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L’offensiva di Valpurga e altri demoni

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La terra, in Ucraina, comincia a rassodarsi. Succede così alla fine dell’inverno: il prezioso terreno di quelle zone, che è assai fertile, perde il carattere morbido e fangoso che assume con le fredde temperature. Quando sbocciano i fiori, il terreno diventa più secco, e quindi più facilmente percorribile dalle manovre di uomini e mezzi.

 

Ciò significa che lo scontro finale tra le forze russe e l’Ucraina – che ha dietro il più grande blocco militare della storia – potrebbe essere vicino. In pratica, la primavera, sarà foriera di una strage, perfino maggiore di quella che già stata consumandosi a Bakhmut e dintorni. Ver Sacrum, «maledetta primavera», dicevano gli antichi, ricordando riti crudeli che avvenivano in questi giorni, quando nei villaggi si sacrificavano e abbandonavano nei boschi le generazioni giovani.

 

Da inizio anno abbiamo sentito parlare in continuazione della famosa «offensiva ucraina» che doveva tenersi in primavera. I giornali occidentali – quelli italiani in testa – tengono alta la hype, mostrando al pubblico video di guerra a senso unico: ecco l’«eroico» attacco degli ucraini alla trincea russa, ecco il drone di Kiev che molla sui soldati russi, congelati in una buca, una granata.

 

Oscenità, crudeltà inarrivabili – è il nuovo volto della propaganda, nemmeno paragonabile a quello che abbiamo visto durante la catastrofe balcanica degli anni Novanta. Chi segue Renovatio 21, ha visto decisamente video diversi, che cerchiamo di postare – evitando quelli che offendono la dignità umana – negli articoli dedicati alle cronache di questi giorni di guerra.

 

Nonostante ci siano oramai molte voci, anche nel campo degli zeloti antirussi, che ammettano che la guerra Ucraina non sta andando bene (abbiamo sentito Condoleeza Rice, e di recente il massimo generale polacco Rajmund Andrzejczak), nonostante escano leak del Pentagono che dimostrerebbero la consapevolezza di una situazione disastrosa per Kiev (dove si arriva a dire che la ratio dei caduti per la Russia e l’Ucraina è forse 10 a 1), hanno continuato a bombardarci con lo scenario dell’offensiva primaverile. Sarà a marzo, anzi no, ai primi di aprile, anzi no, il 25 aprile (magari con il Battaglione Azov che canta Bella ciao, come molti suoi sostenitori piddo-italioti).

 

Ad un certo punto, nelle ultime settimane, è saltato fuori che l’offensiva ucraina di primavera sarebbe avvenuta il 30 aprile. Ecco, qui ci si apre una finestrella piuttosto grande.

 

Il 30 aprile è riconosciuta come la notte della morte dello Hitler, quello omaggiato dalle truppe ucraine – con tanto di interviste della Reuters a soldati che come nom de guerre si scelgono il neutro «Adolf». Ma non è la coincidenza che ci attira di più.

 

Il 30 aprile, come noto, è la notte di Valpurga. La notte in cui le streghe, nel punto di calendario della loro massima potenza, escono per il sabba con i demoni.

 

L’anno scorso abbiamo scritto un denso articolo sull’argomento.

 

Bisogna capire che Kiev è legata alla questione in modo profondo. Una notte sul Monte Calvo (1867), il poema sinfonico di Modest Petrovič Musorgskij ispirato alle leggende slave e alla storia del sabba delle streghe, fa riferimento ad un luogo appena fuori Kiev, una collina chiamata Lysa Hora, ritenuto un posto centrale nel folclore pagano e nella storia della stregoneria slava.

 

Ho visitato, anni fa, quella collina – e l’ho fatto contro il consiglio di un’amica ucraina di stanza a Milano che – bocconiana, inserita anche piuttosto in alto – mi aveva sconsigliato di farlo, soprattutto di notte. Ci andai di giorno, di fatto, ma fui colpito dal fatto che in lei si era come risvegliato un pensiero che non credevo che una ragazza della modernità internazionalizzata potesse avere: aveva paura del male, del male inteso non come concetto, ma come fatto di persone.

 

Come noto, nel 1940 Walt Disney si produsse in un’interpretazione visiva della Notte di Musorgskij, rappresentando – con capacità visionarie insuperate – la notte di Valpurga e il suo turbinio di spiriti e creature oscure, che danzano sotto le ali di pipistrello di Chernobog, l’antico «dio nero» degli slavi di cui parlano le Chronica Slavorum, che immenso emerge dal monte e avvolge con la sua ombra tutta la città.

 

 

Avevamo preso questo inarrivabile capolavoro di Disney – che dichiarò che Chernobog era Satana – come una strana profezia di quello che stava succedendo in Ucraina.

 

Anche dei segni evidenti di ritorno del paganesimo nell’Ucraina in guerra, abbiamo già scritto un anno fa.

 

Non si tratta solo del video, circolato nei primi mesi del conflitto, con la dea agreste che sgozza il soldato russo. Non si tratta nemmeno delle notizie uscite riguardo l’operato di sedicenti «streghe» a favore del regime di Kiev. Né dei casi, sempre più inquietanti, di crudeltà infinita delle truppe ucraine (dagli scherzi telefonici alle mamme dei caduti, alle torture sui prigionieri, al traffico di organi), con pure supposti episodi di cannibalismo.

 

È l’intero quadro che ci fa pensare che siamo dinnanzi, più che ha ad uno sforzo militare, ad un sabba demoniaco.

 

L’eliminazione di un’intera denominazione cristiana, la Chiesa ortodossa ucraina (UOC) ci fa pensare in questa direzione – dalle persecuzioni dei monaci della Lavra ai bombardamenti alle chiese di Donetsk durante la veglia pasquale.

 

Così come sa di commercio con forze anticristiane il supporto incondizionato a battaglioni che si dichiarano apertamente pagani, seguaci della rodnovery – il paganesimo paleoslavo a cui Azov ha pure eretto un tempio, versando il proprio sangue sulla terra dove hanno issato un totem del dio del tuono Perun – o pure del paganesimo germanico, come il tizio intervistato grottescamente dal Corriere della Sera, che tra un tatuaggio con scritto «Valhalla» e una runa a caso, si definisce con precisione Ásatrú, ossia seguace degli Asii, gli dei del Nord come Odino, Thor e compagnia.

 

 

Ma è qualcosa di più profondo che guida i fautori dell’offensiva di Valpurga – è un meccanismo già in atto da tempo, in realtà.

 

Il sabba, il rito pagano, prevede il contrario della Messa dei Cristiani: si sacrifica l’uomo per gli dei, invece che Dio per gli uomini. Il sacrificio umano è quindi l’elemento indispensabile per ogni celebrazione ai demoni.

 

Non è impossibile vedere che, in un mondo ancora cristianizzato dove il sacrificio umano non può essere celebrato pubblicamente, esso possa essere contrabbandato in altre forme: l’aborto, per esempio, o la guerra.

 

E in questo caso, parliamo della guerra, di questa guerra: un’altra «inutile strage», come ebbe a definire Benedetto XV nella sua Lettera i Capi dei popoli belligeranti del 1° agosto 1917.

 

Come il fratricidio europeo della Grande Guerra – voluto dalle potenze massoniche per liquidare gli imperi centrali, in particolare quello cattolico degli Asburgo – anche questa guerra, fratricida più che mai, era completamente evitabile, e la strage conseguente non ha alcun senso – se non quello dell’eliminazione, anche qui, di un impero cristiano, quello di Mosca, e della messa in atto, se volete seguire il mio ragionamento, di un altro focolaio di sacrificio umano pronto a divampare con il fuoco nucleare in ogni angolo della terra e  incenerire quella Civiltà che è figlia dell’era cristiana.

 

Per questo scatenano Chernobog. Per questo mandano avanti la guerra «fino all’ultimo ucraino», per questo mandano i ragazzi di Kiev ad essere disintegrati nel mattatoio di Bakhmut, dove l’aspettativa di vita al fronte è di tre ore. In molti, a quanto risulta, hanno consigliato a Zelens’kyj di mollare la città che i russi già hanno ripreso a chiamare Artemjovsk – ma niente, il massacro va avanti, e ci sono i video del «reclutamento» dei soldati da mandare a farsi macellare, con ragazzini catturati per strada a Odessa o Uzhgorod o in ogni altra città del Paese.

 

Bakhmut è un grande sacrificio umano, spinto da forze anticristiane, che non stanno solo a Kiev e nelle cinture neonazi afferenti, ma stanno a Washington, la superpotenza arcobalenata dell’imperialismo LGBT, dove i cattolici sono pedinati dall’FBI, dove le scuole cristiane sono attaccate dai trans, dove l’«interruzione di gravidanza» si sta avvicinando sempre più all’«aborto post-natale», cioè all’infanticidio puro e semplice. Come in Europa, del resto.

 

In un discorso che ha preceduto di poco il suo licenziamento, Tucker Carlson aveva cominciato a toccare l’argomento, che altre volte avevamo sentito sfiorare nelle sue trasmissioni.

 

«Se mi state dicendo che l’aborto è un bene positivo, cosa state dicendo? Beh, state sostenendo il sacrificio di bambini, ovviamente» ha detto Carlson durante un intervento ad un evento dell’Heritage Foundation. «Quando il segretario al Tesoro si alza e dice: “sapete cosa puoi fare per aiutare l’economia? Abortite”. Beh, in realtà è come un principio azteco. Non c’è società nella storia che non abbia praticato il sacrificio umano. Non una. Ho controllato. Anche gli scandinavi, mi vergogno a dirlo. Non erano solo i mesoamericani, erano tutti. Quindi questo è quello che è».

 

«Bene, qual è lo scopo del sacrificio di bambini? Beh, non c’è nessun obiettivo politico legato a questo. No, questo è un fenomeno teologico».

 

Sì: aztechi, scandinavi, romani, greci, slavi – tutti i popoli pagani erano retti su sacrifici umani – sino all’era di Cristo. Ora, chi, in odio a Nostro Signore, vuole tornare indietro, torna a programmare e praticare l’uccisione rituale, «teologica», di uomini, donne e bambini (soprattutto i bambini, ma non solo, come stiamo vedendo).

 

Tucker ci è arrivato. Noi, in questo piccolo sito, davanti ai nostri amati lettori, ne parliamo da anni: siamo dinanzi al ritorno del paganesimo, cioè, tecnicamente, al ritorno del sacrificio umano, in guerra come negli ospedali, nelle provette come nelle nostre strade. Siamo di fronte al cambio del paradigma della Civiltà cristiana, che viene disintegrata per installare sulle sue rovine un nuovo sistema operativo, la Necrocultura, la Cultura della Morte che odia la Vita e l’essere umano e ne vuole la l’umiliazione e la distruzione.

 

Il progetto dei demoni, a Kiev come altrove, è tutto qua.

 

Al momento, lo vediamo in chiarezza nella guerra in corso. Chernobog si è alzato e domina su Kiev e su tutta l’Ucraina dei massacri.

 

Avete capito che serve un esorcismo. Serve preghiere, e digiuno. Questa è la nostra controffensiva di Valpurga – che, ricordiamo, è peraltro il nome di una santa dell’VIII secolo Valpurga di Heidnheim, celebrata per scacciare la ricorrenza pagana. A Lei ci rivolgiamo, affinché interceda presso il Signore.

 

Serve chiedere a Dio di riportare la pace. Tutto il resto non conta.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Essere genitori

Bambini nella neve, bambini nel bosco: pedolatria olimpica e pedofobia di sistema

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Un bambino di undici anni è stato lasciato a terra dall’autista della corriera di linea che doveva riportarlo a casa dopo la scuola, da San Vito a Vodo di Cadore, perché il biglietto ordinario, di cui pure era in possesso, non era valido in costanza di celebrazioni olimpiche. Così, se ne è ritornato a piedi camminando all’imbrunire per sei chilometri e due ore. Per fortuna è arrivato alla meta sano e salvo.

 

Il signor Salvatore Russotto, dipendente della ditta di trasporti responsabile del misfatto, si è scusato con la famiglia del piccolo e si è detto mortificato per non aver avuto la prontezza di trovare lì per lì una soluzione congrua alle circostanze, soprattutto all’età del viaggiatore. Ha semplicemente fatto – automaticamente e stolidamente – quello che gli era stato detto di fare. «L’azienda ci aveva dato disposizioni chiare: invitare a scendere chiunque non avesse il titolo di viaggio valido. Non ci hanno detto nulla sui minorenni che vanno fatti salire comunque». «Mi fa male il cuore, a pensarci a mente fredda mi rendo conto di aver sbagliato, chiedo scusa al bambino e alla sua famiglia». «Mi assumo la responsabilità e pagherò quello che ci sarà da pagare».

 

È stata aperta un’inchiesta; intanto, il signor Russotto ha ricevuto un provvedimento di sospensione dal lavoro a tempo indeterminato. E intanto, la ditta opera a pieno regime.

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Sulla vicenda, che ha suscitato un grande clamore mediatico, si sono scatenati i commentatori sociali compulsivi invocando punizioni esemplari verso l’unico birillo esposto alla pubblica gogna e al libero insulto: l’autista disumano.

 

Ma ai giustizieri sommari, agli incontinenti da tastiera e in genere a coloro cui va bene così – capro espiatorio e via – andrebbe mostrata qualche altra faccia di quello che sembra un monolite, nella realtà è un poliedro. Perché, guardando all’insieme, il quadro forse si fa un po’ diverso, e come sempre c’è un dito e c’è una luna.

 

A partire dalla trovata del biglietto olimpico, che non è un’invenzione del signor Russotto. Per viaggiare da scuola a casa, infatti, l’undicenne avrebbe dovuto davvero esibire il biglietto speciale ultramaggiorato (di quattro volte tanto) imposto a chiunque, per qualsiasi motivo, tocchi percorrere un pezzo qualsiasi della tratta Calalzo-Cortina e viceversa durante il lungo arco temporale investito dai giochi invernali.

 

Per muoversi su e giù per la valle con mezzi privati, ai residenti e persino ai lavoratori abituali, è richiesto un permesso speciale, proprio allo scopo di disincentivare l’uso dell’auto a favore dei trasporti pubblici. Che però, appunto, costa(va)no una follia. Un modo come un altro, insomma, per costringere tutti, nessuno escluso, a prendere parte all’ultimo opulento rituale collettivo, offrendo sacrifici – non a Zeus, ma ad altre divinità sopravvenute.

 

Solo dopo il fattaccio, la provincia ha cercato di salvare la faccia: in prima battuta, con grande sprezzo del ridicolo, ha graziosamente concesso ai residenti che ne facessero regolare domanda di provare a ottenere un rimborso dei biglietti già acquistati, fino a esaurimento fondi, e tanti auguri; poi, crepi l’avarizia, ha addirittura ripristinato, per i residenti, il prezzo consueto dei biglietti.

 

Ci si chiede: serviva una storia come questa, e i riflettori puntati addosso a una fettina del sistema che sta dietro ai lustrini, per portare alla luce una fettina del latrocinio che si consuma all’ombra dei giochi? Perché di latrocinii e di sfregi e di soprusi olimpici in danno dei territori e dei loro abitanti, di lavoratori e di studenti, di incolpevoli cittadini e di poveri contribuenti, è difficile ormai tenere il conto. Per conferma, chiedere ai milanesi.

 

Ma non è tutto qui. Il tempismo e il genio risolutore delle istituzioni si sono magicamente manifestati – stavolta sub specie Malagò – anche nei confronti del bambino, al quale è stato offerto un ruolo nella cerimonia di apertura delle olimpiadi a titolo di compensazione. Motivazione a favor di telecamera: «per scaldargli il cuore». Famiglia entusiasta, dice festante la mamma: «siamo increduli, dalle stalle alle stelle». Da una scarpinata, insomma, è nata una star: giornaloni, trasmissioni TV, parti in commedia (occhio ora al San Remo all’orizzonte), foto, luci e sipari.

 

Dalla favola resta fuori l’autista, privato dello stipendio in attesa del verdetto della ditta di cui è dipendente. Non escludiamo che in questo tripudio di gioie, una volta scontata un po’ di graticola, ne uscirà graziato, e l’immagine dell’azienda lucidata a festa anche lei. Perché le Olimpiadi rendono tutti più buoni e più belli, dentro e fuori, come dice la pubblicità. Certo è che, nel mentre, il signor Russotto sta materialmente pagando: paga il proprio zelo spinto fin oltre il dovuto.

 

E qui sommessamente ricordiamo che, come lui, hanno agito tanti suoi colleghi in tempo di altri lasciapassare, quando ai bambini senza tessera verde era impedito di salire sul bus, o addirittura venivano costretti a scendere a corsa iniziata, magari in mezzo al nulla. Eppure, nessuno allora si stracciava le vesti. Anzi, la gente plaudiva ai bravi controllori, ai diligenti gregari rispettosi delle regole, perché è così che si fa: gli infedeli al culto di Stato andavano puniti in modo esemplare, senza limiti di età. Ai bambini si poteva infliggere impunemente ogni sorta di vessazione e infatti ogni sorta di vessazione è stata loro inflitta, nell’invasamento orgiastico fomentato da raffiche di dpcr e dalla loro libera interpretazione a senso unico non alternato. Si stava celebrando un altro rito, allora, i cui effetti devastanti sono oggi manifesti, e sono incalcolabili.

 

Evidentemente quella lezione lì qualcuno l’ha imparata, senza accorgersi che nel frattempo la scena era mutata, che ora vige in via provvisoria un’altra religione, e che i suoi sacerdoti preferiscono indossare la maschera dei difensori dell’infanzia perché si porta bene, e poi perché nella nuova fiction ecumenica manca un nemico oggettivo sul quale sfogare sadismi repressi, manca l’elemento dissenziente sul quale infierire: manca il mostro – o mostriciattolo – no vax.

 

La piega pedolatrica olimpica serve a lavarsi la coscienza, ad autoconvincersi e a convincere il pubblico pagante che questa società, pedofoba e pedofila, è una società che difende i bambini.

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E invece i bambini sono le sue prede privilegiate e fuori dalle quinte degli spettacoli di distrazione di massa continuano a essere programmaticamente maltrattati, indottrinati, manipolati, strappati alle loro mamme e ai loro papà se refrattari alle liturgie. Continuano a soffrire, defraudati di tutto quanto dovrebbe spettare all’età dello stupore e della scoperta.

 

Il paradigma con cui dobbiamo fare i conti non è, come vorrebbero farci credere, la bella festa di Riccardo, eroe olimpico per caso e per magnanimità dei potenti. Il vero paradigma è il Forteto, è l’infinita serie di famiglie dilaniate dai servizi sociali, è la scientifica distruzione della casa nel bosco e di mille altre case sui cui muri gli addetti alla sorveglianza hanno individuato una crepa attraverso la quale far penetrare la zampa del lupo, più o meno travestito. Storie dove manca il finale in cui vissero tutti felici e contenti grazie a un intervento dall’alto.

 

Nessuna carica istituzionale interverrà a fermare i lupi (che non sono gli autisti di autobus) e a consolare quel fiume carsico di dolore allo stato puro che scorre ovunque sotto di noi; nessuno arriverà mai a «scaldare il cuore» di quei bambini.

 

La vera guerra da cui proteggere i corpi e le anime dei nostri piccoli è una guerra silenziosa che ci tocca combattere da soli, a mani nude.

 

Elisabetta Frezza

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Caschi blu attaccati, carabinieri umiliati, cristiani uccisi: continua il privilegio di sangue di Israele

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Riepiloghiamo: circa una settimana fa l’UNIFIL (la missione dei caschi blu ONU in Libano) ha accusato oggi le forze israeliane di aver lanciato una granata da un drone a circa 30 metri dai peacekeeper, durante un’operazione svolta ieri nel villaggio di Adeisse, nel sud del Libano vicino alla cosiddetta Blue Line. Fortunatamente, l’episodio non ha causato feriti.   «Ieri, i peacekeeper impegnati in un pattugliamento programmato nei pressi di Adeisse sono stati avvertiti dalla popolazione locale di un possibile pericolo all’interno di un’abitazione e hanno scoperto un ordigno esplosivo collegato a una corda detonante» scrive un comunicato UNIFIL riportato dal giornale italiano delle Nazioni Unite. «Le forze di pace hanno creato un cordone di sicurezza e si sono preparate a controllare un’altra abitazione. Poco dopo, un drone che si trovava in volo sulle loro teste ha sganciato una granata a circa 30 metri dalle forze di pace».   Poi, pochi giorni fa due carabinieri italiani che stavano facendo un sopralluogo in territorio palestinese per un evento diplomatico europeo vengono bloccati da un gruppo di coloni armati di mitra, e fatti inginocchiare. I giudei hanno quindi passato loro un cellulare: un uomo sconosciuto dall’altro capo della linea dice loro che se ne devono andare, perché quella è un’area militare interdetta. I due militari italiani quindi si rialzano e tornano al consolato di Gerusalemme.

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Siamo vicino a Ramallah, una zona controllata, in teoria, dall’Autorità Palestinese. Il COGAT (l’agenzia del Ministero della Difesa israeliano responsabile delle attività governative nei territori) nega che quella sia una zona sottoposta a controllo militare. Poi ecco che arriva la versione dell’IDF, l’esercito dello Stato degli ebrei: a far inginocchiare i nostri carabinieri non sarebbero stati coloni ma «un soldato riservista», il quale ora «è stato richiamato per dare chiarimenti». Questo soldato scambiato per colono, nella Cisgiordania preda delle mire dei coloni appoggiati da ministri del gabinetto Netanyahu come Bezalel Smotrich, «si è comportato secondo le procedure, ma non si è accorto subito della targa diplomatica».   Ora salta fuori che, per un buco nella legislazione italiana riguardo le responsabilità dei fatti accaduti ai nostri uomini in missione all’estero, i giudici italiani non interverranno a meno che non se ne incarichi direttamente il ministro della Giustizia Carlo Nordio.   Confessiamo di non sapere, peraltro, se vi sia una qualche conseguenza – giuridica, o anche solo politica – dell’attacco subito un anno fa dai soldati italiani UNIFIL, costretti a nascondersi in un bunker da un attacco israeliano. Sappiamo tuttavia che alcuni di essi poi hanno avuto problemi alla cute e allo stomaco. Sappiamo anche che Netanyahu stesso ha minacciato l’UNIFIL, due mesi fa si sono avuti attacchi alle truppe ONU nel Libano meridionale e due settimane fa i carri israeliani hanno bersagliato un’area vicina ai caschi blu spagnuoli in Libano. Chi legge Renovatio 21 sa che nessuno di questi è un caso isolato, e rammentiamo anche quando l’anno passato soldati dello Stato Ebraico spararono contro delegazioni di diplomatici stranieri.   Mica è finita. Leggiamo la notizia di un attacco ad una famiglia cristiana palestinese, sempre in Cisgiordania, nella periferia di Birzeit. La madre viene ferita gravemente dai coloni, ma le forze di sicurezza arrestano i figli della 62enne cristiana e non gli assalitori ebraici che hanno lanciavano pietre. «Mia madre è stata portata in ospedale e ricoverata nel reparto di terapia intensiva, dove è stata diagnosticata una frattura al cranio» ha detto uno dei figli al Middle East Eye.   Fra il 23 dicembre 2025 e il 5 gennaio 2026 l’Ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha documentato 44 attacchi dei coloni in Cisgiordania, che hanno causato danni alla proprietà e almeno 33 feriti fra i palestinesi, tra cui bambini. «La violenza ha anche contribuito allo sfollamento di circa 100 famiglie palestinesi, fuggite sotto minacce e intimidazioni» scrive AsiaNews. «Attivisti locali parlano di un “piano di pulizia etnica”contro i villaggi e le cittadine palestinesi». È noto che gli attacchi terroristi riguardano anche e soprattutto villaggi cristiani.   Per chiunque conosca il classico algoritmo delle notizie dalla Terra Santa, prima o dopo il 7 ottobre 2023, sa che qualsiasi versione, scusa, smentita, spiegazione verrà offerta non vale nemmeno il tempo dell’ascolto.   La questione dei coloni, il lettore di Renovatio 21 lo sa, è inevitabile, tra violenze continue, minacce e il fiancheggiamento sfacciato del governo più estremista della storia di Israele. Ricorderete il convegno eccezionale sulla colonizzazione di Gaza – quindi, figuratevi quanto è spudorata la hybris colonica per i territori della Cisgiordania – dove i coloni danzarono la loro orrenda musica tunza-tunza con sul palco il ministro Smotrich, il ministro Ben Gvir e altri vertici politici sionisti religiosi e non, uniti per il «Grande Israele».

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E quindi: violenza e umiliazione, nichilismo diplomatico, persecuzione anticristiana nell’«unica democrazia del Medio Oriente», il Paese «alleato» dell’Occidente democratico (anche se metà dei suoi cittadini parla russo…). Nihil novum sub solem, ci siamo abituati.   Semmai, ci chiediamo altro: fino a quando i nostri politici ce lo faranno accettare? Perché Giorgia Meloni dinanzi ai carabinieri in ginocchio sotto il mitra giudaico dice «inaccettabile» ma poi sembra che la cosa sia accettata: l’ambasciatore è ancora là? Sì, mica è come per Crans-Montana, dove il governo fa i capricci al punto da richiamare il proprio inviato ripromettendo di non mandarlo fino a che… fino a che non si capisce bene, ma immaginiamo sia solo il caso di trovare un capo espiatorio per il fatto di cronaca nera dell’anno, e saranno ovviamente i coniugi gestori, che la politica italiana vuole che paghino per il rogo di ragazzi che filmavano con il cellulare o che, salvi all’esterno, magari tornavano dentro proprio per il cellulare, o per altri motivi, trovando l’inferno.   Crans-Montana, li sì che vale la pena di fare un incidente diplomatico: altro che bombe sui nostri soldati, mitra addosso, e violenza sulle chiese cattoliche e fedeli. Per i potenti nella tragedia della discoteca elvetica è bello sguazzare: la responsabilità non ce l’ha qualcuno di forte, le accuse sono gratis, senza conseguenze. (Come è che si chiamano quelli che se la prendono con i deboli ma tacciono con i forti?)   È parte del grande privilegio israeliano: possono farne di ogni, e noi accettiamo tutto. Ci sono giornalisti, attivisti morti: è successo qualcosa? Oppure, senza andare troppo in là con la memoria, pensiamo all’unica chiesa cattolica di Gaza centrata dalle bombe dell’IDF– e qualcuno dice che, ad occhio e croce, miravano proprio alla croce sopra la facciata.   E, visto che parliamo del privilegio, perché non tornare un secondo sui 1,000 italiani – su 18.000 presenti nello Stato Giudaico – che attualmente sono nell’esercito israeliano? Lo aveva comunicato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, senza curarsi del cortocircuito cui andiamo incontro noi non privilegiati che sottostiamo al Codice Penale italiano e all’art. 244 C.P.: «chiunque, senza l’approvazione del Governo, fa arruolamenti o compie altri atti ostili contro uno Stato estero, in modo da esporre lo Stato italiano al pericolo di una guerra, è punito con la reclusione da sei a diciotto anni; se la guerra avviene, è punito con l’ergastolo».   Dobbiamo raccapezzarcene: e allora ecco che esaminiamo il disegno di legge a firma Francesco Cossiga (eccerto) depositato al Senato durante la XV legislatura nel 2006 – cioè, un anno dopo che era stata abolita la leva in Italia: «i cittadini italiani che siano iscritti all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ancorché non siano anche cittadini dello Stato d’Israele, possono liberamente e senza autorizzazione delle autorità italiane prestare servizio militare anche volontario nelle forze di difesa ed anche servizio in altre amministrazioni dello Stato d’Israele» (DDL 730/2006, art.3).   Proprio un privilegio: una legge proprio per lo Stato degli ebrei, il suo esercito e i cittadini italiani (che immaginiamo essere, in questo caso, ebrei, come il loro etnostato). Immagine un nostro cittadino servire nell’esercito russo, nella Bundeswehr, nell’Esercito di Liberazione del Popolo, nelle forze egiziane, brasiliane, iraniane.   Confessiamo di non aver capito come funzioni questa cosa, ma non sappiamo se in Italia, dove per il magistrato vige l’obbligo di azione penale, qualcheduno si sia, anche prima di Cossiga, mosso per capirci qualcosa.

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Avanti così: del resto proprio ieri era la Giornata della Memoria, quella che ci ricorda con l’inesausta ripetizione della parola religiosa «Olocausto» (etimologicamente, ὅλος καυστός, «che è tutto bruciato») che dietro a tutto questo c’è una bella teologia, con un popolo intero che diviene agnello sacrificale globale, con buona pace dell’Agnello, quello vero, e quei pochi che ancora ci credono – a prezzo della persecuzione.   Nel frattempo, massacri e menzogne tutt’intorno a noi. E dai, chiudete un occhio, e anche se «l’incidente» riguarda i vostri concittadini, o i vostri fratelli nella Fede, fate finta di non sentire che un domani potrebber riguardare voi stessi.   L’Occidente ha voluto assegnare questo privilegio di sangue: ora ne accetti le conseguenze. Oppure cerchi nelle sue radici l’origine del cortocircuito dell’ora presente. Fidatevi: si trova tutto.   Roberto Dal Bosco

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Montesquieu in cantina: il vero significato della separazione delle carriere

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Che il barone di Montesquieu, filosofo, letterato e fine giurista «padre» della separazione dei poteri quale sistema capace di garantire una ordinata gestione dello Stato, rischiasse il pensionamento per sopravvenuta inadeguatezza culturale, si era capito da tempo, proprio tra una invasione di campo e l’altra fra poteri dello Stato.

 

Invasione che non è avvenuta direttamente con riguardo alla separazione, adottata anche dalla nostra Costituzione secondo la classificazione canonica, tra potere legislativo, esecutivo e giurisdizionale. Le invasioni temporanee, ma destinate a diventare come spesso avviene, prima consuetudinarie e quindi definitive, hanno riguardato a rigore la Presidenza della Repubblica, la Corte costituzionale, e più di recente, di fatto e secondo aspirazioni individuali più o meno recondite, la Presidenza del Consiglio. Entità queste rivelatesi tutte più o meno devote a Luigi XIV.

 

Tuttavia il bon ton ha suggerito sempre che gli smottamenti di funzioni avvenissero per bradisismi in genere poco percepibili dal popolo sovrano perlopiù assorbito dalle proprie occupazioni e diviso da militanze politiche fissate una tantum e soddisfatte qua e là da qualche rotazionei elettorale e meditatica.

 

Ma asimmetrie elettorali e mediatiche a parte, nelle facoltà giuridiche e nei convegni politici si è continuato a tenere fermo il sacro principio costituzionalmente garantito della separazione e quindi della indipendenza dei poteri dello Stato, che, sia per chi lo aveva teorizzato nella temperie illuministica, sia per tutte le sedicenti democrazie moderne, rimane ufficialmente un dogma intangibile e necessario per garantire il più possibile un rapporto equilibrato tra potere e libertà in vista del bene conmune.

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Ora però, poiché la legge del divenire non risparmia uomini e cose, e anche i sacri principi possono diventare un po’ ingombranti e un po’ frustranti per un potere insofferente di fronte ai loro lacci e lacciuoli, così anche i principi richiedono di essere aggiornati. Insomma poiché l’appetito vien mangiando, anche il potere anela alla libertà che troppo viene elargita a destra al suddito indisciplinato. Ma bisogna anche agire con cautela perchè i gaudenti della libertà non pensino di avere molte frecce ai loro archi.

 

Bisogna già convincerli, per fatti concludenti, che il Parlamento sia un organo inutile oltreché dispendioso, dove pochi frequentatori si agitano inutilmente. Non per nulla lo abbiamo rimpicciolito e reso pressoché impotente come è bene che sia. Intanto il presidente della Repubblica può intrattenere gli ospiti per Capodanno e dire cose ineccepibili per il Corriere della Sera. Invece non si può dire da un giorno all’altro che la magistratura deve servire l’esecutivo, e diventarne il braccio armato. La si può indebolire dall’interno con lo schema collaudato delle primavere arabe e non.

 

Per screditarla serve già senz’altro il disservizio che affligge la Giustizia civile, alimentato dalla mancanza di personale e dalla disorganizzazione delle cancellerie. Ma la Giustizia penale resiste in qualche modo anche per necessarie esigenze di immagine e di ordine pubblico.

 

Ecco allora l’idea vincente: separiamo le carriere di giudici e pubblici ministeri. Alleviamo una genia di accusatori per missione quali rappresentanti dello Stato punitore. E, alla bisogna, come in ogni regime autoritario che msi rispetti, formiamo magistrati missionari e combattenti per la parte politica al potere: l’arma politica per eccellenza.

 

Si dirà, ma se il vento cambia gli stessi missionari potranno servire un’altra religione. Questo è vero Tuttavia si tratta di un’obiezione debole. Infatti non bisogna sottovalutare la fiducia nella propria eternità che tiene in vita e alimenta il potere e lo mette al riparo dal dubbio come da ogni coscienza critica. Dalle parti di Bruxelles c’è una manifestazione straordinaria ed esemplare di questa sindrome.

 

Dunque, a togliere ogni ombra dai fini di certo non proprio reconditi della «Riforma della Giustizia» (nomen omen), è intevenuto l’immaginifico ministro degli esteri. Egli, già entrato in lizza ideale con Togliatti per la assunzione della storica qualifica di «Migliore», col suo eloquio sempre incisivo, e con ammirevole sincerità, ci ha spiegato tutto il succo della faccenda. Che la separazione delle carriere, con previa separazione dei corsi formativi, è cosa buona e giusta per ridimensionare la magistratura. Il divide et impera funziona sempre. Poi sui giudici sventolerà la bandiera nera della responsabilità civile, che per incutere terrore funziona meglio del Jolly Roger.

 

Tuttavia l’asso nella manica sarà lo spostamento della polizia giudiziaria alle dipendenze dell’esecutivo Ecco l’approdo felice e strategicamente vincente di questa nuova liberazione.

 

Dalle inquietanti amenità del Ministro Migliore, sarebbe indispensabile, prima che sia troppo tardi, tornare a riflettere sulla necessità inderogabile di non smenbrare un organismo la cui peculiarità e il cui pregio sta nella cultura giuridica comune e nella sperabile comune risorsa di un’unica ideale finalità di valore etico prima ancora che giuridico.

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Una finalità che deve essere propria di tutti i magistrati cui è affidato l’intero procedimento penale, dalla azione promossa dal pubblico ministero, alla sentenza pronunciata dal giudice. Perché entrambi, guidati da una logica collaudata e da una comune formazione giuridica ed etica, debbono mirare dialetticamente all’accertamento della verità, qualunque sia la funzione loro affidata. Non per nulla è stato ribadito, in via normativa, come anche il pubblico ministero, che pure promuove l’azione penale in nome dello Stato e nell’interesse della collettività, sia tenuto a chiedere l’assoluzione dell’impurtato ove ritenga che ve ne siano i presupposti di fatto e di diritto.

 

La separazione delle carriere invece sarebbe la incubatrice degli accusatori per missione e professione, con una sclerotizzazione di funzioni che non gioverà all’accertamento della verità in seno al processo e gioverà ancor meno alla separazione dei poteri. Anzi andrà dritta ad assolvere lo scopo eversivo e anticostituzionale di asservimento all’esecutivo che le parole senza veli del ministro dimostrano auspicare al di là di ogni ragionevole dubbio.

 

Ancora una volta il battage pubblicitario tende a confondere le idee e a nascondere i fini per nulla rispettabili che questa messinscena riformistica non ha più neppure il pudore di mettere in ombra.

 

Infine, e più in generale, è bene tenere a mente che l’ordinamento giuridico, pur con le innegabili e contingenti aporie, fu elaborato nel tempo da giuristi di grande statura culturale e solida preparazione giuridica. Ogni intervento innovativo non può non soffrire del degrado culturale che affligge senza scampo, non soltanto la società, ma, soprattutto, e in primo luogo, una intera classe politica.

 

Patrizia Fermani

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Immagine di Fred Romero via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0

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