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Foreign Fighter USA dal fronte ucraino trovato armato in Piazza San Pietro. Perché?

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È davvero forte il titolo che ha dato ieri l’edizione romana de la Repubblica, il giornale che ha dato la notizia: «Super ricercato Usa arrestato armato durante l’udienza del Papa: “Vengo dal fronte di guerra ucraino”».

 

«Cosa ci faceva un americano armato come un macellaio a Roma?» si chiede il quotidiano degli Agnelli. «Cosa ci faceva uno dei più pericolosi e ricercati criminali dello Stato di New York, nella top twelve dei “most wanted“, armato sino ai denti a Piazza San Pietro e arrivato direttamente dall’Ucraina? Moises Tejada, cinquantaquattrenne statunitense, negli USA è “classificato come estremamente violento”, così è scritto sul sito del New York State Department of Corrections and Community Supervision’s Office of Special investigations».

 

Viene specificato che nelle avvertenze è posto un monito preciso: «se lo vedete chiamate subito le forze dell’ordine, non cercate di fermare questi soggetti da soli poiché sono particolarmente pericolosi».

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Il fatto, leggiamo, risale a quasi dieci giorni fa. «I nostri poliziotti, ispettorato Vaticano, l’hanno notato (…) nell’Urbe. Non un giorno qualsiasi, poiché piazza San Pietro era affollatissima per l’udienza generale del Papa».

 

Poi parte la descrizioni delle doti extrasensoriali delle italiche forze dell’ordine: «Gli agenti senza sapere chi fosse, grazie anche al loro intuito, non gli hanno mai levato gli occhi di dosso, nemmeno per un secondo, fino a decidere di fermarlo e, infine, perquisirlo» continua il quotidiano fondato dal «laico» Scalfari, che pure anche lui qualche visita in Vaticano, nei primi giorni del papa preferito dai massoni, se l’era fatti per intervistare proprio l’inquilino di Santa Marta.

 

Ma torniamo in Piazza San Pietro, con i poliziotti premonitori. Lo hanno fermato, e «l’istinto aveva dato loro ragione. La scoperta delle armi che hanno trovato addosso all’americano gli ha lasciati interdetti: perché andare in giro con tre coltelli, uno con la doppia lama, da venti centimetri ciascuno? Per farne cosa?»

 

Già, una bella domanda. A cui epperò mica nessuno vuole dare risposta, neanche ci prova. Qualche giornale di destra, a denti stretti, ha provato a parlare di «segnale», ma buttandola là.

 

Quindi: un criminale americano super-ricercato, violentissimo, che dal fronte ucraino finisce, armato di coltelli, in Vaticano. Non abbiamo idea del perché. Interessante. Assai.

 

Apprendiamo che l’uomo, tale Moises Tejada «è planato sull’Urbe una decina di giorni fa, così hanno potuto verificare gli investigatori attraverso l’analisi del passaporto, dalla Moldavia dove era da poco arrivato da Kiev».

 

«In commissariato, in manette, con l’accusa di porto abusivo d’armi e resistenza, gli agenti hanno scoperto che negli USA, precisamente nello stato di New York, è considerato un “most wanted“». Pare che il personaggio si sarebbe reso responsabile di sequestri di agenti immobiliari che rapinava e riempiva di botte. Chiedeva appuntamenti per vedere case di lusso, poi aggrediva violentemente gli immobiliaristi per poi lasciarli seminudi nelle abitazioni.

 

Strano modus operandi, che forse parla di una tipologia specifica di personalità.

 

«Insomma, più che un criminale tutto tondo, una persona fuori controllo degna però di essere inserita tra i maggiori ricercati dello Stato» continua Repubblica. «A questo punto investigatori e inquirenti si sono domandati: come mai uno degli uomini più ricercati a New York è riuscito a lasciare il Paese in aereo e dirigersi a Kiev?»

 

È bello che il giornale degli Elkann guidato da Maurizio Molinari trovi, per una volta, di farsi una domanda vera. Specie considerando i rapporti non idilliaci di ambedue – gli Elkann e Molinari – con la Russia. Perché la Russia c’entra anche qui.

 

«A febbraio del 2022 ha abbandonato gli USA e si è diretto in Ucraina (come emerge dal suo passaporto) dove ha spiegato ai magistrati di aver combattuto, gli ha perfino mostrato delle foto in mimetica, armato di pistole e fucili». Il nostro è un Foreign Fighter, quindi, e non fa nulla per nasconderlo – c’è da capirlo, del resto, perché abbiamo visto, a dispetto di una legge specifica, l’Italia fischiettare sui Foreign Fighter pro-Kiev, mentre ci ricordiamo di subitanei arresti in aeroporto per quelli sospettati di aver combattuto per conto dei russi.

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Ma torniamo alle domande che Repubblica pone, e cerchiamo di accennare noi una mezza risposta, fatta della solita nuvola di puntini che sarà compito del lettore unire da sé.

 

In primis, ricordiamo che, per quanto riguarda la facilità con cui si possono spostare dagli USA all’Ucraina certi criminali. Ci viene in mente la vicenda del veterano americano incriminato dal Dipartimento di Giustizia USA per l’omicidio di una coppia in Florida, molto misteriosamente comparso a «lavorare» al fronte in Ucraina come «volontario», nonostante su di lui penda una richiesta di estradizione da parte di Washington. Il personaggio, che in America avrebbe minato la casa della moglie incinta, cercato di ucciderla, e poi ammazzato una coppia di «donatori» che volevano dare danaro alla sua causa, avrebbe aderito nel 2015 ad una milizia di estrema destra e, secondo documenti trapelati dalla divisione penale del Dipartimento di giustizia dell’Ufficio per gli affari internazionali il veterano americano in Ucraina avrebbe «presumibilmente preso come prigionieri non combattenti, li avrebbe picchiati con i pugni, li avrebbe presi a calci, li avrebbe picchiati con un calzino pieno di pietre e li avrebbe tenuti sott’acqua».

 

In secundis, vediamo come la personalità con tratti di violenza parossistica pure non è rara tra la manovalanza estera mandata in Donbass – anche prima dell’invio delle truppe russe il 24 febbraio 2022. Nel caso sopracitato, secondo il sito Ukr-leaks che raccoglie i documenti trapelati, un testimone – poi arrestato negli USA – avrebbe quindi anche raccontato di come il veterano americano avrebbe picchiato e annegato la ragazza, mentre un altro membro del gruppo, un australiano, le avrebbe somministrato iniezioni di adrenalina in modo che la giovane non perdesse conoscenza. «Tutto questo è stato filmato dalla telecamera» scrive il sito.

 

Diciamo di più: tali tipi di profili, inclini alla violenza parossistica sino all’essere insensata, ultrasadica, non solo sono comuni nelle guerre sporche degli USA in giro per il mondo, sono necessari.

 

La creazione delle forze neonaziste che servono il regime di Kiev – cioè lo Stato profondo americano – è stata operata per anni andando a lavorarsi le parti della popolazione che più si sarebbero prestate alla psicologia della violenza indiscriminata: ecco serviti al serbatoio immenso di braccia tatuate e teste rasate che sono le curve degli stadi le teorie di Bandera. È un processo di radicalizzazione, che non deve essere stato differente da quello di ISIS e Al-Qaeda. Lo si vede bene, descritto anche con una certa mesta poesia, nel film Syriana. È un qualcosa che, nemmeno più a denti stretti, cominciano a temere i servizi di sicurezza americani e pure qualche politico goscista francese: i Foreign Fighter di ritorno, radicalizzati in Ucraina in maniera totale, di ritorno a casa, magari pure con qualche arma di quelle «donate» a Kiev.

 

È il «jihadismo ucronazista» coltivato dall’Occidente per questo conflitto e forse per il prossimo – quello contro la stessa popolazione europea da trascinare nell’anarco-tirannia, come scritto tante volte da Renovatio 21.

 

Prendi una generazione impoverita (i soldi sono andati tutti agli oligarchi, gli stessi che poi hanno finanziato le milizie ucronaziste), la riempi di ideali che risuonano con il testosterone giovanile, sangue e suolo, la violenza come principale valuta sociale… aggiungi appoggi politici, armi, etc. Quello che ottieni è guerra. Morte e distruzione. Cioè quello che serve ai pupari per creare il cambiamento geopolitico.

 

È bene ricordare che se diciamo «nazisti», stiamo dicendo davvero «nazisti», oppure anche peggio.  Strapagati giornalisti italiani ci hanno detto che i ragazzi con la svastica leggono Kant, la realtà è che i «nazionalisti integralisti» ucraini sono stati capaci di crudeltà che hanno impressionato pure gente di stomaco. È il caso di quel famigerato skinhead americano tatuatissimo, un altro volontario del fronte ucraino che aveva dichiarato che mai aveva visto una violenza del genere.

 

Girava un video, già prima della guerra, intitolato «gli ebrei si beccano la corda». Il contenuto: una donna incinta e suo marito, presumibilmente di origine giudaica, venivano linciati dai miliziani. Dicevano che si trattava di propaganda russa, non era vero. I nazisti ucraini non esistono. Salta fuori che, anche se i due non sono ebrei, il video è vero: e che i nazisti ucraini non solo esistono, ma sono capaci di gesti così indicibili da far pensare, più che altro, a vere caricature dei nazisti.

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E allora, torniamo alla domanda vera: perché? Perché il supercriminale Foreign Fighter ucraino stava in Piazza San Pietro?

 

Ah, poi c’è chi si chiede come abbiano fatto a beccarlo: alcuni non sono disposti ad accettare subito la storia dell’intuito da chiaroveggenti dei nostri, pur bravissimi certo, poliziotti zona Vaticano. Qui le ipotesi possibili sono due.

 

La prima: in Vaticano ci sono telecamere dotate di tecnologia face recognition, ma forse non si può dire, perché in Italia non si capisce se siano esattamente legali, e la Santa Sede non è Italia ma, pensano gli attuali occupanti del Soglio, è meglio non dirlo troppo spesso. Quindi: voi che su Facebook scrivete commenti contro Bergoglio, occhio.

 

La seconda: qualcuno ha fatto una soffiata, e ha avvertito i nostri che il tizio, ecco la foto segnaletica, era diretto da quelle parti. Qui si aprirebbero altre questioni cui ovviamente non sapremmo rispondere in alcun modo. Se lo ha mandato qualcuno, chi lo ha mandato? A fare cosa? Chi ha spifferato? Con che fine? Era avvertire di un pericolo, o era, più sottilmente, far comprendere a qualcuno, che c’è quel pericolo esiste?

 

Roba abissale, giuochi di specchi sacri e geopolitici come ai tempi di Ali Agca e le piste che incrociano i lupi grigi (altri giovani radicalizzati contro la Russia…), servizi bulgari, frati belgi legati alla CIA (come suggerì in un’intervista, sornione e diabolico, Andreotti), magari pure la Madonna di Fatima, et pour cause.

 

Possiamo solo buttare lì qualche altro puntino per il lettore. Sappiamo che il rapporto del papa con l’Ucraina, partito con un bacio alla bandiera della Centuria di Maidan (proprio ad un’udienza del mercoledì), passato per una politica di relazioni sterile, falsa e millantatoria, finito con vari insulti da parte Ucraina, è quello che è.

 

Lui ce l’ha messa tutta: ha taciuto quando hanno attaccato un suo sacerdote – sì, un prete cattolico, ad Uzhgorod – quando aveva osato pregare per la pace, ha provato a vendere ai giornalisti l’idea che la sua conversazione a Budapest con Ilarione – gerarca modernista e filocattolico del Patriarcato di Mosca finito rimosso, e che peraltro ora, dopo la Fiducia Supplicans, di Roma non ne vuole più sapere nulla – serviva alla pace, aveva mandato avanti Zuppi (idea geniale) a Kiev, aveva accettato che Zelens’kyj si sedesse prima di lui da ospite nell’incontro in Vaticano durante l’Italian tour del comico ucraino finito chez Bruno Vespa. (Qualcuno, in Russia, dice che il vertice tra Francesco e il comico TV divenuto presidente, invece, abbia alle spalle un famoso cardinale inglese…)

 

Bergoglio si era beccato gli insulti del consigliere di Zelens’kyj Mikhailo Podolyak, che sul Corriere della Sera (dove sennò) attaccò il papa e il cristianesimo tutto.  Poi, con la storia dell’appello ai negoziati lanciato dall’argentino alla testata svizzera, ecco le offese anche del ministro degli Esteri già «bambino di Chernobyl» in Irpinia Kuleba, che ha insinuato di antichi rapporti della Santa Sede con il nazismo (il bue che dice all’asino… ecco quella storia lì).

 

Davvero, il ragazzo biancovestito in sedia a rotelle ce l’aveva messa tutta, o almeno aveva fatto finta, almeno per un po’. Adesso, chissà cosa vogliono dirgli.

 

Anche perché ad essere arrabbiati con lui mica sono solo quelli della banda di Kiev. Qualche mese fa è partita la rabbia dei rabbini, perché questa equidistanza vaticana con i palestinesi (fra cui, ricordiamo, la Chiesa cattolica ha molti, molti fedeli) non si poteva sentire. Anche lì: il sudamericano si era impegnato, nel 2017 aveva pure visitato la tomba del fondatore del sionismo Teodoro Herzl (ma perché?) a fianco di un soddisfattissimo premier Netanyahu, quello che adesso chiamano macellaio genocida, sconfessando il suo predecessore papa San Pio X che, in modo leggermente diverso, quando Herzl gli chiese l’appoggio per far tornare gli ebrei in Palestina gli promise che la Chiesa si sarebbe opposta con ogni forza al progetto.

 

Ma un patatrac presso il Sacro Palazzo cuore della cristianità globale farebbe comodo a tanti altri.

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Sappiamo come funziona il pensiero dei padroni del vapore: il programma va mandato avanti per traumi. Le società umane si manipolano shock dopo shock. Presidenti uccisi, presidenti rapiti, bombe nelle piazze, nelle stazioni, aerei dirottati, torri che cascano, guerre, invasioni, pandemie.

 

Aggiungiamo anche un altro pensiero, sul quale non ci dilungheremo qui. Durante la guerra del Vietnam la CIA organizzò uno sforzo operativo chiamato Phoenix Program, che doveva distruggere fisicamente e moralmente il sistema dei Viet Cong attraverso rapimenti, infiltrazioni, assassinii, terrorismo, torture. Secondo alcuni, il Phoenix Program prevedeva la creazione vera e propria di serial killer. Soldati americani capaci di violenze infinite, psicopatici al punto da essere più considerabili per i nemici come vampiri (con atti di cannibalismo inclusi) che non come nemici, in grado quindi di scatenare timori ancestrali nei vietnamiti comunisti.

 

C’è chi dice che l’effetto più evidente di questo programma siano stati i continui casi di assassini seriali registrati in USA negli anni Settanta e Ottanta. Moltissimi di questi soggetti, divenuti popolari grazie a stampa, TV e cinema, avevano un passato tra i militari americani, alcuni proprio direttamente in Vietnam. Se ci fate caso, dopo gli anni Novanta – in cui il fenomeno divenne una costante, più che nella cronaca nera, nella cultura popolare – i serial killer sono spariti.

 

Dove sono finiti gli assassini seriali? Sono scomparsi? O forse, dice qualcuno con malizia, ne hanno «chiuso la fabbrica»? E la fabbrica, magari, si può riaprire? L’hanno riaperta?

 

Una volta potevi parlare dei patsy, dei capri espiatori usati nei grandi misteri storici, e non prenderti del complottista. Ricordo ancora i tempi in cui credere che Lee Harvey Oswald fosse un matto manipolato (anche lui con trascorsi militari significativi…) piazzato lì per prendersi la colpa del regicidio Kennedy non era una bestemmia, anzi era la norma.

 

Ora c’è da aver paura anche solo a fare delle ipotesi. Ma non solo per l’etichetta di pazzotico che ti possono affibbiare i benpensanti, i fact-checker, gli algoritmi censori dei social e dei motori di ricerca. C’è da aver paura di averci ragione.

 

Che cosa sono disposti a fare, questi mostri, per far bruciare ancora di più il mondo?

 

A quale altro regicidio dobbiamo assistere?

 

Quale efferata crudeltà li sazierà mai?

 

Roberto Dal Bosco

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Essere genitori

Ossitocina contro il divorzio, una proposta

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Palmer Luckey è con certezza una delle figure più interessanti del nostro tempo. Giovanissimo, la sua carriera è piena di ottenimenti straordinari – e di invenzioni che segnano punti nella storia del mondo.   Luckey è conosciuto come il fondatore di Oculus, l’azienda che creò il primo visore di Realtà Virtuale davvero sostenibile: in precedenza i caschi VR facevano, letteralmente, vomitare, quello inventato dal neanche ventenne praticamente nel garage di casa con amici conosciuti online risolveva il problema della motion sickness, aprendo definitivamente la via del mercato di massa per il VR. Dopo aver sconvolto il settore con la sua tecnologia (Sony fece una proposta, il genio videoludico John Carmack, creatore degli sparatutto 3D come Doom, chiese di lavorare per lui) Luckey vendette Oculus a Facebook per circa 2 miliardi di dollari. Mark Zuckerberg è talmente eccitato dalle possibilità del visore virtuale che si tuffa nel concetto di «metaverso» e cambia pure il nome della mega-società in Meta.   La storia prosegue in modo intrigante: Zuckerberg, anche se non lo può ammettere pubblicamente, caccia Luckey da Meta perché diviene noto il suo sostegno a Trump nel 2016. In realtà, Luckey ha affermato di aver scritto lettere a Trump anni prima che calasse in politica per chiedergli di correre come presidente.

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Dopo il licenziamento, Luckey, frustrato dalla situazione degli Stati Uniti e del mondo, di cui sembra avere incredibile contezza, crea Anduril (nome tolkieniano: è il segno che ci investe Peter Thiel), una startup di tecnologia militare che costruisce droni aerei e marittimi (uno è stato catturato dagli iraniani giorni fa) e sistemi di difesa che paiono al limite della fantascienza: missili intercettori AI, sottomarini autonomi, caschi che forniscono ai soldati una consapevolezza situazionale totale. Di fatto, conoscendo la sua passione per film, romanzi e videogiochi del genere (al punto che è ripreso a fare cosplay a Tokyo nel tempo libero), è possibile dire che si tratta di un personaggio che riesce a trasporre – caso notevole di vita che imita l’arte – la fantascienza in realtà.   Ascoltarlo nei vari podcast cui va ospite è sempre un’esperienza densa: che parli di geopolitica (è filoucraino, e dice di essere bandito dalla Cina per le forniture a Taiwano), di tecnologia, di letteratura, di politica o anche solo di retrogaming (sua altra grande passione, per la quale ha una startup che produce repliche attualizzate del Nintendo Game Boy) è sempre un’esperienza densa. Le sue idee sono non solo innovative, ma profondamente meditate – anche quando sembrano molto provocatorie.   Va sentito quello che dice anche quando parla di famiglia. Racconta dell’homeschooling impartito dai suoi genitori, che quindi gli hanno fatto iniziare i corsi universitari a 14 anni. Dice di aver sposato la compagna del liceo che aveva fatto piangere durante un dibattito. Divenuto padre, intima che chi fa meno di tre figli va considerato come un traditore. Luckey, ma questo non lo dice mai, è il cognato dell’ex deputato floridiano Matt Gaetz, molto inviso ad Israele, la cui candidatura ad Attorney General, guardasigilli americano, fu silurata ad inizio mandato Trump. C’è da dire che il Gaetz e la bellissima Ginger Luckey costituiscono una coppia che non è sgradevole guardare.   Ora Luckey ha alzato il tiro, ad un evento, ha rivelato il tipo di startup che creerebbe oggi: costruirebbe un’azienda di doping a base di ossitocina per porre fine al divorzio.   «Cercherei di porre fine alla tragedia del divorzio con il doping con ossitocina per la terapia di coppia» ha dichiarato il giovanissimo tecnologo miliardario. «Conosciamo piuttosto bene il legame di coppia nei mammiferi. Ci sono molte persone che vogliono stare insieme. La maggior parte delle persone che non vogliono stare insieme dovrebbero farlo, soprattutto per i loro figli».   L’ossitocina è un neuropeptide prodotto dall’ipotalamo e rilasciato sia nel sangue, tramite l’ipofisi posteriore, sia direttamente nel cervello. Nei mammiferi è nota per il ruolo nel parto e nell’allattamento, ma agisce anche su circuiti legati alla socialità e all’attaccamento. Gli studi più celebri riguardano le arvicole della prateria, specie monogama in cui il legame di coppia dipende dall’azione dell’ossitocina e della vasopressina in aree cerebrali del sistema di ricompensa, mentre nelle specie affini non monogame questi recettori sono distribuiti diversamente.   Nelle pecore l’ossitocina favorisce il riconoscimento e l’accettazione dell’agnello subito dopo il parto, e nei roditori incentiva le cure materne.   Luckey non si pone problemi bioetici riguardo la creazione del doping ossitocinico. «Possiamo farlo, se la gente pensa che gli SSRI vadano bene, cosa che non è, ma se lo fossero, allora il doping con ossitocina per restare insieme sarebbe sicuramente accettabile». La stoccatina agli psicofarmaci inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina gli fa guadagnare, nel computo di Renovatio 21, altri mille punti.   «È la sostanza chimica che lega le coppie nei mammiferi» continua Luckey. «Ci sono cose che si possono fare per aumentarne l’assorbimento, ed è ben compresa. Inoltre, è totalmente non regolamentata, il che è fantastico. Gli spazi non regolamentati sono molto più facili da gestire. Puoi andare a comprare un chilo di ossitocina su Sigma Aldrich Chemical Supply proprio ora, e se lo fai, forse non morirai da solo».    

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«È pura biologia. Viene utilizzato per le donne che non riescono a instaurare un legame con i propri figli, e ora anche per le donne che non riescono a creare un legame con i propri mariti. Viene utilizzato anche per i bambini con vari problemi neurologici, e per alcuni bambini autistici che faticano a creare legami».   «La cosa interessante è che si tratta di un circolo virtuoso. Lo sappiamo benissimo. A differenza della maggior parte dei farmaci, non crea dipendenza chimica. Anzi, libera dalla dipendenza chimica».   Le parole del giovane imprenditore sono di precisione assoluta. Non solo per la considerazione dell’ossitocina, sostanza che in passato ha suscitato qualche polemica. Ricordiamo come a luglio 2018 un epistemologo del CNR proponeva di «combattere il razzismo» potenziando i circuiti biologici dell’altruismo tramite l’ossitocina. In pratica, «ormone dell’amore» per accettare l’invasione calergista del Terzo Mondo. Parimenti, la reporter Annie Jacobsen nel suo libro The Pentagon Brain raccontava di aver appreso che il reparto tecnologico dell’esercito USA stava considerando l’uso dell’ossitocina per aiutare in futuro soldati umani ad accettare la presenza di commilitoni androidi.   Questi sono, tuttavia, obiettivi innaturali, se non malvagi. Luckey parla di qualcosa di diverso: è la prima voce che sentiamo, da anni ed anni, a scagliarsi contro il divorzio, considerando il danno immane che esso cagione a tutta la società e all’umanità tutta.   Sappiamo quali effetti ha avuto il divorzio: bambini feriti (che spesso si colpevolizzano per la separazione dei genitori) divengono adulti instabili, che ripetono gli errori che hanno subito, e creano altre famiglie devastate. È il ciclo che abbiamo visto spiegato perfettamente dal poeta Robert Bly e da storie come quella di Fight Club, l’interruzione della figura paterna, e dell’iniziazione che da essa è impartita al ragazzo, crea una Società di eterni adolescenti che cura la sua percepita incompletezza con dipendenze drogastiche e sessuali, creando caos, crimine e disagio sociale, e soprattutto replicando, più o meno involontariamente, quanto subito alla generazione successiva di bambini abbandonati – via divorzio, se per caso vi è stato il matrimonio.   Nessuno lo fa, ma Renovatio 21 non esclude la questione omosessuale: più divorzi significano più madri sole, e quindi meno figure paterne, e quindi secondo lo schema psicologico noto, più omosessuali.   Qui è possibile capire dunque come il divorzio abbia agito come vera catastrofe nella società mondiale, creando disordine ed infelicità per miliardi di individui. Come ciò non sia compreso dalle menti illuminate di politici ed intellettuali, è un mistero, o forse no: tutta l’élite ha un divorzio alle spalle, o uno in canna, o la brama di potersene avvantaggiare.

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Il divorzio è un dogma, una vacca sacra: nessuno osa parlarne, nemmeno coloro che, timidamente, accennano all’ingiustizia dell’aborto: come se la legge sul divorzio non avesse preparato giuridicamente (la cancellazione della morale cristiana dalla legge pubblica) e spiritualmente (la distruzione della famiglia nucleare, la disintegrazione del potere paterno) il Paese all’assassinio figlicida legalizzato.   Il divorzio fu introdotto in Italia, ma guarda, dai democristiani. Sì, i sedicenti cattolici furono coloro che introdussero nel 1974 la legge che distruggeva le famiglie, e quindi la società italiana. Lo stesso accadde quattro anni dopo con la legge sull’aborto. Il primo ministro del divorzio era il doroteo vicentino Mariano Rumor, la legge sul feticidio di massa di Stato la firmò Giulio Andreotti.   La società da allora ci ha dato milioni di individui compromessi da questo immane errore. Persone che soffrono, finite in un ciclo del dolore che ha devastato tutto il consorzio umano transgenerazionalmente.   Crediamo che aiuti psicochimici per risolvere questa catastrofe debbano essere presi in seria considerazione. Bravo Palmer.   Roberto Dal Bosco  

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Pensiero

Peter Thiel contro Leone XIV per l’allarmismo sull’AI: vuole «distogliere l’attenzione dagli abusi su minori»

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Secondo Peter Thiel, l’investitore ultramiliardario cofondatore di Paypal e Palantir (e primo investitore in Facebook), papa Leone starebbe usando le paure diffuse sull’Intelligenza Artificiale per spostare l’attenzione dagli scandali di abusi sessuali su minori ancora aperti nella Chiesa cattolica. Il miliardario americano, omosessuale con figli surrogati, ha inoltre accusato l’ex presidente Barack Obama di aver piegato l’opposizione all’IA a scopi politici.

 

Le parole arrivano mentre gli stessi sviluppatori avvertono che la tecnologia potrebbe presto uscire dal controllo umano. Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, ed Elon Musk, proprietario di xAI, hanno sostenuto gli appelli a frenare la costruzione di modelli sempre più potenti, dopo che Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha messo in guardia dal rischio che sistemi fuori controllo possano impadronirsi di vaste porzioni di Internet nel giro di pochi mesi, con danni per centinaia di miliardi di dollari.

 

Questi allarmi hanno rafforzato la domanda di una vigilanza più stretta sull’IA: i grandi gruppi tecnologici concorrenti chiedono garanzie contro una tecnologia che temono possa sfuggire di mano.

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In una serie di conferenze a porte chiuse a Nashville, Thiel ha preso di mira entrambi i leader, intensificando i suoi avvertimenti sull’Anticristo, figura profetica tradizionalmente legata all’inganno e all’opposizione agli insegnamenti di Gesù. A suo dire, quella figura potrebbe sfruttare i timori sull’AI e su altre minacce catastrofiche per bloccare il progresso tecnologico e imporre un «governo mondiale» fortemente regolamentato. Le dichiarazioni, rese il 28 settembre e il 5 ottobre, sono state divulgate giovedì da Politico.

 

«Molte persone sanno che l’intelligenza artificiale è politicamente impopolare e vogliono sfruttare questa situazione per accrescere la propria popolarità», ha detto Thiel. «Sia Obama che il papa rientrano in questa categoria. Obama sa che i Democratici non hanno idee, ma almeno possono opporsi all’AI». Obama ha di recente invitato i democratici a elaborare una strategia più organica sull’IA.

 

Il miliardario repubblicano, dichiaratamente gay e titolare di un’azienda di sorveglianza, ha poi accusato Leone XIV di aver usato il dibattito sull’AI per distogliere lo sguardo da decenni di scandali di abusi sessuali nella Chiesa cattolica.

 

«Aveva bisogno di qualcosa di politicamente popolare per distogliere l’attenzione dagli scandali di abusi sessuali su minori nella Chiesa, e l’ha trovato nell’AI», ha detto Thiel, riferendosi alla prima enciclica del papa, pubblicata a maggio.

 

Come riportato da Renovatio 21, mesi fa il Thiel ha alzato il tiro sul papato dichiarando, ad un incontro elitario ad Aspen che papa Leone XIV «lavora per i comunisti cinesi».

 

Le tensioni tra il miliardario del settore tecnologico e il Vaticano non sono una novità. A marzo, il Thiel ha tenuto una serie di conferenze sull’Anticristo a Roma, a pochi isolati dalla Santa Sede, su invito. Le conferenze avrebbero innervosito il Vaticano e spinto due università cattoliche a dichiarare pubblicamente di non essere coinvolte nell’organizzazione degli eventi.

 

Thiel, cofondatore di Palantir e PayPal, è stato uno dei primi sostenitori del presidente Donald Trump nella Silicon Valley, contribuendo al lancio della carriera del vicepresidente JD Vance: Vance, convertito al cattolicesimo, lavorava presso Mithril Capital, una società di investimenti cofondata da Thiel, prima che quest’ultimo appoggiasse il suo ingresso in politica.

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Leone XIV ha messo l’IA al centro del pontificato, mettendo in guardia dai rischi di uno sviluppo senza freni e dai suoi effetti sulla dignità umana, sulle libertà individuali e sulla concentrazione del potere.

 

Come riportato da Renovatio 21, la scorsa estate in un lungo saggio intitolato «Il papa e l’anticristo», pubblicato sulla prestigiosa testata cattolica statunitense First Things, Thiel ha affermato che papa Benedetto XVI credeva di vivere negli ultimi tempi. «Non spetta a me dire alla Chiesa che ora è» ha scritto il Thiel. «Benedetto lo ha già fatto». In realtà, a differenza di quanto creduto da Thiel, Ratzinger aveva esposto anche prima del suo ritiro idee precise, e complesse, sull’anticristo e sui tempi ultimi – e sul ruolo che avranno le macchine.

 

Pur non essendo cattolico, Thiel si è chiaramente immerso negli insegnamenti e nella storia della Chiesa cattolica ben oltre la media dei fedeli cattolici. È noto ai lettori di Renovatio 21, tuttavia, che egli sia stato discepolo diretto all’Università di Stanford del filosofo cattolico Réné Girard, di cui ha assimilato certamente la teoria del sacrificio così come quella della teoria mimetica, che sembra aver guidato la sua fortunatissima carriera di investitore in grado di discernere tra un investimento rilevante e uno fatto perché è desiderato anche da altri.

 

Come riportato da Renovatio 21, a giugno il Festival di Vienna aveva revocato la prevista partecipazione di Thiel, a causa delle crescenti critiche da parte degli sponsor e del massiccio ritiro di altri partecipanti. Thiel avrebbe dovuto parlare di anticristo, tema che lo ossessione pubblicamente al punto da essere canzonato lungo un’intera stagione del popolarissimo cartone satirico americano South Park.

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Come riportato da Renovatio 21, all’inizio di questa settimana il capo di OpenAI, Sam Altman, ha dichiarato che il mondo dovrebbe accettare alcuni «aspetti negativi» dell’IA — tra cui attacchi informatici, truffe e abusi — in cambio dei benefici. Ha però fissato un limite ai «rischi veramente catastrofici», compresa «una grave perdita di controllo a favore dell’IA».

 

Anche il patron di Microsoft, Bill Gates, ha chiesto – invertendo le sue posizioni precedenti – una regolamentazione pubblica, avvertendo che l’intelligenza artificiale in mano a soggetti ostili potrebbe innescare eventi capaci di causare «un miliardo di morti». Allo stesso modo il premio Nobel per l’informatica Geoffrey Hinton ha avvertito che sistemi sempre più potenti potrebbero sfuggire al controllo umano, con conseguenze catastrofiche per l’umanità.

 


Come riportato da Renovatio 21, in settimana è emerso che Thiel, in previsione di un collasso statunitense o mondiale, si è trasferito in Argentina.

 

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Immagine di Gage Skidmore via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic 

 

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Catastrofe immigrata a Vicenza. L’anarco-tirannia maranza espugna un’altra città

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L’anarco-tirannia immigrata ha dato una prova ulteriore di forza, conquistando di fatto un’altra città italiana. Il significato epocale dell’accaduto, tuttavia, sembra non essere chiaro a tutti i politici che, da destra o sinistra, ora lamentano l’accaduto. Né ai giornali dell’establishment, che non riescono nemmeno a parlare di quanto successo come di una questione legata all’immigrazione.   In verità siamo dinanzi ad un momento storico, il cui senso, per il destino delle nostre città e della società stesso, va compreso fino in fondo.   I fatti: sabato pomeriggio a Vicenza, Campo Marzo, l’area verde davanti alla stazione. Un migliaio di giovani immigrati hanno risposto all’appello social di Hamza Messaf, influencer noto come «Ilvucumprà», che, con barbetta che può ricordare altri tipi di predicatori, su Instagram e TikTok aveva convocato i suoi follower per il «battle aura tour»: nel gergo delle nuove generazioni, avere aura significa avere carisma. Si tratta di una disfida di pose, balletti a favore di smartphone la cui cifra narcisistica è autoevidente.   Secondo quanto riportato, l’«evento» vedeva in palio vestiti da distribuire gratis ai partecipanti. Si è presentata una marea di immigrati tra i 15 e i 18 anni, ma anche, dicono le cronache, di 10-11, alcuni con i genitori (che immaginiamo siano immigrati che approvano l’ambiente). In pratica, un’immane orda maranza radunatasi a viale Roma, il tratto di strada costeggiato dal verde di Campo Marzo che congiunge la stazione ferroviara al centro storico palladiano.

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Il Messaf vucumprà (nome che ascoltiamo perfino con una certa nostalgia) aveva avvisato le forze dell’ordine, e il viale era presidiato da questura, carabinieri e polizia locale. Alla notizia del suo arrivo la folla si è spostata in viale Roma, all’ex Caffè Moresco (un locale bello e antico, costruito nel 1838 in stile neomoresco, ma che non trova pace: continua a cambiare gestione senza trovare stabilità a causa della percezione del degrado circostante) e infine al Park Verdi, inseguendo l’influencer assediato dai fan.   I giornali scrivono che quindi la situazione sarebbe «degenerata». Si parla di un’aggressione all’influencer, non confermata dalla questura. Nel parcheggio sono state divelte una sbarra e la porta dell’ascensore per l’interrato, mentre il furgone di Messaf ha perso un finestrino nell’allontanarsi. Qualcuno è rimasto ferito, con sangue sul marciapiede.   Attenzione: il Park Verdi, cosa che non sembra interessare le testate che ne parlano, è un parcheggio sotterraneo. Non è chiaro se l’intenzione sia stata quella di spostare il tutto sottoterra, ma vi sono immagini circolanti della massa che sale dall’uscita (dove sono state distrutte le sbarre), più ci sono le voci dell’ascensore danneggiato. Il Park Verdi è il luogo dove, avendoci i soldi – perché è ovviamente caro – uno mette la macchina per averla comoda e custodita in sicurezza. Anche questa piccola certezza svanisce grazie all’invasione maranza: in un’ulteriore infrazione della logica pubblica e civile, chi ha sborsato di più si è ritrovato con il bene dell’auto esposto alla barbarie.   I disordini anche in piazzale Giusti (che, con una genialata dell’assessorato, è stato reso a senso unico, intasando il traffico dell’area), corso San Felice (dove è stato messo il traffico a due sensi, contestatissimo dai locali), via Napoli (sede di call-center e delle attività delo sottobosco immigrato) e viale Milano, vera casbah cittadina dove in molti hanno paura a camminare anche di giorno, di notte nemmeno a parlarne.   Secondo quanto riportato, alcune ragazze avrebbero riferito di molestie: immancabili in queste occasioni, dove certamente non si può fare a meno della grande tradizione della taharrush gamea, la molestia di massa araba.   La zona è da anni al centro delle polemiche cittadine. Il Campo Marzo è luogo non solo di bivacco di balordi immigrati, ma anche di spaccio all’aperto (fenomeno impensabile in città solo pochi decenni fa) e pure di accoltellamenti. Chi scrive può testimoniare che, provando ad attraversarlo di sera per puro esperimento, il luogo si è trasformato chiaramente in una no-go zone.   Una cancellata eretta per escludere una parte del parco ha avuto esiti tristi e grotteschi, come l’imprigionamento della statua di Antonio Pigafetta, il letterato vicentino diarista di Magellano. Ne avevamo scritto in un articolo su Renovatio 21: nel tratto di strada dove vi era un grande cinema, un eccezionale negozio di musica, una banca, un rinomato commercio di giocattoli, una libreria tramite la quale lo scrivente da giovanissimo aveva potuto leggersi Shakespeare, Nietzsche, Proust, Schopenhauer a 1000 lire al colpo, tutto è stato sostituito da molteplici kebab e, novità che fa comprendere la portata dell’immigrazione dell’Africa nera, rivendite di pollo fritto, tutte l’una accanto all’altra.   Lo avevamo definito come il fenomeno delle nostre città ridisegnate dagli immigrati. I sonori schiamazzi maranza udibili in piazza De Gasperi, l’esedra con cui termina viale Roma, dimostrano che il dominio immigrato del territorio è incontrastato. Tali osservazioni, tuttavia, paiono sfuggire del tutto al potere costituito.   In un’ulteriore mossa urbanistica che ha dell’incredibile, il comune ha di fatto ristretto enormemente le carreggiate in viale Roma per ampliare parossisticamente il marciapiede – cioè dove stanno gli immigrati – disassando al contempo la prospettiva di chi arriva verso la città, che si trova ridicolmente fuori asse rispetto alla porta del Giardino Salvi che si scorge alla fine del viale.

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Qui è sensibile tutta l’insipienza dello Stato moderno: i grandi viali non solo danno il giusto respiro di bellezza e di potenza di una città, ma consentono alle autorità di portare rapidamente truppe per sedare disordini. È la lezione del barone Georges-Eugène Barone Haussmann, che abbattendo edifizi a favore di grandi boulevard trasformò radicalmente il volto di Parigi tra il 1852 e il 1870, su incarico di Napoleone III. Poco dopo anche la Roma post-papalina decide di hausmanizzare l’urbe creando via Nazionale, Corso Vittorio Emanuele II, via Cavour.   Ora, nel momento del caos maranza, si può capire quanto tale semplice principio urbanistico sia attuale – oltre che esteticamente giusto.   Parliamo proprio di Hausmann perché la realtà della situazione, a quanto pare ancora non compresa dal potere cittadino né da quello romano, è quella di un problema militare. Non si tratta di una questione sociale, o addirittura educativa, come ha pazzescamente dichiarato il sindaco di sinistra.   E non si tratta nemmeno di ordine pubblico: no, quello che stiamo vedendo è, a tutti gli effetti, un’invasione del territorio nazionale. Non stiamo parlando in linguaggio figurato. La volontà stessa della massa immigrata è annunciata da essa apertis verbis. Non solo nei video circolanti sui social giovanili, ma pure in slogan scanditi al momento della conquista: i giornali, per pudore da Carta di Roma immaginiamo, non riportano alcun virgolettato di quanto cantato dagli stranieri a Vicenza sabato scorso. Arriva solo una parafrasi: dicono che inneggiavano al cambiamento del Paese.   Sui social invece qualcuno insinua che sarebbe stato detto «Avete visto cosa è successo in Francia? Questi vogliono cambiare questo fottuto Paese» oppure «bruciamo l’Italia come la Francia», con riferimento ai belluini fatti d’Oltralpe di questi giorni.   In pratica, non solo un chiaro intento eversivo (per il quale vi è nel Codice Penale l’intera categoria dei delitti contro la personalità dello Stato, oltre ai più generici delitti contro l’ordine pubblico), ma il tentativo riuscito di espugnare una parte del territorio italiano per farne qualcos’altro – forse quella cosa che nei centri sociali degli anni Novanta si chiamava T.A.Z., zona temporaneamente autonoma, come nell’idea del teorico anarco-pedofilo Hakim Bey.   Erano T.A.Z. la Genova devastata durante il G8 del 2001, dove i manifestanti «aprivano» negozi e pompe di benzina abolendo le leggi sociali. Sono T.A.Z. i rave illegali dove, con l’occupazione non autorizzata di suolo pubblico o privato, i raver possono riempirsi di droghe sintetiche e fare qualsiasi cosa vogliano. Sono T.A.Z., ma questo è più difficile ammetterlo, anche perché il carattere di temporaneità si perde, le no-go zone islamiche di Finsbury Park a Londra, Saint–Denis a Parigi, Molenbeek a Bruxelles, Malmö in Svezia e in Italia, con episodi di disordine assicurato a capodanno, San Siro a Milano. È solo una manciatina di esempi eclatanti: un report recente stima che esistano tra le 900 e le 1.000 aree urbane con caratteristiche riconducibili a no-go zone.   Per il lettore di Renovatio 21 si tratta di un déjà vu. Questo fenomeno lo avevamo visto, e analizzato in tutta la sua portata epocale, ancora quattro anni fa, quando un’intera cittadina fu di fatto sottratta al controllo dello Stato italiano: Peschiera del Garda, quando una torma di ragazzini africani – forse duemila elementi – si impossessò degli spazi urbani, urlando e vandalizzando con il fine, esplicitato in vari messaggi sui social, di rendere il paese lacustre non più Italia, ma Africa.   In pratica, non si trattava di una festa – o di un rave, come aveva scritto qualche giornalista eunuco – ma di una vera, enorme manifestazione identitaria: individui nati e cresciuti in Italia ma che si sentono parte di una supposta identità pan-africana (dove i maghrebini possono convivere con i subsahariani: nell’Africa vera non è così facile….). Tale sentimento rappresenta una lieve foglia di fico per l’odio che essi nutrono verso il Paese dove stanno. Un disprezzo che è slatentizzato, disinibito, tracotante – e impunito.   Il lettore di Renovatio 21 può vedere la continuità totale fra i due eventi: come a Peschiera, anche a Vicenza il raduno è lanciato sui social, i ragazzini immigrati si riprendono con il telefonino in danze ebeti e pose di narcisismo imbecille, gli slogan si basano sull’antinazionalismo sfrontato, i danni alle proprietà vengono inflitti automaticamente.   In ambo le situazioni il cittadino assiste all’impotenza delle forze dell’ordine. Erano semplicemente allucinanti le scene di Peschiera dove la carica dei celerini veniva derisa dagli astanti, perché colpiva, se riusciva ad acchiapparli, solo pochi ragazzini immigrati, con gli altri che sghizzavano e riprendevano tutt’intorno, magari saliti sopra il tetto di un’automobile. È la rappresentazione plastica dell’impotenza dello Stato, della vittoria del programma di conquista immigrato, che i giovani hanno l’impudenza di dichiararci in faccia, e per questo bisogna esser loro grati.

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Infine osserviamo come in questi accadimenti arrivano sempre le storie di molestie alle donne, rammentando che per le ragazzine italiane aggredite sul treno che da Peschiera andava a Milano (erano state a Gardaland, sul vagone prima degli abusi è stato detto loro che quel vagone non era per le italiane) l’inchiesta è stata archiviata, perché le telecamere dei treni non erano in funzione. Del significato sociopolitico e strategico dello stupro sistemico, nel contesto di invasione in corso, abbiamo parlato in un altro articolo. Dobbiamo comprendere che queste scene, questi delitti diffusi, sono solo l’anteprima di ciò che ci aspetta – e non solo nelle banlieues alla parigina, ma, come visibile, nel cuore storico stesso delle nostre città. Una società riformulata secondo la barbarie continua, un mondo dove ogni logica umana di sicurezza, e di giustizia, viene cancellato.   Abbiamo usato per questa situazione il termine coniato negli anni Novanta dallo scrittore «paleoconservatore» Samuel T. Francis (1947-2005), «anarco-tirannia». L’anarco-tirannia descrive uno Stato che resta potente e funzionante in molti ambiti, come tasse, burocrazia e regolamentazione, ma che non svolge o rifiuta di svolgere le sue funzioni protettive fondamentali. Il risultato è una combinazione di due cose: L’anarchia, perché i criminali veri non vengono perseguiti o vengono tollerati; la tirannia, perché il potere dello Stato si abbatte invece sui cittadini onesti e rispettosi della legge.   Chi ricorda l’epoca COVID ha potuto testimoniare con quale pugno di ferro lo Stato moderno distruggeva i diritti fondamentali, persino i suoi stessi principi costituzionali, per reprimere il cittadino: al contempo, in lockdown era possibile vedere sgherri immigrati continuare nel loro bivacco pubblico, che proseguiva beato in assenza di green pass. Scendendo più nel quotidiano, lo stesso può dirsi delle multe, del bollo alto, e via dicendo: ambiti dove lo Stato moderno mostra, solo col cittadino autoctono contribuente, un’inflessibilità assoluta.   «Questa condizione, che in alcuni dei miei articoli ho definito “anarco-tirannia”, è essenzialmente una sorta di sintesi hegeliana di quelli che sembrano essere opposti dialettici: la combinazione di un potere governativo oppressivo contro gli innocenti e i cittadini rispettosi della legge e, simultaneamente, una grottesca paralisi della capacità o della volontà di usare tale potere per svolgere doveri pubblici fondamentali come la protezione o la sicurezza pubblica» scriveva Francis nel saggio Anarcho-Tyranny, U.S.A. (una conferenza del 1993, il cui testo è stato pubblicato su Chronicles nel luglio 1994). «Ed è caratteristico dell’anarco-tirannia non solo non punire i criminali e non far rispettare l’ordine legittimo, ma anche criminalizzare gli innocenti».  

Nel 2005, nell’articolo Synthesizing Tyranny, Francis ribadiva: «Ciò che abbiamo oggi in questo paese, dunque, è sia anarchia (l’incapacità dello Stato di far rispettare le leggi) sia, allo stesso tempo, tirannia: l’applicazione delle leggi da parte dello Stato a fini oppressivi; la criminalizzazione dei cittadini onesti e innocenti attraverso una tassazione esorbitante, una regolamentazione burocratica, l’invasione della privacy e la manipolazione delle istituzioni sociali, come la famiglia e le scuole locali; l’imposizione del controllo del pensiero attraverso “corsi di sensibilizzazione” e programmi di studio multiculturali, leggi sui “crimini d’odio”, leggi sul controllo delle armi che puniscono o disarmano cittadini altrimenti rispettosi della legge, ma non hanno alcun impatto sui criminali violenti che si procurano armi illegalmente, e un vasto labirinto di altre misure. In una parola, anarchia-tirannia».

  La questione è, come sempre, che se il sistema produce l’anarco-tirannia, allora significa che quello è lo scopo: secondo la celebre definizione, il punto di ogni sistema è ciò che fa. Secondo Francis, «lo Stato non “omette” di far rispettare le altre leggi; non ha alcuna intenzione di farle rispettare né alcun desiderio di farlo. L’anarchia-tirannia è del tutto deliberata, una trasformazione calcolata della funzione dello Stato, da uno Stato impegnato a proteggere i cittadini rispettosi della legge a uno Stato che tratta il cittadino rispettoso della legge come, nella migliore delle ipotesi, una patologia sociale e, nella peggiore, un nemico».

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Francis considerava il concetto di anarco-tirannia come un addendo alla critica dello «Stato manageriale» del filosofo e politologo conservatore James Burnham (1905-1987), che aveva previsto che l’oligarcato avrebbe sostituito i grandi capitalisti con una classe di tecnocrati. Secondo Francis il fenomeno del disordine è incorporato nel sistema stesso e non si risolve combattendo la corruzione o cambiando i governanti. Citava l’esempio dei commercianti coreani arrestati o ostacolati durante i disordini di Los Angeles del 1992, dove avevano costituito un formidabile servizio d’ordine armato per difendere le loro proprietà ed attività dalle razzie della comunità nera in rivolta per l’assoluzione dei poliziotti che avevano pestato il tale Rodney King.   «In un regime anarchico, il crimine è permesso e i criminali non vengono arrestati né puniti. Sotto una tirannia, i cittadini innocenti vengono puniti. La maggior parte delle società del passato ha ceduto all’una o all’altra, ma per quanto ne so mai a entrambe contemporaneamente» scriveva Francis. «Il risultato dell’anarchia-tirannia è che il governo accresce il proprio potere, i criminali non vengono controllati e i cittadini rispettosi della legge finiscono per essere repressi dallo stato e attaccati da teppisti».   Se vi chiedete perché il potere stia attivando un tale programma, rispondetevi guardando le vostre vite: una volta impauriti, spinti alla base della piramide di Maslow (in cerca di sicurezza, e forse più avanti, di cibo) dai branchi barbari, avrete ancora voglia di chiedere che i vostri diritti, le vostre esistenza, siano rispettate?   Una volta schiacciati dalla paura della jungla urbana, avrete ancora l’energia per chiedere dignità per il lavoro, un futuro per i figli, il rispetto della vostra vita biologica?   La risposta è, chiaramente, sempre no. Traiamo, quindi, le vere conseguenze. Quello che abbiamo visto a Vicenza (e Peschiera, e in Francia, e ovunque) non è un incidente. È un atto deliberato di ingegneria sociale.   Le nostre città, le nostre società, stanno venendo trasformate sotto i nostri occhi – ci stanno venendo sottratte, assieme ai nostri diritti fondamentali, perfino il diritto di esistere.   Quello che succederà non lo sappiamo: crediamo però che se prima del collasso un reazione vi sarà, essa si manifesterà in una terrificante, infausta «purga» che assumere tutti i crismi di una guerra civile, o meglio, di una guerra internazionale però combattuta dentro il cuore stesso dei Paesi europei.   Quale di questi Paesi europei partirà per primo a reagire non sappiamo dirlo. Tanto è insostenibile la situazione quanto è imprevedibile l’esito – che sarà, giocoforza, una riprogettazione sistemica, con la defenestrazione dell’élite al potere.   L’alternativa, e le immagini sono sempre più chiare, sarà l’inferno sulla nostra terra.   Roberto Dal Bosco  

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