Pensiero
Scalfari, Leopardi, il pensiero alienato
Pubblichiamo questo articolo del 2011 del grande filosofo cattolico recentemente scomparso Piero Vassallo (1933-2022), che tratta di un libro di Eugenio Scalfari uscito nel 2010, Per l’alto mare aperto, in connessione all’illummismo e a Giacomo Leopardi, che erano l’oggetto degli strali dell’amico Piero.
Nel turbinio coccodrillesco scatenato dalla morte del giornalista-politico Scalfari ci sembrava giusto riprendere la visione di Piero, che della matrice culturale e progettuale che informava l’ex deputato di vari partiti e fondatore del quotidiano Repubblica.
Il senso di Repubblica – quindi, della vita del calabrese – fu quello di traghettare quanta più opinione pubblica possibile verso da una parte gli interessi del padronato più o meno «illuminato» e dall’altra quello di laicizzare (cioè: decristianizzare) la popolazione, il medesimo progetto plurisecolare di certi club segreti che si richiamano a quell’illuminismo ai cui autori Scalfari citava a profusione.
È simpatico vedere come l’uomo che non nascondeva la sua bigamia, per questo attaccato qualche anno fa da qualche femminista in zona metoo, non venga minimamente sfiorato oggi dalla polemica.
È bello ricordare, inoltre, come alle elucubrazioni letterarie di Scalfari fu negata la pubblicazione sul catalogo Adelphi: per una volta, ebbravo Roberto Calasso!
È interessante vedere come sia sparito in questi giorno quel persistente ricordo – che nel 1973, per via di un crudele articolo finito sul Corriere, potrebbe essergli costato una trombatura alle elezioni – per cui l’onorevole Scalfari avrebbe detto ad un vigile urbano dinanzi alla Stazione Centrale di Milano (dove pare avesse parcheggiato in un certo modo mentre accompagnava una delle mogli) qualcosa del tipo «lei non sa chi sono io» – il ghisa, in mancanza di documenti leggibili, invece lo portò in caserma.
Con Piero una diecina di anni fa al telefono, commentammo un’apparizione televisiva di Scalfari (già allora vegliardo) dalla Gruber all’altezza dei famosi colloqui che lo Scalfari aveva col neoeletto papa Bergoglio.
Il ricco giornalista andava ripetendo alcune ovvietà anticattoliche, tutto felice di avere incredibilmente ottenuto l’imprimatur papale, ma il livello era disarmante, tanto che dissi a Piero che si trattava di argomenti «laici» di quelli che si trovavano, un tempo, scritti nei bagni pubblici. «Sì bravo, è ateismo da pisciatoio», fu la fulminante definizione di Piero. Ora, quanti danni abbia fatto l’orina laicista non lo sappiamo di preciso, ma abbiamo una certa idea della devastazione che Repubblica ha recato alla società italiana e al Paese tutto.
Consegnato da Scalfari al suo ultimo padrone, l’ebreo piddino ora svizzero Carlo De Benedetti, il giornale divenne il volano per la distruzione di Berlusconi (avversario economico e non solo dell’ingegnere) e della sua compagine politica. L’operazione, che durò decenni, fu portata avanti in termini parossistici, demonizzando e delegittimando l’uomo di Arcore (che ora governa insieme al PD…) in un modo mai conosciuto prima nella Repubblica Italiana.
Il risultato fu la polarizzazione della popolazione da una parte, e la crescita di un dissenso totale (antipolitico, 1anticosmico, quasi gnostico) in una fetta crescente dell’elettorato, oramai sprofondato in una vera e propria politica del risentimento acefala – l’humus che a creato i Cinque Stelle, con gli esiti che sono davanti ai nostri occhi.
Una cosa, tuttavia riconosciamo allo Scalfari: egli ha dato lavoro ad un giovane giornalista, padre ventenne , insegnandogli il mestiere: parliamo del già senatore (con Berlusconi….) Paolo Guzzanti. Il quale trasmise al figlio capacità impressionanti, ma non sul piano giornalistico, ma su quello delle imitazioni, dove Guzzanti era maestro incontrastato, arrivando ad ingannare le sue colleghe con telefonate in cui fingeva di essere il direttore Scalfari.
Ebbene, avrete capito dove vogliamo arrivare: senza Scalfari non sappiamo se avremmo avuto il più grande artista italiano, Corrado Guzzanti.
Non sappiamo se questo sia abbastanza per perdonare quello che ha fatto, ma non sta a noi il giudizio: ci stanno pensando altri, anche se Scalfari magari non credeva li avrebbe incontrati.
E invece adesso gli stanno facendo ciao con la manina – come ad ogni «laico» e illuminista della storia umana.
Roberto Dal Bosco
Il vero significato dell’espressione fine delle ideologie è caduta dei regimi ispirati all’ideologia marxista e crisi delle economie liberali.
Coerenti con i loro postulati e premute dalla slavina heideggeriana & francofortese, le ideologie hanno assunto le forme nuove e depresse del relativismo e del nichilismo.
In ultima analisi sarebbe più appropriato parlare di metamorfosi crepuscolare delle ideologie, piuttosto che della loro fine.
Ora la nuova struttura delle alterate ideologie si valuta meglio quando si riflette sulla lontana origine illuministica, ossia sulle divagazioni di Voltaire intorno un dio remoto, architetto sovrano ma indifferente al destino degli uomini. Idea che Voltaire ha sviluppato nelle desolate e grondanti riflessioni sul terremoto di Lisbona.
Dalla svilimento volterriano della divinità, in una prima fase, hanno avuto origine le ideologie prometeiche, programmi rivoluzionari intesi alla fondazione in terra di quel paradiso che l’indifferente e ozioso dio degli illuministi non poteva concedere nei cieli.
Conosciamo il risultato storico della corsa verso il paradiso sulla terra: il terrore e la sciagura instaurati nella Francia giacobina e, di seguito, la moltiplicazione, a destra e a sinistra, degli inferni terrestri: le colonie sanguinarie del capitalismo (l’estrazione del caucciù nell sterminato Congo, ad esempio), i campi socialisti per la rieducazione dei deviazionisti e i campi nazisti di sterminio degli impuri.
Di qui il discredito, la caduta e/o la trasformazione dei sistemi ideologici. E di qui il regresso delle ideologie alla sconfortante teologia di Voltaire, riletta e reinterpretata alla luce del globale fallimento dell’umanesimo ateo.
La teologia debole di Voltaire si è radicalizzata contemplando lo spettacolo dei mali prodotti dai continuatori dell’illuminismo.
La nuova ideologia abolisce perfino la figura diafana e sfuggente del dio di Voltaire, e descrive un mondo oscillante tra piaceri effimeri e orizzonti obituari. Abolita la pallida fede in un dio, avanza la superstizione contemplante forze oscure, che indirizzano al breve giro tra piacere effimero e dolce morte, tra pornografia e anatomia.
In ultima analisi il piacere, supremo bene offerto dalle esangui ideologie, è presentato nell’aspetto di una corsa affannosa e disperata, prossima a cadere nel leopardiano «abisso orrido e immenso».
La citazione di Leopardi non è causale. La lettura del testo dell’autorevole guru illuminista, Eugenio Scalfari, infatti, dimostra che le ideologie di matrice illuministica hanno sorpassato il fragile e incoerente deismo del vecchio Voltaire per rivolgersi al pessimismo rovente di Leopardi, Schopenhauer e Nietzsche.
Il significato dell’ideologia dopo la metamorfosi postmoderna, pertanto, si legge nell’inno leopardiano ad Arimane, il tenebroso dio, che tesse la tela degli inganni feroci contro l’umanità.
Il componimento leopardiano è – in nuce – una trattato di teologia capovolta e in ultima analisi il riassunto stenografico del pensiero oggi dominante nell’area del laicismo coerente.
Nella prospettiva indicata dal Leopardi scalfariano, l’ideologia assume l’aspetto angosciante di una tenebrosa e rovesciata summa di teologia: autore della natura è un dio malvagio, che spinge l’uomo nel gorgo di una felicità distruttiva. Sotto il casto e delicato nome di relativismo è questa l’imperativo in circolazione dopo la metamorfosi delle ideologie: darsi alla pazza gioia in vista di una fine squallida e buia.
Vivere è fare un breve giro di danza abbracciati all’insignificanza. Sotto il controllo della finanza iniziatica, la cultura dei campi di concentramento alza il garrulo vessillo della libertà e si trasferisce nell’anima festante dei suo prigionieri.
Alla fine degli anni Trenta Sartre aveva anticipato la conclusione ultra ideologica della parabola moderna, proponendo la formula vivere è far vivere l’assurdo. L’assurdo è il nutrimento e il viatico della libertà concentrata.
Non credo sia necessario dire altro: sul palcoscenico dell’insignificanza – filo spinato che avvolge le anime appiattite dall’ateismo radicale – l’arte fedele alla contraffatta religione dei postmoderni avvelena e sovverte tutti i possibili significati dell’esistenza.
Nella devastazione l’arte ultima si capovolge nelle figure della banalità, della sconcezza e dell’assurdo. I pilastri dei musei d’arte moderna, delle case editrici e delle industrie dello spettacolo politicamente corretto.
Piero Vassallo
Immagine di Francesca Marchi / International Journalism Festival via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)
Pensiero
L’antico incidente dietro la Tesla volante
Lo spettacolo è, come spesso accade, vedere le reazioni della gente. Solo che stavolta la cosa è talmente incredibile, talmente storica che è chiaro che non si trovano le parole per definire quello che è accaduto. Elon Musk ha presentato una macchina volante – tutto qui. Anzi no: la macchina si arrampica pure sui muri. E viaggia da uno a cento chilometri all’ora in meno di un secondo.
È pazzesco, mai visto. È grottesco sentire i commentatori cercare di razionalizzare la demo della nuova Tesla Roadster dell’altro giorno. Minimizzare è impossibile, ma qualcuno ci prova: la tecnologia, borbottano, non sarà mai sulle auto in produzione. Con evidenza, nessuno è pronto per un salto del genere – perché è un vero salto di paradigma. È nel giusto chi pensa che non si tratti più di un’automobile, ma dell’antenato di una nuova specie.
Turns out the future does have flying cars pic.twitter.com/6fexPp6SXI
— Elon Musk (@elonmusk) October 16, 2026
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È ancora più triste guardare la concorrenza. Tipo, la Porsche: nello stesso giorno, ha presentato una sua nuova auto, in teoria bella pure, lo stesso giorno – notizia sparita nel giro di due ore, nonostante i tedeschi si fossero fatti un leak da soli, facendo fuggire in rete le immagini in anteprima.
Mission S.
Authentic. Consistent. Timeless.
A glimpse into the future – shaped by our heritage. Mid-engine architecture. A focus on the driver and the driving experience.
Call it a love letter. https://t.co/R2BKMUzcyA
— Porsche (@Porsche) October 15, 2026
E chissenefrega di Porsche, e Ferrari, e chiunque altro, dinanzi ad una macchina volante? È, di fatto, una magia. Nel senso in cui lo scrittore Arthur C. Clarke (quello di 2001 Odissea nello spazio, figuro non esattamente raccomandabile) la definiva come indistinguibile dalla tecnologia arrivata ad un certo livello. Musk ha pure raccontato di come, negli anni in cui viveva a Los Angeles tra divi del cinema e personaggi vari, sentisse spesso parlare di magia, di potere di «manifestare» la realtà secondo la volontà – come da pensiero di Aleister Crowley –, ma di non aver mai trovato nessuno che gli rispondesse quando chiedeva come la magia potesse portare le persone su Marte. (Va ricordato, brevemente, che Los Angeles è la città del satanista crowleyano e padre della missilistica NASA Jack Parsons, ma questa è un’altra storia)
Il segmento di mercato dovrebbe essere quello, le auto sportive. La forma della Tesla Roadster sembra attinta dal design che Marcello Gandini esprimeva nelle Lamborghini degli anni Settanta e Ottanta. Ma è davvero importante? No, la cosa che conta è che quello che si è visto è qualcosa che neanche nei film di Hollywood – pre e post effetti speciali digitali – si era mai realizzato.
La macchina si attacca ai muri perché ha un sistema di ventole che schiaccia verso la superficie – come accade per certe auto giocattolo recenti, anche economiche, che compri dai cinesi. Era saltato fuori pochi giorni fa che Tesla aveva depositato il brevetto, cosa rara perché Musk ha sempre dichiarato la sua avversione per i patent, dicendo che un brevetto è un biglietto della lotteria per il tribunale. Tutti avevano immaginato che la suzione dell’aria servisse per rendere più aderente il veicolo in velocità, magari in curva: invece eccoti che la macchina si attacca al muro, sale su una grande pista a C, sfida apertamente la gravità. Inverosimile.
La mossa tuttavia non è la più memorabile della serata: è quando questa atterra da grandi altezze usando dei razzi stabilizzanti, che eiettano il contenuto di due cisterne da 600 litri di aria compressa (nessuna sostanza speciale: anche qui si fa tutto l’energia elettrica, cioè il sole, e l’aria) e permettono all’auto di arrivare al suolo perfetta dopo salti spaventosi. Chi si chiede quando mai possa servire, può pensare al Ponte Morandi. O a qualsiasi situazione in cui si viene buttati fuori da una strada di montagna, un viadotto, un’altezza percorsa in auto, e ce ne sono. Esageriamo a pensare a quante vite può salvare un sistema di sicurezza del genere?
Highlights of all four stunts Tesla showed off with the new Roadster today. pic.twitter.com/chP6QEuVMk
— Oli (@CARN0N) October 16, 2026
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La tecnologia viene da SpaceX, l’azienda spaziale di Musk, creata quasi due decadi fa attorno alla grande, ostinata trovata – allora ritenuta idiota da tutti i soloni dell’aerospazio, tra cui alcuni che conosciamo personalmente – di rendere riusabili i razzi spaziali. Il rientro atmosferico, e atterraggio (o ammaraggio), di veicoli alti 124 metri, cioè di palazzi da 40 piani, ha creato, credo anche con una proporzionale facilità, la conoscenza tecnica necessaria per far saltare ed atterrare un’auto sportiva. Tale fenomeno, sconosciuto ai più ma fondamentale per lo sviluppo di un’azienda, di un Paese, di una Civiltà, si chiama trasferimento tecnologico.
Ciò agisce, da un punto di vista finanziario, come una grande leva visiva per il merge tra le aziende Tesla e SpaceX, di cui si è vociferato – e non è la prima fusione di Musk, che aveva già unito con Tesla nel 2016 la sua ulteriore azienda fotovoltaica SolarCity e, più di recente, l’azienda di Intelligenza Artificiale xAI con X (il vecchio Twitter).
Elon, con il suo tono vagamente Asperger, dal palco ha ricordato che dietro all’auto volante vi è una profezia fallita, quella del suo «amico» Peter Thiel. «Volevamo le auto volanti, e invece abbiamo avuto i 140 caratteri» («We wanted flying cars, instead we got 140 characters») è la celebre massima di Thiel, miliardario e investitore della Silicon Valley ora ritenuto come una sorta di eminenza grigia, o nera, dietro l’amministrazione Trump con la sua società di data intelligence Palantir.
La frase, nata nel 2011 come sottotitolo del manifesto «What Happened to the Future?» del suo fondo d’investimento Founders Fund, è diventata l’emblema della sua critica alla stagnazione tecnologica, concetto che il Thiel ha ripetuto per anni dai primi Duemila, lamentando che l’estrema libertà del mondo dei bit – cioè dell’innovazione digitale – non è parallela a quella del mondo degli atomi, cioè della tecnologica fisica.
Al posto di grandi progetti («le auto volanti»), le menti e i capitali della Silicon Valley si sono concentrati su tecnologie di comunicazione incrementali e social media, simboleggiati dal vecchio limite dei «140 caratteri» di Twitter.
Elon ha lavorato con Thiel in PayPal, che costituiva la fusione della società di Thiel Confinity con X di Musk, due società di danaro virtuale di fine anni Novanta che stavano a Palo Alto a poca distanza l’una dall’altra, e che se si vedevano a pausa pranzo nello stesso ristorante della zona si guardavano in cagnesco. Thiel, tedesco nato in Germania con studi prima legali e poi filosofici come allievo diretto del pensatore del sacrificio René Girard, è ritenuto l’unico uomo che ha saputo tener testa a Musk in un’azienda: creato PayPal, organizzò un piccolo golpe interno per estrometterlo da CEO proprio mentre Elon era in viaggio di nozze.
È davvero ironico notare che ora Musk non solo ha comprato l’azienda dei 140 caratteri, cioè Twitter, ora X (che è il nome di suo figlio e appunto della prima azienda: il dominio x.com se lo è fatto dare da eBay che aveva comprato PayPal per una cifra simbolica), ma ha realizzato pure, nel totale rovesciamento della massima di Thiel, le auto volanti.
I due hanno un rapporto strano, dove tuttavia è visibile la continua grande stima reciproca. In particolare Thiel racconta che, divenuto investitore dopo aver venduto la sua quota di PayPal, aveva rifiutato di investire in Tesla giudicandola l’ennesima startup di questo tipo, per poi pentirsene, ma aveva poi finanziato SpaceX e le sue aspirazioni multiplanetarie. Dice che, assieme a David Sacks (un altro della cosiddetta PayPal Mafia, il gruppetto di mente dietro la nascita del sito di pagamento) David Sacks, ora cooptato alla Casa Bianca trumpiana come zar delle criptovalute, aveva compreso che Musk era un uomo che conosceva qualcosa rispetto al rischio che gli altri uomini ignoravano. «Sottovalutate Elon a vostro pericolo» aveva detto.
Ora, l’amciizia tra Musk e Thiel fa venire in mente che dietro la Tesla volante potrebbe esserci un fatto biografico, raccontato più volte da entrambi, in genere tra le risate del pubblico.
In pratica, con i soldoni arrivati per la vendita della società, Elon si era concesso l’auto più prestigiosa, e veloce (380 km/h), al mondo: aveva ordinato una McLaren F1 di colore argento, 627 cavalli e sedile di guida centrale, era all’epoca l’auto di serie più veloce del mondo (oltre 380 km/h). La consegna della vettura con la bisarca davanti a casa venne persino ripresa dalle telecamere della CNN in un filmato diventato poi storico.
Nel filmato si vede Elon allora giovane è già assai stempiato (le malelingue parlano di un trapianto riuscitissimo) e la prima moglie, la bellissima, dolcissima, Justine, madre del primogenito morto in culla e degli altri cinque avuti con la provetta. Il filmato traspira dell’affetto che la donna ha per il marito – pur accusandolo dinanzi alle telecamere di decadenza – e pare lampante come varie femmine successive del ragazzo (l’attrice Talulah Riley, la geniale cantante Grimes) siano in vario modo un calco della prima.
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La storia di quest’auto è legata a un aneddoto incredibile che coinvolge proprio Thiel. Nel 2000, mentre si trovava in auto proprio con Peter Thiel per andare a un incontro di lavoro cruciale per la fusione che avrebbe dato vita a PayPal, Musk cercò di mostrare le capacità di accelerazione della vettura. Senza controllo di trazione, perse il controllo: l’auto decollò, si schiantò contro un terrapieno e andò totalmente distrutta.
Poco prima dell’impatto, Thiel aveva chiesto a Musk provocatoriamente cosa potesse fare quell’auto tanto costosa, e Musk rispose con quelle che definisce essere le più celebri ultime parole in tanti casi: «Watch this», «Guarda questo». Thiel racconta che davanti a loro viaggiava l’auto di una signora, che dallo specchietto retrovisore dice di aver visto una specie di UFO volare in aria.
Nonostante il disastro, nessuno si fece male. Tra le lamiere, Musk disse a Thiel, con un umorismo inspiegabile: «non sai qual è la parte migliore: la macchina non è assicurata!» Thiel non rinunziò all’appuntamento di lavoro, e fece l’autostop fino all’ufficio del Venture Capitalist che dovevano vedere. Musk arrivò dopo.
È arduo non pensare che quella macchina volante sia bizzarramente una delle basi della macchina che si capovolge in aria e atterra perfettamente. Una risposta definitiva ad una domanda postagli dall’esistenza con un incidente bello consistente – per quanto innocuo e perfino divertente.
Scrivo di questa connessione per tentare di comprendere quanto sia profondo quello che sta facendo Elon Musk, giustamente salutato ora come l’uomo che tutto solo, single-handedly, sta avvicinando il futuro al presente.
Renovatio 21, il lettore lo sa, avvisa da anni del pericolo della figura, che, abbiamo scritto in passato, potrebbe pure essere l’anticristo. Produce auto magnifiche che si guidano da sole, ma che possono controllare ogni spostamento. Ha manopole sul discorso mondiale con X, unico spazio dove si incubano le idee fuori dai media dell’establishment e dai social bolsi e censurati. Crea serque di figli in provetta – e li presenta al papa. Dispone di capitali (di borsa, certo) senza precedenti storici: un trilione e più di dollari.
Tuttavia, è innegabile la forza dell’uomo e della sua opera. O meglio, la sincerità fattiva con cui affronta le sue ambizioni immense. SpaceX effettua da sola più lanci orbitali di tutto il resto del pianeta messo insieme, detenendo un monopolio di fatto nel settore aerospaziale grazie alla tecnologia dei razzi riutilizzabili: nel 2025 Musk ha realizzato 170 lanci totali, tutto il mondo messi insieme (cioè gli Stati-superpotenza di USA, Russia, Cina, etc.) meno di 150. (L’Europa Unita vale un totale di 8 lanci orbitali…)
Quindi sì, Musk è il signore dello spazio, e ora la scelta di chiudere le sue ubique costellazioni di satelliti Starlink agli ucraini probabilmente farà finire la guerra. Quindi, oltre che del cielo questo è il padrone anche della terra…
Non possiamo dire, anche dopo aver visto questa auto sportiva con i razzi, che il ragazzo ci sta antipatico. Quantomeno perché la sincerità l’ha avuta anche, ad esempio, per attaccare gli psicofarmaci SSRI e la pillola anticoncezionale, Fauci e la bioingegneria gain-of-function, i neocon, l’immigrazione e la balla della bomba demografica – in una parola la Necrocultura.
Un uomo che vive le sue visioni con onestà e sacrificio estremo può arrivare a risultati incredibili. Questa è, di mio, la lezione che mi porto a casa guardando le macchine che volano.
Questo è quello che ogni uomo dovrebbe tenere a mente per tenere in piedi la Civiltà umana.
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
La lettera di Charles Dickens contro le esecuzioni pubbliche
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Pensiero
La Nuova Destra: il paganesimo salverà l’Europa?
Di fronte alla crisi della civiltà occidentale, la Nuova Destra esercita un fascino su una gioventù alla ricerca di radici, grandezza e trascendenza. Tuttavia, dietro la difesa dell’identità europea si cela un paradosso: pretendere di salvare una civiltà rifiutando al contempo il cristianesimo che l’ha plasmata.
Pubblicato il 9 luglio 2026 dalle edizioni Via Romana, La Nouvelle Droite en question («La Nuova Destra in discussione») di Jean-Pierre Maugendre propone un’analisi storica e dottrinale di una corrente di pensiero la cui influenza va ben oltre i circoli intellettuali che l’hanno vista nascere. Direttore di Renaissance catholique, ex presidente del Mouvement de la jeunesse catholique de France (MJCF) e conduttore della trasmissione Terres de mission su TV Libertés, l’autore conosce bene gli ambienti politici e culturali ai quali dedica questo studio.
All’origine, il rifiuto del cristianesimo
La Nuova Destra prende forma all’indomani della guerra d’Algeria, in un clima di disillusione per una parte della gioventù nazionalista francese. Nel 1963, Dominique Venner partecipa alla creazione di Europe-Action, movimento che intende promuovere una coscienza nazionale europea, ma che si caratterizza fin dalle origini per un anticristianesimo militante e per ricorrenti riferimenti al paganesimo.
Dopo il fallimento della candidatura di Jean-Louis Tixier-Vignancour alle elezioni presidenziali del 1965, diversi di questi militanti abbandonano progressivamente l’azione politica diretta a favore di un lavoro intellettuale e culturale di lunga lena. Questo orientamento sfocia, nel 1968, nella fondazione del GRECE, il Groupement de recherche et d’études pour la civilisation européenne.
L’obiettivo è ormai agire sulle mentalità per trasformare, alla fine, la società stessa. Sotto l’impulso di Alain de Benoist e di diversi collaboratori, la Nuova Destra ottiene un’audience considerevole alla fine degli anni Settanta, grazie in particolare alla sua presenza sulle colonne del Figaro Magazine, allora diretto da Louis Pauwels.
Jean-Pierre Maugendre ripercorre anche i prolungamenti di questa influenza nel Club de l’Horloge e poi all’interno del Front national, in particolare tra il 1984 e il 1998. Mostra così come un movimento inizialmente marginale sia riuscito a diffondere alcuni dei suoi temi in una parte della vita politica francese.
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Dietro l’identità europea, un’altra visione dell’uomo
Dietro la difesa dell’identità europea si delinea una concezione dell’uomo, della religione e della morale che si oppone su punti essenziali alla filosofia cristiana. È quanto mette in luce Jean-Pierre Maugendre risalendo alle fonti intellettuali della Nuova Destra.
L’autore studia in particolare l’influenza di Friedrich Nietzsche, Julius Evola, René Guénon e Louis Rougier. Nonostante le loro differenze, questi autori hanno contribuito a nutrire un pensiero segnato dal rifiuto dell’universalismo cristiano, dall’esaltazione della forza, dal relativismo morale e dal fascino per certe tradizioni religiose precristiane od orientali.
In questa prospettiva, ogni popolo sarebbe portatore di una propria concezione del mondo e di una propria religione. Il cristianesimo, con la sua pretesa di annunciare una verità destinata a tutti gli uomini, appare allora come un elemento estraneo all’identità europea originaria, o addirittura come una causa del suo indebolimento.
Una simile concezione entra direttamente in contraddizione con la fede cattolica, che riconosce in Gesù Cristo il Salvatore di tutti gli uomini e afferma l’esistenza di una legge morale naturale universale. Misconosce inoltre il ruolo decisivo della Chiesa nella formazione della civiltà europea.
L’autore rileva inoltre le conseguenze morali di questa antropologia: esaltazione della volontà di potenza, concezione permissiva della sessualità, giustificazione dell’aborto per motivi eugenetici e rifiuto di una morale trascendente.
Un’influenza che supera i circoli intellettuali
Lungi dal considerare la Nuova Destra un fenomeno concluso, Jean-Pierre Maugendre ne esamina i prolungamenti contemporanei. Cita in particolare i lavori dell’Institut Iliade, fondato sulla scia di Dominique Venner, le pubblicazioni della rivista Éléments, nonché l’azione di personalità provenienti da questa famiglia intellettuale nei media alternativi.
L’Institut Iliade, in particolare, si è dato la missione di trasmettere la memoria della civiltà europea attraverso conferenze, convegni e corsi di formazione destinati soprattutto alle giovani generazioni.
Queste iniziative incontrano interesse presso chi rifiuta l’individualismo, il materialismo e la scomparsa delle eredità nazionali. Jean-Pierre Maugendre non nega né la qualità intellettuale di alcuni rappresentanti di questa corrente né il coraggio che dimostrano nella loro opposizione alle ideologie dominanti.
Riconosce diverse convergenze con le preoccupazioni dei cattolici legati alla Tradizione: difesa dallo sradicamento, rifiuto del livellamento egualitario, attaccamento al bene comune, senso dell’onore, fedeltà alla parola data e volontà di trasmettere un’eredità di civiltà.
Ma questi avvicinamenti non possono nascondere le divergenze dottrinali. In un’intervista concessa a Boulevard Voltaire il 25 settembre 2026, l’autore insiste su questo punto: «l’anticristianesimo resta un marcatore forte della Nuova Destra».
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Difendere la civiltà senza rinnegare Cristo
È nell’ultima parte che l’opera trova la sua portata più rilevante. Sotto il titolo «Né irrigidimento né ingenuità», Jean-Pierre Maugendre invita a non confondere l’opposizione agli errori moderni con l’adesione alla verità. La critica del materialismo, dello sradicamento o della cancellazione delle identità non basta a costituire una dottrina giusta.
Il successo incontrato da queste idee presso una parte della gioventù invita inoltre a interrogarsi sull’indebolimento della trasmissione della fede e della cultura cristiana, particolarmente incisivo nei decenni successivi al Concilio Vaticano II. Questa rottura ha lasciato campo libero a correnti che pretendono di ritrovare le vere radici dell’Europa in un passato precristiano, relegando in secondo piano l’opera civilizzatrice della Chiesa.
Ma al di là di questa crisi di trasmissione, la divergenza fondamentale riguarda la natura stessa dell’uomo. Dove certe filosofie della Nuova Destra esaltano l’individuo forte, creatore dei propri valori, la dottrina cattolica insegna che l’uomo è una creatura di Dio, ferita dal peccato originale e chiamata alla vita soprannaturale dalla grazia.
Questa opposizione si ritrova nella concezione stessa della società. Jean-Pierre Maugendre ricorda allora una distinzione cara a Jean Madiran: se la fede è un dono di Dio, la cristianità è anche il frutto dell’azione degli uomini, quando si sforzano di stabilire un ordine sociale conforme alla legge divina. È proprio su questa nozione di cristianità che si rivela una delle opposizioni più profonde tra il pensiero cattolico tradizionale e la Nuova Destra.
Il libro si conclude con una nota di speranza, con l’evocazione della conversione di Guillaume Faye, uno degli intellettuali di spicco di questo movimento. Il suo ritorno alla fede cattolica, alla fine della vita, ricorda che gli smarrimenti filosofici e morali non chiudono mai definitivamente la strada della grazia.
Con La Nouvelle Droite en question, Jean-Pierre Maugendre offre un’opera breve, documentata e accessibile, particolarmente utile ai giovani cattolici attratti dai movimenti di difesa dell’identità europea. Ricorda loro che il vero risollevamento di una civiltà non può costruirsi contro i princìpi cristiani che l’hanno plasmata.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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