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Violenza e guerriglia a Los Angeles. Finito il manuale delle rivoluzioni colorate: trappola di sangue per Trump?

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La città di Los Angeles è stata messa a ferro e fuoco, da giorni da torme mascherate che sventolano bandiere messicane, vestiario antifa e talvolta simboli di Hamas. Si tratta di una rivoluzione colorata: o meglio, di un capitolo ulteriore del manuale di regime-change che il deep state americano ha inflitto a popolazioni in tutto il mondo.

 

L’idea che ricaviamo è che disperazione di non riuscire a scalfire in alcun modo Trump – la cui unica opposizione nelle ultime ore sembra essere divenuta Elon Musk – sono giunti alla violenza pura e semplice, con la speranza che la reazione di Washington, che sta mandando truppe della Guardia Nazionale e dei Marines, possa sfociare in un bagno di sangue capace di erodere il potere del presidente.

 

I fatti: sabato proteste anti-ICE (l’ente di controllo dell’immigrazione USA) sono sfociate in violenti scontri a Paramount, dove la folla si è radunata vicino a un Home Depot, un punto vendita di una grande catena di distribuzione di mobili e arredo. L’ICE ha dichiarato che non è avvenuto alcun raid nel grande magazzino, ma il personale della Border Patrol e gli agenti dello sceriffo della contea di Los Angeles sono stati costretti a usare gas lacrimogeni e «proiettili non letali» dopo che la folla in protesta si è scontrata con gli agenti.

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Scontri simili si sono verificati venerdì, quando l’ICE ha condotto tre raid a Los Angeles, che hanno portato a 44 arresti amministrativi.

 

Il governatore della California Gavin Newsom ha dichiarato di aver schierato sabato gli agenti della California Highway Patrol (CHP) per «garantire la sicurezza sulle autostrade di Los Angeles e mantenere la pace», ma ha sottolineato: «con è compito della CHP assistere nell’applicazione delle leggi federali sull’immigrazione».

 

«Il governo federale sta seminando il caos per avere una scusa per intensificare la tensione. Non è questo il comportamento di nessun Paese civile», ha detto Newsom.

 

 

 

 

 

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Il Newsom (già belloccio sindaco democratico di San Francisco, uomo legato alla famiglia di petrolieri Getty, il cui padre aiutò nel pagamento del riscatto alla ‘Ndrangheta per il rampollo rapito a Roma) ha criticato la decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di inviare truppe della Guardia Nazionale a Los Angeles, definendo l’azione «volutamente provocatoria» e avvertendo che avrebbe portato a un’escalation.

 

La Casa Bianca ha affermato che il dispiegamento è avvenuto dopo due giorni di proteste e aggressioni al personale dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) statunitense durante le operazioni di immigrazione nella California meridionale. Trump ha sostenuto che i funzionari californiani non erano riusciti a controllare i disordini e che il governo federale sarebbe intervenuto per ristabilire l’ordine.

 

In un post su X, Newsom ha incoraggiato i dimostranti a continuare a «parlare pacificamente» e ha messo in guardia dal «ricorrere alla violenza». «Il governo federale sta prendendo il controllo della Guardia Nazionale della California e sta schierando 2.000 soldati a Los Angeles, non perché ci sia carenza di forze dell’ordine, ma perché vogliono uno spettacolo», ha detto. «Non dategliene uno».

 

Nelle ultime ore, Trump, che ha definito la ridda di violenti come «insurrezionisti pagati», ha invitato il capo dell’ICE Tom Homan ad arrestare il governatore Newsom per favoreggiamento e complicità di bande insurrezionaliste che ora stanno bruciando Los Angeles. Newsom, a questo punto, ha sfidato la Casa Bianca.

 

 

I funzionari federali hanno criticato il dipartimento di polizia di Los Angeles per aver impiegato più di due ore per rispondere ai disordini avvenuti in un edificio federale venerdì sera. «La violenza con cui i rivoltosi senza legge prendono di mira le forze dell’ordine a Los Angeles è spregevole», ha affermato il vicesegretario del DHS Tricia McLaughlin.

 

Nel frattempo, lo sceriffo della contea di Los Angeles, Robert Luna, ha dichiarato che il suo dipartimento ha supportato i colleghi dopo che gli agenti federali sono stati attaccati sabato. «Alla fine, la folla è cresciuta fino a raggiungere tra le 350 e le 400 persone, e alcune hanno iniziato a lanciare oggetti contro gli agenti», ha detto Luna ai giornalisti in merito allo scontro a Paramount.

 

Domenica i rivoltosi hanno attaccato l’autostrada, bloccando il traffico losangeleno, noto per essere molto caotico e attaccando con violenza la polizia. Le riprese girate da giornalisti indipendenti locali mostrano una folla di agitatori radunarsi nel centro della città, sulla superstrada 101, dopo che la polizia locale era stata invasa. Le sassaiole e lanci incendiari contro i poliziotti mostrano intenti di violenza espliciti.

 

 

 

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Un altro video girato circolante mostra un uomo che si piazza davanti a un’auto della polizia di Los Angeles prima di essere allontanato da agenti in tenuta antisommossa che utilizzavano munizioni non letali per disperdere la folla. Secondo il reporter Anthony Cabassa a questo punto i dimostranti sarebbero diventati «decine di migliaia»: «È il numero più alto di manifestanti che abbia mai visto da anni» ha dichiarato.

 

 

 

Incendiati anche i robotaxi della società Waymo operanti a Los Angeles. Un fenomeno, quello dei taxi autonomi dai alle fiamme, che avevamo già veduto nella non lontanissima a San Francisco.

 

 

«L’ordine verrà ripristinato, gli immigrati clandestini verranno espulsi», ha scritto Trump nel suo post di domenica sera su Truth Social. Sempre domenica, Trump si è schierato al fianco del Segretario di Stato Marco Rubio e ha dichiarato alla stampa che i funzionari della California saranno accusati se ostacoleranno le forze dell’ordine.

 

«Non permetteremo che questo accada al nostro Paese. Non lasceremo che il nostro Paese sia distrutto sotto Biden e la sua autopen» ha dichiarato Trump.

 

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Nel frattempo, il governatore Newsom, il sindaco Bass e il dipartimento di polizia di Los Angeles stanno minimizzando le proteste, definendole un eccesso di potere da parte della federazione nel mezzo di proteste «pacifiche» tra l’Immigration and Customs Enforcement (ICE) e i dimostranti, dopo che gli agenti dell’ICE hanno effettuato numerosi controlli sull’immigrazione in tutta la contea. Il procuratore generale della California, Rob Bonta, ha dichiarato: «non c’è alcuna emergenza e l’ordine del Presidente di convocare la Guardia Nazionale è inutile e controproducente».

 

In pratica, si prepara la narrativa per cui almeno una parte dell’America (pompata dai grandi media, dall’opposizione politica, e ad un certo punto da governi stranieri ed enti transnazionali) potrà gridare al massacro, alla persecuzione, al fascismo, all’Olocausto. L’ultima trappola per Trump, del quale sono totalmente incapaci di intaccare potere e popolarità.

 

Il manuale del regime-change, delle rivoluzioni colorate che abbiamo visto ovunque, dalla Serbia al Kirghizistan, dalla Georgia all’Egitto, ha finito le pagine: ne stanno iniziando un capitolo nuovo, fatto di guerra civile, innescata, come spesso accade, da un supposto massacro di innocenti.

 

I media mainstream, facendo eco a tutti i politici democratici inclusa Hillary Clinton, stanno appositamente parlando di «proteste pacifiche»: «solo un gruppo di persone a cui piace guardare le auto che bruciano» ha detto un giornalista di ABC7, assicurando che solo l’intervento militare può far degenerare la situazione.

 

 

«Non è una vera rivolta» ha assicurato sempre sul canale sommamente antitrumpiano CNN Dana Bash.

 

 

Come per i mattoni che si materializzavano nei percorsi delle proteste di Black Lives Matter, anche qui saltano fuori forniture interessanti, come caschi antiurto nuovissimi elargiti alle masse in protesta. A dimostrazione che si tratta di violenza architettata, finanziata, e spinta dall’alto.

 

 

Pile di mattoni in strada pronti all’uso, tuttavia, sono comparsi anche a Los Angeles.

 

 

Sempre come ai tempi di BLM, ecco le razzie nei negozi, azioni che tanto aiutano la causa immigrata.

 

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Va valutata anche la posizione del governo messicano, visto il tripudio di bandiere tricolori nel disastro. Nel fine settimana, il presidente Claudia Sheinbaum ha minacciato che se Trump dovesse imporre una tassa sulle rimesse, come previsto dal suo Big Beautiful Bill, «ci mobiliteremo» contro.

 

«Se necessario, ci mobiliteremo. Non vogliamo tasse sulle rimesse dei nostri connazionali dagli Stati Uniti al Messico» ha detto Sheinbaum. Una minaccia vaga, ma che diviene chiara con la visione con tutto quello che sta succedendo a Los Angeles.

 

La Sheinbaum sembra dire che i cittadini messicani negli Stati Uniti, legalmente e illegalmente, sono agenti del governo messicano, una quinta colonna, se vogliamo, e possono essere attivati ​​contro il governo degli Stati Uniti, anche con la violenza, se fa cose che al governo messicano non piacciono?

 

 

Una giornalista è arrivata a dire sulla CNN che «La California faceva parte del Messico, tutto il Sud-Ovest è Messico».

 

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Non è chiaro il messaggio dei rivoltosi con la bandiera messicana: se sostengono quel Paese, perché non vi sono rimasti? La realtà è che – lo avevamo visto già nelle prime proteste dopo la seconda elezione di Trump – il Messico è divenuto simbolo di un potere terzomondista che può abbattere la società americana (e occidentale, per estensione), bianca e «patriarcale». Lo stesso è possibile dire dei confusi simboli palestinesi e di Hamas visibili nei tumulti.

 

Il fatto che vengano fatte garrire tra il fumo e le fiamme bandiere di un Paese da cui proviene tanta immigrazione (legale ma soprattutto, negli anni di Biden, illegale) dimostra, in realtà, la necessità delle deportazioni di massa, il programma di remigrazione totale attuato immediatamente dopo l’insediamento alla Casa Bianca di Trump.

 

Al contempo, l’uso di manovalanza messicana mostra che il deep state sobillatore ha fatto il lavoro frettolosamente, senza preoccuparsi di dare così munizioni all’avversario. Con evidenza, devono fare rapidamente.

 

Vari esponenti democratici in molte altre città americane stanno soffiando sul fuoco, ammiccando alla rivolta. Il nuovo capitolo del libro di istruzioni per le rivoluzioni colorate sembra tendere direttamente ad uno scenario drammatico: la guerra civile. Le scene di Los Angeles, del resto, proprio quello sembrano: una guerra civile americana, con una parte della popolazione pronta a ricorrere alla violenza contro le stesse autorità per far valere le loro ragioni (che sono quelle antinazionali dell’immigrazioni massiva).

 

 

Come riportato da Renovatio 21, della guerra civile, in ispecie nel dopo-2020, si è parlato tantissimo, con ammiccamenti significativi anche da parte dell’élite. Tuttavia il momento potrebbe essere arrivato: le rivolte BLM cinque anni fa servirono per far eleggere Biden, ora, senza più alcuna carta da giocare, l’establishment può optare per la creazione di uno scontro molto più cruento, sempre con il medesimo intento di detronizzare l’intruso alla Casa Bianca, Donald J. Trump.

 

Ora c’è da vedere come risponderà il biondo del Queens. Il quale, oltre a mandare l’esercito – e chissà, forse ad una certa pure le forze speciali, che aveva promesso avrebbe dispiegato contro i narcocartelli appunto messicani – ad inizio mandato aveva lasciato intendere, anche se con meno voce rispetto alla questione del Canada e della Groenlandia, una possibile annessione del Messico.

 

Sappiamo quanto l’uomo ami sorprendere. Sappiamo pure quanto il potere profondo non sappia in alcun modo leggerlo ed anticiparlo – di qui la titillazione della violenza in strada.

 

Stiamo a vedere: più che la Los Angeles messicana rivendicata da rivoltosi e media mainstream, The Donald potrebbe apparecchiare al mondo lo spettacolo di un Messico americano.

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Politica

Assassina nel braccio della morte sopravvive a una doppia iniezione letale: nuova eroina delle donne ripaganizzate?

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Una donna condannata per omicidio nel Tennessee è stata ricoverata dopo essere sopravvissuta a due dosi di farmaci per l’iniezione letale in un tentativo di esecuzione fallito, hanno riferito giovedì diversi media citando i suoi avvocati e testimoni oculari.   Christa Pike, 50 anni, è stata condannata a morte per le torture e l’omicidio di Colleen Slemmer, studentessa diciannovenne del Job Corps di Knoxville, nel 1995. Se l’esecuzione, prevista per mercoledì, fosse andata a termine, sarebbe stata la prima di una donna nel Tennessee in oltre duecento anni.   Il 12 gennaio 1995, la Pike e il fidanzato Tardaryl Shipp, con l’amica Shadolla Peterson e la Slemmer uscirono dal dormitorio e si recarono nel bosco, dove a Slemmer fu detto che volevano fare pace offrendole della cannabis. Arrivati ​​nel luogo isolato, Slemmer fu aggredita da Pike e Shipp mentre la Peterson faceva da palo. Secondo la testimonianza in tribunale, per i successivi 30 minuti, Slemmer fu schernita, picchiata e ferita con un’arma da taglio. Durante l’aggressione, Slemmer implorò per la sua vita. Lo Shipp usò un taglierino  per incidere un pentagramma sul suo petto mentre era ancora viva, mentre la Pike usò una mannaia.   Infine Pike fracassò il cranio di Slemmer con un grosso pezzo di asfalto, uccidendola per lesione cerebrale. Pike conservò un pezzo del cranio di Slemmer e lo esibiva vantandosi di come lo avesse ottenuto.[

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Nei documenti legali d’urgenza visionati dal New York Times, gli avvocati affermano che Pike non perse conoscenza dopo due siringhe di pentobarbital: il cuore batteva ancora e russava in modo udibile. Secondo il giornale e i legali, fu poi portata in un ospedale vicino; le sue condizioni non erano note. Le autorità del Tennessee avrebbero confermato lo stesso giorno a un giudice federale che stava ricevendo cure.   L’Associated Press ha citato testimoni dei media secondo cui Pike sarebbe rimasta cosciente dopo l’iniezione e a un certo punto avrebbe chiesto ai funzionari del carcere di una sensazione al braccio. Si continuò a sentirla russare dietro la tenda chiusa, prima che i giornalisti fossero fatti uscire.   L’esecuzione era inizialmente prevista per la mattina successiva, ma una corte d’appello federale emise una sospensione temporanea per esaminare le tesi dei difensori, secondo cui la storia di abusi sessuali e negligenza subiti nell’infanzia non era stata adeguatamente presentata in sede di condanna. La Corte Suprema degli Stati Uniti rimosse poi l’ostacolo, consentendo al Tennessee di procedere la stessa sera.   Sul mancato esito, il Dipartimento penitenziario del Tennessee ha dichiarato di aver «seguito ogni fase del protocollo di esecuzione legale e stabilito dallo Stato, approvato dall’ufficio del procuratore generale».   In rete si sprecano le ironie e i sospetti: Christa Pike aveva chiesto che a occuparsi di lei nella camera della morte fosse un team composto solo da donne. La richiesta, avanzata dai suoi avvocati nelle ultime settimane prima della data fissata del 30 settembre 2026, riguardava il personale che l’avrebbe trasportata, sorvegliata e sottoposta all’iniezione letale, non i testimoni esterni (familiari della vittima o giornalisti). La motivazione indicata è il trauma da abusi sessuali subiti da bambina e il disturbo da stress post-traumatico: secondo la difesa, essere immobilizzata, toccata e intubata da uomini le avrebbe fatto rivivere quegli abusi.   Il Tennessee non ha garantito che ogni persona nella camera sarebbe stata una donna, ma ha accettato alcune misure: trasferimento con agenti donne, tentativo di avere solo personale femminile durante la death watch, e schermi per privacy in doccia e bagno. Dopo il tentativo di esecuzione fallito, un suo avvocato, Randy Spivey, ha detto che quanto aveva visto era coerente con un team di esecuzione tutto femminile.   I commentatori online ora alludono al fatto che potrebbe essere stata una donna a sbagliare l’iniezione, come a dimostrare l’incapacità delle femmine di fare certi lavori – come quello di dare la morte, ma nell’era dell’uguaglianza dobbiamo vedere anche le donne-boia.   È la seconda esecuzione fallita nello Stato quest’anno. A maggio le autorità annullarono l’iniezione letale di Tony Carruthers, condannato per il rapimento e l’omicidio di tre persone nel 1994, dopo che i boia avevano impiegato più di un’ora senza riuscire a inserire una flebo per il pentobarbital.   L’iniezione letale è ampiamente considerata il metodo di esecuzione più soggetto a errori negli Stati Uniti. Dall’inizio del 2020, 170 persone sono state giustiziate in 17 Stati, in maggioranza in Florida, Texas e Oklahoma. Nello stesso periodo sei Stati hanno registrato iniezioni letali mal eseguite, secondo il Death Penalty Information Center, organizzazione no-profit che raccoglie dati e analisi sulla pena capitale.   Ora in America vari osservatori ed anche politici chiedono il ritorno della sedia elettrica. Lo stesso presidente Trump, interrogato sul caso ha detto apertis verbis che sarebbe d’uopo reintrodurre i plotoni di esecuzione.

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Come riportato da Renovatio 21, il dipartimento di Giustizia USA cinque mesi fa aveva comunicato che il Paese ripristinerà l’uso della fucilazione, della sedia elettrica e dell’asfissia gassosa per giustiziare i criminali condannati per i reati federali più gravi.   Come riportato da Renovatio 21, due anni fa lo Stato americano dell’Alabama ha giustiziato un condannato a morte utilizzando l’azoto gassoso, segnando il secondo utilizzo di questo controverso metodo, che alcuni critici hanno definito equivalente alla tortura. Durante l’esecuzione del condannato a morte, i testimoni dissero di averlo visto tremare e contorcersi sulla barella per minuti prima di morire.   L’esistenza della pena capitale negli Stati Uniti può essere fatta risalire all’inizio della Virginia coloniale. Insieme al Giappone (dove vi è stata la controversia dell’ex ministro della Giustizia che aveva affermato di «annoiarsi» a firmare le condanne a morte), Singapore e Taiwan, gli Stati Uniti sono una delle quattro democrazie avanzate e l’unica Nazione occidentale che applica regolarmente la pena di morte.   Il tema tuttavia non è la pena di morte, ma il montante trend dell’impunità richiesta per le donne assassine. Bisogna considerare la portata del caso Lindsay Clancy, assassina dei suoi tre figli, difesa a spada tratta da milioni di donne gosciste americane convinte che la donna fosse preda ad una presunta psicosi post-partum o addirittura che l’assassino sia il marito (registrato dalle telecamere in farmacia dove lo aveva mandato la moglie per avere il tempo di strangolare i piccoli).   La contraddizione tra le posizioni non preoccupa l’esercito di neofemministe, per lo più wine-mom come oggi sono chiamate le donne della suburbia borghese americana, viziate e con tanto tempo libero a disposizione. In quantità immense si sono presentate fuori dal tribunale per acclamare la nuova eroina, una donna che uccide i propri figli.   Con il caso dell’assassina (satanica?) Christa Pike sembra non andremo molto lontani: sui social media è un tutto un pullulare di ammiccamenti, giustificazioni (ha subito traumi infantili, ci viene ripetuto) e perfino video fake che la mostrano dolorante.   Si tratta, pensiamo, di una slatentizzazione del femminismo di cui essere grati: esso si rivela per ciò che è sempre stato dal principio, una riedizione del culto delle streghe, con malefizi e omicidi – e, ovvio, aborti – inclusi.
La scristianizzazione, tutti lo sanno, non porta alla società «laica», ma alla ripaganizzazione, cioè al ritorno del sacrificio umano. È logico, quindi, che la donne del mondo ripaganizzato erigano a propri modelli delle assassine.
 

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Politica

Gli ebrei ultraortodossi condannano le Forze di Difesa Israeliane definendole «esercito nemico»

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Migliaia di ebrei ultraortodossi hanno sfilato di notte per le strade di Gerusalemme, contro la coscrizione obbligatoria nell’esercito israeliano e in omaggio ai renitenti alla leva della comunità incarcerati.

 

La marcia è partita dal quartiere di Geula, con diverse strade chiuse. La polizia non ha schierato agenti in mezzo alla folla, apparentemente per non innescare violenze. L’iniziativa è stata promossa da vari gruppi ultraortodossi contrari alla leva, tra cui la Fazione di Gerusalemme e altri attivisti anti-coscrizione, che speravano in uno svolgimento pacifico. Non sono stati segnalati incidenti di rilievo.

 

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Secondo quanto riferito, una cinquantina di ex renitenti, già detenuti, si sono presentati all’evento e la folla li ha celebrati come veri martiri, per quella che gli organizzatori hanno definito la loro adesione all’ebraismo. La comunità ultraortodossa si oppone in modo schiacciante alla coscrizione nelle Forze di Difesa Israeliane e considera lo studio a tempo pieno della Torah il proprio dovere primario.

 

Durante la marcia sono stati esposti cartelli e striscioni di vario tipo, alcuni dei quali equiparavano i prigionieri militari Haredi agli «ostaggi». Altri condannavano le Forze di Difesa Israeliane (IDF) definendole un «esercito nemico» e ribadivano il rifiuto degli Haredi di sacrificare i propri figli «sull’altare del sionismo», come mostrano le immagini riprese sul posto. Alcuni manifestanti sono stati visti su un autobus a due piani scoperto, con la musica a tutto volume, mentre ballavano per le strade.

 

La manifestazione è arrivata due giorni dopo che centinaia di ebrei Haredi si erano riuniti a Bnei Brak per onorare 160 renitenti ultraortodossi usciti da una prigione militare. Gli organizzatori l’avevano descritto come una festa di bentornato, ma l’evento ha assunto un tono politico ed è servito a lanciare Colore Nero, un partito Haredi di recente registrazione, il cui programma ruota soprattutto attorno all’esenzione dal servizio militare per la comunità ultraortodossa.

 

Il servizio è obbligatorio per la maggior parte dei cittadini israeliani, uomini e donne, ma i membri della comunità Haredi hanno goduto di un’esenzione per decenni.

 

Quell’esenzione è terminata nel 2014, dando luogo a ripetuti scontri tra ultraortodossi e autorità. Le tensioni si sono acuite durante la guerra di Gaza, con la sentenza della Corte Suprema del 2024 che ha dichiarato obbligatoria la coscrizione per migliaia di membri della comunità. La leva di massa degli ultraortodossi è stata però rinviata più volte e, secondo alcune fonti, le autorità avrebbero di recente sospeso le attività di reclutamento in vista delle elezioni parlamentari.

 

Come riportato da Renovatio 21, la polizia israeliana è intervenuta contro ebrei ultraortodossi che avevano bloccato un’importante autostrada nei pressi di Tel Aviv per protestare contro l’arresto di un renitente alla leva appartenente alla comunità ultraortodossa. Le scene circolanti online mostrano i poliziotti che strappano i pantaloni agli haredi.

 

Come riportato da Renovatio 21, a gennaio un adolescente è morto e altri tre sono rimasti feriti quando un autobus si è schiantato contro un gruppo di ebrei ultraortodossi che protestavano contro la coscrizione a Gerusalemme.

 

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Come riportato da Renovatio 21, nei mesi precendenti  l’esercito israeliano ha annunciato l’intenzione di arruolare forzatamente 54.000 studenti di seminario ultra-ortodossi.

 


Come riportato da Renovatio 21, dopo lunghe discussioni dell’opinione pubblica israeliana, l’anno scoro l’Alta Corte di Israele aveva stabilito che anche gli ortodossi devono essere arruolati nell’esercito dello Stato Ebraico. Nel 2025 centinaia di manifestanti ultraortodossi avevano bloccato una delle principali arterie stradale di Tel Aviv, Bnei Brak, per protestare contro la leva obbligatoria.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’anno passato la rivista ebraica Ha-kom, rivolta agli ebrei ortodossi, aveva pubblicato una serie di articoli sulla demoralizzazione dei soldati israeliani.

 

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Politica

La Gran Bretagna potrebbe annullare la Brexit: parla il neopremier Burnham

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Il premier britannico Andy Burnham ha detto che la Gran Bretagna potrebbe, in prospettiva, tornare nell’Unione Europea, mentre il suo esecutivo valuta diverse strade per ridefinire i rapporti con il blocco a dieci anni dal referendum sulla Brexit.   In un’intervista alla BBC mercoledì, Burnham ha dichiarato che la Brexit ha fatto «più male che bene», sostenendo che l’assetto attuale frena la crescita economica e non ha consegnato il controllo sull’immigrazione che era stato promesso. Ha aggiunto che il governo esaminerà alternative che vanno dal mantenere lo status quo all’adesione a un’unione doganale o al mercato unico, fino a un eventuale rientro definitivo nell’UE.   Di recente si è parlato sempre più spesso di un possibile ritorno all’UE, con diversi esponenti britannici di primo piano che hanno avanzato l’ipotesi. Le parole di Burnham sono l’indicazione più netta finora che un rientro potrebbe essere un’opzione concreta, anche se una mossa del genere riaprirebbe i nodi di sovranità, immigrazione e controllo normativo che hanno spinto gran parte del voto per l’uscita.

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Nel giugno 2016 i britannici hanno votato per uscire dall’UE con il 52% contro il 48%, avviando anni di trattative sui termini della Brexit. Il Regno Unito ha lasciato formalmente il blocco nel gennaio 2020 e ha abbandonato mercato unico e unione doganale alla fine dello stesso anno.   Per molti elettori del Leave la Brexit riguardava soprattutto sovranità e immigrazione, più che l’economia. Un sondaggio Ashcroft subito dopo il referendum ha rilevato che il 49% di chi aveva votato per uscire indicava come motivo principale la volontà che le decisioni sul Regno fossero prese in Gran Bretagna, mentre il 33% citava il desiderio di riprendere il controllo su immigrazione e confini. Solo il 6% metteva in primo piano i benefici attesi per commercio ed economia. Al contrario, il 43% di chi aveva votato per restare indicava come preoccupazione principale il rischio della Brexit per economia, occupazione e prezzi.   La Brexit ha messo fine alla libera circolazione nell’UE e ha dato a Londra il controllo su chi potesse trasferirsi in Gran Bretagna dall’Unione. Questo, però, non si è tradotto in un calo complessivo dell’immigrazione. Il saldo migratorio netto è anzi salito in modo netto, con un aumento degli arrivi da Paesi extra-UE, fino al record di 944.000 persone nell’anno concluso a marzo 2023, prima di calare bruscamente dopo l’inasprimento delle norme sui visti. I cittadini extra-UE restano la maggioranza degli ingressi.   Il cambiamento ha avuto un effetto speculare: i cittadini britannici hanno perso i diritti di libera circolazione dell’UE e ora sono soggetti ai requisiti di ingresso previsti per i viaggiatori extra-UE nello spazio Schengen.   La Brexit ha inoltre dato alla Gran Bretagna una politica commerciale autonoma, permettendole di negoziare accordi senza il via libera degli Stati membri dell’UE. Da allora Londra ha chiuso intese con Australia, Nuova Zelanda e India e ha aderito al CPTPP, un importante blocco commerciale indo-pacifico. Tuttavia l’Office for Budget Responsibility (OBR) stima che i benefici economici di lungo periodo degli accordi post-Brexit siano modesti rispetto all’impatto atteso dalle maggiori barriere commerciali con l’UE.   Ciononostante il blocco resta il principale partner commerciale della Gran Bretagna, con circa il 41% delle esportazioni britanniche e circa la metà delle importazioni nel 2025.   I critici sostengono che i costi economici della Brexit abbiano superato i benefici. L’Ufficio per la Responsabilità di Bilancio (OBR) stima che la Brexit ridurrà alla fine l’intensità degli scambi dell’economia britannica di circa il 15% e la produttività di circa il 4% rispetto alla permanenza nell’UE. Si tratta di ipotesi di modellizzazione di lungo periodo, non di perdite osservate in modo diretto, e la performance economica britannica dopo la Brexit è stata influenzata anche dalla pandemia di COVID-19, dal conflitto in Ucraina e da più ampie perturbazioni del commercio globale.   L’uscita dal mercato unico e dall’unione doganale ha anche creato nuove barriere commerciali con il principale partner della Gran Bretagna. Le imprese devono ora affrontare dichiarazioni doganali, regole di origine e controlli aggiuntivi che non c’erano quando il Paese era membro dell’UE.   Sebbene la Brexit abbia dato a Londra un maggiore controllo sull’immigrazione legale, Burnham ha sostenuto che ha indebolito la capacità del Paese di contrastare quella irregolare, riducendo la cooperazione con i Paesi europei, in particolare sugli attraversamenti della Manica.   Burnham non ha collegato in modo esplicito la revisione del ruolo dell’UE alla tenuta del Regno britannico. L’iniziativa si inserisce però nel contesto dei partiti indipendentisti e nazionalisti irlandesi in Scozia, Galles e Irlanda del Nord, che spingono per l’indipendenza o la riunificazione irlandese e presentano una maggiore integrazione con l’UE come parte della loro visione.   Questo mese l’SNP e il Plaid Cymru, entrambi indipendentisti, insieme al Sinn Féin, favorevole all’unificazione irlandese, hanno riaffermato insieme il diritto all’autodeterminazione delle rispettive nazioni e hanno chiesto a Londra di facilitare un cambiamento costituzionale, dichiarando che il loro futuro «appartiene all’Unione Europea».   Burnham, dal canto suo, ha fatto della tenuta del Paese una priorità esplicita. Rispondendo martedì alla previsione del primo ministro scozzese John Swinney, secondo cui sarebbe stato l’ultimo premier del cosiddetto Regno Unito, ha promesso di «combattere con tutte le mie forze per mantenere unito il Paese».

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In materia di sicurezza, Gran Bretagna e UE si sono già avvicinate in modo significativo nonostante la Brexit. Il Regno Unito resta una delle principali potenze militari europee della NATO, mentre il Partenariato di sicurezza e difesa Regno Unito-UE del 2025 ha istituito consultazioni strategiche periodiche e ha ampliato la cooperazione su Ucraina, sanzioni alla Russia, mobilità militare e produzione di armamenti. Ha inoltre aperto la strada a un maggiore coinvolgimento britannico nelle iniziative di difesa dell’UE.   Un eventuale ritorno non sarebbe automatico né ripristinerebbe le precedenti condizioni di adesione. Londra  dovrebbe presentare una nuova domanda formale e seguire l’intero processo di adesione, che richiede l’approvazione unanime degli Stati membri e il consenso del Parlamento europeo. Alla Gran Bretagna non sarebbero inoltre garantite le deroghe e gli accordi speciali di cui godeva prima della Brexit: i termini di una nuova adesione andrebbero negoziati.   Subito dopo il referendum del 2016 i leader dell’UE dissero di rammaricarsi della scelta britannica, pur rispettandone l’esito. Nei negoziati successivi sul recesso Bruxelles tenne una linea rigida, insistendo sul fatto che la Gran Bretagna non potesse conservare i benefici dell’adesione dall’esterno e respingendo l’idea di «selezionare solo i vantaggi» del mercato unico.   Tuttavia Un decennio dopo Bruxelles non esclude il ritorno di Londra. A luglio il commissario europeo Maros Sefcovic ha detto che la richiesta di adesione è «una prerogativa esclusiva» dei britannici. L’ex negoziatore dell’UE per la Brexit, Michel Barnier, ha dichiarato a giugno che la «porta dell’UE è aperta», sottolineando però che la Gran Bretagna non può semplicemente scegliere quali regole dell’UE seguire.

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Immagine di sebastiandoe5 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic  
   
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