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A Dio monsignor Williamson. Un ricordo personale

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Mons. Williamson, la mia personale esperienza 

«È in atto la più feroce guerra contro Dio nella storia, ma noi dobbiamo resistere, pregare sempre il Rosario, e così non dovremo temere nulla. Tratta bene tua moglie, Cristiano, amala sempre perché tu sei le braccia e la mente della tua famiglia, ma lei…lei è il cuore, la donna è il cuore pulsante della famiglia!»

 

Era un pomeriggio uggioso dello scorso ottobre, e queste sono le ultime parole che Sua Eccellenza Monsignor Richard Williamson mi ha rivolto personalmente per l’ultima volta. Ricordo come se avessi qui davanti quella situazione, sulle colline reggiane: uscito dal lavoro, andai a salutarlo perché il giorno dopo sarebbe partito per Roma, e qualche giorno dopo ancora sarebbe tornato in Inghilterra.

 

Mentre mi avvicinavo alla stanza in cui alloggiava, a casa di amici sacerdoti, lo intravidi dal vetro della sua stanza, in penombra, intento ad osservare fuori, con lo sguardo profondo che lo caratterizzava, quel piccolo panorama che tutto sommato poteva ricordargli benissimo Londra. Mi fece cenno di entrare, ed io così feci. Il vescovo, con la sua stazza possente, stava seduto su una seggiola, con le luci della stanza spente, e quella scarsa luce del giorno a dare un poco di illuminazione intorno. Al suo fianco c’era un grosso confessionale antico, luogo dove si incontra l’infinita Misericordia di Dio. 

 

Monsignore fece cenno di sedermi di fronte a lui, ma chiedendomi di aspettare un momento: mostrò il Rosario, come a farmi capire che stava finendo di recitarlo e dovevo attendere un attimo, perché le cose di Dio sono sempre più importanti di ogni dialogo umano. Ci intrattenemmo poi per circa una quarantina di minuti, che però parevano un’infinità, e avrei voluto poter disporre di altro tempo ancora. Fu un dialogo lento, con tanti sospiri di Sua Eccellenza. Sembrava quasi preoccupato di dover lasciare presto questo mondo, in preda ai più grandi delirii.

 

Tuttavia non mancarono parole di conforto e di speranza. Parole essenziali, profondamente religiose, profondamente cattoliche, profondamente umane. Proprio come quelle che ho citato all’inizio: quelle ultime parole, in quell’ultimo lascito che ho avuto la grazia di avere da monsignor Williamson, c’è tutto ciò che un uomo ha da sapere sulla Fede, tutto ciò che un uomo ha da sapere sui suoi doveri principali. 

 

L’umanità di un vescovo e di un padre

Umanità, tanta umanità, ma quell’umanità che è rappresentata perfettamente nell’umanità di Nostro Signore Gesù Cristo, e che monsignor Williamson, aldilà delle apparenze e delle vacue narrazioni sul suo conto, ha saputo veramente riconoscere. 

 

Ed è proprio in questo modo che vorrei ricordare e parlare del vescovo inglese, che il 29 gennaio scorso ha reso l’anima a Dio. Non voglio parlare di ciò che ha fatto, delle cariche che ha ricoperto, dei suoi ruoli, diciamo, «istituzionali»: c’è chi può farlo sicuramente meglio di me, che vorrei invece presentare la mia esperienza personale come persona che ha avuto la vera grazia, insieme alla mia famiglia, di stare qualche volta a stretto contatto con Williamson.

 

Ricordo bene di quando, nell’ormai lontano 2019, dopo l’importante conferenza che tenne ad inizio giugno a Reggio Emilia, venne a pernottare a casa nostra: l’indomani mattina, dandoci appuntamento alle 08:00 per la colazione, iniziò a parlarmi dell’usignolo che aveva sentito cantare fuori per quasi tutta la notte. Ne rimase talmente colpito, che me ne continuò a parlare per gli anni a venire, chiedendomi, di anno in anno, che fine avesse fatto quell’usignolo dal canto melodioso e armonico che il vescovo, da grande conoscitore ed estimatore della musica classica, aveva saputo riconoscere e premiare all’interno delle sue memorie.

 

Mio figlio Tommaso, a quel tempo, aveva da poco compiuto due anni, ma era già un grande chiacchierone rumoroso. In quella famosa colazione però, mentre Sua Eccellenza trattava di canti di usignoli, lui rimaneva muto, quasi terrorizzato dalla imponente presenza del vescovo britannico, il quale tuttavia non mancava di mostrare sorrisi e le sue tipiche buffe facce a mio figlio.

 

Poco dopo lo accompagnammo in un luogo che voleva vedere da tempo, ma che riuscì a visitare pienamente solo qualche anno dopo, poiché quella volta trovammo chiuso: il Castello di Canossa. Arrivati ai piedi delle mura, una volta constatato che il castello era chiuso alle visite, mi guardò seriamente e mi disse: «Se vuole e se ha confidenza, può comunque dire a don Davide Pagliarani (il Rev.do Pagliarani era da poco diventato Superiore Generale della FSSPX, nda), che Mons. Williamson ha provato a recarsi a Canossa, ma ha trovato chiuso!», lasciandosi poi andare ad una sua tipica risata british. Qualche giorno dopo. effettivamente, riferii per telefono a don Davide Pagliarani, il quale a sua volta si lasciò andare ad una sana e sincera risata. 

 

Dietro a quell’apparente burbera freddezza inglese di un grande teologo e di un ottimo insegnante di filosofia quale era don Williamson, vi era – e nemmeno troppo nascosto – un grande cuore, un padre caritatevole e generoso. Nonostante le sue posizioni, che a volte possono essere sembrate dure per dovere di intransigenza verso l’errore, non ha mai arrogato in un discorso personale, la presunzione di avere la patente di un cattolico perfetto. 

La lungimiranza sui temi attuali

Williamson ha saputo però uscire dal guscio del solo tradizionalismo, che si occupa spesso di tanti importanti cavilli, ma senza guardare ad alcuni problemi reali, pratici, imminenti, bioetici. È stato uno dei pochi vescovi a denunciare alcune specifiche cose create contro la vita umana e, quindi, contro Dio che ne è il Creatore e Signore. 

 

Pensiamo al tema dei vaccini, del COVID, della massoneria, e di tanti altri temi che gli sono costati cari umanamente. Ha saputo sempre vedere, con grande anticipo, i problemi contingenti e le insidie specifiche in cui le anime sarebbero potute cadere. 

 

Non solo la crisi nella Chiesa – che certo è il fulcro di tutto – ma anche situazioni più particolari e attuali. Ha sempre indovinato tutto? Certamente no, d’altronde il suo ruolo non era quello dell’indovino, ma certo ha saputo mettere in guardia da tanti pericoli, denunciandoli apertamente e senza reticenze. D’altronde, il 7 aprile del 2012, con una lettera scritta insieme ad altri due vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X mise in guardia il Consiglio Generale della Fraternità ed il Superiore stesso dal pericolo imminente di un accordo con Roma, opponendosi pubblicamente e, di fatto, contribuendo a sventare il reale pericolo che si stava paventando.

 

Semplicità e pragmatismo episcopale

Tanta lungimiranza e profondità di pensiero nel vescovo Williamson, ma anche tanta semplicità e pragmatismo. Per chi ha potuto conoscerlo, specialmente negli ultimi anni, sa quanto fosse diventata preponderante, nelle parole ma di conseguenza anche nella coerenza dei fatti, l’esigenza di avere «vescovi selvaggi».

 

Esattamente così li chiamava lui, «vescovi selvaggi». Secondo monsignor Williamson era fondamentale lasciare a questa terra dei vescovi, capaci di muoversi autonomamente in più parti del mondo per rispondere al colossale vuoto e baratro in cui versa oggi la Chiesa minata nella più profonda delle crisi. Qualcuno, forse comprensibilmente, ha visto come un’esagerazione le totali sei consacrazioni episcopali fatte dal 2015 ad oggi per mano del vescovo inglese, ma chi lo ha conosciuto, chi ha capito il suo pensiero, piaccia o non piaccia, non può non comprenderne davvero le ragioni.

 

La Chiesa versa in un tale stato di gravità, esponendo le anime ad un tale pericolo, che per Williamson era fondamentale lasciare dei ripari, dei vescovi selvaggi che potranno ordinare, confermare e accrescere la pastorale e le missioni fra le migliaia di fedeli ancora cattolici che vogliono questo, che hanno fondamentale bisogno di questo. Lo stanno, di fatto, già facendo: supplire, «selvaggiamente», a ciò che ora la Chiesa non riesce a dare per la mancanza di un vertice veramente cattolico.

 

Quando manca l’autorità, o peggio è acciecata, non esiste una ricetta giusta, e nessuno può pretendere di averla. Avrà avuto ragione Williamson? Non possiamo saperlo. La storia lo dirà, o meglio ancora: Dio lo dirà.

 

So però per certo che nemmeno Sua Eccellenza ha mai pensato o presunto di aver intrapreso la scelta giusta e men che meno perfetta. Ha cercato però di fare tutto ciò che ha fatto per rimanere fedele a Dio, a Gesù Cristo, alla Tradizione della Chiesa, questo sì. 

 

«La Resistenza è piena di difetti e imperfezioni – mi ripeteva spesso – perché chi ha cercato di costruirla è imperfetto in primis, ma in quanto vescovo cattolico dovevo cercare di fare qualcosa per rimanere fedele alla Chiesa, cercando di dare ciò di cui hanno bisogno le anime: dei vescovi, che a loro volta possano creare nuovi sacerdoti per dare i sacramenti e il confronto alle anime stesse».

 

Apostolo del Santo Rosario 

Pragmatismo nel tentativo di dare soluzioni alla crisi nella Chiesa, ma anche nella vita della Fede stessa. Monsignore è stato un grande apostolo del Santo Rosario, considerata per lui l’arma principale, la preghiera perfetta. Più volte, durante le conferenze che abbiamo avuto la grazia di ospitare qui in Italia, le persone, al momento delle domande finali, hanno chiesto a lui soluzioni; cosa fare, come comportarsi per resistere a tutte le intemperie e tentazioni dalle quali siamo assaliti. 

 

«Pregate il Santo Rosario, 15 misteri, tutti i giorni. Questo vi basterà! Perché lo ha promesso la Madonna» Così rispondeva lui, prodigandosi per far capire che la Fede Cattolica è più semplice di quanto la si creda, e che Dio si è rivelato umile agli umili, e non dotto ai dotti. 

 

Fede, Speranza e profonda Carità ho toccato con mano in questo vescovo, un vero «vescovo dinosauro» (Dinoscopus era il soprannome a lui tanto caro, utilizzato anche per il suo indirizzo mail).

 

Commozione e consapevolezza 

Tornando a quel pomeriggio uggioso dello scorso ottobre, ricordo come, all’interno del suo breviario, teneva il ricordino del suo confratello nel sacerdozio e nell’episcopato monsignor Bernard Tissier de Mallerais, venuto a mancare pochissimo tempo prima. Guardava quella foto, con occhi lucidi e qualche sospiro: «È stato davvero un bravo vescovo, prego tanto per lui». Tanta commozione, tanta carità, aldilà di tutte le posizioni che rimangono, di fatto, qualcosa di molto terreno. 

 

Monsignor Williamson sapeva guardare verso il Cielo contagiando gli altri. Sapeva farlo anche descrivendo e facendo rivivere la figura del suo grande vescovo di riferimento, Monsignor Marcel Lefebvre, dal quale ha raccolto una grande eredità continuando per tutti gli anni del suo episcopato, fino a pochi giorni fa, a farla fruttare. 

 

Lascia un grande vuoto, un enorme vuoto nel mondo della Tradizione Cattolica, nelle realtà piccole ma resistenti, come le tante presenti per il mondo e, grazie a Dio, anche in Italia. Lo lascia anche e soprattutto in me, nella mia famiglia, nei miei figli piccoli, che ieri non hanno voluto ascoltare canzoni né guardare cartoni, di loro spontanea iniziativa, «perché è morto monsignor Williamson e dobbiamo rispettare questo momento», mi hanno detto commuovendomi. Lo lascia in mia figlia di 4 anni, Gemma Linda, che tornato dal lavoro, quando Monsignore era ancora ricoverato in ospedale, mi ha accolto alla porta di casa mostrandomi un disegno fatto da lei dove ha rappresentato il vescovo mentre celebra la Santa Messa, alla quale, sempre rappresentato nel disegno, assistevano lei e la sua amichetta Rebecca. Questo e molto altro ha saputo ispirare, con grande sensibilità unita a rettezza, monsignor Richard Nelson Williamson. 

 

E questo è il mio misero ma sincero lascito. Nessuno è santo anzitempo, e ora Monsignore si trova davanti al Giudizio di Dio, ed ha bisogno della Sua Misericordia — «Si iniquitates observaveris Domine, Domine quis sustinebit?»

 

Preghiamo per lui, per la sua anima, per ciò che qui sulla terra ci ha lasciato – vescovi e sacerdoti – e per tutti quelli con cui per tanti anni ha collaborato, al servizio delle anime e per la loro salvezza, nella speranza che lui possa pregare ed intercedere per noi, soprattutto per prendere da lui il grande esempio del coraggio e del senso preciso del martirio cristiano: ha preso posizioni forti nella sua vita, si è esposto, rischiando, nel vero senso della parola, la pelle. Eppur sempre rimanendo sereno, nel coraggio delle sue azioni, non barricandosi, non nascondendosi, non tirandosi mai indietro dall’enorme ministero che Dio, per mano dell’Arcivescovo Lefebvre, gli aveva affidato. 

 

Possa, questa profonda comprensione e reale visione del martirio di cui Sua Eccellenza si è fatto nitido esempio, contagiare anche noi per essere semplicemente dei buoni e veri cristiani.

 

«Il Paradiso è una realtà. Questa vita è una realtà. E il fatto che sto per morire è una realtà; e il tribunale di Dio è una realtà» (Mons. Richard N. Williamson) 

 

Cristiano Lugli 

 

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Spirito

Padre Unterhalt: la promozione dell’agenda LGBT da parte del cardinale Marx «tradisce sia il Signore che l’umanità»

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Renovatio 21 pubblica questo commendo di padre Frank Unterhalt apparso su LifeSiteNews.   Le massime incisive dei propri insegnanti tendono a rimanere impresse nella mente degli studenti. Ripensando al mio periodo di studi presso la facoltà di teologia di Paderborn, ricordo una celebre frase del professor Reinhard Marx durante le sue lezioni sulla dottrina sociale cristiana: «Chi sposa lo spirito del tempo sarà vedovo domani!». Un vero e proprio bersaglio verbale. Rimane impressa nella mente, nell’orecchio.   Ora, però, l’ex docente si trova di nuovo a confrontarsi con le proprie parole, che fungono da specchio per il sociologo.   È stato recentemente annunciato che il Cardinale Marx intende introdurre nella sua diocesi le linee guida «Segen gibt der Liebe Kraft» («La benedizione dà forza all’amore») per le coppie che non possono contrarre matrimonio sacramentale. L’opuscolo del cosiddetto Cammino Sinodale è quindi destinato a diventare il «fondamento della cura pastorale» e ad applicarsi indistintamente a coppie divorziate e risposate, coppie dello stesso sesso e coppie queer.

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La direttiva del vescovo è stata ulteriormente rafforzata dalla clausola che nessuna coppia debba essere respinta. Tuttavia, la lettera interna non era apparentemente destinata alla pubblicazione , poiché non è stato pubblicato alcun annuncio nella gazzetta ufficiale.   In questo contesto, appare chiaro il motivo per cui Papa Benedetto XVI, nel 2021, contattò il suo successore come Arcivescovo di Monaco e Frisinga «per esprimere la sua grande preoccupazione» riguardo al processo sinodale in Germania. Il Pontefice era convinto che «questo cammino avrebbe causato danni e sarebbe finito male se non fosse stato fermato». Lo stesso Papa Benedetto aveva sottolineato, nella sua esortazione apostolica Sacramentum caritatis, alla luce della situazione dei divorziati risposati, che «bisogna evitare in ogni caso di benedire queste unioni, affinché non sorga confusione tra i fedeli riguardo al valore del matrimonio». Qui, è necessaria un’autentica cura pastorale, fondata sulla verità.   Ogni essere umano è voluto dall’Altissimo e chiamato all’esistenza come persona. Pertanto, nessuno può determinare o cambiare il proprio genere. L’ordine della creazione benedetto da Dio afferma: «Creati come uomo e donna, li ha chiamati al matrimonio per una comunione intima di vita e di amore reciproco». (1) Infatti «l’unione coniugale dell’uomo e della donna, fondata dal Creatore e dotata di proprie leggi, è per sua stessa natura ordinata alla comunione e al benessere dei coniugi, nonché alla procreazione e all’educazione dei figli». (2)   Creati a immagine del Dio Trino, che è amore eterno, gli esseri umani sono chiamati alla purezza (cfr. Mt 5,8). Il Decalogo indica chiaramente la via e tutela questa chiamata. Ne consegue, quindi, che i rapporti sessuali al di fuori di un matrimonio valido davanti a Dio costituiscono una grave violazione del sesto comandamento e contaminano profondamente coloro che vi sono coinvolti. L’avvertimento contro l’immoralità sessuale espresso nel Nuovo Testamento (cfr. 1 Cor 6,18-20) non può essere ignorato se non si vuole ingannare e fuorviare le persone in modo sinodale.   Il Creatore ha dato i suoi comandamenti per salvarci e condurci alla vita eterna. Sulla base del chiaro messaggio biblico, il costante Magistero della Chiesa Cattolica ha dunque sempre dichiarato che le pratiche omosessuali sono tra i peccati gravi che costituiscono una grave violazione della castità (cfr. CCC 2396) e sono veementemente respinte dalla Sacra Scrittura (cfr. Gen 19,1-29; Lev 18,22; Rom 1,24-27; 1 Cor 6,9-10; 1 Tim 1,10). Il Catechismo ci ricorda la dimensione della colpa dei sodomiti che «grida al cielo» (cfr. CCC 1867).   Poiché molti funzionari del cosiddetto Cammino Sinodale affermano spesso di voler ascoltare più attentamente le voci delle donne, una recente festività ha offerto un’occasione speciale per farlo. Ci rivolgiamo infatti alla santa Dottoressa della Chiesa, Caterina da Siena, proclamata patrona d’Europa.   Nella sua celebre opera Dialogo della Divina Provvidenza, ella testimonia con quanta forza il Signore condanni gli atti omosessuali: «I miseri commettono atti ancora peggiori e commettono il peccato maledetto contro natura. E come stolti ciechi la cui ragione è offuscata, non si accorgono della corruzione e della miseria in cui sono immersi. Non solo per Me, che sono la suprema purezza eterna, è un abominio (così abominevole, infatti, che per questo solo peccato ho distrutto cinque città con il Mio divino giudizio, poiché la Mia giustizia non poteva più sopportarlo), ma anche per i demoni». (3)   La vera misericordia, seguendo il Buon Pastore, cerca dunque la pecora smarrita con amore autentico (cfr. Lc 15,4-7) prima che sia troppo tardi. Non afferma ipocritamente lo stato di colpa di una persona, ma cerca di condurla al pentimento per la salvezza eterna: dalla morte del peccato alla vita di grazia. Dottrina e cura pastorale non possono contraddirsi. La vera cura pastorale guarda alla volontà del Signore e si impegna per la salvezza della persona. Così facendo, il peccato non può essere benedetto. Sarebbe un oltraggioso abuso del santissimo nome di Dio, una bestemmia al di là dell’Eden. Eppure il Creatore non si lascia deridere (cfr. Gal 6,7).

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Il documento «La benedizione dà forza all’amore» tradisce sia il Signore che l’umanità. Cosa dovrebbe pensare una moglie profondamente ferita – che, dopo aver pronunciato il «sì» all’altare, è stata tradita e abbandonata dal marito – di una Chiesa sinodale che ora benedice la sua unione con una nuova fiamma? La donna, lasciata sola, viene umiliata ancora una volta, in modo persino peggiore. L’adulterio viene di fatto perdonato, poiché una benedizione, derivata da benedicere, non significa altro. Qualsiasi persona razionale può riconoscere immediatamente questa decadente ipocrisia e si allontanerà da questa scandalosa danza intorno al vitello d’oro.   In questo tempo di apostasia preannunciata (cfr. 2 Tess 2,3), siamo rafforzati dalla testimonianza del santo apostolo Paolo, il quale, per amore del Signore e per la salvezza delle anime, ha dato la vita per la verità del Vangelo ed è un potente intercessore per la Chiesa:   «Fratelli, imitate me e guardate a coloro che si comportano secondo il modello che avete in noi. Come vi ho già detto e ora vi ricordo con le lacrime agli occhi, molti vivono come nemici della croce di Cristo. La loro fine è la perdizione. Il loro dio è il ventre. La loro gloria è nella loro vergogna. Il loro pensiero è rivolto alle cose terrene. Ma la nostra cittadinanza è nei cieli e di là aspettiamo il nostro Salvatore, il Signore Gesù Cristo, il quale trasformerà il nostro corpo umile, rendendolo simile al suo corpo glorificato, mediante la potenza con cui egli può anche sottomettere a sé ogni cosa» (Fil 3,17-21).   Padre Frank Unterhalt   NOTE 1) Kompendium des Katechismus der Katholischen Kirche, 337. 2) Ibid., 338. 3) Caterina di Siena, Dialogo III, 124, in: Gespräch von Gottes Vorsehung, Einsiedeln 1993 (4. Auflage), S. 163.  

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Spirito

Preghiera per i futuri vescovi FSSPX da recitare dall’8 maggio al 1º luglio

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Dall’8 maggio, festa di Nostra Signora Mediatrice di tutte le grazie, fino al 1º luglio 2026, festa del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore, la Fraternità Sacerdotale San Pio X invita i fedeli a unirsi in una comune supplica per i futuri vescovi. Questa preghiera chiede a Dio di suscitare pastori pieni di fede, carità, verità e zelo apostolico, capaci di guidare le anime nella fedeltà alla Chiesa e alla Tradizione cattolica.

 

PREGHIERA PER I FUTURI VESCOVI

Da recitare ogni giorno dall’8 maggio, festa della Madonna Mediatrice di tutte le grazie, al 1° luglio 2026, festa del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore.

 

Dio eterno e onnipotente, che desiderate che tutti gli uomini giungano alla salvezza e alla conoscenza della verità, Voi il cui Spirito santifica e guida tutto il Corpo della Chiesa, Vi chiediamo umilmente, per intercessione della Vergine Maria Mediatrice di tutte le grazie, di provvedere ai bisogni della vostra Chiesa riversando sui vostri eletti l’abbondanza della vostra grazia.

 

Fate che in loro risplendano la costanza della fede, la purezza della carità e la sincerità della pace.

 

Che la loro parola e la loro predicazione si fondino non sul linguaggio persuasivo della sapienza umana, ma sullo Spirito e sulla forza di Dio.

 

Che, instancabili all’esterno, conservino in sé il fervore dello Spirito; che odino l’orgoglio, che amino l’umiltà e la verità, senza mai tradirla sotto la spinta delle lodi o della paura.

 

Che non scambino le tenebre per la luce, né la luce per le tenebre; che non chiamino bene il male, né male il bene.

 

Che siano al servizio dei saggi come degli stolti, dei sapienti come degli ignoranti, per raccogliere il frutto del progresso di tutti.

 

Moltiplicate su di loro la vostra benedizione e la vostra grazia, affinché, ricolmi di pietà per il vostro dono, possano implorare in ogni momento, con frutto, la vostra divina misericordia.

 

Per Nostro Signore Gesù Cristo, vostro Figlio, che, essendo Dio, vive e regna con voi nell’unità dello stesso Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

 

℟. San Pio X.
℣. Pregate per noi.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

 

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Immagine da FSSPX.News

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Politica

Papa Leone risponde alle ultime critiche di Trump ma non menziona Jimmy Lai

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Papa Leone XIV ha risposto martedì sera alle ultime critiche del presidente Trump, secondo cui egli «accetta che l’Iran possieda armi nucleari», affermando di non sostenere alcun Paese, Iran compreso, nel possesso di armi nucleari.   In un breve intervento fuori da Castel Gandolfo, papa Leone ha detto ai giornalisti di non appoggiare alcun Paese in possesso di armi nucleari e che continuerà a promuovere la pace. In un’intervista telefonica con il conduttore radiofonico conservatore Hugh Hewitt della Salem News Network, avvenuta in mattinata, Trump aveva affermato che il pontefice americano preferiva parlare di come «sia accettabile che l’Iran abbia un’arma nucleare» piuttosto che della persecuzione da parte della Cina del difensore della libertà cattolica Jimmy Lai.   Nella sua risposta al presidente, Leo non ha menzionato Lai. «La missione della Chiesa è predicare il Vangelo, predicare la pace», ha detto il pontefice ai giornalisti. «Se qualcuno vuole criticarmi per aver annunciato il Vangelo, lo faccia con la verità: la Chiesa si è espressa contro tutte le armi nucleari da anni, non c’è dubbio», ha aggiunto.

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«Spero semplicemente di essere ascoltato per il valore della parola di Dio». Durante l’intervista con Hewitt, avvenuta in mattinata, il conduttore ha chiesto a Trump del suo recente «scambio di battute» con Papa Leone, sottolineando il suo desiderio che il pontefice parlasse di Lai.   Il presidente statunitense ha replicato dicendo che il pontefice americano preferirebbe parlare di come «va bene che l’Iran abbia un’arma nucleare» piuttosto che accusare Leo di «mettere in pericolo molti cattolici e molte persone» per aver denunciato la guerra contro l’Iran.   «Penso che stia mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone», ha aggiunto. «Ma immagino che, se dipende dal papa, per lui vada benissimo che l’Iran abbia un’arma nucleare».   Nelle ultime settimane, Trump ha ripetutamente criticato Papa Leone XIV per le sue dichiarazioni di condanna della guerra con l’Iran. Il presidente ha iniziato la sua critica al Santo Padre con un messaggio dai toni forti pubblicato sul suo profilo Truth Social, attaccando quella che ha definito la posizione del papa su criminalità, politica estera e leadership americana.   Trump ha scritto di non volere «un papa che pensi che sia giusto che l’Iran abbia un’arma nucleare» e ha criticato il pontefice per l’incontro con lo stratega democratico David Axelrod, che a suo dire è ostile alla libertà religiosa.   Il presidente degli USA inoltre affermato che Papa Leone dovrebbe «concentrarsi sull’essere un grande papa, non un politico», sostenendo che tale condotta è dannosa sia per il papa personalmente che per la Chiesa cattolica.   Leone ha risposto dicendo di non avere «alcun timore dell’amministrazione Trump» e di non essere un «politico». Come nella sua ultima risposta a Trump, il papa ha sottolineato che continuerà a diffondere il messaggio del Vangelo contro la guerra.   «Non ho paura dell’amministrazione Trump né di annunciare a voce alta il messaggio del Vangelo, cosa che credo di essere chiamato a fare, cosa che la Chiesa è chiamata a fare», ha detto il Pontefice. «Non siamo politici. Non ci occupiamo di politica estera con la stessa prospettiva che lui potrebbe avere, ma credo nel messaggio del Vangelo: ‘Beati gli operatori di pace’, è un messaggio che il mondo ha bisogno di ascoltare».   L’ultimo scambio di battute tra Trump e Leo avviene nella stessa settimana in cui il Segretario di Stato Marco Rubio, cattolico di nascita, haincontrato il pontefice americano in Vaticano. Rubio ha dichiarato martedì ai giornalisti che il suo viaggio era stato pianificato ben prima che iniziasse l’apparente rottura tra il presidente e Leo, e ha aggiunto che ci sono molte altre questioni che avrebbe discusso con il Papa.

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«C’è molto di cui parlare con il Vaticano. … Il Papa è appena tornato da un viaggio in Africa, dove la Chiesa sta crescendo in modo molto dinamico. E condividiamo le preoccupazioni sulla libertà religiosa in diverse parti del mondo, ci piacerebbe molto parlarne con loro», ha detto Rubio.   Dopo che un giornalista è intervenuto per chiedere un commento sulle dichiarazioni di Trump secondo cui Leo «non avrebbe problemi con il fatto che l’Iran possieda un’arma nucleare», Rubio ha difeso il presidente, affermando che stava semplicemente cercando di dire che il possesso di un’arma nucleare da parte dell’Iran avrebbe ripercussioni sui cattolici.   «In sostanza, il presidente ha affermato che l’Iran non può possedere un’arma nucleare perché la userebbe contro luoghi con un’alta concentrazione di cristiani, cattolici e, del resto, anche contro altre minoranze», ha dichiarato.

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