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Pensiero

All’ombra del paganesimo papale

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Considero Corrado Guzzanti uno tra i più grandi artisti italiani, e da decenni. Lo ho scritto varie volte anche su queste pagine.

 

Il suo genio è tale che ho sopportato anche la cifra anticristiana di molti suoi sketch del passato. Avevo notato che c’era sempre qualcosa di eccessivamente acido, come se fosse in cerca di una vera dimensione di blasfemia, anche quando, di questi tempi, essa non è più interessante.

 

Tuttavia, c’è da dire che la verve comica anticattolica ad un certo punto generò un personaggio interessante, Padre Pizarro. Egli è l’emblema del prete modernista, che non crede più a nulla (al punto che non sa nemmeno bene cosa sia il crocefisso che ha al collo: «‘na specie de più»), che è imbevuto di teorie moderne che ritiene abbiano sepolto la credenza nella religione («teoria dee superstringhe, «buchi neri supermassivi… quasar, pulsar, oceani de materia oscura, de fasci neutrini, de antimateria», etc.), che considera la chiesa moderna come un grande spettacolo, al pari delle serie TV tipo Il trono di spade, che, ad un certo punto, stava per soffiare al Vaticano il personaggio di Padre Georg Gaenswein.

 

 

Padre Pizarro mi è stato citato da un sacerdote tradizionalista, il più acuto che abbiamo, in una recente conversazione: lo considera un esempio perfetto, molto realistico, dell’odierno zeitgest pretesco. Non credono più a nulla, e lo dicono pure, non se ne vergognano. Con più o meno capacità, «gestiscono» qualcosa di indefinito, una baracca che è toccata loro in sorte. Non è sbagliato farsi scappare una risata.

 

Non è Padre Pizarro però lo sketch anticattolico che più mi ha colpito dell’opera di Guzzanti.

 

Attorno all’era Monti, se n’era uscito con un altro programma TV, non riuscitissimo. Del resto fa così: forse per questioni interiori, sparisce per lunghi periodi, dove sembra meditare personaggi e scenette, talvolta con una profondità inopportuna.

 

Ecco che tra i tanti siparietti, non tutti divertenti, ne salta fuori uno disturbante.

 

Guzzanti interpreta papa Ratzinger, allora regnante, che scende delle cupe scale, inabissandosi nei sotterranei vaticani con in mano una candela. Il papa mormora fra se, con stridulo accento tedesco, alcune frasi. «La khiesa è in crande difficoltàh… gli skantali ci stanno tvavolgendoh»

 

Quindi vediamo Ratzinger tirare fuori da un muro statuine di divinità pagane antiche.

 

«Tuh Minervah, tea tella sapienzah, concedimi il lume della tua saccezzah… e tuh Marte, Tio della Gveva, fai a pezzi i miei nemicci attei e blasfemi… e tuh cupido, smetti di scagliare fvecce tra omo e omo».

 

«O antiki dei… vi abbiamo copevto per dvemila anni dietvo qvesto monoteismo di facciata, lasciandovi in pacce, come d’accovdo… adesso solennemente vi implovo, tovanate per un solo giorno al vostvo posto»

 

 

Lo sketch non fa ridere – oggi soprattutto, ma neanche allora. Il significato pesantissimo della scenetta, immagino, è che la chiesa ha esaurito il suo potere, e incapace di capire come fare, invece che rivolgersi a Dio – che ovviamente non esiste, è la finzione baracconesca tenuta in piedi dai padre Pizarro – tenta di ripiegare sugli dèi del paganesimo.

 

Guzzanti, anche in questo caso, ha più ragione di quanto non sappia.

 

Quella che per lui è satira anticattolica, è verità accertata. Lo è oggi, ma lo era anche quando pensava lo sketch. Da «laico» egli non può comprenderlo. Del resto, se lo capisse, non cercherebbe di farne spezzoni divertenti: perché quando la realtà è più deformata della finzione comica, c’è poco da ridere.

 

Ora, che il ritorno del paganesimo sia una cifra del papato di Bergoglio, crediamo non è più disputabile.

 

Ricordiamo, per esempio, lo spettacolo di videomapping sulla Basilica di San Pietro del dicembre 2015.

 

Animali, bestie feroci, proiettate sulla Santa Sede – ecco la scimmia, che secondo la, fino a poco fa, era una bestia che si associava al Diavolo (simia Dei) e da cui certamente l’uomo non discende. Ecco il leone – questo particolarmente interessante, perché San Pietro sorge laddove i cristiani, pur di non abiurare alla Vera Fede, accettavano di essere sbranati. Un’immagine che sa di vendetta. A produrre, una congerie di sigle, alcune con nomi di divinità pagane, con qualche nome interessante che spunta, come quello di un Rothschild.

 

 

Rammentiamo la storia della Pachamama.

 

La divinità amazzonica che doveva riassumere la portata «sudamericana» del nuovo papato, perché al contempo dea della Terra – quindi «ecologica», surrogato indio di Gaia, il malevolo titano greco adotatto dall’ambientalismo occidentale  – e della giungla, dove le fiere sbranano gli uomini, e gli uomini vivono come selvaggi (con qualche parroco in cerca della dispensa per il cuncubinato amazzonico, ma questa è un’altra storia).

 

L’avvento della Pachamama nei discorsi religiosi fu sconvolgente. Preghiere alla Pachamama, lo sappiamo, arrivarono anche nelle parrocchie più semplici – arrivarono soprattutto là, con milioni di fedeli che, probabilmente, sono andati quindi in chiesa per pregare un idolo pagano.

 

L’istituzione del culto della Pachamama non è stato un affare secondario per il Vaticano. Quando a fine ottobre 2019 un giovane cattolico austriaco prese le statuette della Pachamama disposte nella chiesa di Santa Maria Traspontina e le buttò nel Tevere, fu scioccante vedere la reazione: fu comunicato, praticamente subito, il ritrovamento da parte dei Carabinieri.

 

 

Un attimo: hanno mandato i carabinieri a recuperare gli idoli?

 

E volete dirci che le hanno ritrovate davvero? Bisogna quindi riaggiornare Eraclito: «non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume… ma trovare nello stesso punto le effigi della Pachamama sì». Tutto scorre, tranne le Pachemame – grazie ai caramba.

 

Chi ha trovato la storia incogrua, ha dovuto ricredersi. Perché a parlarne fu lo stesso papa Bergoglio, che «come vescovo della diocesi», chiese «perdono alle persone che sono state offese da questo gesto».

 

Insomma: ne parla il Pontefice stesso. È coinvolta l’Arma dei Carabinieri. Viene annunciata ai media l’integrità dei simulacri pagani spariti.

 

A questa Pachamama, anzi, al suo culto, la nuova chiesa cattolica sembra tenerci tantissimo. Troppo.

 

È stato notato che le statuette della dea sudamericana, che «erano lì senza intenzioni idolatriche» ( incredibile excusatio non petita dalle auguste labbre dello stesso Bergoglio), stavano a Santa Maria Traspontina, ai limiti del Vaticano. Perché dicevano i fini osservatori, non avevano ancora il coraggio di portare un culto pagano dentro le Sacre Mura. Ci sarebbero arrivati per Draghi, come in una finestra di Overton dello stradario Roma-Vaticano.

 

Invece, almeno un vero rito pagano nel Sacro Palazzo c’era già stato. Non parliamo della famosa leggendaria Messa Nera che si sarebbe tenuta mezzo secolo fa, ma di un episodio molto recente.

 

Nell’estate 2017 si tenne una serata di spettacoli giapponesi in Vaticano. L’occasione, par di capire, era la celebrazione del 75° anniversario dei rapporti diplomatici fra lo Stato Città del Vaticano e il Giappone.

 

La compagnia del tradizionale Teatro Nō era in Italia per una data al Teatro Olimpico di Vicenza, dove presentava il dramma classico Hagoromo a cui aggiungeva un secondo momento dello spettacolo, chiamato Okina.

 

 

Okina, leggiamo nelle comunicazioni date a Vicenza all’epoca «non è, propriamente, uno spettacolo di Teatro Nō (…)Si tratta, piuttosto, di una rappresentazione rituale in cui gli attori interpretano delle divinità, che danzano per la pace e la prosperità».

 

«Il rituale inizia ancor prima dell’entrata in scena. L’interprete di Okina deve purificarsi prima di iniziare la rappresentazione, preparando il corpo e la mente. Tra le offerte che vengono presentate all’altare ci sono il men-bako (il baule delle maschere) che contiene le maschere usate per la rappresentazione e il sake che viene usato per il rituale».

 

«Okina ha l’atmosfera del tutto particolare e il pubblico diviene testimone di una cerimonia sacra che lo introduce in un’aura mistica e sacrale».

 

Un rituale. Una cerimonia. Una funzione religiosa. Insomma: un atto pagano, un rito di un culto non cristiano. Dentro al Vaticano.

 

Praticamente, fummo i soli al mondo ad esserne sconvolti, anche solo per il fatto che lo scoprimmo vedendone un breve video dal profilo Instagram di un’amica che vi aveva partecipato. Di tracce di questo evento ce ne sono pochissime.

 

Tuttavia, è successo. Rito pagano in Vaticano. Laddove c’erano coloro che avevano combattuto e vinto il paganesimo, sono tornati i seguaci degli altri dèi. Laddove c’è la casa dei cristiani, hanno rimesso i leoni. Il principio ci è chiarissimo.

 

Ora, qualcuno si sta scandalizzando per questo «rito di purificazione» degli indiani canadesi (pardon, first people) al quale si sarebbe sottoposto Bergoglio, arrivato laggiù per chiedere scusa (sport nazionale della chiesa conciliare, et pour cause) per quella che pare proprio essere una bufala smontata poco tempo fa: il genocidio di bambini autoctoni da parte delle istituzioni cattoliche.

 

Ma che importa se non è vero? Oramai sappiamo che la verità, come la realtà,  non sono fondamentale: fatti il vaccino di due anni fa in tre dosi, anche per le varianti nuovissime. Non rileva nulla che non ha senso alcuno: fallo e basta, altrimenti ti licenzio. E il papa, il lettore lo sa bene, è esattamente di questa partita.

 

 

Quindi, eccotelo a chiedere scusa per una fake news anticattolica, una poverissima leggenda nera istantanea. O forse, il papa, sta facendo qualcos’altro? Non è che sta chiedendo scusa perché i suoi predecessori hanno convertito gli indiani? Non è che, quindi, sta chiedendo scusa al paganesimo?

 

La foto del papa gesuita con il copricapo pennuto dice tantissimo, sì. L’aspetto pateticamente carnevalesco, così plasticamente espresso, è quello che ci dice meno.

 

Quello che sentiamo dirci dal papa, a chiare lettere, è che il paganesimo deve ritornare.

 

Questo è il papato del ritorno del paganesimo. Dubbi a riguardo, non possono essercene.

 

Il lettore potrebbe chiedere: ma quindi, che senso ha questo paganesimo papale?

 

Ebbene, la risposta che troverete su Renovatio 21 la potete immaginare. Che cos’è il paganesimo? In termini semplici, è un culto in cui l’uomo è sottomesso ad una moltitudine di esseri potenti e capricciosi, dove non è Dio che si sacrifica per l’uomo (come Nostro Signore Gesù Cristo) ma è l’uomo che deve sacrificare agli dèi.

 

E cosa deve sacrificare l’uomo alle divinità pagane?

 

Beh, lo sapete, qual è il sacrificio più prezioso che si possa offrire: è il sacrificio umano.

 

Il sacrificio dei bambini, soprattutto. Come ai tempi di quel dio pagano chiamato Moloch, ma anche di molti altri, di tutti gli altri dèi di ogni culto precristiano. E postcristiano.

 

Il lettore può aver capito cosa lega l’aborto, la pedofilia, le vaccinazioni pediatriche, il suicidio medico e il nuovo corso della Chiesa. Tutto questo è un unico vero disegno, è il problema dell’ora presente.

 

Ne parliamo spesso qui, fino alla nausea. Siamo nel tempo del ritorno del sacrificio umano.

 

Qualcuno lassù deve averlo capito: se torna il paganesimo, torna anche il sacrificio umano. È questo è l’obbiettivo finale.

 

Un mondo in cui la dignità dell’uomo – questa cosa preziosa, insegnata ai cristiani da Dio stesso – è finalmente tolta di mezzo. Cancellata. Resa spendibile. Puoi sfruttare l’uomo (la donna, il bambino, il vecchio) come desideri: sfruttarlo, stuprarlo, schiavizzarlo, ingannarlo. Ucciderlo, se ti va. O, ancora meglio: convincerlo a uccidere, ad uccidersi – legalmente.

 

Di questo stiamo parlando: della perversione di ogni fibra dell’essere umano. Della Necrocultura. Della dimensione, oramai raggiunta, dove si potrà dare la morte a piacere. E quindi, procedere con quantità massive di sacrifici umani.

 

Questo è quello che vogliono gli «dèi». Ve lo abbiamo già raccontato. In Ucraina oggi ciò è divenuto piuttosto visibile.

 

Ma chi sono questi dèi?

 

Qui possono rispondere le scritture. Salmo 95, versetto 5: Omnes dii gentium daemonia, «gli dèi dei gentili sono demoni». Questo versetto è oggi tradotto dalla Bibbia CEI come «Tutti gli dèi delle nazioni sono un nulla». Capito: non sono demoni. Sono «un nulla». Non esistono. 

 

Adesso realizziamo: si tratta di negare la loro esistenza, per spalancare loro la porta e lasciarli di nuovo liberi nel mondo degli uomini. Il pastore che invita il lupo, lo evoca, e gli indica il gregge.

 

Il mondo ri-paganizzato (dall’ecologismo, dal modernismo e dall’idolatria tout court promossa dal paganesimo papale) non può che riportare in superficie i vecchi prìncipi di questo mondo, assetati di sangue più che mai dopo la lunga pausa.

 

Sono gli esseri a cui l’umanità assassina e pervertita non può che finire a consacrare i suoi figli sopravvissuti. 

 

La ripaganazzazione è la ri-possessione diabolica del mondo – con il contorno di milioni di sacrifici umani.

 

Questo pare proprio essere il compito del Vaticano bergogliano.

 

Fino a quando il Signore della Vita non lo spazzerà via.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Eutanasia

La festa della morte in Veneto

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Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».

 

Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.

 

C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.

 

Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.

 

La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.

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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.

 

Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.

 

Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.

 

Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.

 

Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.

 

Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?

 

Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?

 

E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.

 

Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?

 

Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.

 

Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.

 

Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.

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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.

 

Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.

 

«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.

 

È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.

 

Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.

 

E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».

 

Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.

 

L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.

 

E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?

 

Massimo Zanetti

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Cremazione

Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia

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Mettiamo le mani avanti: non siamo mai stati nel novero degli estimatori di Francesco Guccini.   Nel periodo d’oro del cantautorato italiano altri erano i nostri riferimenti. Guccini no: ci dispiaceva la plumbea appartenenza politica, e più di tutto una certa monotonia del timbro e il modo enfatico e pesante di cantare, per il quale le canzoni sembravano composte da una sola nota martellata e ribattuta, anche se poi non era vero.   Naturalmente qualche suo pezzo lo si conosceva pure noi. Il repertorio di turpiloquio dell’Avvelenata era troppo ghiotto perché non lo si mandasse a memoria. È noto che il nostro non la considerasse un capolavoro, e pare che la ripudiasse addirittura: a riprova che gli artisti sono in genere pessimi critici.   Rammentiamo poi vivamente i grevi scongiuri a cui ci si abbandonava non appena si sentiva intonare In morte di S.F.. Nonostante l’ala del tempo sia passata anche su di noi, ancora oggi ne subiremmo la cupa suggestione, l’impulso a scaricarne la jella nel modo più maschio e triviale. Per la verità, bn pochi amavano sentirla, soprattutto in automobile, motivo per il quale ne ricordiamo solo l’inizio e la fine.    Sul rimanente, si conosceva qualcosa de La locomotiva, qualcosa di più de Il pensionato, e poco altro.   Uno dei problemi delle canzoni di Guccini, tra l’altro, è che si era costretti a cantarle come Guccini: cioè con un pronunciato sforzo di gola, calcando tutto e fingendo di pesare più di novanta chili. Fatica improba, che come tutto risultato dava quello, davvero non esaltante, di avvicinarsi all’imitazione che ne fece Fiorello in Come mai degli 883.     

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Se non possiamo essere considerati degli estimatori, non possiamo però essere inclusi nella schiera dei detrattori. Guccini ha percorso la sua lunga vita senza il nostro affetto ma anche senza la nostra ostilità. Era come avere per condomino della scala B un apprezzato cultore di letteratura occitanica, che si saluta per le scale ma non si frequenta.    Osservatori distanti, certo più indifferenti che curiosi, ci troviamo forse in posizione privilegiata per valutare l’alluvione di parole spese e scritte post mortem sull’Omero di Pàvana. Posata la polvere, possiamo dire che non ci ha sorpreso quasi niente.   Erano da immaginarsi, per esempio, le paginate e paginate di encomio, lo sbrodolo agiografico, la commozione, i ricordi evocati in coro, spalla contro spalla, da chi lo ha conosciuto o semplicemente ascoltato in gioventù.   È un fatto: ogni generazione desidera celebrare sé stessa, e l’occasione migliore per farlo è indubbiamente un funerale. Davanti al capobandiera che se ne va, piccolo o grande che sia, i superstiti provano il bisogno di stringere l’asta e di gridare a sé stessi, nonché al mondo, di essere ancora in vita.   Alla notizia si è infatti radunata, da oriente a occidente, la moltitudine che l’esistenza, le inclinazioni e i travagli avevano diviso e sparpagliato. I vincenti e i perdenti, gli sciupati, gli ambiziosi, le promesse mantenute, le promesse mancate, gli umiliati, i talentuosi, i gregari: ognuno con la sua magagna ha frugato in volto il vicino in cerca di antichi bagliori e ha scoperto l’orgoglio di appartenere a una sola generazione.   E giù a dire quanto sono stati e sono ancora oggi belli e generosi, e soprattutto unici e irripetibili.   Cose già viste. Al loro tempo – magari con qualche riscontro in più – l’hanno proclamato i risorgimentali al funerale del Carducci; i fiumani, dinanzi alla bara del Vate; e via via sdrucciolando fino ai battistiani prePanella alla morte di Battisti, ai patiti del birignao-carioca alle esequie della Vanoni.   Giacché si è accennato al Carducci e al D’Annunzio, era ovvio che anche il Guccini venisse subito incoronato «poeta». Per settimane gli articoli hanno traboccato di citazioni a casaccio, anche su temi su cui il nostro non ha mai detto nulla. Dietro di esse, in controluce, si potevano intravedere vecchi vinili girare su giradischi addormentati, mentre sessantenni fanno i piatti canticchiando Cirano. Da qui a invocare che i versi del poeta (tipo: «la ragazza dietro al banco mescolava/birra chiara e sevenàp») irrompano nelle antologie scolastiche è un passo. Poesia, poesia!   Nessuna meraviglia anche in questo caso.

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Com’è risaputo, gli italiani della loro poesia non ne sanno una beata. Il bagaglio da stiva regolamentare ospita in genere quattro endecasillabi imposti nelle scuole dell’obbligo e sei o sette nomi che, per ausilio mnemonico, ritornano nella toponomastica cittadina – e via andare.   Ammettiamolo: da noi la poesia forse si studia, ma non si legge. Non se ne conoscono né le leggi né il lessico, non la si comprende e non la si gusta. Non si sa manco che cos’è. Per dirla in una parola, la poesia italiana, come dire ottocento anni filati, non se la fila nessuno.   Del resto, l’italiano ne fa allegramente a meno e campa lo stesso. Per chi vuole, al fabbisogno – così come un po’ a tutto ciò che attiene alla sfera ludico-artistica – ci pensano gli americani. Non è un caso se il poeta più letto (in traduzione) sia Emily Dickinson. Dicono che i suoi versi (in originale) siano anche i più tatuati sugli avambracci delle signore.   Se si hanno meno pretese, poi, ci sono i cantanti: per certuni sono i soli veri poeti. Il monte Elicona, un tempo più esclusivo della Trilaterale, ormai rigurgita di menestrelli italiani. Oggi si aggiunge il Guccini. E viva l’Italia.   Abbiamo pure appreso che il nostro era un uomo buono. D’accordo, de mortuis nihil nisi bonum, ma sia pur da lontano siamo portati a crederlo. Da giovane il Guccini sembrava un orso con il naso, poi invecchiando un orso in maglione con la zip: è difficile farsi un’idea diversa da quella del burbero di buon cuore. E chissà, pensiamo, quante preghiere di zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli, nell’arco di secoli, sono salite e poi scese, a gocce, a rivoli, affinché ottanta e passa anni fa il piccolo Francesco, nel ricevere la vita, ricevesse in dote anche questa piccola perla che in fondo è una disposizione naturale, un bonus senza merito come l’occhio azzurro o l’alta statura.   Certo, le preghiere non sono riuscite a far sì che diventasse un cristiano, un cattolico. Per quello occorre il concorso del libero arbitrio, e qui il Guccini ha toppato.   Agnostico dichiarato e ribadito, come tanti, come tanti ha civettato con l’idea dell’Ente superiore senza arrivare mai al dunque. Se la parola Dio ha fatto talora capolino nelle sue canzoni, magari per dire che è morto, il nome di Gesù Cristo è rimasto oggetto di uno strano pudore. E forse è stato meglio così: almeno per quelli ai quali, come a noi, non piacciono i paciughi.   Già, perché il nostro ha abbracciato senza riserve tutte le più scontate battaglie della modernità: divorzio, aborto, unioni civili, eutanasia. Ossia, la borghesissima marcia che ha strappato gli italiani al loro retroterra per gettarli avanti a pedate verso un progresso fatto di solitudini, paura e vuoto. Francesco Guccini, tanto per capirci, ha preso perfino la tessera del partito radicale, il movimento più filisteo mai visto sulla faccia della terra.

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A noi però fanno un po’ pena quelli che a dispetto di tutto cercano di farne un credente malgré lui, un cattolico fuori menù, descrivendolo come di una persona «in ricerca», di un’anima naturaliter cristiana. Un agnostico «possibilista», che «non ha mai smesso di chiedere e ascoltare», un cultore del dubbio: insomma, un cardinal Martini. E verrebbe voglia di dire loro: ma non provate vergogna?   È come quando i periodici cattolici, sul finale di intervista, domandano all’ateo di successo se crede in Dio, sperando nel contentino del «Sì, ma». «Sì, ma non in modo tradizionale»; «Sì, ma non mi riconosco nei dogmi»; «Sì, ma la Chiesa deve cambiare/ venire incontro/essere povera/aprire alle diversità/ai divorziati/alle coppie omo»; «Sì, ma la mia fede è intima, non gridata». E ancora, per gradire: «Parlo spesso con Dio, magari per rimproverarlo»; «L’ho sentito vicino nella malattia del mio cane»; «Mi è di molto conforto leggere le parole di papa Francesco».   Questo vi basta? Siete dei poveracci.   Non sappiamo quanto nel Guccini ardesse la sete d’assoluto, quanto abbia chiesto e quanto abbia raccolto. Sono conteggi che lasciamo all’Onnipotente, che li sa fare.   Per quello che ne possiamo capire noi, ci sembra che sia stato di inequivocabile coerenza in vita e in morte. Si stava ancora grattando il violino che è stata data la notizia che il funerale sarebbe stato laico. Qualche discorso, una benedizione dell’amico cardinale e poi via all’inceneritore.   Forse Dio non l’avrà trovato, ma ha trovato lo Zuppi.   Anche questo non sorprende.   Avv. Renzo Magalozzi

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).

 

 

(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.

 

Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.

 

Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.

 

La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.

 

 

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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.

 

George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.

 

Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.

 

La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.

 

La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.

 

Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.

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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno

 

Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.

 

Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.

 

Krzysztof Szczawinski

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 Immagine generata artificialmente

 

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