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Le origini della legge sul femminicidio

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La scorsa settimana il Consiglio dei Ministri della Repubblica italiana lo schema di disegno di legge intitolato «Introduzione del delitto di femminicidio e altri interventi normativi per il contrasto alla violenza nei confronti delle donne e per la tutela delle vittime». La proposta viene dal ministero della Giustizia, dal ministero dell’Interno, dal ministero per la Famiglia Natalità e Pari Opportunità e dal ministero per le Riforme istituzionali e Semplificazione normativa.

 

Il provvedimento stabilisce l’inserimento nel sistema legale italiano del reato di femminicidio, definendolo come il crimine compiuto da chi causa la morte di una donna per ragioni legate a discriminazione, odio di genere o per impedirle di esercitare i propri diritti e di manifestare la propria personalità.

In pratica, una legge che calpesta la Costituzione, il diritto, la legge naturale, entrerà in vigore nel nostro Paese. Una vera e propria legge gender lanciata in Italia dal governo della destra.

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Tuttavia, la storia del reato di «femminicidio» (una parola artificiale, un neologismo orwelliano inaudito fino a pochi anni fa) è risalente. Il femminicidio era entrato nelle leggi italiane con la legge 119 del 15 ottobre 2013, «recante disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonché in tema di protezione civile e di commissariamento delle province, è convertito in legge con le modificazioni riportate in allegato alla presente legge».

 

Uno spaccato delle origini di questo «vero e proprio monstrum logico prima ancora che giuridico» lo dà Elisabetta Frezza nel suo libro Malascuola, insuperato compendio analitico della follia genderista e del suo impatto nelle scuole italiane.

 

«Come si è detto, la legge 119 è stata adottata in esecuzione della Convenzione di Istanbul del 2011 del Consiglio di Europa “sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”» scrive l’autrice.

 

Frezza considera l’aberrazione giuridica del concetto di punizione, che ora viene concepito a seconda di chi vittima e chi carnefice.

 

«Sotto il profilo penalistico, la legge in oggetto riformula i titoli di reato in ragione della qualità del soggetto leso (le femmine) laddove, per loro natura, le norme penali incriminatrici tutelano il bene giuridico oggettivamente inteso, cioè indipendentemente dalla identità del soggetto passivo (salvo casi particolari giustificati da ragioni altrettanto peculiari): la fattispecie dell’omicidio, ad esempio, punisce “chiunque cagiona la morte di un uomo”, dove ovviamente “uomo” sta per essere umano senz’altra distinzione».

 

Si tratta di un’enorme differenza rispetto al diritto così come lo conosciamo, dove, per dirla con la frase talvolta stampate enorme nelle aule di giustizia, «la legge è uguale per tutti».

 

«L’insensatezza delle nuove fattispecie incriminatrici emerge peraltro da una obiezione elementare: se uno massacra un suo simile per una qualsiasi ragione, gli dà fuoco, gli spara, lo scioglie nell’acido, il suo crimine è forse diverso o meno grave perché la vittima non è una femmina?» chiede la giurista. «E ancora: se vale la premessa di politica criminale sulla necessità di prevenire i crimini commessi ai danni delle donne attraverso una repressione più severa, perché allora non inventare uno specifico titolo di reato per ogni altra categoria “a rischio”, come ad esempio i gioiellieri, i benzinai, i tassisti?»

 

Pensandoci, quest’ultima non è una provocazione: vi sono «minoranze a rischio» ovunque, con casi di cronaca continui, dove poi a magari a finire in galera è il gioielliere, il tassista, il benzinaio…

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«Per quale motivo un numero indefinito di altri soggetti non avrebbe titolo per reclamare a sua volta una tutela penale ad hoc, rafforzata?» chiede ancora Frezza, rispondendo che «è chiaro che una simile pretesa, ove accolta, si risolverebbe in una evidente quanto pericolosa torsione dei principi fondamentali del sistema penale, costantemente ribaditi dalle scienze giuridiche, secondo cui va punito il fatto lesivo del bene giuridico protetto, a prescindere dalla identità e dalle caratteristiche del soggetto leso».

 

«Ciò precisato circa l’intrinseca assurdità dell’invenzione criminologica che va sotto il nome di femminicidio, va da sè che resta incontestabile quanto tragicamente evidente la recrudescenza dei fenomeni di violenza cieca e ferina nella società dell’oggi».

 

Il reato di femminicidio, dunque, cura – come tanta medicina moderna – solo un sintomo, invece che la causa del male

 

Al di fuori dei discorsi di chi ripete «a orecchio i luoghi comuni del pensiero unico precotto, forse vale la pena di domandarsi se questa emergenza non sia piuttosto il frutto perverso di una serie di degenerazioni, che va dalla diffusione incontrastata della pornografia, alla voragine culturale che favorisce la sovrapposizione tra virtuale e reale, alla idolatria degli istinti e correlativo abbattimento dei freni inibitori, alla esaltazione della fluidità sessuale professata in nome dell’autodeterminazione, alla metaforica uccisione del padre e di ogni legittima autorità, all’eclissi della donna nella sua immagine di moglie e di madre capace di evocare la protezione e il rispetto del maschio in virtù della sua stessa femminilità. Cioè, di tutto quanto confluisce in quel sistema distorto che si vuole pervicacemente alimentare in via mediatica ed educativa».

 

«È evidente che si tratta di un paradossale circuito vizioso» scrive la scrittrice. «Se si riduce tutto all’orizzonte del piacere fine a se stesso, della libertà senza limiti nei comportamenti interpersonali, disconoscendo ogni ordine naturale, l’esito non può non essere altro che quello che abbiamo oggi sotto i nostri occhi. Estirpata dalle menti la legge morale che distingue l’uomo dalla bestia, egli tornerà a manifestare aspetti autenticamente bestiali. Come di fatto sta avvenendo con frequenza sempre più drammatica».

 

Le cause dell’abbrutimento generale sono anche di natura filosofica e perfino scolastica, perché «se l’uomo va considerato uno scimmione evoluto come vuole il dogma evoluzionista inculcato ai bambini a partire dalle prime classi delle elementari, ovvero è un animale al pari degli altri, allora bisogna anche prendere atto che nel regno animale vige la legge della giungla, per cui il più forte ha la meglio sul più debole».

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È il trionfo dello Stato moderno nella sua cifra anti-naturale. «È bene tenere presente che una legge dello Stato non può cambiare la realtà delle cose: il maschio è costituzionalmente diverso dalla femmina ed è, di norma, strutturalmente più forte. Si tratta di quel famoso principio di realtà da cui è bene non discostarsi perché esso vale e si impone anche se vengono adottati provvedimenti sempre più severi per cercare di forzarlo».

 

È lo Stato che con le sue leggi va contro la natura, cioè contro la verità.

 

«La verità è un’altra, ed è antitetica ai mantra montati ad arte dalla propaganda di regime. La verità è che il sottrarre a forza la donna alla sua vocazione naturale, per farne da un lato la scimmiottatura del maschio e dall’altro una sorta di animale in cattività appartenente ad una specie protetta, come ogni operazione contro natura finisce per creare una serie incontrollata di squilibri oggettivi e una mortificazione di quella tanto sbandierata dignità in nome della quale si pretenderebbe di agire.

 

«E la natura violata, come sempre, alla fine presenta il suo conto…»

 

Un amaro avvertimento che le persone di potere dovrebbero tenere sempre a mente. Ma non potranno mai farlo del tutto, se continueranno ad essere guidati dalla Cultura della Morte.

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Nuova malattia si diffonde tra gli omosessuali

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Una malattia della pelle che provoca lesioni, precedentemente limitata agli animali nei paesi tropicali, è ora comparsa e si è diffusa in «cluster» di uomini omosessuali nell’Europa occidentale.   Nota come «malattia della pioggia», la «dermatofilosi» è descritta dai Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) come un’infezione cutanea causata dal Dermatophilus congolensis che colpisce principalmente gli animali nelle regioni tropicali e subtropicali.   Fino a poco tempo fa, le infezioni umane erano rare e associate esclusivamente agli agricoltori e ad altre persone frequentemente esposte al bestiame o alla fauna selvatica.

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Si ritiene che il punto di origine dell’epidemia tra gli uomini omosessuali sia una «sauna gay» a Lione, in Francia, dove gli uomini si dedicavano ad attività sessuali in un ambiente caldo e umido che riproduceva condizioni tropicali.   Poiché la malattia si trasmette per via sessuale, si manifesta principalmente con macchie pruriginose e purulente sul viso e sui genitali. Numerosi uomini in diverse città di Francia, Spagna e Germania hanno contratto la malattia. Anche Italia e Turchia hanno segnalato casi.   Nel frattempo, secondo un rapporto del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC), le modalità di diffusione della malattia batterica potrebbero essere in evoluzione.   L’aumento dei casi «potrebbe indicare un cambiamento nella modalità di trasmissione, con prove che suggeriscono una diffusione da uomo a uomo, in particolare in ambienti umidi e caldi», ha scritto l’ECDC.   La nuova epidemia di malattia della pelle tra gli omosessuali è stranamente simile alla diffusione del vaiolo delle scimmie (mpox) nel 2022, quando si era scoperto che le infezioni venivano trasmesse principalmente attraverso «contatti sessuali tra uomini che hanno rapporti sessuali con uomini», con particolare attenzione ai festival estivi LGBT come Gay Pride ed affini.   «Alcuni dei primi casi rilevati in Spagna riguardano uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini (MSM) o persone transgender che avevano frequentato una sauna a Madrid o un festival del Gay Pride nelle Isole Canarie», riportava Science all’epoca. «In Belgio, diversi casi sono stati collegati a un festival gay ad Anversa».   «Tra i primi casi confermati, la maggior parte presenta lesioni esclusivamente perigenitali, perianali e intorno alla bocca», ha affermato Fernando Simón, direttore del ministero della Salute spagnolo. In parole semplici, la malattia si trasmette agli uomini attraverso il contatto intimo con lesioni localizzate nella zona genitale e anale di altri uomini.   L’ente di controllo epidemico americano CDC ha avvertito che «gli spazi chiusi, come retrobottega, saune o locali per incontri sessuali, dove si indossano pochissimi indumenti o non se ne indossa affatto e dove avvengono contatti sessuali intimi, presentano una maggiore probabilità di diffusione del vaiolo delle scimmie».   Quando ha iniziato a diffondersi rapidamente alla fine del 2022, l’OMS – che aveva lanciato l’«emergenza sanitaria globale» – aveva ribattezzato la malattia mpox, per evitare «un linguaggio razzista e stigmatizzante».
Nel 2025 un nuovo ceppo di vaiolo delle scimmie con «potenziale pandemico» era stato scoperto in Congo. L’OMS ha ridichiarato l’mpox «emergenza sanitaria globale» la scorsa estate. Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso in India era stato registrato il primo caso di ceppo mortale del patogeno. Nello stesso periodo, Singapore ha lanciato una quarantena in stile COVID e una campagna vaccinale. Controlli agli arrivi aeroportuali sono stati istituiti in Paesi come la Cina e il Kazakistan.   L’autorità di regolamentazione farmaceutica americana FDA ha approvato un vaccino per il vaiolo delle scimmie anche se potrebbe causare morte nei vaccinati e pure nei non vaccinati che entrano in contatto con i primi.

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Il 99% dei casi, ammise ad un certo punto la sanità britannica, era costituito da maschi omosessuali. Nel 2023 l’ente di controllo epidemico americano CDC avvertì che il vaiolo delle scimmie sarebbe potuto tornare con i festival estivi LGBT.   Una circolare del ministero della Salute italiana dell’epoca stabiliva una precedenza per la vaccinazione anti-vaiolo per le scimmie a «persone gay, transgender, bisessuali e altri uomini che hanno rapporti sessuali con uomini (MSM) che rientrano nei seguenti criteri di rischio: storia recente (ultimi 3 mesi) con più partner sessuali; partecipazione a eventi di sesso di gruppo; partecipazione a incontri sessuali in locali/club/cruising/saune; recente infezione sessualmente trasmessa (almeno un episodio nell’ultimo anno); abitudine alla pratica di associare gli atti sessuali al consumo di droghe chimiche (Chemsex)».   Da oltremanica era invece arrivata la notizia del primo caso di cane infettato da vaiolo delle scimmie. La bestiola condivideva il letto con una coppia di gay infetti.   Come riportato da Renovatio 21nel 2021 il vaiolo delle scimmie fu protagonista di una molto preveggente simulazione organizzata dall’ONG per la minaccia nucleare NTI con l’OMS e l’inevitabile Fondazione Gates.  

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Sacerdote è stato preso di mira per aver negato la Comunione ad un omosessuale «sposato»

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Un parroco in Spagna è al centro di proteste per aver impedito a un omosessuale di ricevere la Santa Comunione. Lo riporta LifeSite.

 

Un uomo afferma che il 30 maggio un parroco nella sua città natale, Villanueva del Rio y Mina, gli ha chiesto di rimanere dopo la Messa e lo ha informato che, sebbene avesse ricevuto la Comunione quel giorno, non gli sarebbe più stato permesso di ricevere l’Eucaristia perché è «sposato» con un uomo. «Mi ha detto che doveva parlarmi di un argomento un po’ spiacevole», ha scritto l’omosessuale «sposato»in un post su Facebook. «Mi ha fatto capire che non mi avrebbe mai più dato la comunione».

 

«Mi disse che quando mi dava la comunione mi stava dando del “veleno” e che sia io che mio marito eravamo persone “indegne” e condannate a vivere in eterno in purgatorio», ha affermato l’uomo.

 

L’uomo ha affermato di aver reagito immediatamente alle parole del prete alzando la voce. «Ho gridato a tutti i presenti sulla porta della parrocchia ciò che quell’uomo aveva detto. Mi sono sentito molto nervoso e umiliato dal mio parroco», ha detto. «Nei miei 40 anni di fede cristiana, non mi era mai capitata una cosa così terribile e sconvolgente».

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«Vorrei aggiungere che queste parole non sono state usate solo con me. Molte persone mi hanno avvicinato per dirmi che era successa loro qualcosa di simile. Persone di diversi gruppi, divorziati, coppie, ecc.», ha aggiunto l’omosessuale, che ha poi inevitabilmente citato papa Francesco: «La Chiesa è casa per tutti, tutti, tutti.»

 

Secondo quanto riportato dal quotidiano locale Viva Seville, in un successivo incontro tra il parroco e l’uomo, il sacerdote non ha fatto marcia indietro: martedì 2 giugno, diversi giorni dopo l’incidente, il sacerdote ha contatto l’omosessuale telefonicamente per scusarsi del modo in cui gli si era rivolto e per invitarlo nel suo ufficio. Tuttavia, secondo la testimonianza del denunciante, il sacerdote ha mantenutola sua posizione anche durante l’incontro.

 

«Si è scusato, ma è rimasto fermo sulla sua posizione. Ha ribadito che non poteva darmi la Comunione perché sono sposato pubblicamente con un uomo – tutta la città sa del mio matrimonio – e farlo equivarrebbe a convalidare la mia posizione», spiega.

 

L’omosessuale afferma di aver anche informato il sacerdote della sua intenzione di portare la questione ai media. La risposta che ha ricevuto, secondo il suo racconto, è stata che «è molto comune che persone come te facciano questo genere di cose», un’osservazione che ha interpretato come un ulteriore riferimento al suo orientamento sessuale.

 

Secondo quanto riferito, l’Arcidiocesi di Siviglia sta raccogliendo informazioni sull’accaduto al fine di rilasciare una dichiarazione.

 

Questo episodio è simile a un altro avvenuto nel 2012, quando un parroco dell’Arcidiocesi di Washington, DC, aveva coperto l’Ostia mentre una donna lesbica, presente al funerale della madre, si avvicinava per ricevere l’Eucaristia. Il parroco le aveva detto: «Non posso darti la Comunione perché vivi con una donna, e agli occhi della Chiesa questo è un peccato».

 

Il sacerdote, padre Marcel Guarnizo, era stato conseguentemente privato delle sue facoltà sacerdotali dall’allora cardinale arcivescovo di Washington, Donald Wuerl.

 

Come riportato da Renovatio 21, in un altro caso di due anni fa un prete della Florida aveva difeso la Santa Eucarestia da una donna lesbica irata che aveva schiacciato diverse ostie e cercato di amministrarsi illecitamente la Santa Comunione. In quel caso il sacerdote, nella difesa del Santissimo, era arrivato a mordere il braccio della agguerrita lesbica, che poi definì alla polizia la Santa Eucarestia come «un biscotto».

 

 

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Immagine di Ingo Mehling via Wikimedia pubblicata su licenza  Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

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Mons. Eleganti: gli omosessuali nella gerarchia continuano a «sbatterci in faccia i colori dell’arcobaleno»

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Renovatio 21 traduce e pubblica questo testo del vescovo svizzero Marian Eleganti, già vescovo ausiliare di Coira, apparso su LifeSiteNews. Note per le sue posizioni contrarie alla deriva della chiesa moderna, monsignor Eleganti è purtroppo contrario alle prossime ordinazioni della FSSPX, alla quale il suo mentore, monsignor Huonder, aveva negli ultimi anni della sua vita aderito.   Ciò che proviene da Roma – intendo il laboratorio del cosiddetto «processo sinodale» proclamato dalla Chiesa universale – è pura saggezza umana. Evidentemente, i protagonisti non hanno di meglio da fare che impartire ripetutamente direttive alle chiese locali su come il processo sinodale – un’impresa nata morta fin dall’inizio – debba essere gestito e mantenuto in funzione. Credono di poter canalizzare lo Spirito Santo e che Egli troverà la sua via per raggiungere i fedeli attraverso i canali che hanno predisposto. Il risultato è la burocratizzazione di un rinnovamento e di una missione auspicati.   Il popolo di Dio, nella sua accezione più ampia e semplice, rimane in disparte. Sono gli attori a tempo pieno di questa chiesa disfunzionale, guidata da comitati, a essere occupati, a caro prezzo, dei meccanismi di controllo e dei documenti sinodali commissionati. Tutto ciò che ne deriva sono documenti da rileggere più e più volte, risultati di studi eterodossi e comitati di nuova creazione (che si aggiungono ai molti già esistenti).   Eppure basterebbe che ogni cattolico fosse veramente ciò che il nome implica: il sale della terra. Lo Spirito Santo opererebbe attraverso di loro. Ma all’opera ci sono i «cattolici di professione» che si prendono una pausa dall’essere cattolici nel loro tempo libero. Molti di loro non frequentano nemmeno regolarmente la Messa domenicale. Ma ovviamente sanno come la Chiesa deve essere rinnovata; si può quindi leggere a riguardo – idee abilmente concepite.   Questo vale anche per gli artefici di questo processo sinodale a Roma. Ormai è chiaro a cosa miri: una ristrutturazione delle posizioni dottrinali consolidate e incrollabili della Chiesa in materia di divorzio e «nuovo matrimonio», omosessualità (l’intera agenda queer), la democratizzazione sinodale della leadership ecclesiastica, nuovi ruoli per le donne e progressi ecumenici e interreligiosi a scapito della propria identità cattolica. Bisogna, in effetti, andare alla ricerca di questa identità.

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La tanto decantata inclusione riguarda principalmente la normalizzazione dell’omosessualità all’interno della Chiesa e non è altro che una revisione della sua dottrina su questioni rimaste invariate per 60 anni. Tanto clamore per un programma fin troppo evidente. A quanto pare, abbiamo già abbastanza omosessuali nel clero e nella gerarchia ecclesiastica che, con la stessa insistenza e instancabile tenacia del resto della società, ci sbattono in faccia i colori dell’arcobaleno a ogni occasione, convinti di essere più vicini che mai al loro obiettivo.   Ma il fatto che i documenti del Concilio Vaticano II non siano più validi è davvero sorprendente. Il Concilio parlava ancora di una differenza fondamentale tra il sacerdozio ordinato e i laici non ordinati; parlava dell’unità di ordinazione e di giurisdizione/guida, di un Popolo di Dio gerarchicamente ordinato. Tutto è ormai acqua passata! Oggi, questa unità di ordinazione e di guida (giurisdizione) auspicata dal Concilio viene distrutta non solo dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X (con i suoi vescovi ausiliari privi di giurisdizione), ma anche da coloro che a Roma e tra noi nominano laici a capo o prefetti di dicasteri, con i vescovi come assistenti subordinati o co-capi, qui, a capo di parrocchie e di unità pastorali e di parrocchie con i cosiddetti sacerdoti «collaboratori» come loro subordinati.   Ma stanno cantando vittoria troppo presto, senza tenere conto del tanto citato Spirito Santo. Egli percorre strade completamente diverse. Basti pensare ai tanti giovani che si candidano al battesimo: un fenomeno in crescita, ma non frutto del processo sinodale.   La Chiesa farebbe meglio a concentrare la sua attenzione sulla questione liturgica se non vuole assistere impotente alla deriva della propria nave, che continua a scivolare lungo il fiume. È proprio questo che auspico per questo processo sinodale, dal quale non mi aspetto nulla. Finora, infatti, non ha prodotto altro che un’incessante frenesia, un eccesso di parole e direttive, ma nessuna vita soprannaturale nei cuori dei fedeli. Questa vita verrebbe da una vera conversione, dal versamento del proprio sangue. I processi, al contrario, sono pure creazioni intellettuali; non entrano nel sangue, almeno non nel mio. Probabilmente non sono il solo a pensarla così.   Diventerà evidente che questo tentativo di rinnovare la Chiesa e riformattarla secondo i propri interessi – si pensi al tanto decantato cambio di paradigma dalla Chiesa apostolica a quella sinodale – è destinato al fallimento. Peggio ancora, già oggi rappresenta un acceleratore di forze centrifughe e nuove minacce di scisma, sia interne che esterne!   Forse dovremmo rimettere l’altare al centro della Chiesa. Forse tutti nella Chiesa dovrebbero considerare che senza il sacerdote non c’è Santa Messa, e senza Santa Messa non c’è Chiesa. Una Chiesa senza sacerdote – un sogno per alcuni di noi, coloro che marginalizzano o soppiantano il sacerdote e credono che sia giunta l’ora dei laici – è destinata a scomparire.   Molti giovani sono dunque attratti dalla vecchia liturgia [la Messa tradizionale in latino]. Ma essa è silenziosa (soprattutto nel momento culminante). Nella Chiesa post-conciliare, invece, si parla continuamente, sia liturgicamente che sinodalmente. C’è quasi una necessità di farlo, perché il mistero davanti al quale ci si inginocchia per ricevere da Cristo tutto ciò che dà la vera vita è andato perduto.   Dobbiamo tornare indietro, rivolgerci a Lui e guardare a Lui. I sacerdoti, invece, guardano verso la congregazione, che si definisce secondo categorie secondarie e poi celebra la liturgia come soggetto di quelle liturgie categoriali. Il sacerdote è semplicemente il presidente dell’assemblea. CRISTO, l’attrazione principale (letteralmente e figurativamente!) di ogni celebrazione, sfugge al loro sguardo. Persino il Papa lo mette da parte nelle Messe papali, che diventano soprattutto un incontro con lui, il papa (una «superstar»?), non con CRISTO. Dovremmo riflettere su tutto questo – non necessariamente parlarne, ma cambiarlo, ognuno per sé!   + Marian Eleganti vescovo  

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