostituzione: gravidanze indesiderate e conseguente strage di innocenti.
La recente approvazione alla vendita della pillola abortiva come medicinale da banco in Giappone non potrà che peggiorare la situazione. Auguriamo di cuore al governo Takaichi di riuscire a sanare, almeno in parte, i danni che la prostituzione infligge alla società giapponese.
A Tokyo, nei pressi della stazione di Minowa, si trova il tempio Jokanji. Qui un monumento ricorda le più di 25000 prostitute del vicino quartiere dei piaceri di Yoshiwara che, una volta morte, venivano buttate come spazzatura all’entrata del tempio affinché i monaci si occupassero delle loro salme.
Se questo è il numero stimato delle donne gettate come oggetti inutili, proviamo a immaginare quello dei bambini indesiderati. Spero che un giorno Tokyo avrà un cimitero cattolico dove verranno ricordate le innumerevoli vite innocenti sacrificate nei secoli ai demoni che tiranneggiano sul Giappone.
Beato Giusto Takayama Ukon, prega per il Giappone.
Taro Negishi
Corrispondente di Renovatio 21 dal Giappone
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Pensiero
Consacrazioni FSSPX, non «chi», ma «quanti»: il sogno di un fedele
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Sostieni Renovatio 21
Aiuta Renovatio 21
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Essere genitori
Bambini nella neve, bambini nel bosco: pedolatria olimpica e pedofobia di sistema
Un bambino di undici anni è stato lasciato a terra dall’autista della corriera di linea che doveva riportarlo a casa dopo la scuola, da San Vito a Vodo di Cadore, perché il biglietto ordinario, di cui pure era in possesso, non era valido in costanza di celebrazioni olimpiche. Così, se ne è ritornato a piedi camminando all’imbrunire per sei chilometri e due ore. Per fortuna è arrivato alla meta sano e salvo.
Il signor Salvatore Russotto, dipendente della ditta di trasporti responsabile del misfatto, si è scusato con la famiglia del piccolo e si è detto mortificato per non aver avuto la prontezza di trovare lì per lì una soluzione congrua alle circostanze, soprattutto all’età del viaggiatore. Ha semplicemente fatto – automaticamente e stolidamente – quello che gli era stato detto di fare. «L’azienda ci aveva dato disposizioni chiare: invitare a scendere chiunque non avesse il titolo di viaggio valido. Non ci hanno detto nulla sui minorenni che vanno fatti salire comunque». «Mi fa male il cuore, a pensarci a mente fredda mi rendo conto di aver sbagliato, chiedo scusa al bambino e alla sua famiglia». «Mi assumo la responsabilità e pagherò quello che ci sarà da pagare».
È stata aperta un’inchiesta; intanto, il signor Russotto ha ricevuto un provvedimento di sospensione dal lavoro a tempo indeterminato. E intanto, la ditta opera a pieno regime.
Sostieni Renovatio 21
Sulla vicenda, che ha suscitato un grande clamore mediatico, si sono scatenati i commentatori sociali compulsivi invocando punizioni esemplari verso l’unico birillo esposto alla pubblica gogna e al libero insulto: l’autista disumano.
Ma ai giustizieri sommari, agli incontinenti da tastiera e in genere a coloro cui va bene così – capro espiatorio e via – andrebbe mostrata qualche altra faccia di quello che sembra un monolite, nella realtà è un poliedro. Perché, guardando all’insieme, il quadro forse si fa un po’ diverso, e come sempre c’è un dito e c’è una luna.
A partire dalla trovata del biglietto olimpico, che non è un’invenzione del signor Russotto. Per viaggiare da scuola a casa, infatti, l’undicenne avrebbe dovuto davvero esibire il biglietto speciale ultramaggiorato (di quattro volte tanto) imposto a chiunque, per qualsiasi motivo, tocchi percorrere un pezzo qualsiasi della tratta Calalzo-Cortina e viceversa durante il lungo arco temporale investito dai giochi invernali.
Per muoversi su e giù per la valle con mezzi privati, ai residenti e persino ai lavoratori abituali, è richiesto un permesso speciale, proprio allo scopo di disincentivare l’uso dell’auto a favore dei trasporti pubblici. Che però, appunto, costa(va)no una follia. Un modo come un altro, insomma, per costringere tutti, nessuno escluso, a prendere parte all’ultimo opulento rituale collettivo, offrendo sacrifici – non a Zeus, ma ad altre divinità sopravvenute.
Solo dopo il fattaccio, la provincia ha cercato di salvare la faccia: in prima battuta, con grande sprezzo del ridicolo, ha graziosamente concesso ai residenti che ne facessero regolare domanda di provare a ottenere un rimborso dei biglietti già acquistati, fino a esaurimento fondi, e tanti auguri; poi, crepi l’avarizia, ha addirittura ripristinato, per i residenti, il prezzo consueto dei biglietti.
Ci si chiede: serviva una storia come questa, e i riflettori puntati addosso a una fettina del sistema che sta dietro ai lustrini, per portare alla luce una fettina del latrocinio che si consuma all’ombra dei giochi? Perché di latrocinii e di sfregi e di soprusi olimpici in danno dei territori e dei loro abitanti, di lavoratori e di studenti, di incolpevoli cittadini e di poveri contribuenti, è difficile ormai tenere il conto. Per conferma, chiedere ai milanesi.
Ma non è tutto qui. Il tempismo e il genio risolutore delle istituzioni si sono magicamente manifestati – stavolta sub specie Malagò – anche nei confronti del bambino, al quale è stato offerto un ruolo nella cerimonia di apertura delle olimpiadi a titolo di compensazione. Motivazione a favor di telecamera: «per scaldargli il cuore». Famiglia entusiasta, dice festante la mamma: «siamo increduli, dalle stalle alle stelle». Da una scarpinata, insomma, è nata una star: giornaloni, trasmissioni TV, parti in commedia (occhio ora al San Remo all’orizzonte), foto, luci e sipari.
Dalla favola resta fuori l’autista, privato dello stipendio in attesa del verdetto della ditta di cui è dipendente. Non escludiamo che in questo tripudio di gioie, una volta scontata un po’ di graticola, ne uscirà graziato, e l’immagine dell’azienda lucidata a festa anche lei. Perché le Olimpiadi rendono tutti più buoni e più belli, dentro e fuori, come dice la pubblicità. Certo è che, nel mentre, il signor Russotto sta materialmente pagando: paga il proprio zelo spinto fin oltre il dovuto.
E qui sommessamente ricordiamo che, come lui, hanno agito tanti suoi colleghi in tempo di altri lasciapassare, quando ai bambini senza tessera verde era impedito di salire sul bus, o addirittura venivano costretti a scendere a corsa iniziata, magari in mezzo al nulla. Eppure, nessuno allora si stracciava le vesti. Anzi, la gente plaudiva ai bravi controllori, ai diligenti gregari rispettosi delle regole, perché è così che si fa: gli infedeli al culto di Stato andavano puniti in modo esemplare, senza limiti di età. Ai bambini si poteva infliggere impunemente ogni sorta di vessazione e infatti ogni sorta di vessazione è stata loro inflitta, nell’invasamento orgiastico fomentato da raffiche di dpcr e dalla loro libera interpretazione a senso unico non alternato. Si stava celebrando un altro rito, allora, i cui effetti devastanti sono oggi manifesti, e sono incalcolabili.
Evidentemente quella lezione lì qualcuno l’ha imparata, senza accorgersi che nel frattempo la scena era mutata, che ora vige in via provvisoria un’altra religione, e che i suoi sacerdoti preferiscono indossare la maschera dei difensori dell’infanzia perché si porta bene, e poi perché nella nuova fiction ecumenica manca un nemico oggettivo sul quale sfogare sadismi repressi, manca l’elemento dissenziente sul quale infierire: manca il mostro – o mostriciattolo – no vax.
La piega pedolatrica olimpica serve a lavarsi la coscienza, ad autoconvincersi e a convincere il pubblico pagante che questa società, pedofoba e pedofila, è una società che difende i bambini.
Aiuta Renovatio 21
E invece i bambini sono le sue prede privilegiate e fuori dalle quinte degli spettacoli di distrazione di massa continuano a essere programmaticamente maltrattati, indottrinati, manipolati, strappati alle loro mamme e ai loro papà se refrattari alle liturgie. Continuano a soffrire, defraudati di tutto quanto dovrebbe spettare all’età dello stupore e della scoperta.
Il paradigma con cui dobbiamo fare i conti non è, come vorrebbero farci credere, la bella festa di Riccardo, eroe olimpico per caso e per magnanimità dei potenti. Il vero paradigma è il Forteto, è l’infinita serie di famiglie dilaniate dai servizi sociali, è la scientifica distruzione della casa nel bosco e di mille altre case sui cui muri gli addetti alla sorveglianza hanno individuato una crepa attraverso la quale far penetrare la zampa del lupo, più o meno travestito. Storie dove manca il finale in cui vissero tutti felici e contenti grazie a un intervento dall’alto.
Nessuna carica istituzionale interverrà a fermare i lupi (che non sono gli autisti di autobus) e a consolare quel fiume carsico di dolore allo stato puro che scorre ovunque sotto di noi; nessuno arriverà mai a «scaldare il cuore» di quei bambini.
La vera guerra da cui proteggere i corpi e le anime dei nostri piccoli è una guerra silenziosa che ci tocca combattere da soli, a mani nude.
Elisabetta Frezza
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine generata artificialmente
-



Oligarcato2 settimane faEpstein aveva proposto a JPMorgan un piano per ottenere «più soldi per i vaccini» da Bill Gates
-



Spirito2 settimane faLa profezia di padre Malachi Martin avvertì nel 1990: «potremmo trovarci finalmente di fronte a un falso papa»
-



Cina5 giorni faEnigmi femminili cinesi alle Olimpiadi
-



Vaccini2 settimane faVaccini e COVID, l’architetto chiave della lista contro la «disinformazione» si dimette dopo l’uscita dei documenti Epstein
-



Spirito1 settimana faL’élite ostracizza chi si non si converte all’ideologia infernale del globalismo: omelia di mons. Viganò nel Mercoledì delle Ceneri
-



Spirito1 settimana faMons. Viganò sul set della «Resurrezione» del cattolico tradizionalista Mel Gibson
-



Predazione degli organi6 giorni faUn cuore «bruciato», due vite spezzate dalla predazione degli organi
-



Oligarcato1 settimana faEpstein e Gates hanno finanziato un portale di ricerca per controllare il dibattito scientifico











