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Verso la pace in Siria e in Libano

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire

 

 

In Medio Oriente cominciano a trovare applicazione gli accordi tra i presidenti Joe Biden e Vladimir Putin, conclusi in seguito alla disfatta militare occidentale in Siria. Le prossime tappe dovrebbero essere il ritiro delle forze statunitensi dall’Iraq e dalla Siria, l’espulsione delle forze turche dalla Siria nord-occidentale, il rientro dell’Iran nella comunità internazionale, la restituzione del Golan alla Siria e infine l’amministrazione russo-siriana del Libano.

 

 

Le conseguenze degli accordi di Ginevra − la cosiddetta Yalta II (16 giugno 2021) − sul Medio Oriente Allargato stanno per entrare in una nuova fase: il ritiro delle forze straniere che occupano porzioni della Siria. Dopo 12 anni di massacri, termina la guerra contro la Repubblica Araba Siriana.

 

La Siria passerebbe dallo status di Paese amico a quello di Paese alleato: ogni minaccia alla sicurezza della Siria sarebbe una minaccia alla Russia

Il presidente Bashar al-Assad è stato ricevuto al Cremlino. Nulla è trapelato del colloquio con l’omologo russo. Sembra tuttavia che, dopo le elezioni legislative libanesi di maggio 2022, la Russia vigilerà sul Libano, nonché sulla Siria.

 

Se Washington non manterrà gli impegni, la Siria potrebbe essere ammessa nell’Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (OTSC), l’alleanza militare che si raccoglie attorno alla Russia. In tal caso, il sostegno di Mosca a Damasco s’intensificherebbe notevolmente, giacché la Siria passerebbe dallo status di Paese amico a quello di Paese alleato: ogni minaccia alla sicurezza della Siria sarebbe una minaccia alla Russia.

 

 

Israele

Nelle ultime settimane i «ribelli» di Deraa, nel sud della Siria, hanno deposto le armi. Avevano già capitolato di fronte a un generale russo, ma si erano nuovamente mobilitati contro Damasco su richiesta dell’Arabia Saudita. Ora, dopo la revoca del sostegno militare israeliano, si sono arresi.

 

Si tratta di un fatto importante perché dimostra l’evoluzione del regime di Tel Aviv. Con le dimissioni di Benjamin Netanyahu, Israele si sta liberando dell’ideologia colonialista di Ze’ev Jabotinsky e tenta di diventare uno Stato come gli altri.

 

Nonostante la retorica di cui si avvale, il governo di Naftali Bennet e di Yair Lapid ha accettato di smettere di sostenere gruppi armati in Siria. Ciò non gl’impedisce tuttavia di proseguire la guerra segreta contro l’Iran nei territori libanese e siriano

 

Benché Tel Aviv acconsenta a molte concessioni, non cede sull’occupazione dell’altipiano del Golan, che le Nazioni unite considerano annesso illegalmente

In particolare, benché Tel Aviv acconsenta a molte concessioni, non cede sull’occupazione dell’altipiano del Golan, che le Nazioni unite considerano annesso illegalmente.

 

In un’intervista in arabo a Russia Today, commentando la visita del presidente Bashar al-Assad a Mosca, il viceministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, ha dichiarato che la Russia intende liberare l’intera Siria dalle forze straniere insediate illegalmente: israeliane, turche e statunitensi. Si va verso una restituzione del Golan in cambio del ritiro iraniano dalla Siria.

 

La Giordania, che non si è mai direttamente impegnata contro la Siria ma ha consentito a Stati Uniti e Arabia Saudita di utilizzare il suo territorio per combattere Damasco, sembra sollevata.

 

Anticipando l’esito degli avvenimenti, i ribelli di Deraa non hanno voluto lasciare Idlib − nord della Siria − preferendo deporre le armi senza contropartita.

 

 

La Turchia

La successiva tappa dovrebbe essere il ritiro delle truppe statunitensi e turche dal nord del Paese, la resa dei mercenari kurdi, nonché la ritirata degli jihadisti ammassati a Idlib.

 

Ma qui sta il problema: la Turchia si rifiuta di andarsene perché Idlib è zona rivendicata sin dal Giuramento Nazionale del 1920 (1).

 

Ankara aveva visto nell’occupazione di questo territorio un avanzamento verso il ripristino della grandezza ottomana. Sicché il ritiro implica non soltanto una perdita territoriale ma anche il fallimento del sogno neo-ottomano.

 

Per questa ragione, nel discorso alla 76esima Assemblea Generale dell’ONU, il presidente Erdoğan ha rispolverato la minaccia del sostegno al terrorismo tataro.

 

Nel 2015 Turchia e Ucraina crearono ufficialmente la Brigata Internazionale Islamica contro l’annessione della Crimea alla Russia (2). Tre mesi dopo, l’esercito turco abbatté un Sukoi russo, provocando una grave crisi politica. L’episodio però si risolse in breve tempo: l’opzione terrorista in funzione anti-Russia fu abbandonata nel 2016 e il presidente turco si scusò per l’«incidente».

 

Scompigliando lo scacchiere, la CIA tentò di far assassinare il presidente Erdoğan. L’operazione fallì e si tramutò in un colpo di Stato improvvisato, a sua volta naufragato. Con generale sorpresa, Ankara si volse verso la Russia e firmò a spron battuto un accordo per il gasdotto Turkish Stream, un altro per l’acquisto di sistemi anti-missile S-400.

 

Oggi Ankara si trova in una posizione difficile in quanto si erge nel medesimo tempo contro Mosca e Washington

Oggi Ankara si trova in una posizione difficile in quanto si erge nel medesimo tempo contro Mosca e Washington.

 

La minaccia di riattivare il terrorismo tataro è credibile perché Erdoğan, prima di diventare presidente, fu importante protagonista delle guerre di Afghanistan e Cecenia. In Afghanistan offrì il supporto della Millî Görüş a Golbukkin Hekmatyar; successivamente, mise a disposizione dei terroristi di Doku Umarov una retro-base per il loro Emirato di Ichkeria (Cecenia).

 

È ovviamente poco probabile che la Russia ceda al ricatto turco, giacché non l’ha fatto nel 2015. Mosca non è Bruxelles, che si arrese al ricatto dei migranti elargendo 5 miliardi di dollari alla Turchia. Anche se la minaccia non dovesse risolversi in nulla, il fatto di averla pronunciata alza comunque la posta: il presidente Erdoğan non intende cedere senza una forte compensazione.

 

Il ritiro delle forze statunitensi dall’Iraq e dalla Siria lascerà i mercenari kurdi senza protezione, esattamente come il ritiro statunitense dall’Afghanistan ha abbandonato alla loro sorte i collaboratori locali della CIA.

La minaccia di riattivare il terrorismo tataro è credibile perché Erdoğan, prima di diventare presidente, fu importante protagonista delle guerre di Afghanistan e Cecenia.

 

Visto i crimini commessi − in particolare contro gli arabi cristiani − i mercenari kurdi cominciano a cedere al panico. Alcuni di loro sono già in trattativa con Damasco.

 

L’incontro segreto dei capi di stato-maggiore statunitense e russo, generali Mark A. Milley e Valery Gerasimov, il 21 settembre a Helsinki, ha riguardato anche la questione siriana.

 

Non si sa quali decisioni siano emerse, ma Miley, ardente sostenitore di Biden, non intende certo boicottare gli impegni assunti dal presidente.

 

 

L’Iran

L’Iran, che durante i mandati di Mahmoud Ahmadinejad s’è imposto come potenza economica e sotto la guida del generale Qassem Soleimani come potenza militare, sta per essere reintegrato nella comunità internazionale.

 

Se le trattative ufficiali sul suo status nucleare segnano il passo, in compenso si moltiplicano i contatti segreti.

 

Gli Stati Uniti hanno alla fine accettato di relativizzare le ricerche nucleari iraniane, dal momento che hanno scopi pacifici. Durante l’ultimo anno della guerra imposta dall’Iraq all’Iran di Ruhollah Khomeini, Teheran si è auto-imposta di non fabbricare la bomba atomica e di abbandonare il progetto che Stati Uniti e Francia avevano sviluppato con lo scià Reza Pahlavi.

 

L’Iran, che durante i mandati di Mahmoud Ahmadinejad s’è imposto come potenza economica e sotto la guida del generale Qassem Soleimani come potenza militare, sta per essere reintegrato nella comunità internazionale

L’Iran ha rimosso il divieto dopo l’assassinio del generale Soleimani, voluto dal presidente Donald Trump. Non ci sono indizi per ritenere che Teheran abbia ripreso il progetto di fabbricare armi nucleari.

 

Dopo che Washington e Londra hanno rivelato il Patto nucleare con l’Australia, i due Grandi non potranno più accusare l’Iran di proliferazione nucleare.

 

Gli Stati Uniti hanno anche rinunciato a fomentare la divisione del mondo mussulmano in sunniti e sciiti.

 

Contatti stabili stanno nascendo fra Arabia Saudita e Iran, fratelli trasformatisi in nemici. Ultima in ordine di tempo una riunione segreta tra i capi dei servizi segreti dei due Paesi, avvenuta il 23 settembre all’aeroporto di Bagdad.

 

Teheran dovrebbe rinunciare ad alcune azioni militari e concentrarsi sulla difesa delle comunità sciite nel mondo, inclusa l’America Latina. I Guardiani della Rivoluzione potrebbero perciò abbandonare la Siria e lasciare maggiore libertà d’azione allo Hezbollah libanese.

 

 

L’Unione Europea

Sul piano diplomatico, le ambasciate degli Stati membri dell’Unione Europea a Damasco hanno quasi tutte riaperto (non quella francese).

 

Sembra che l’Unione Europea abbia obblighi finanziari imposti da una vecchia risoluzione dell’ONU. Comunque sia, Bruxelles sovvenziona con sette miliardi di dollari la ricostruzione delle infrastrutture siriane.

 

La Commissione Europea, che continua ad avvalersi di seimila funzionari britannici a oltre un anno dalla Brexit, è stranamente rappresentata in Siria dall’ONG Oxfam, che aveva sostenuto l’organizzazione terrorista dei Caschi Bianchi.

 

In ogni caso, l’UE rimane ufficialmente sulla posizione enunciata quattro anni fa dall’ambasciatore statunitense Jeffrey Feltman, quando era all’ONU: non un soldo per la ricostruzione della Siria fintantoché il «regime» non sarà crollato (3).

 

L’UE rimane ufficialmente sulla posizione enunciata quattro anni fa dall’ambasciatore statunitense Jeffrey Feltman, quando era all’ONU: non un soldo per la ricostruzione della Siria fintantoché il «regime» non sarà crollato

Permane irrisolta la questione se il Libano debba passare o no nuovamente sotto amministrazione russo-siriana. La risposta determinerà l’impegno cinese nella regione.

 

Al momento, i tre presidenti libanesi − della repubblica, del governo e del parlamento − sono compatibili con l’amministrazione di Bashar al-Assad. Tuttavia quest’ultimo − che fu ingiustamente accusato di aver provocato l’assassinio dell’ex primo libanese Rafic Hariri e le cui truppe furono accolte con ostilità a Beirut − non sembra disponibile. Sarebbe però la soluzione più saggia.

 

L’annuncio della possibile candidatura alla presidenza del parlamento libanese del direttore della Sicurezza Generale, generale Abbas Ibrahim, è interpretato come entrata in lizza di un uomo consapevole della cultura della Grande Siria.

 

Fino agli accordi di Sykes-Picot del 1915, che hanno pianificato la creazione di Israele, Giordania, Libano, Siria e Cipro, questi cinque Stati facevano parte della medesima provincia ottomana.

 

 

La Cina

In caso di tutela siriana sul Libano in fallimento, la Cina interverrebbe per ricostruire la parte terminale dell’antica via della Seta, che nell’Antichità e nel Medioevo collegava la capitale cinese dell’epoca, Xi’an, al Mediterraneo, passando per Palmira e Damasco.

 

Beijing progetta di costruire sia una via ferroviaria sia strutture di telecomunicazioni.

 

In caso di tutela siriana sul Libano in fallimento, la Cina interverrebbe per ricostruire la parte terminale dell’antica via della Seta: Pechino progetta di costruire sia una via ferroviaria sia strutture di telecomunicazioni.

Si tratterebbe di una vittoria importante per i presidenti Vladimir Putin e Xi Jinping, dal momento che un aspetto della guerra contro la Siria mirava esplicitamente a impedire questo progetto.

 

Sarebbe sorprendente che gli Stati Uniti, dopo aver imposto a Israele di annullare tutti i contratti con Beijing, consentisse alla Russia d’installare la Cina in Siria senza contropartita.

 

 

La Francia

La Francia, ex potenza coloniale di Libano e Siria, non vuole farsi estromettere. Il mese scorso il presidente Emmanuel Macron ha infatti partecipato al summit di Bagdad, sotto l’occhio vigile dei servizi segreti britannici.

 

Francia e Stati Uniti hanno svolto un ruolo centrale nella designazione di Najib Mikati come nuovo uomo forte della comunità sunnita libanese e, di conseguenza, nuovo primo ministro (l’incarico infatti è riservato a un sunnita).

 

Gli Occidentali hanno privilegiato l’uomo reputato da Forbes il più ricco del Paese, come a suo tempo fu Rafic Hariri. Per far questo hanno eliminato la famiglia Hariri, appoggiandosi all’Arabia Saudita. I beni di Saad Hariri − figlio di Rafic e anch’egli ex primo ministro − sono stati sequestrati con provvedimento giudiziario. L’operazione dovrebbe presto proseguire con la requisizione dei suoi beni in Libano.

 

Mikati, alla stregua degli Hariri, è simbolo dell’uso del Libano nel sistema economico occidentale alla guisa di Stato-pirata: non sottoscrive alcuna delle regole occidentali, ma serve per qualsiasi transazione segreta dell’Occidente, in particolare droghe e telecomunicazioni

Mikati − che certamente non è più onesto di Saad Hariri − dipende da Washington e Parigi in quanto il suo patrimonio è disseminato in Stati sotto tutela dell’Occidente. Mikati, alla stregua degli Hariri, è simbolo dell’uso del Libano nel sistema economico occidentale alla guisa di Stato-pirata: non sottoscrive alcuna delle regole occidentali, ma serve per qualsiasi transazione segreta dell’Occidente, in particolare droghe e telecomunicazioni.

 

In questo il Libano è simile a Israele, l’autoproclamato «Stato ebreo» specializzatosi nelle transazioni occulte di diamanti e armi (compresi i software). In entrambi gli Stati i profitti della classe dirigente non vanno a beneficio della popolazione.

 

L’appoggio della Francia a Mikati è vòlto a impedire che il Libano diventi una vera nazione in luogo di un aggregato di comunità. Parigi quindi farà il possibile perché il prossimo parlamento sia eletto secondo le regole inique prevalse sinora.

 

Il Libano è l’unico Paese ove nella maggior parte dei casi le cariche parlamentari passano di padre in figlio. Per assicurarsi che non siano adottate regole democratiche, la Francia intende dispiegare le proprie truppe per garantire la sicurezza dei seggi elettorali durante le elezioni del prossimo maggio.

 

Disconoscendo l’origine dei problemi, Parigi favorisce le riforme economiche rispetto a quelle politiche.

 

Disconoscendo l’origine dei problemi, Parigi favorisce le riforme economiche rispetto a quelle politiche

Il 24 settembre il presidente Macron ha ricevuto il primo ministro libanese Mikati. Appena nominato, quest’ultimo si è precipitato all’Eliseo, contravvenendo alla sacrosanta regola che vuole che un nuovo primo ministro non debba recarsi nell’ex potenza coloniale prima di aver incontrato i principali omologhi arabi.

 

Solo dopo che il panorama politico si sarà stabilizzato si potrà cominciare a sfruttare gli idrocarburi in Israele, Libano e Siria.

 

È infatti necessario delimitare i confini marittimi che gli accordi di Sykes-Picot delinearono ma non fissarono con precisione.

 

 

Thierry Meyssan

 

 

Questo articolo è il seguito di:

«Perché una Yalta II?», 15 giugno 2021.
«Biden-Putin, una Yalta II piuttosto che un nuovo Berlino», 22 giugno 2021.
«L’architettura politica del nuovo Medio Oriente», 7 settembre 2021.

 

 

NOTE

1) «Serment national turc», Réseau Voltaire, 28 gennaio 1920.

2) «L’Ukraine et la Turquie créent une Brigade internationale islamique contre la Russie», par Thierry Meyssan, Télévision nationale syrienne , Réseau Voltaire, 12 agosto2015.

3) «Parameters and Principles of UN assistance in Syria», di Jeffrey D. Feltman, Voltaire Network, 15 ottobre 2017.

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

La traduzione italiana del libro è disponibile in versione cartacea.

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 

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Trump: Putin «ha mantenuto la parola data» sul cessate il fuoco in Ucraina

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Il presidente russo Vladimir Putin ha rispettato l’impegno preso di sospendere per una settimana gli attacchi su Kiev e altre principali città ucraine, in piena crisi energetica invernale, ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

 

La scorsa settimana, mentre si diffondevano indiscrezioni su un presunto «cessate il fuoco energetico» tra Mosca e Kiev, Trump ha rivelato di aver personalmente chiesto a Putin di concordare una tregua parziale «a causa del freddo eccezionale».

 

Il portavoce del Cremlino, Demetrio Peskov, ha in seguito confermato la moratoria, precisando che sarebbe durata una settimana, fino al 1° febbraio, con l’obiettivo di «creare condizioni favorevoli per i negoziati», in riferimento ai colloqui tra Russia e Ucraina facilitati dagli Stati Uniti ad Abu Dhabi.

 

Martedì, parlando con i giornalisti alla Casa Bianca, Trump ha affermato che la pausa è andata «da domenica a domenica». «E ieri sera li hanno colpiti duramente. No, ha mantenuto la parola», ha aggiunto. «È già tanto… Accetteremo qualunque cosa, perché laggiù fa davvero, davvero freddo».

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Interrogato se fosse deluso dal mancato prolungamento della tregua da parte di Putin, Trump ha risposto che avrebbe preferito che «mettesse fine alla guerra».

 

Lunedì il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj ha confermato che, dall’inizio della pausa, la Russia non ha condotto attacchi missilistici né con droni contro le principali infrastrutture energetiche, pur sottolineando che i bombardamenti sono proseguiti nelle zone del fronte. Il 3 febbraio, tuttavia, Zelens’kyj ha accusato Mosca di aver violato la tregua con raid notturni, mentre la Russia ha sostenuto che la moratoria era già terminata.

 

La rete elettrica ucraina è sotto fortissima pressione a causa delle ripetute offensive russe con missili e droni.

 

Come riportato da Renovatio 21, gli attacchi hanno provocato blackout frequenti in un contesto di temperature che scendono sotto i -10 °C in numerose regioni.

 

Mosca ha ribadito che gli obiettivi energetici sono stati colpiti in quanto funzionali all’industria della difesa ucraina, come risposta agli attacchi ucraini nel profondo del territorio russo, inclusi quelli su infrastrutture critiche e aree civili. Il Cremlino sostiene di non aver mai preso di mira deliberatamente la popolazione civile.

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Geopolitica

L’Iran apre le porte ai colloqui con gli Stati Uniti

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L’Iran ha espresso la volontà di continuare il percorso diplomatico con gli Stati Uniti, precisando tuttavia che ogni dialogo dovrà svolgersi senza pressioni e nel pieno rispetto della posizione ufficiale di Teheran riguardo al proprio programma nucleare.   Le tensioni si sono acuite dopo i bombardamenti statunitensi sugli impianti nucleari iraniani dello scorso giugno e sono ulteriormente esplose durante le vaste proteste antigovernative che hanno attraversato il Paese tra dicembre e gennaio. Nelle scorse settimane Washington ha dispiegato in Medio Oriente una «imponente armata» al comando della portaerei USS Abraham Lincoln, insistendo affinché un eventuale accordo imponga limiti stringenti all’arricchimento dell’uranio e al programma di missili balistici iraniano.   La Repubblica Islamica ribadisce che il proprio programma nucleare ha esclusivamente finalità pacifiche.   Martedì il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha scritto su X di aver dato istruzioni al ministro degli Esteri affinché prepari le condizioni per «negoziati equi e giusti», a condizione che si crei un contesto adeguato, «privo di minacce e di pretese irragionevoli».

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Ali Shamkhani, consigliere della Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei, ha sottolineato che Teheran non persegue armi nucleari. Intervenendo lunedì sera sul canale televisivo libanese Al Mayadeen, ha precisato che un eventuale dialogo con gli Stati Uniti inizierebbe in forma indiretta e passerebbe a trattative dirette solo qualora emergessero reali prospettive di intesa.   Shamkhani ha aggiunto che Washington «dovrà offrire qualcosa in cambio» qualora l’Iran accettasse di ridurre i livelli di arricchimento dell’uranio.   Secondo varie fonti giornalistiche, l’inviato statunitense Steve Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi potrebbero incontrarsi questa settimana a Istanbul, in presenza di rappresentanti di diversi Paesi arabi e musulmani, per discutere di un possibile accordo. Si tratterebbe del primo contatto di alto livello tra Stati Uniti e Iran da aprile scorso, poco prima dei raid di giugno su siti nucleari e missilistici iraniani.   Pur non escludendo ulteriori azioni militari, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato domenica ai giornalisti di auspicare un «accordo» con l’Iran. Washington si era ritirata nel 2018 dal Piano d’azione congiunto globale (JCPOA) del 2015, reintroducendo sanzioni severe che hanno spinto Teheran a ridurre progressivamente l’osservanza degli impegni e ad arricchire l’uranio fino al 60% di purezza.

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Trump scherza sull’aggiunta di tre nuovi stati americani: Venezuela, Groenlandia, Canada

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato di voler espandere il Paese aggiungendo Canada, Groenlandia e Venezuela come nuovi stati, definendo poi le sue dichiarazioni come uno scherzo, secondo quanto riportato dal Washington Post, citando testimoni oculari.

 

Trump avrebbe rilasciato queste dichiarazioni sabato alla cena annuale dell’Alfalfa Club, un incontro esclusivo di CEO, politici e altre personalità di Washington. Era la prima volta che si rivolgeva al club, i cui membri includono l’amministratore delegato di JPMorgan Chase Jamie Dimon, il filantropo David Rubenstein e il presidente uscente della Federal Reserve Jerome H. Powell, secondo il quotidiano.

 

«Odio così tante persone in questa sala. La maggior parte di voi mi sta a cuore», ha detto Trump al pubblico. Ha aggiunto che potrebbe interrompere il suo discorso per assistere all’«invasione della Groenlandia», prima di aggiungere: «Non invaderemo la Groenlandia. La compreremo».

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«Non è mai stata mia intenzione fare della Groenlandia il 51° stato. Voglio che il Canada sia il 51° stato. La Groenlandia sarà il 52° stato. Il Venezuela potrebbe essere il 53°», ha scherzato Trump.

 

Trump ha ripetutamente fatto dell’acquisizione della Groenlandia un obiettivo politico, sostenendo che la posizione strategica e le risorse dell’isola autonoma danese sono cruciali per la sicurezza degli Stati Uniti. Ha anche affermato che la Danimarca è troppo debole per difenderla da una presunta minaccia russa o cinese – un’accusa respinta come inverosimile da Copenaghen, Mosca e Pechino.

 

L’anno scorso, Trump ha affermato che il Canada sarebbe stato meglio come «amato» 51° stato degli Stati Uniti, riferendosi ripetutamente ai primi ministri canadesi come «governatori», sostenendoche questo era l’unico modo per risolvere le controversie commerciali tra i due Paesi. Più recentemente, Trump ha minacciato un dazio del 100% sui prodotti canadesi se Ottawa avesse perseguito legami commerciali più stretti con la Cina.

 

In Venezuela, gli Stati Uniti hanno condotto un raid militare all’inizio di gennaio che ha catturato il presidente Nicolas Maduro e lo ha portato a New York per affrontare le accuse. Da allora Washington ha chiesto «accesso totale» al settore petrolifero del paese.

 

Intervenendo durante una riunione di gabinetto la scorsa settimana, Trump ha affermato che la sua amministrazione stava «andando molto d’accordo» con la leadership ad interim del Venezuela e ha confermato che le principali compagnie petrolifere statunitensi stavano esplorando nuovi progetti nel paese.

 

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