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Pensiero

Blackout, attacchi cibernetici, guerra civile: i film del «Predictive Programming» sono qui

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L’8 dicembre su Netflix è uscito un film a lungo annunciato. Si tratta di Il mondo dietro di te, opera del regista egiziano-statunitense Sam Esmail, autore dell’acclamata serie Mr. Robot.

 

Trailer e tam-tam sulla stampa avevano creato grande attesa per la pellicola, sostenuta da un cast stellare. C’è la regina dell’A-List (ovvero, la vetta degli attori più pagati ad Hollywood) Julia Roberts, il cui volto pare un po’ cambiato, tanto che in certe inquadrature, a guardarle il mento, vengono in mente certi quadri di Picasso.

 

C’è il meno pagato, ma forse più amato dal pubblico della Generazione X, Ethan Hawke.

 

C’è, inevitabilmente Mahersala Ali, sul quale vale la pena di dire due parole, anche perché molti lettori non lo conoscono, ma se lo ritrovano dappertutto: è l’attore musulmano nero finito nell’ultimo decennio in ogni possibile film, già due premi Oscar, uno dei quali per Moonlight (2016), pellicola a tema omosessuali neri anche giovani che rubò – nel momento più basso della storia del premio – l’Oscar al capolavoro La La Land.

 

Il Mahersala compare ovunque serva un nero che debba sembrare «figo», e di fatto ad un certo punto del film anche la Julia Roberts vuole fare un giro – era inevitabile (si tratta in verità un pattern cinetelevisivo, che qualcuno chiama «Bull», di cui non parleremo ora).

 

La storia racconta di una famiglia di Nuova York – marito, moglie, figlio figlia figli adolescenti – che affittano per un weekend una stupenda casa fuori città, tra i boschi vicino alla costa di Long Island. Strane cose cominciano ad accadere: una immensa nave si spiaggia davanti a loro, i telefoni, internet stessa, non funzionano più. Così di sera ricevono la visita di un elegantissimo uomo di colore (il Mahersalo) con sua figlia, anche lei tiratissima.

 

L’uomo chiamato G.H., di squisita gentilezza, dice di essere il padrone di casa, e racconta che erano andati in città per un concerto di musica classica, quando l’intera città è andata in Blackout. Riconoscendo che l’affitto era già stato pagato, il ricco afroamericano chiede quindi di dormire nel suo scantinato, che è raffinatissimo anche quello.

 

 

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Seguono spoiler che però non so quanto vi rovinino un film davvero noioso e mal riuscito, che vale pochissimo.

 

Apprendiamo, da un lampo di internet momentaneamente ripristinata da un satellite per poi sparire, che gli USA sarebbero stati vittime di un attacco di epiche proporzioni. Tutto il Paese è andato offline. Nessuno sa davvero cosa sta succedendo: ogni famiglia, ogni persona, è isolata. Si possono solo fare congetture sul macello di caos in cui si possono essere trasformate le città.

 

Si aggiunge l’inquietante fenomeno di un suono fortissimo che si ripete più volte, talmente roboante da spaccare i vetri e fare urlare le persone prostrate con le mani a chiudere le orecchie.

 

Cosa sta succedendo? È una guerra? Con chi? Russia? Cina? Iran?

 

Apprendiamo che il G.H., che nel frattempo testimonia lo schianto al suolo di vari aerei, in realtà sa qualcosa più degli altri. O meglio, intuisce. Uomo che lavora in finanza, dice di aver un cliente famosissimo, appartenente all’apparato militare-industriale, un personaggio gioviale che lo aveva preso in simpatia, e che talvolta gli comunica ridacchiando che ogni tanto si trova con la sua «cricca che governa il mondo».

 

Nell’ultima telefonata, il ricco cliente chiede al broker di spostare una considerevole somma di danaro, un atto di per sé incomprensibile. Questa volta non ride. Quindi, è comprensibile che sapeva di qualcosa che stava per succedere.

 

Ma quindi è stato lui con la cabala globale ad ordire questo? Macché, ribatte subito il nero: quelli hanno solo magari delle avvisaglie, nessuno veramente controlla il mondo, assicura (tra qualche riga forse capirete anche perché in questo film spunta fuori un concetto del genere).

 

Alla fine del film, l’elegante, saggio e generoso uomo di colore molla un’ulteriore rivelazione ai babbani bianchi: il suo cliente dell’élite finanziario-politico-militare lo aveva avvertito del fatto che circolava uno studio sulla strategia con la quale un nemico potrebbe produrre la distruzione di un Paese attraverso una dirompente «manovra in tre fasi».

 

Prima fase: attacchi informatici, isolamento delle persone con interruzioni di corrente e satellitari.

 

Seconda fase: seminare il «caos sincronizzato» con campagne di disinformazione, come certi volantini con la scritta in arabo «Morte all’America» che alcuni droni si mettono a sganciare per strada.

 

Terza fase: la guerra civile. «Perché se la nazione presa di mira fosse sufficientemente disfunzionale, in sostanza, farebbe il lavoro per te», afferma G.H. dice. «Chiunque abbia iniziato, vuole che lo finiamo».

 

Il film finisce senza tante ulteriori spiegazioni, né colpi di scena, né crescite dei personaggi, né catarsi narrative di qualche tipo. Come se ci stessero semplicemente telegrafando delle scene, senza troppo bisogno di fare spettacolo.

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È interessante andare a vedere chi è l’autore del romanzo da cui è tratto: il giornalista bengalese-statunitense Rumaan Alam, affiliato alla rivista progressista Slate, fondata a fine anni Novanta sotto la Microsoft e poi passata al gruppo del Washington Post, cioè Bezos, Amazon. L’Alam ha «sposato» un fotografo con cui, secondo la stampa, starebbe crescendo due figli, venuti da dove non sappiamo.

 

Più notevole ancora è vedere nei titoli di testa i nomi, come produttori della pellicola, di Barack e Michelle Obama.

 

Eh?

 

Scusate, non capiamo bene: l’ex presidente, tanto amato dalla sinistra americana, il primo inquilino della Casa Bianca di colore (forse anche il primo che probabilmente viene da una famiglia interamente alla CIA; forse anche il primo che potrebbe essere omosessuale) produce un film apocalittico sulla fine dell’America?

 

L’ex vertice degli USA finanzia un film dove è possibile vedere gli USA distrutti, cancellati nel modo più doloroso possibile?

 

Eravamo rimasti ad Obama che, temendo il global warming e il conseguente innalzamento delle maree, si era comperato una mega-magione in riva al mare a Martha’s Vinyard, praticamente il luogo più esclusivo del pianeta, dove dà festoni cine-brivido a base di COVID e dove talvolta qualche giovane aitante cuoco viene trovato morto annegato, come del resto capita anche ad altri cuochi della storia recente della Casa Bianca.

 

E invece, eccotelo: Obama finanzia la pellicola più disforica e tetra dell’anno, che colpisce direttamente l’ethos americano, anzi lo disintegra raccontandoci la storia che Davos e altri continuano a ripetere senza requie: è in arrivo il cyberattacco del secolo, è in arrivo la ciber-pandemia.

 

Che poi, la presenza di Obama che mette il soldo (cioè, mette il nome, altri poi schiacciano sulla fiducia del presidente cool) si capisce da certi dettagli che emergono nel film.

 

Innanzitutto, momento di razzismo puro: la figlia nera dice al padre nero che in quel momento la cosa giusta da fare è stare lontani dai bianchi. Lui non fiata e la accarezza. Julia Roberts, prima di fare un pensierino riguardo ad uno zompo col G.H., ha tempo di intavolare un germe di autoaccusa per il suo razzismo interiorizzato, automatico, sistemico. E poi continua a ripetere, che la gente è orrenda.

 

Va segnalato anche come il personaggio del prepper (interpretato da Kevin Bacon), ossia il vicino di casa operaio che, a differenza degli altri, è preparato per l’apocalisse, beni alimentari, armi e medicine e quant’altro, sia di fatto squalificato – pure quando ci ha ragione – come un paranoico e infine un corrotto.

 

Poi il tocco più attuale: le strade vengono intasate da migliaia di Tesla che vengono hackerate per tamponarsi l’una con l’altra, bloccando tutto e creando un pericolo per chiunque stia in mezzo. Come non riconoscere la stoccata a Elon Musk, vecchia conoscenza di Obama (che lo ha finanziato con danaro pubblico proprio per la Tesla) che però ora pare passato dall’altra parte.

 

L’apparente dissonanza cognitiva può salire di intensità: Obama produce un film che parla degli albori di una guerra civile. Sappiamo che l’argomento è caldo: soprattutto un paio di anni fa, come registravamo su Renovatio 21, scappava a tanti di parlarne. Analisti, politici investitori miliardari, poi Trump, perfino Biden. Tuttavia, far circolare diecine di milioni di dollari per vedersela rappresentata plasticamente in esplosioni a fungo sopra Nuova York, con la più pagata attrice di Hollywood a guardare per noi, è decisamente next-level.

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La guerra civile annunciata ci porta all’ulteriore pezzo del puzzle uscito l’altro ieri.

 

È stato pubblicato il trailer di un film chiamato semplicemente, brutalmente Civil War. Guerra civile. Il sottotitolo recita: ogni impero cade. In questo caso stiamo parlando ovviamente dell’impero americano, e di una Seconda Guerra Civile USA.

 

In questo caso il film non è ancora visibile: uscirà nelle sale la prossima primavera. Tuttavia le immagini dicono tutto: l’America è sconvolta da una guerra civile, file di profughi che spingono trolley su strade polverose, militari che sparano ovunque, F-35 che attaccano civili a terra, i palazzi di Washington bombardati, giornalisti sconvolti e bambine messi in ginocchio per un’esecuzione.

 

Si riesce a capire poco della trama. Sembra di capire che Washington e il suo presidente viscido-mellifluo siano in guerra con una ventina di Stati che hanno dichiarato la secessione, tra cui un’alleanza tra il Texas e la California – cosa che ha fatto sorridere molti utenti in rete, visto che è più probabile un’alleanza tra Pisa e Livorno: si tratta di due Stati diametralmente opposti, tanto che dalla democratica e fallita California tantissimi (incluso lo stesso Musk e la sua industria) stanno emigrando nel prospero Texas dei conservatori.

 

Perché stanno combattendo? Quale l’oggetto del contendere? Ad oggi non è dato saperlo. Forse non rivelerà nemmeno il film, più interessato a mostrare il massacro tra concittadini. Ad un certo punto, tuttavia, si vede un signore di razza non distinguibile che mira con un fucile automatico: ha i capelli di vari colori sintetici, così come lo smalto sulle unghie… un indizio? La resistenza sarà fatta di trans e goscisti woke? Rimaniamo col dubbio.

 

Il trailer è davvero ben fatto, ritmato, immaginifico, a suo modo esaltante. Il regista è il romanziere britannico Alex Garland, già noto per la storia di The Beach con Di Caprio e soprattutto per la pellicola sull’Intelligenza Artificiale Ex Machina, davvero ottima.

 

 

Civil War sta venendo linciato a scatola chiusa dalle orde del MAGA, comprese quelle più raziocinanti. Fecero lo stesso, nell’anno dell’elezione fatale di Biden, per il film The Hunt, che raccontava di un gruppo di ricconi liberal che rapiva una quantità di popolani conservatori (chiamati proprio «deplorables», come da immortale definizione di Hillary Clinton) per massacrarli senza pietà in una caccia selvaggia. Il film, pur fatto da liberal hollywoodiani, forniva non pochi elementi di pesante satira contro la stessa sinistra dei ricconi, che di fatto veniva pure quella sterminata.

 

Il caso di Civil War è diverso. Si tratta, probabilmente, del primo film che mette in piedi la rappresentazione di una Guerra Civile USA in era moderna con i mezzi del grande cinema. Pellicole passate, come La seconda guerra civile americana (1997) erano più film semicomici con un messaggio corrosivo sul pericolo della distorsione della realtà media. Qui invece i media non c’entrano più: gli stessi giornalisti sono divenuti carne da macello.

 

Insomma, due grandi produzioni, dove pure è coinvolto un ex presidente americano, sembrano parlarci di eventi massivi che sconvolgono la società americana (e quindi, mondiale…). Ciber-attacchi, guerra civile… messi in bella copia, messi in nitide immagini cinematografiche dopo essere stati ripetuti da media e politici e «esperti vari», talvolta sussurrando, talvolta gridando.

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È a questo punto che bisogna parlare di Predictive Programming. La «programmazione predittiva» è una teoria non verificabile, ma ci è impossibile non dire che non sia già verificata.

 

Secondo l’idea del Predictive Programming, il potere – sia esso governativo, finanziario oligarchico, etc. – utilizza cinema, serie e libri di narrativa come mezzo di controllo mentale, o meglio, di preparazione psicologica della massa: mostrando in forma di fiction ciò che sta per accadere (cioè, cioè che si vuole che accada, cioè che accade per disegno) la popolazione diviene più disposta ad accettare gli eventi futuri pianificati dal potere stesso.

 

Ne parlò per primo il ricercatore Alan Watt, che nei decenni scorsi ne ha parlato in diverse trasmissioni radiofoniche e podcast; solo ora molti paiono convincersi della profonda verità delle sue tesi.

 

Per Watt «la programmazione predittiva è una sottile forma di condizionamento psicologico fornita dai media per far conoscere al pubblico i cambiamenti sociali pianificati che devono essere implementati dai nostri leader. Se e quando questi cambiamenti verranno attuati, il pubblico li conoscerà già e li accetterà come progressioni naturali, riducendo così la possibile resistenza e agitazione del pubblico».

 

È facile per molti ricordare il film Contagion (2011), che dieci anni prima dell’accaduto mostrava per filo e per segno cosa sarebbe arrivato con la pandemia: lockdown totali, panico nelle strade, la corsa al vaccino sperimentale, la punizione dei dissidenti complottisti (che per il film sono falsi e corrotti). New York nel 2020 rispettò a tal punto la trama del film del decennio precedente che fece sapere al mondo che si era arrivati al livello delle fosse comuni.

 

Incredibile vedere oggi, nel finale di Contagion, che il virus della storia sarebbe saltato fuori in Cina passando da un pipistrello ad un maiale all’uomo: esattamente la teoria dello spillover, inflittaci a suon di censure sino a che quella della fuga del patogeno dal laboratorio non è divenuta innegabile, nel frattempo tuttavia erano stati soffocate milioni di voci (compresa quella di Renovatio 21) e istituito l’apparato industriale di censura ancora in attività, anzi ora istituzionalizzato da leggi come il Digital Service Act dell’Unione Europea.

 

Contagion, rammentiamo, fu messo in piedi dal regista Soderbergh con il cast più stellare mai visto a partire da documenti di preparazione pandemica dell’OMS, che partecipò al progetto.

 

Ma ci sono esempi di Predictive Programming perfino più vicini nel tempo – e sconvolgenti.

 

Nel 2022 Netflix lancia un film tratto da un romanzo di Don Delillo, White Noise, dove la storia ruota intorno alle conseguenze di un catastrofico incidente ferroviario che scatenava una nuvola di rifiuti chimici tossici su una piccola cittadina dell’Ohio. A fine gennaio 2023, a East Palestine, in Ohio, un treno carico di sostanze tossiche deraglia creando il più grande disastro ambientale americano degli ultimi anni.

 

Il tutto, sì, proprio nella zona dove era stato ambientato, e girato, White Noise. Alcune dei cittadini di East Palestine vittime del disastro chimico avevano partecipato come comparse al film. Coincidenza significativa – così come quella per cui, si è appreso, ka cittadina di East Palestine poco prima aveva lanciato ufficialmente un programma pilota di ID digitale chiamato MyID.

 

Potremmo andare avanti con tanti altri esempi, ma è chiaro che in tanti resterebbero fissi nei loro sorrisetti: siete paranoici, siete complottisti… un film è un film, e basta.

 

Soprattutto questa ultima idea è una sciocchezza che squalifica chi ci crede: anche se non sono visibili in superficie (talvolta, in realtà, sì) i rapporti tra Hollywood e lo Stato americano (soprattutto con l’Esercito, la CIA, lo Stato profondo) sono solidi, radicatissimi, sono fondamentali per la sopravvivenza del cinema americano. Tanti kolossal (Transformers, Top Gun) paiono spot di reclutamento dell’esercito, o ancora peggio réclame per determinati armamenti prodotti dal complesso militare industriale.

 

Il legame tra l’Intelligence e la Mecca del cinema è perfino dichiarato in un film come Argo (2013) – ovviamente premiato con l’Oscar – dove il protagonista-regista Ben Affleck mostra con dovizia di particolari come il connubio sia rodato, e noi ci ricordiamo che la prima moglie dell’Affleck, Jennifer Garner, pochi anni prima spopolava in TV con una serie cretina, Alias, dove interpretava una invincibile agente CIA.

 

La quantità di idee, concetti, sentimenti, che il potere profondo ha veicolato occultamente tramite il cinema è ad oggi sconosciuta. Non sappiamo quante delle cose che ci hanno piantato in mente con un bel film al cinema siano in realtà originate dai programmi dei padroni del mondo, che sono solitamente programmi di morte.

 

Ora, riconosciamolo, siamo il punto in cui il pudore viene sempre meno. Quindi eccoti che a mostrare la futura guerra civile americana è il loro stesso ex presidente. Eccoti che ti parlano della grande catastrofe cibernetica in arrivo.

 

Azzereranno Internet, niente più andrà, chissà per quanto. Poi, dopo non sappiamo quale caos di terrore e atrocità (l’anarco-tirannide per le quali scafisti, Stati, super-Stati e ONG hanno portato abbondante manovalanza), ripristineranno tutto, epperò stavolta con una soluzione: per far funzionare il mondo cibernetico, bisognerà che esso divenga ancora più cibernetico, e cioè, etimologicamente, basato sul controllo.

 

Cioè: quando vi ridaranno la tecnologia esplosa con il disastro di questa ciber-pandemia, vi diranno che dovrete sottomettere la vostra esistenza alla biosorveglianza elettronica più fitta, altrimenti si ha il rischio che la catastrofe accada di nuovo. Tutto sarà controllato, registrato, manipolato: sapete come la pensa Klaus Schwab, perfino i vostri pensieri diverranno leggibili, dovranno essere scansionati quando andate all’aeroporto.

 

Questo progetto è vecchio di secoli, o di millenni, se considerate che nella Repubblica Platone teorizza esattamente la tecnocrazia.

 

Ci lavorano da tanto, tanto tempo, mentre noi ci facciamo turlupinare dalle storie dell’industria culturale, e con i popcorni sulle ginocchia, a sera spegniamo il cervello nei film, che poi film non sono: sono programmi, il cui codice prevede la nostra sottomissione, la nostra schiavitù la nostra estinzione.

 

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine screenshot da YouTube

 

 

 

 

Eutanasia

La festa della morte in Veneto

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Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».   Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.   C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.   Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.   La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.

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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.   Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.   Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.   Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.   Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.   Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?   Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?   E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.   Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?   Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.   Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.   Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.

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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.   Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.   «Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.   È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie. A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.   Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.   E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».   Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.   L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.   E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?   Massimo Zanetti

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Cremazione

Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia

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Mettiamo le mani avanti: non siamo mai stati nel novero degli estimatori di Francesco Guccini.

 

Nel periodo d’oro del cantautorato italiano altri erano i nostri riferimenti. Guccini no: ci dispiaceva la plumbea appartenenza politica, e più di tutto una certa monotonia del timbro e il modo enfatico e pesante di cantare, per il quale le canzoni sembravano composte da una sola nota martellata e ribattuta, anche se poi non era vero.

 

Naturalmente qualche suo pezzo lo si conosceva pure noi. Il repertorio di turpiloquio dell’Avvelenata era troppo ghiotto perché non lo si mandasse a memoria. È noto che il nostro non la considerasse un capolavoro, e pare che la ripudiasse addirittura: a riprova che gli artisti sono in genere pessimi critici.

 

Rammentiamo poi vivamente i grevi scongiuri a cui ci si abbandonava non appena si sentiva intonare In morte di S.F.. Nonostante l’ala del tempo sia passata anche su di noi, ancora oggi ne subiremmo la cupa suggestione, l’impulso a scaricarne la jella nel modo più maschio e triviale. Per la verità, bn pochi amavano sentirla, soprattutto in automobile, motivo per il quale ne ricordiamo solo l’inizio e la fine. 

 

Sul rimanente, si conosceva qualcosa de La locomotiva, qualcosa di più de Il pensionato, e poco altro.

 

Uno dei problemi delle canzoni di Guccini, tra l’altro, è che si era costretti a cantarle come Guccini: cioè con un pronunciato sforzo di gola, calcando tutto e fingendo di pesare più di novanta chili. Fatica improba, che come tutto risultato dava quello, davvero non esaltante, di avvicinarsi all’imitazione che ne fece Fiorello in Come mai degli 883. 

 

 

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Se non possiamo essere considerati degli estimatori, non possiamo però essere inclusi nella schiera dei detrattori. Guccini ha percorso la sua lunga vita senza il nostro affetto ma anche senza la nostra ostilità. Era come avere per condomino della scala B un apprezzato cultore di letteratura occitanica, che si saluta per le scale ma non si frequenta. 

 

Osservatori distanti, certo più indifferenti che curiosi, ci troviamo forse in posizione privilegiata per valutare l’alluvione di parole spese e scritte post mortem sull’Omero di Pàvana. Posata la polvere, possiamo dire che non ci ha sorpreso quasi niente.

 

Erano da immaginarsi, per esempio, le paginate e paginate di encomio, lo sbrodolo agiografico, la commozione, i ricordi evocati in coro, spalla contro spalla, da chi lo ha conosciuto o semplicemente ascoltato in gioventù.

 

È un fatto: ogni generazione desidera celebrare sé stessa, e l’occasione migliore per farlo è indubbiamente un funerale. Davanti al capobandiera che se ne va, piccolo o grande che sia, i superstiti provano il bisogno di stringere l’asta e di gridare a sé stessi, nonché al mondo, di essere ancora in vita.

 

Alla notizia si è infatti radunata, da oriente a occidente, la moltitudine che l’esistenza, le inclinazioni e i travagli avevano diviso e sparpagliato. I vincenti e i perdenti, gli sciupati, gli ambiziosi, le promesse mantenute, le promesse mancate, gli umiliati, i talentuosi, i gregari: ognuno con la sua magagna ha frugato in volto il vicino in cerca di antichi bagliori e ha scoperto l’orgoglio di appartenere a una sola generazione.

 

E giù a dire quanto sono stati e sono ancora oggi belli e generosi, e soprattutto unici e irripetibili.

 

Cose già viste. Al loro tempo – magari con qualche riscontro in più – l’hanno proclamato i risorgimentali al funerale del Carducci; i fiumani, dinanzi alla bara del Vate; e via via sdrucciolando fino ai battistiani prePanella alla morte di Battisti, ai patiti del birignao-carioca alle esequie della Vanoni.

 

Giacché si è accennato al Carducci e al D’Annunzio, era ovvio che anche il Guccini venisse subito incoronato «poeta». Per settimane gli articoli hanno traboccato di citazioni a casaccio, anche su temi su cui il nostro non ha mai detto nulla. Dietro di esse, in controluce, si potevano intravedere vecchi vinili girare su giradischi addormentati, mentre sessantenni fanno i piatti canticchiando Cirano. Da qui a invocare che i versi del poeta (tipo: «la ragazza dietro al banco mescolava/birra chiara e sevenàp») irrompano nelle antologie scolastiche è un passo. Poesia, poesia!

 

Nessuna meraviglia anche in questo caso.

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Com’è risaputo, gli italiani della loro poesia non ne sanno una beata. Il bagaglio da stiva regolamentare ospita in genere quattro endecasillabi imposti nelle scuole dell’obbligo e sei o sette nomi che, per ausilio mnemonico, ritornano nella toponomastica cittadina – e via andare.

 

Ammettiamolo: da noi la poesia forse si studia, ma non si legge. Non se ne conoscono né le leggi né il lessico, non la si comprende e non la si gusta. Non si sa manco che cos’è. Per dirla in una parola, la poesia italiana, come dire ottocento anni filati, non se la fila nessuno.

 

Del resto, l’italiano ne fa allegramente a meno e campa lo stesso. Per chi vuole, al fabbisogno – così come un po’ a tutto ciò che attiene alla sfera ludico-artistica – ci pensano gli americani. Non è un caso se il poeta più letto (in traduzione) sia Emily Dickinson. Dicono che i suoi versi (in originale) siano anche i più tatuati sugli avambracci delle signore.

 

Se si hanno meno pretese, poi, ci sono i cantanti: per certuni sono i soli veri poeti. Il monte Elicona, un tempo più esclusivo della Trilaterale, ormai rigurgita di menestrelli italiani. Oggi si aggiunge il Guccini. E viva l’Italia.

 

Abbiamo pure appreso che il nostro era un uomo buono. D’accordo, de mortuis nihil nisi bonum, ma sia pur da lontano siamo portati a crederlo. Da giovane il Guccini sembrava un orso con il naso, poi invecchiando un orso in maglione con la zip: è difficile farsi un’idea diversa da quella del burbero di buon cuore. E chissà, pensiamo, quante preghiere di zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli, nell’arco di secoli, sono salite e poi scese, a gocce, a rivoli, affinché ottanta e passa anni fa il piccolo Francesco, nel ricevere la vita, ricevesse in dote anche questa piccola perla che in fondo è una disposizione naturale, un bonus senza merito come l’occhio azzurro o l’alta statura.

 

Certo, le preghiere non sono riuscite a far sì che diventasse un cristiano, un cattolico. Per quello occorre il concorso del libero arbitrio, e qui il Guccini ha toppato.

 

Agnostico dichiarato e ribadito, come tanti, come tanti ha civettato con l’idea dell’Ente superiore senza arrivare mai al dunque. Se la parola Dio ha fatto talora capolino nelle sue canzoni, magari per dire che è morto, il nome di Gesù Cristo è rimasto oggetto di uno strano pudore. E forse è stato meglio così: almeno per quelli ai quali, come a noi, non piacciono i paciughi.

 

Già, perché il nostro ha abbracciato senza riserve tutte le più scontate battaglie della modernità: divorzio, aborto, unioni civili, eutanasia. Ossia, la borghesissima marcia che ha strappato gli italiani al loro retroterra per gettarli avanti a pedate verso un progresso fatto di solitudini, paura e vuoto. Francesco Guccini, tanto per capirci, ha preso perfino la tessera del partito radicale, il movimento più filisteo mai visto sulla faccia della terra.

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A noi però fanno un po’ pena quelli che a dispetto di tutto cercano di farne un credente malgré lui, un cattolico fuori menù, descrivendolo come di una persona «in ricerca», di un’anima naturaliter cristiana. Un agnostico «possibilista», che «non ha mai smesso di chiedere e ascoltare», un cultore del dubbio: insomma, un cardinal Martini. E verrebbe voglia di dire loro: ma non provate vergogna?

 

È come quando i periodici cattolici, sul finale di intervista, domandano all’ateo di successo se crede in Dio, sperando nel contentino del «Sì, ma». «Sì, ma non in modo tradizionale»; «Sì, ma non mi riconosco nei dogmi»; «Sì, ma la Chiesa deve cambiare/ venire incontro/essere povera/aprire alle diversità/ai divorziati/alle coppie omo»; «Sì, ma la mia fede è intima, non gridata». E ancora, per gradire: «Parlo spesso con Dio, magari per rimproverarlo»; «L’ho sentito vicino nella malattia del mio cane»; «Mi è di molto conforto leggere le parole di papa Francesco».

 

Questo vi basta? Siete dei poveracci.

 

Non sappiamo quanto nel Guccini ardesse la sete d’assoluto, quanto abbia chiesto e quanto abbia raccolto. Sono conteggi che lasciamo all’Onnipotente, che li sa fare.

 

Per quello che ne possiamo capire noi, ci sembra che sia stato di inequivocabile coerenza in vita e in morte. Si stava ancora grattando il violino che è stata data la notizia che il funerale sarebbe stato laico. Qualche discorso, una benedizione dell’amico cardinale e poi via all’inceneritore.

 

Forse Dio non l’avrà trovato, ma ha trovato lo Zuppi.

 

Anche questo non sorprende.

 

Avv. Renzo Magalozzi

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Chi sono i fabiani?

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).     (…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.   Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.   Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.   La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.    

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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.   George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.   Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.   La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.   La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.   Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.

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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno   Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.   Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.   Krzysztof Szczawinski

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