Geopolitica
«Bombardare i data center»: l’ex CEO di Google parla della guerra mondiale per l’AI
L’ex CEO di Google Eric Schmidt ha recentemente tenuto un TED Talk, presentando uno scenario ipotetico per evidenziare come le tensioni geopolitiche potrebbero accelerare la corsa agli armamenti dell’IA, in particolare tra Stati Uniti e Cina.
L’ex capo del colosso informatico, passato nel 2016 a lavorare nel Board dell’Innovazione della Difesa USA, avvertito che questa corsa potrebbe intensificarsi fino a includere sabotaggi o persino attacchi ai data center in caso di conflitto.
Nel suo discorso Schmidt ha affermato che lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale open source in Cina, esemplificato dalla svolta in termini di efficienza di DeepSeek, rappresenta un rischio strategico per gli Stati Uniti, che attualmente privilegiano modelli di Intelligenza Artificiale chiusi e strettamente controllati.
Poiché la Cina condivide apertamente i suoi progressi nell’Intelligenza Artificiale, gli Stati Uniti ne traggono vantaggio, ma rischiano di rimanere indietro nella corsa globale all’open source, ha dichiarato lo Schmidt.
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Schmidt ha affermato che questa dinamica potrebbe sfociare in un nuovo tipo di corsa agli armamenti, in cui il primo Paese a raggiungere la superintelligenza ottiene un dominio irreversibile grazie agli effetti di rete, avvertendo che se un Paese perde anche solo un piccolo vantaggio, la parte in svantaggio potrebbe ricorrere ad azioni sempre più disperate, tra cui sabotaggi o addirittura attacchi preventivi ai data center, per evitare di essere superato.
«Allora cosa farò? La prima cosa che farò sarà cercare di rubarti tutto il codice. E tu me l’hai impedito perché sei bravo. E sei stato bravo» ha argomentato l’ex Google, delineando i passi che una nazione potrebbe intraprendere se iniziasse a perdere terreno nella corsa all’Intelligenza Artificiale.
«Secondo, poi ti infiltrerò con degli umani. Beh, hai buone protezioni contro questo. Sai, non abbiamo spie. Quindi cosa faccio? Entrerò e cambierò il tuo modello. Lo modificherò. Ti farò davvero a pezzi per prendermi, così sarò un giorno avanti a te».
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«Qual è la mia prossima scelta? Bombardare il vostro data center. Ora, pensate che sia pazzo? Queste conversazioni si stanno svolgendo oggi nel nostro mondo intorno agli oppositori del nucleare. Ci sono persone legittime che sostengono che l’unica soluzione a questo problema sia la prevenzione».
Schmidt ha tracciato parallelismi con la deterrenza nucleare della Guerra Fredda, suggerendo che i politici odierni non abbiano ancora sviluppato un quadro per gestire i rischi geopolitici dello sviluppo dell’iper-Intelligenza Artificiale. Senza tali barriere, il mondo potrebbe trovarsi ad affrontare la destabilizzazione entro il 2030.
Con Schmidt che conferma che la politica estera e gli ambienti militari stanno già discutendo di scenari che prevedono attacchi preventivi alle infrastrutture critiche dell’intelligenza artificiale, inclusi i data center, la spinta di Trump per uno scudo missilistico emisferico sembra avere molto più senso ora. Trasferire i data center nel cuore degli Stati Uniti non riguarda solo l’accesso a energia a basso costo; è anche una questione di sicurezza geografica, offrendo una protezione molto maggiore rispetto alle vulnerabili località della costa occidentale o orientale.
Schmidt è la 55ª persona più ricca del pianeta (secondo il Bloomberg Index), che da diversi anni ha lasciato la Silicon Valley per i piani altissimi dell’Esercito USA.
Dal 2019 al 2021, Schmidt ha presieduto la Commissione per la sicurezza nazionale sull’Intelligenza Artificiale. Nel 2021 uscì un libro scritto da Schmidt a quattro mani con il 99enne Henry Kissinger, il deus ex machina della geopolitica americana da poco scomparso.
Come capo di Google nel suo periodo di crescita e maturità, lo Schmidt è da considerarsi uno dei padri del cosiddetto «capitalismo di sorveglianza».
Non tutti ricordano il legame di Schmidt con la città – e con l’università – di Bologna, sfociato in una donazione milionaria per la ristrutturazione della Torre della Garisenda e per la Business School dell’ateneo tanto amato dai massoni e da Giorgio Soros, ivi laureato ad honorem come lo Schmidt – il cui padre Wilson Emerson Schmidt aveva insegnato economia internazionale alla School of Advanced International Studies (SAIS) della Johns Hopkins University a Bologna.
Presso il curioso crocevia della sede felsinea della John Hopkins ha studiato il controverso figlio di Erdogan Bilal e vi hanno insegnato, oltra al genitore dello Schmidt, anche Melvin Schlein, padre dell’attuale segretario PD Elly e il cantautore Francesco Guccini.
L’idea di bombardare i data center AI è abbracciata anche dal neoluddismo cibernetico degli strenui oppositori dell’Intelligenza Artificiale come l’attivista Eliezer Yudkowsky, che vede nella distruzione dei centri che ospitano fisicamente i computer l’unico modo per fermare l’ascesa dell’Intelligenza Artificiale che potrebbe spazzare via l’intera umanità.
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Geopolitica
Putin promette una risposta devastante agli attacchi ucraini
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Geopolitica
Aerei sauditi bombardano l’aeroporto yemenita per impedire l’atterraggio di un aereo passeggeri iraniano
L’Arabia Saudita ha colpito la pista dell’aeroporto internazionale della capitale dello Yemen Sana’a, controllato dagli Houthi, in un contesto di crescenti accuse relative a un utilizzo sempre più esteso dello spazio aereo yemenita da parte di voli iraniani.
Il governo yemenita sostenuto dai sauditi, da tempo coinvolto in una guerra civile per il futuro del Paese, ha accusato i ribelli Houthi di aver ospitato voli iraniani, avvertendo che la sua «pazienza è finita» e che reagirà a qualunque violazione dello spazio aereo.
«Il governo legittimo yemenita, in collaborazione con la comunità regionale e internazionale, e con tutti i mezzi diplomatici e legali, ha cercato di convincere il regime iraniano e le milizie golpiste Houthi di Sana’a a tornare nelle forze armate e a non violare lo spazio aereo yemenita con gli aerei iraniani», si legge in una dichiarazione ufficiale.
Gli abitanti di Sana’a, capitale controllata dagli Houthi, hanno riferito di aver visto aerei da guerra sorvolare la zona, dopo che il canale Al-Masirah, affiliato agli Houthi, ha segnalato che gli attacchi erano diretti contro le piste di atterraggio e decollo dell’aeroporto.
An Iranian Mahan Air plane landed in Houthi-controlled Hodeidah, marking a further escalation in tensions between Saudi Arabia and the Iran-backed Houthis.
Iran and its allies hailed the landing as a symbolic victory over the Saudi-led blockade. pic.twitter.com/YSjcGMd4s2
— Clash Report (@clashreport) July 13, 2026
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«Con un’aggressione ingiustificata, il nemico saudita ha condotto diversi raid aerei contro l’aeroporto internazionale di Sana’a», ha replicato il portavoce militare Houthi Yahya Saree. «L’aggressione saudita contro l’aeroporto di Sana’a ha posto fine alla fase di de-escalation e l’Arabia Saudita deve subirne le conseguenze».
Un altro alto funzionario Houthi, Hazem al-Assad, ha inoltre minacciato in dichiarazioni successive: «Il regime saudita scoprirà di essersi scavato la fossa da solo».
Secondo quanto riferito, l’aereo iraniano in questione non è stato colpito né danneggiato ed è stato dirottato in sicurezza all’aeroporto internazionale di Hodeidah, nello Yemen.
Il governo yemenita «riconosciuto a livello internazionale» è da tempo sostenuto da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti, dopo che una lunga guerra aerea durata cinque anni, condotta dalla coalizione Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Stati Uniti d’America, non è riuscita a spodestare gli Houthi. Il governo filo-saudita opera da Aden, nel sud dello Yemen, dove il presidente del Paese si è rifugiato dieci anni fa.
All’inizio di questo mese c’è stato un altro tentativo da parte di un aereo da guerra saudita di intercettare un aereo di linea civile iraniano, che secondo quanto riferito stava riportando in patria cittadini yemeniti rimasti bloccati in Iran, scrive Zerohedge.
All’epoca del precedente incidente, gli Houthi hanno dichiarato di voler «rompere l’assedio saudita-americano contro il nostro popolo ed espellere gli occupanti».
Come abbiamo già riportato, dal 2015 l’Arabia Saudita ha imposto un blocco ai porti terrestri, marittimi e aerei dello Yemen, limitando severamente le importazioni commerciali e umanitarie vitali, tra cui carburante e cibo. Il blocco ha scatenato quella che le Nazioni Unite hanno definito una delle più gravi crisi umanitarie a livello globale, portando milioni di persone verso la carestia e danneggiando drasticamente i sistemi sanitari e idrici.
Nonostante gli attacchi subiti (anche dall’aviazione britannica)e le minacce di Netanyahu alla leadership, gli Houthi continuano ad essere un importante attore collaterale nella guerra tra Stati Uniti e Iran, dato che hanno ripetutamente minacciato di bloccare lo stretto di Bab el-Mandab, strategico per il conflitto, e di riportare la guerra nella regione del Mar Rosso.
Come riportato da Renovatio 21, tre mesi fa le forze armate Houthi hanno annunciato il loro ingresso formale nel conflitto in Medio Oriente, lanciando diversi missili contro Israele. Settimane prima avevano promesso di colpire obiettivi israeliani in territorio africano. Il monito del gruppo sciita giungeva a pochi giorni di distanza dalla decisione di Israele di diventare il primo Paese al mondo a riconoscere formalmente l’indipendenza del territorio somalo.
In precedenza gli Houthi avevano attaccato il principale aeroporto israeliano con, dissero, missili ipersonici.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Geopolitica
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