Pensiero
Foreign Fighter USA dal fronte ucraino trovato armato in Piazza San Pietro. Perché?
È davvero forte il titolo che ha dato ieri l’edizione romana de la Repubblica, il giornale che ha dato la notizia: «Super ricercato Usa arrestato armato durante l’udienza del Papa: “Vengo dal fronte di guerra ucraino”».
«Cosa ci faceva un americano armato come un macellaio a Roma?» si chiede il quotidiano degli Agnelli. «Cosa ci faceva uno dei più pericolosi e ricercati criminali dello Stato di New York, nella top twelve dei “most wanted“, armato sino ai denti a Piazza San Pietro e arrivato direttamente dall’Ucraina? Moises Tejada, cinquantaquattrenne statunitense, negli USA è “classificato come estremamente violento”, così è scritto sul sito del New York State Department of Corrections and Community Supervision’s Office of Special investigations».
Viene specificato che nelle avvertenze è posto un monito preciso: «se lo vedete chiamate subito le forze dell’ordine, non cercate di fermare questi soggetti da soli poiché sono particolarmente pericolosi».
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Il fatto, leggiamo, risale a quasi dieci giorni fa. «I nostri poliziotti, ispettorato Vaticano, l’hanno notato (…) nell’Urbe. Non un giorno qualsiasi, poiché piazza San Pietro era affollatissima per l’udienza generale del Papa».
Poi parte la descrizioni delle doti extrasensoriali delle italiche forze dell’ordine: «Gli agenti senza sapere chi fosse, grazie anche al loro intuito, non gli hanno mai levato gli occhi di dosso, nemmeno per un secondo, fino a decidere di fermarlo e, infine, perquisirlo» continua il quotidiano fondato dal «laico» Scalfari, che pure anche lui qualche visita in Vaticano, nei primi giorni del papa preferito dai massoni, se l’era fatti per intervistare proprio l’inquilino di Santa Marta.
Ma torniamo in Piazza San Pietro, con i poliziotti premonitori. Lo hanno fermato, e «l’istinto aveva dato loro ragione. La scoperta delle armi che hanno trovato addosso all’americano gli ha lasciati interdetti: perché andare in giro con tre coltelli, uno con la doppia lama, da venti centimetri ciascuno? Per farne cosa?»
Già, una bella domanda. A cui epperò mica nessuno vuole dare risposta, neanche ci prova. Qualche giornale di destra, a denti stretti, ha provato a parlare di «segnale», ma buttandola là.
Quindi: un criminale americano super-ricercato, violentissimo, che dal fronte ucraino finisce, armato di coltelli, in Vaticano. Non abbiamo idea del perché. Interessante. Assai.
Apprendiamo che l’uomo, tale Moises Tejada «è planato sull’Urbe una decina di giorni fa, così hanno potuto verificare gli investigatori attraverso l’analisi del passaporto, dalla Moldavia dove era da poco arrivato da Kiev».
«In commissariato, in manette, con l’accusa di porto abusivo d’armi e resistenza, gli agenti hanno scoperto che negli USA, precisamente nello stato di New York, è considerato un “most wanted“». Pare che il personaggio si sarebbe reso responsabile di sequestri di agenti immobiliari che rapinava e riempiva di botte. Chiedeva appuntamenti per vedere case di lusso, poi aggrediva violentemente gli immobiliaristi per poi lasciarli seminudi nelle abitazioni.
Strano modus operandi, che forse parla di una tipologia specifica di personalità.
«Insomma, più che un criminale tutto tondo, una persona fuori controllo degna però di essere inserita tra i maggiori ricercati dello Stato» continua Repubblica. «A questo punto investigatori e inquirenti si sono domandati: come mai uno degli uomini più ricercati a New York è riuscito a lasciare il Paese in aereo e dirigersi a Kiev?»
È bello che il giornale degli Elkann guidato da Maurizio Molinari trovi, per una volta, di farsi una domanda vera. Specie considerando i rapporti non idilliaci di ambedue – gli Elkann e Molinari – con la Russia. Perché la Russia c’entra anche qui.
«A febbraio del 2022 ha abbandonato gli USA e si è diretto in Ucraina (come emerge dal suo passaporto) dove ha spiegato ai magistrati di aver combattuto, gli ha perfino mostrato delle foto in mimetica, armato di pistole e fucili». Il nostro è un Foreign Fighter, quindi, e non fa nulla per nasconderlo – c’è da capirlo, del resto, perché abbiamo visto, a dispetto di una legge specifica, l’Italia fischiettare sui Foreign Fighter pro-Kiev, mentre ci ricordiamo di subitanei arresti in aeroporto per quelli sospettati di aver combattuto per conto dei russi.
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Ma torniamo alle domande che Repubblica pone, e cerchiamo di accennare noi una mezza risposta, fatta della solita nuvola di puntini che sarà compito del lettore unire da sé.
In primis, ricordiamo che, per quanto riguarda la facilità con cui si possono spostare dagli USA all’Ucraina certi criminali. Ci viene in mente la vicenda del veterano americano incriminato dal Dipartimento di Giustizia USA per l’omicidio di una coppia in Florida, molto misteriosamente comparso a «lavorare» al fronte in Ucraina come «volontario», nonostante su di lui penda una richiesta di estradizione da parte di Washington. Il personaggio, che in America avrebbe minato la casa della moglie incinta, cercato di ucciderla, e poi ammazzato una coppia di «donatori» che volevano dare danaro alla sua causa, avrebbe aderito nel 2015 ad una milizia di estrema destra e, secondo documenti trapelati dalla divisione penale del Dipartimento di giustizia dell’Ufficio per gli affari internazionali il veterano americano in Ucraina avrebbe «presumibilmente preso come prigionieri non combattenti, li avrebbe picchiati con i pugni, li avrebbe presi a calci, li avrebbe picchiati con un calzino pieno di pietre e li avrebbe tenuti sott’acqua».
In secundis, vediamo come la personalità con tratti di violenza parossistica pure non è rara tra la manovalanza estera mandata in Donbass – anche prima dell’invio delle truppe russe il 24 febbraio 2022. Nel caso sopracitato, secondo il sito Ukr-leaks che raccoglie i documenti trapelati, un testimone – poi arrestato negli USA – avrebbe quindi anche raccontato di come il veterano americano avrebbe picchiato e annegato la ragazza, mentre un altro membro del gruppo, un australiano, le avrebbe somministrato iniezioni di adrenalina in modo che la giovane non perdesse conoscenza. «Tutto questo è stato filmato dalla telecamera» scrive il sito.
Diciamo di più: tali tipi di profili, inclini alla violenza parossistica sino all’essere insensata, ultrasadica, non solo sono comuni nelle guerre sporche degli USA in giro per il mondo, sono necessari.
La creazione delle forze neonaziste che servono il regime di Kiev – cioè lo Stato profondo americano – è stata operata per anni andando a lavorarsi le parti della popolazione che più si sarebbero prestate alla psicologia della violenza indiscriminata: ecco serviti al serbatoio immenso di braccia tatuate e teste rasate che sono le curve degli stadi le teorie di Bandera. È un processo di radicalizzazione, che non deve essere stato differente da quello di ISIS e Al-Qaeda. Lo si vede bene, descritto anche con una certa mesta poesia, nel film Syriana. È un qualcosa che, nemmeno più a denti stretti, cominciano a temere i servizi di sicurezza americani e pure qualche politico goscista francese: i Foreign Fighter di ritorno, radicalizzati in Ucraina in maniera totale, di ritorno a casa, magari pure con qualche arma di quelle «donate» a Kiev.
È il «jihadismo ucronazista» coltivato dall’Occidente per questo conflitto e forse per il prossimo – quello contro la stessa popolazione europea da trascinare nell’anarco-tirannia, come scritto tante volte da Renovatio 21.
Prendi una generazione impoverita (i soldi sono andati tutti agli oligarchi, gli stessi che poi hanno finanziato le milizie ucronaziste), la riempi di ideali che risuonano con il testosterone giovanile, sangue e suolo, la violenza come principale valuta sociale… aggiungi appoggi politici, armi, etc. Quello che ottieni è guerra. Morte e distruzione. Cioè quello che serve ai pupari per creare il cambiamento geopolitico.
È bene ricordare che se diciamo «nazisti», stiamo dicendo davvero «nazisti», oppure anche peggio. Strapagati giornalisti italiani ci hanno detto che i ragazzi con la svastica leggono Kant, la realtà è che i «nazionalisti integralisti» ucraini sono stati capaci di crudeltà che hanno impressionato pure gente di stomaco. È il caso di quel famigerato skinhead americano tatuatissimo, un altro volontario del fronte ucraino che aveva dichiarato che mai aveva visto una violenza del genere.
Girava un video, già prima della guerra, intitolato «gli ebrei si beccano la corda». Il contenuto: una donna incinta e suo marito, presumibilmente di origine giudaica, venivano linciati dai miliziani. Dicevano che si trattava di propaganda russa, non era vero. I nazisti ucraini non esistono. Salta fuori che, anche se i due non sono ebrei, il video è vero: e che i nazisti ucraini non solo esistono, ma sono capaci di gesti così indicibili da far pensare, più che altro, a vere caricature dei nazisti.
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E allora, torniamo alla domanda vera: perché? Perché il supercriminale Foreign Fighter ucraino stava in Piazza San Pietro?
Ah, poi c’è chi si chiede come abbiano fatto a beccarlo: alcuni non sono disposti ad accettare subito la storia dell’intuito da chiaroveggenti dei nostri, pur bravissimi certo, poliziotti zona Vaticano. Qui le ipotesi possibili sono due.
La prima: in Vaticano ci sono telecamere dotate di tecnologia face recognition, ma forse non si può dire, perché in Italia non si capisce se siano esattamente legali, e la Santa Sede non è Italia ma, pensano gli attuali occupanti del Soglio, è meglio non dirlo troppo spesso. Quindi: voi che su Facebook scrivete commenti contro Bergoglio, occhio.
La seconda: qualcuno ha fatto una soffiata, e ha avvertito i nostri che il tizio, ecco la foto segnaletica, era diretto da quelle parti. Qui si aprirebbero altre questioni cui ovviamente non sapremmo rispondere in alcun modo. Se lo ha mandato qualcuno, chi lo ha mandato? A fare cosa? Chi ha spifferato? Con che fine? Era avvertire di un pericolo, o era, più sottilmente, far comprendere a qualcuno, che c’è quel pericolo esiste?
Roba abissale, giuochi di specchi sacri e geopolitici come ai tempi di Ali Agca e le piste che incrociano i lupi grigi (altri giovani radicalizzati contro la Russia…), servizi bulgari, frati belgi legati alla CIA (come suggerì in un’intervista, sornione e diabolico, Andreotti), magari pure la Madonna di Fatima, et pour cause.
Possiamo solo buttare lì qualche altro puntino per il lettore. Sappiamo che il rapporto del papa con l’Ucraina, partito con un bacio alla bandiera della Centuria di Maidan (proprio ad un’udienza del mercoledì), passato per una politica di relazioni sterile, falsa e millantatoria, finito con vari insulti da parte Ucraina, è quello che è.
Lui ce l’ha messa tutta: ha taciuto quando hanno attaccato un suo sacerdote – sì, un prete cattolico, ad Uzhgorod – quando aveva osato pregare per la pace, ha provato a vendere ai giornalisti l’idea che la sua conversazione a Budapest con Ilarione – gerarca modernista e filocattolico del Patriarcato di Mosca finito rimosso, e che peraltro ora, dopo la Fiducia Supplicans, di Roma non ne vuole più sapere nulla – serviva alla pace, aveva mandato avanti Zuppi (idea geniale) a Kiev, aveva accettato che Zelens’kyj si sedesse prima di lui da ospite nell’incontro in Vaticano durante l’Italian tour del comico ucraino finito chez Bruno Vespa. (Qualcuno, in Russia, dice che il vertice tra Francesco e il comico TV divenuto presidente, invece, abbia alle spalle un famoso cardinale inglese…)
Bergoglio si era beccato gli insulti del consigliere di Zelens’kyj Mikhailo Podolyak, che sul Corriere della Sera (dove sennò) attaccò il papa e il cristianesimo tutto. Poi, con la storia dell’appello ai negoziati lanciato dall’argentino alla testata svizzera, ecco le offese anche del ministro degli Esteri già «bambino di Chernobyl» in Irpinia Kuleba, che ha insinuato di antichi rapporti della Santa Sede con il nazismo (il bue che dice all’asino… ecco quella storia lì).
Davvero, il ragazzo biancovestito in sedia a rotelle ce l’aveva messa tutta, o almeno aveva fatto finta, almeno per un po’. Adesso, chissà cosa vogliono dirgli.
Anche perché ad essere arrabbiati con lui mica sono solo quelli della banda di Kiev. Qualche mese fa è partita la rabbia dei rabbini, perché questa equidistanza vaticana con i palestinesi (fra cui, ricordiamo, la Chiesa cattolica ha molti, molti fedeli) non si poteva sentire. Anche lì: il sudamericano si era impegnato, nel 2017 aveva pure visitato la tomba del fondatore del sionismo Teodoro Herzl (ma perché?) a fianco di un soddisfattissimo premier Netanyahu, quello che adesso chiamano macellaio genocida, sconfessando il suo predecessore papa San Pio X che, in modo leggermente diverso, quando Herzl gli chiese l’appoggio per far tornare gli ebrei in Palestina gli promise che la Chiesa si sarebbe opposta con ogni forza al progetto.
Ma un patatrac presso il Sacro Palazzo cuore della cristianità globale farebbe comodo a tanti altri.
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Sappiamo come funziona il pensiero dei padroni del vapore: il programma va mandato avanti per traumi. Le società umane si manipolano shock dopo shock. Presidenti uccisi, presidenti rapiti, bombe nelle piazze, nelle stazioni, aerei dirottati, torri che cascano, guerre, invasioni, pandemie.
Aggiungiamo anche un altro pensiero, sul quale non ci dilungheremo qui. Durante la guerra del Vietnam la CIA organizzò uno sforzo operativo chiamato Phoenix Program, che doveva distruggere fisicamente e moralmente il sistema dei Viet Cong attraverso rapimenti, infiltrazioni, assassinii, terrorismo, torture. Secondo alcuni, il Phoenix Program prevedeva la creazione vera e propria di serial killer. Soldati americani capaci di violenze infinite, psicopatici al punto da essere più considerabili per i nemici come vampiri (con atti di cannibalismo inclusi) che non come nemici, in grado quindi di scatenare timori ancestrali nei vietnamiti comunisti.
C’è chi dice che l’effetto più evidente di questo programma siano stati i continui casi di assassini seriali registrati in USA negli anni Settanta e Ottanta. Moltissimi di questi soggetti, divenuti popolari grazie a stampa, TV e cinema, avevano un passato tra i militari americani, alcuni proprio direttamente in Vietnam. Se ci fate caso, dopo gli anni Novanta – in cui il fenomeno divenne una costante, più che nella cronaca nera, nella cultura popolare – i serial killer sono spariti.
Dove sono finiti gli assassini seriali? Sono scomparsi? O forse, dice qualcuno con malizia, ne hanno «chiuso la fabbrica»? E la fabbrica, magari, si può riaprire? L’hanno riaperta?
Una volta potevi parlare dei patsy, dei capri espiatori usati nei grandi misteri storici, e non prenderti del complottista. Ricordo ancora i tempi in cui credere che Lee Harvey Oswald fosse un matto manipolato (anche lui con trascorsi militari significativi…) piazzato lì per prendersi la colpa del regicidio Kennedy non era una bestemmia, anzi era la norma.
Ora c’è da aver paura anche solo a fare delle ipotesi. Ma non solo per l’etichetta di pazzotico che ti possono affibbiare i benpensanti, i fact-checker, gli algoritmi censori dei social e dei motori di ricerca. C’è da aver paura di averci ragione.
Che cosa sono disposti a fare, questi mostri, per far bruciare ancora di più il mondo?
A quale altro regicidio dobbiamo assistere?
Quale efferata crudeltà li sazierà mai?
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Dall’aborto alla strage figlicida, il ritorno della strega Medea
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Pensiero
Cos’è lo Stato e chi lo controlla?
Renovatio 21 traduce e pubblica questo articolo del Brownstone Institute.
Che cos’è lo Stato, da dove proviene e chi lo controlla? Si potrebbe pensare che queste domande abbiano risposte ovvie. In realtà la risposta è sfuggente, non facilmente identificabile nemmeno da chi fa parte del sistema.
Trump lo ha scoperto durante il suo primo mandato. Dava per scontato che il presidente avrebbe avuto il controllo, almeno per quanto riguarda il potere esecutivo. Si è ricreduto quando le agenzie governative collaborarono strettamente con i media per minarlo a ogni passo. Dopo una pausa di quattro anni, tornò con la ferma intenzione di diventare presidente.
È più facile a dirsi che a farsi. I funzionari di gabinetto si lamentano spesso in privato di dover affrontare burocrazie inflessibili che possiedono tutta la conoscenza istituzionale. Spesso si sentono come dei sostituti o dei manichini. Trump è un raro esempio di presidente che ha persino tentato di essere al comando. La maggior parte si accontenta degli emolumenti della carica e degli elogi che ne derivano.
In ogni caso, chiunque raggiunga i vertici di un qualsiasi apparato statale scopre che la realtà è ben diversa da quella descritta nei libri di testo.
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Platone concepiva lo Stato come parte integrante della vita stessa, rispecchiando la struttura dell’anima umana. La società era divisa tra i governanti (i re-filosofi), i guardiani (i guerrieri) e i produttori (i lavoratori). Lo Stato esiste per realizzare la giustizia, dove ogni classe svolge il proprio ruolo assegnato in armonia.
Aristotele offrì una visione più realistica. Sebbene lo Stato sia un’entità organica, non è dotato di anima. Ha funzioni ben precise per promuovere il benessere di tutti attraverso leggi ed istruzione, bilanciando gli interessi delle diverse classi. Aristotele era favorevole a un governo misto per prevenire la tirannia e promuovere la stabilità.
Passando al periodo dell’Illuminismo, le teorie sullo Stato in Occidente si evolsero di pari passo con i progressi tecnologici ed economici. Thomas Hobbes considerava lo Stato essenziale per prevenire la guerra civile tra le fazioni. Senza di esso, la vita sarebbe stata solitaria, sgradevole, brutale e breve. Va detto che scriveva nel pieno della Guerra civile inglese.
Anche John Locke, nel suo Secondo trattato sul governo, considerava lo Stato essenziale ma estremamente limitato. Il suo compito era quello di proteggere la proprietà e i diritti fondamentali. Poteva anche essere rovesciato in condizioni di tirannia. La questione gli stava particolarmente a cuore, essendo stato vittima del trauma della guerra, della rivoluzione e della censura.
Locke fu l’autore del modello di quello che in seguito divenne la Dichiarazione d’Indipendenza. In essa troviamo la visione secondo cui lo Stato è un «male necessario», una prospettiva ampiamente accettata come vera dai Padri Fondatori degli Stati Uniti.
Poco dopo, all’interno della tradizione platonica, nacque la visione hegeliana. G.F.W. Hegel valorizzò lo Stato come un dio che marcia sulla terra, la forza convergente del firmamento sociale destinata a piegare la storia all’inevitabile vittoria dei legittimi vincitori. Questa visione fu ripresa sia a destra (nazionalsocialismo) che a sinistra (socialismo internazionale) per infondere ad altre concezioni dello Stato un’aura di inevitabilità.
Tutto questo parlare del carattere organico ed essenziale dello Stato apparve a una tradizione di pensiero più radicale come irrimediabilmente ingenuo. Franz Oppenheimer scrisse che lo Stato è una forza inorganica invasiva, una forza conquistatrice, sempre sgradita, un’istituzione esogena alla società stessa.
Questa visione fu sostenuta da Albert Jay Nock e in seguito da Murray Rothbard, entrambi convinti che lo Stato fosse intrinsecamente sfruttatore. La soluzione era semplice: eliminarlo una volta per tutte, ma non nel modo immaginato da Marx. Il risultato dell’assenza dello Stato non sarebbe stata un’utopia, bensì qualcosa di più simile a ciò che Locke aveva immaginato: una società pacifica e ben funzionante, organizzata sulla base della proprietà e della cooperazione volontaria.
Bertrand de Jouvenel offre una prospettiva storica profondamente informata sullo Stato . A suo avviso, lo Stato si organizza a partire dal tessuto stesso della società, man mano che le élite naturali conquistano la fiducia del pubblico nella risoluzione delle controversie. Le élite si costituiscono come arbitri e figure culturali, acquisendo gradualmente il controllo monopolistico sull’uso legale della coercizione nella società. Questa visione è stata sostenuta da Erik von Kuehnelt-Leddihn , Hans-Hermann Hoppe e, ai giorni nostri, da Auron MacIntyre . Ognuno di loro ha interpretato i dettagli che tratta, ma tutti concordano sul fatto che lo Stato sia un prodotto delle élite, con i suoi pregi e difetti.
Esiste una vasta letteratura su questo argomento, naturalmente. Ogni ideologia offre una teoria su cosa sia lo Stato e cosa dovrebbe essere. Una visione che mi sembra vicina alla mia migliore intuizione sul funzionamento dello Stato nel secolo scorso proviene da Gabriel Kolko nella sua storia dell’era progressista.
A suo avviso, non sono le élite qualsiasi a guidare le politiche statali, ma in particolare le élite industriali. Analizzando la storia dell’industrializzazione moderna, ha individuato le industrie dominanti al centro di ogni agenzia. Il Safe Food and Drug Act del 1906 fu concepito dall’industria in cerca di un’alleanza con il potere per soffocare la concorrenza di mercato. La Federal Reserve è un cartello di banche. Anche il Dipartimento del Commercio e il Dipartimento del Lavoro sono frutto dell’organizzazione sindacale industriale.
Tutte queste istituzioni incarnano ciò che James Burnham definì la rivoluzione manageriale. Essa consiste nell’esaltazione da parte delle élite industriali della propria competenza scientifica e capacità organizzativa, che esse consideravano superiori al caos della società naturale e dei mercati. Date potere e risorse ai meritocrati, ed essi saranno in grado di portare razionalità nella vita economica e nell’organizzazione sociale e culturale molto meglio del popolo. Altri autori che scrivono in questa tradizione sono C. Wright Mills, Philip H. Burch, G. William Domhoff e Carroll Quigley.
Da questa letteratura, ricaviamo un quadro dello Stato che abbiamo ereditato ai giorni nostri. In effetti, nessuna persona vivente ne ha mai conosciuto un altro. Al di là di tutti gli slogan di democrazia e libertà, lo Stato, così come lo conosciamo, consiste in un cartello ambizioso di interessi industriali dominanti in ogni settore, impegnati in continue cospirazioni contro un mercato libero e competitivo. Normalmente non pensiamo allo Stato in questo modo, ma questa sembra la concezione più realistica di ciò che effettivamente è e fa.
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Consideriamo la FDA. La sua forza trainante è l’industria, che ne finanzia metà e condivide i diritti di proprietà intellettuale con essa, così come con le agenzie sorelle e madri del NIH, del CDC e dell’HHS. L’industria farmaceutica esercita di gran lunga la maggiore influenza sul funzionamento di queste agenzie, ed è per questo che Robert F. Kennedy Jr., acerrimo nemico del settore, ha enormi difficoltà a gestirle e a riorientarne le priorità. Ciò non dovrebbe sorprendere, dato che questa è stata la sua stessa origine: l’industria in cerca di legittimità e protezione dalle insidie della sovranità dei consumatori.
Lo stesso dramma influenza tutti i tentativi di riforma presso la Federal Reserve (banche), il dipartimento dell’Agricoltura (le grandi aziende agricole), il dipartimento per l’Edilizia e lo Sviluppo Urbano (i costruttori edili), il Dipartimento dell’Istruzione (i sindacati degli insegnanti), il Dipartimento dei Trasporti (treni e automobili) e il Dipartimento della Difesa/Guerra (i produttori di munizioni). Ovunque si guardi oggi a Washington, si trova la mano dei potenti attori industriali. È così nella maggior parte del mondo.
Questo stato industriale ha almeno tre livelli. C’è un livello profondo composto dalle agenzie di Intelligence e dai loro benefattori e partner nell’industria. La NSA e la CIA esternalizzano la maggior parte delle loro attività a società digitali del settore privato, con risultati classificati. C’è poi il livello superficiale (o di vendita al dettaglio) in cui le industrie regolamentate eseguono i desideri delle agenzie asserviti; ecco perché CVS ha rimosso le terapie tradizionali dai suoi scaffali a favore delle iniezioni di mRNA modificato e perché l’establishment medico ha aderito con tanto entusiasmo alla risposta al COVID. E infine c’è il livello intermedio, costituito dalle agenzie stesse che hanno orchestrato tutti i trasferimenti.
Se questa è la situazione ai nostri giorni, che dire del passato? Il modello è ancora valido? Forse, se consideriamo la Chiesa come un’industria, possiamo individuare le stesse forze all’opera nel Medioevo. Se pensiamo agli apparati militari come a delle industrie, otteniamo una prospettiva diversa su ciò che animava gli stati antichi di Roma e Atene.
Come si concilia questa visione concreta e leggermente cupa della genesi e del funzionamento dello Stato con le teorie precedenti? Essa mette a tacere l’idealismo di Platone e Hegel, introduce un elemento di realismo tipico di Hobbes e Locke, arricchisce le teorie di Marx e Rothbard e dà maggiore sostanza a quelle di de Jouvel e Hoppe.
Per quanto ne sappiamo, si tratta della descrizione più accurata della realtà dello statalismo moderno attualmente disponibile. E questo sottolinea ulteriormente l’enorme sfida che si presenta a qualsiasi amministratore temporaneo che pretenda di prosciugare la palude, eliminare la cattura delle agenzie o comunque arginare la corruzione. Il problema è che l’intero apparato statale è di fatto la palude. La cattura del regolatore è essenziale. La corruzione è intrinseca al funzionamento dello Stato.
Tutto ciò non significa che non valga la pena tentare una riforma. Ma è fondamentale comprendere che nessuno degli apparati statali è concepito per adattarsi ai riformatori e alle pressioni democratiche. L’inerzia è sempre nella direzione opposta. Già quanto accaduto con Trump 2.0, pur con i limitati successi che abbiamo visto, rappresenta un’anomalia. Ci vorrà un miracolo per ottenere ulteriori cambiamenti, ma è possibile.
Una delle affermazioni più sagge nella storia della teoria politica proviene da David Hume. A suo avviso, il ruolo dell’opinione pubblica è cruciale in ogni esercizio del potere. Quando il pensiero pubblico cambia, lo Stato non ha altra scelta che adeguarsi.
«Nulla appare più sorprendente a coloro che considerano le vicende umane con occhio filosofico della facilità con cui i molti sono governati dai pochi, e dell’implicita sottomissione con cui gli uomini rinunciano ai propri sentimenti e alle proprie passioni in favore di quelli dei loro governanti. Quando ci interroghiamo su come si realizzi questo prodigio, scopriremo che, poiché la forza è sempre dalla parte dei governati, i governanti non hanno altro sostegno che l’opinione pubblica. È dunque sull’opinione stessa che si fonda il governo; e questa massima si estende ai governi più dispotici e militaristi, così come a quelli più liberi e popolari».
Cambiare l’opinione pubblica: questo è il compito essenziale.
Jeffrey A. Tucker
Jeffrey Tucker è fondatore, autore e presidente del Brownstone Institute. È inoltre editorialista senior di economia per Epoch Times, autore di 10 libri, tra cui Life After Lockdown , e di migliaia di articoli pubblicati su riviste accademiche e divulgative. Tiene numerose conferenze su temi di economia, tecnologia, filosofia sociale e cultura. È inoltre un tabarrista.
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Civiltà
La devastazione prodotta dalla Scuola di Francoforte
The Most Destructive Intellectual Project of the Twentieth Century.
The Frankfurt School. You should know what it was, what it built, and why you are still living inside it. 1. The Institute for Social Research was founded in Frankfurt in 1923 and relocated to Columbia… https://t.co/tuqvEblLIN pic.twitter.com/hXnNKmqPrW — Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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