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Verso la pace in Siria e in Libano

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire

 

 

In Medio Oriente cominciano a trovare applicazione gli accordi tra i presidenti Joe Biden e Vladimir Putin, conclusi in seguito alla disfatta militare occidentale in Siria. Le prossime tappe dovrebbero essere il ritiro delle forze statunitensi dall’Iraq e dalla Siria, l’espulsione delle forze turche dalla Siria nord-occidentale, il rientro dell’Iran nella comunità internazionale, la restituzione del Golan alla Siria e infine l’amministrazione russo-siriana del Libano.

 

 

Le conseguenze degli accordi di Ginevra − la cosiddetta Yalta II (16 giugno 2021) − sul Medio Oriente Allargato stanno per entrare in una nuova fase: il ritiro delle forze straniere che occupano porzioni della Siria. Dopo 12 anni di massacri, termina la guerra contro la Repubblica Araba Siriana.

 

La Siria passerebbe dallo status di Paese amico a quello di Paese alleato: ogni minaccia alla sicurezza della Siria sarebbe una minaccia alla Russia

Il presidente Bashar al-Assad è stato ricevuto al Cremlino. Nulla è trapelato del colloquio con l’omologo russo. Sembra tuttavia che, dopo le elezioni legislative libanesi di maggio 2022, la Russia vigilerà sul Libano, nonché sulla Siria.

 

Se Washington non manterrà gli impegni, la Siria potrebbe essere ammessa nell’Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (OTSC), l’alleanza militare che si raccoglie attorno alla Russia. In tal caso, il sostegno di Mosca a Damasco s’intensificherebbe notevolmente, giacché la Siria passerebbe dallo status di Paese amico a quello di Paese alleato: ogni minaccia alla sicurezza della Siria sarebbe una minaccia alla Russia.

 

 

Israele

Nelle ultime settimane i «ribelli» di Deraa, nel sud della Siria, hanno deposto le armi. Avevano già capitolato di fronte a un generale russo, ma si erano nuovamente mobilitati contro Damasco su richiesta dell’Arabia Saudita. Ora, dopo la revoca del sostegno militare israeliano, si sono arresi.

 

Si tratta di un fatto importante perché dimostra l’evoluzione del regime di Tel Aviv. Con le dimissioni di Benjamin Netanyahu, Israele si sta liberando dell’ideologia colonialista di Ze’ev Jabotinsky e tenta di diventare uno Stato come gli altri.

 

Nonostante la retorica di cui si avvale, il governo di Naftali Bennet e di Yair Lapid ha accettato di smettere di sostenere gruppi armati in Siria. Ciò non gl’impedisce tuttavia di proseguire la guerra segreta contro l’Iran nei territori libanese e siriano

 

Benché Tel Aviv acconsenta a molte concessioni, non cede sull’occupazione dell’altipiano del Golan, che le Nazioni unite considerano annesso illegalmente

In particolare, benché Tel Aviv acconsenta a molte concessioni, non cede sull’occupazione dell’altipiano del Golan, che le Nazioni unite considerano annesso illegalmente.

 

In un’intervista in arabo a Russia Today, commentando la visita del presidente Bashar al-Assad a Mosca, il viceministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, ha dichiarato che la Russia intende liberare l’intera Siria dalle forze straniere insediate illegalmente: israeliane, turche e statunitensi. Si va verso una restituzione del Golan in cambio del ritiro iraniano dalla Siria.

 

La Giordania, che non si è mai direttamente impegnata contro la Siria ma ha consentito a Stati Uniti e Arabia Saudita di utilizzare il suo territorio per combattere Damasco, sembra sollevata.

 

Anticipando l’esito degli avvenimenti, i ribelli di Deraa non hanno voluto lasciare Idlib − nord della Siria − preferendo deporre le armi senza contropartita.

 

 

La Turchia

La successiva tappa dovrebbe essere il ritiro delle truppe statunitensi e turche dal nord del Paese, la resa dei mercenari kurdi, nonché la ritirata degli jihadisti ammassati a Idlib.

 

Ma qui sta il problema: la Turchia si rifiuta di andarsene perché Idlib è zona rivendicata sin dal Giuramento Nazionale del 1920 (1).

 

Ankara aveva visto nell’occupazione di questo territorio un avanzamento verso il ripristino della grandezza ottomana. Sicché il ritiro implica non soltanto una perdita territoriale ma anche il fallimento del sogno neo-ottomano.

 

Per questa ragione, nel discorso alla 76esima Assemblea Generale dell’ONU, il presidente Erdoğan ha rispolverato la minaccia del sostegno al terrorismo tataro.

 

Nel 2015 Turchia e Ucraina crearono ufficialmente la Brigata Internazionale Islamica contro l’annessione della Crimea alla Russia (2). Tre mesi dopo, l’esercito turco abbatté un Sukoi russo, provocando una grave crisi politica. L’episodio però si risolse in breve tempo: l’opzione terrorista in funzione anti-Russia fu abbandonata nel 2016 e il presidente turco si scusò per l’«incidente».

 

Scompigliando lo scacchiere, la CIA tentò di far assassinare il presidente Erdoğan. L’operazione fallì e si tramutò in un colpo di Stato improvvisato, a sua volta naufragato. Con generale sorpresa, Ankara si volse verso la Russia e firmò a spron battuto un accordo per il gasdotto Turkish Stream, un altro per l’acquisto di sistemi anti-missile S-400.

 

Oggi Ankara si trova in una posizione difficile in quanto si erge nel medesimo tempo contro Mosca e Washington

Oggi Ankara si trova in una posizione difficile in quanto si erge nel medesimo tempo contro Mosca e Washington.

 

La minaccia di riattivare il terrorismo tataro è credibile perché Erdoğan, prima di diventare presidente, fu importante protagonista delle guerre di Afghanistan e Cecenia. In Afghanistan offrì il supporto della Millî Görüş a Golbukkin Hekmatyar; successivamente, mise a disposizione dei terroristi di Doku Umarov una retro-base per il loro Emirato di Ichkeria (Cecenia).

 

È ovviamente poco probabile che la Russia ceda al ricatto turco, giacché non l’ha fatto nel 2015. Mosca non è Bruxelles, che si arrese al ricatto dei migranti elargendo 5 miliardi di dollari alla Turchia. Anche se la minaccia non dovesse risolversi in nulla, il fatto di averla pronunciata alza comunque la posta: il presidente Erdoğan non intende cedere senza una forte compensazione.

 

Il ritiro delle forze statunitensi dall’Iraq e dalla Siria lascerà i mercenari kurdi senza protezione, esattamente come il ritiro statunitense dall’Afghanistan ha abbandonato alla loro sorte i collaboratori locali della CIA.

La minaccia di riattivare il terrorismo tataro è credibile perché Erdoğan, prima di diventare presidente, fu importante protagonista delle guerre di Afghanistan e Cecenia.

 

Visto i crimini commessi − in particolare contro gli arabi cristiani − i mercenari kurdi cominciano a cedere al panico. Alcuni di loro sono già in trattativa con Damasco.

 

L’incontro segreto dei capi di stato-maggiore statunitense e russo, generali Mark A. Milley e Valery Gerasimov, il 21 settembre a Helsinki, ha riguardato anche la questione siriana.

 

Non si sa quali decisioni siano emerse, ma Miley, ardente sostenitore di Biden, non intende certo boicottare gli impegni assunti dal presidente.

 

 

L’Iran

L’Iran, che durante i mandati di Mahmoud Ahmadinejad s’è imposto come potenza economica e sotto la guida del generale Qassem Soleimani come potenza militare, sta per essere reintegrato nella comunità internazionale.

 

Se le trattative ufficiali sul suo status nucleare segnano il passo, in compenso si moltiplicano i contatti segreti.

 

Gli Stati Uniti hanno alla fine accettato di relativizzare le ricerche nucleari iraniane, dal momento che hanno scopi pacifici. Durante l’ultimo anno della guerra imposta dall’Iraq all’Iran di Ruhollah Khomeini, Teheran si è auto-imposta di non fabbricare la bomba atomica e di abbandonare il progetto che Stati Uniti e Francia avevano sviluppato con lo scià Reza Pahlavi.

 

L’Iran, che durante i mandati di Mahmoud Ahmadinejad s’è imposto come potenza economica e sotto la guida del generale Qassem Soleimani come potenza militare, sta per essere reintegrato nella comunità internazionale

L’Iran ha rimosso il divieto dopo l’assassinio del generale Soleimani, voluto dal presidente Donald Trump. Non ci sono indizi per ritenere che Teheran abbia ripreso il progetto di fabbricare armi nucleari.

 

Dopo che Washington e Londra hanno rivelato il Patto nucleare con l’Australia, i due Grandi non potranno più accusare l’Iran di proliferazione nucleare.

 

Gli Stati Uniti hanno anche rinunciato a fomentare la divisione del mondo mussulmano in sunniti e sciiti.

 

Contatti stabili stanno nascendo fra Arabia Saudita e Iran, fratelli trasformatisi in nemici. Ultima in ordine di tempo una riunione segreta tra i capi dei servizi segreti dei due Paesi, avvenuta il 23 settembre all’aeroporto di Bagdad.

 

Teheran dovrebbe rinunciare ad alcune azioni militari e concentrarsi sulla difesa delle comunità sciite nel mondo, inclusa l’America Latina. I Guardiani della Rivoluzione potrebbero perciò abbandonare la Siria e lasciare maggiore libertà d’azione allo Hezbollah libanese.

 

 

L’Unione Europea

Sul piano diplomatico, le ambasciate degli Stati membri dell’Unione Europea a Damasco hanno quasi tutte riaperto (non quella francese).

 

Sembra che l’Unione Europea abbia obblighi finanziari imposti da una vecchia risoluzione dell’ONU. Comunque sia, Bruxelles sovvenziona con sette miliardi di dollari la ricostruzione delle infrastrutture siriane.

 

La Commissione Europea, che continua ad avvalersi di seimila funzionari britannici a oltre un anno dalla Brexit, è stranamente rappresentata in Siria dall’ONG Oxfam, che aveva sostenuto l’organizzazione terrorista dei Caschi Bianchi.

 

In ogni caso, l’UE rimane ufficialmente sulla posizione enunciata quattro anni fa dall’ambasciatore statunitense Jeffrey Feltman, quando era all’ONU: non un soldo per la ricostruzione della Siria fintantoché il «regime» non sarà crollato (3).

 

L’UE rimane ufficialmente sulla posizione enunciata quattro anni fa dall’ambasciatore statunitense Jeffrey Feltman, quando era all’ONU: non un soldo per la ricostruzione della Siria fintantoché il «regime» non sarà crollato

Permane irrisolta la questione se il Libano debba passare o no nuovamente sotto amministrazione russo-siriana. La risposta determinerà l’impegno cinese nella regione.

 

Al momento, i tre presidenti libanesi − della repubblica, del governo e del parlamento − sono compatibili con l’amministrazione di Bashar al-Assad. Tuttavia quest’ultimo − che fu ingiustamente accusato di aver provocato l’assassinio dell’ex primo libanese Rafic Hariri e le cui truppe furono accolte con ostilità a Beirut − non sembra disponibile. Sarebbe però la soluzione più saggia.

 

L’annuncio della possibile candidatura alla presidenza del parlamento libanese del direttore della Sicurezza Generale, generale Abbas Ibrahim, è interpretato come entrata in lizza di un uomo consapevole della cultura della Grande Siria.

 

Fino agli accordi di Sykes-Picot del 1915, che hanno pianificato la creazione di Israele, Giordania, Libano, Siria e Cipro, questi cinque Stati facevano parte della medesima provincia ottomana.

 

 

La Cina

In caso di tutela siriana sul Libano in fallimento, la Cina interverrebbe per ricostruire la parte terminale dell’antica via della Seta, che nell’Antichità e nel Medioevo collegava la capitale cinese dell’epoca, Xi’an, al Mediterraneo, passando per Palmira e Damasco.

 

Beijing progetta di costruire sia una via ferroviaria sia strutture di telecomunicazioni.

 

In caso di tutela siriana sul Libano in fallimento, la Cina interverrebbe per ricostruire la parte terminale dell’antica via della Seta: Pechino progetta di costruire sia una via ferroviaria sia strutture di telecomunicazioni.

Si tratterebbe di una vittoria importante per i presidenti Vladimir Putin e Xi Jinping, dal momento che un aspetto della guerra contro la Siria mirava esplicitamente a impedire questo progetto.

 

Sarebbe sorprendente che gli Stati Uniti, dopo aver imposto a Israele di annullare tutti i contratti con Beijing, consentisse alla Russia d’installare la Cina in Siria senza contropartita.

 

 

La Francia

La Francia, ex potenza coloniale di Libano e Siria, non vuole farsi estromettere. Il mese scorso il presidente Emmanuel Macron ha infatti partecipato al summit di Bagdad, sotto l’occhio vigile dei servizi segreti britannici.

 

Francia e Stati Uniti hanno svolto un ruolo centrale nella designazione di Najib Mikati come nuovo uomo forte della comunità sunnita libanese e, di conseguenza, nuovo primo ministro (l’incarico infatti è riservato a un sunnita).

 

Gli Occidentali hanno privilegiato l’uomo reputato da Forbes il più ricco del Paese, come a suo tempo fu Rafic Hariri. Per far questo hanno eliminato la famiglia Hariri, appoggiandosi all’Arabia Saudita. I beni di Saad Hariri − figlio di Rafic e anch’egli ex primo ministro − sono stati sequestrati con provvedimento giudiziario. L’operazione dovrebbe presto proseguire con la requisizione dei suoi beni in Libano.

 

Mikati, alla stregua degli Hariri, è simbolo dell’uso del Libano nel sistema economico occidentale alla guisa di Stato-pirata: non sottoscrive alcuna delle regole occidentali, ma serve per qualsiasi transazione segreta dell’Occidente, in particolare droghe e telecomunicazioni

Mikati − che certamente non è più onesto di Saad Hariri − dipende da Washington e Parigi in quanto il suo patrimonio è disseminato in Stati sotto tutela dell’Occidente. Mikati, alla stregua degli Hariri, è simbolo dell’uso del Libano nel sistema economico occidentale alla guisa di Stato-pirata: non sottoscrive alcuna delle regole occidentali, ma serve per qualsiasi transazione segreta dell’Occidente, in particolare droghe e telecomunicazioni.

 

In questo il Libano è simile a Israele, l’autoproclamato «Stato ebreo» specializzatosi nelle transazioni occulte di diamanti e armi (compresi i software). In entrambi gli Stati i profitti della classe dirigente non vanno a beneficio della popolazione.

 

L’appoggio della Francia a Mikati è vòlto a impedire che il Libano diventi una vera nazione in luogo di un aggregato di comunità. Parigi quindi farà il possibile perché il prossimo parlamento sia eletto secondo le regole inique prevalse sinora.

 

Il Libano è l’unico Paese ove nella maggior parte dei casi le cariche parlamentari passano di padre in figlio. Per assicurarsi che non siano adottate regole democratiche, la Francia intende dispiegare le proprie truppe per garantire la sicurezza dei seggi elettorali durante le elezioni del prossimo maggio.

 

Disconoscendo l’origine dei problemi, Parigi favorisce le riforme economiche rispetto a quelle politiche.

 

Disconoscendo l’origine dei problemi, Parigi favorisce le riforme economiche rispetto a quelle politiche

Il 24 settembre il presidente Macron ha ricevuto il primo ministro libanese Mikati. Appena nominato, quest’ultimo si è precipitato all’Eliseo, contravvenendo alla sacrosanta regola che vuole che un nuovo primo ministro non debba recarsi nell’ex potenza coloniale prima di aver incontrato i principali omologhi arabi.

 

Solo dopo che il panorama politico si sarà stabilizzato si potrà cominciare a sfruttare gli idrocarburi in Israele, Libano e Siria.

 

È infatti necessario delimitare i confini marittimi che gli accordi di Sykes-Picot delinearono ma non fissarono con precisione.

 

 

Thierry Meyssan

 

 

Questo articolo è il seguito di:

«Perché una Yalta II?», 15 giugno 2021.
«Biden-Putin, una Yalta II piuttosto che un nuovo Berlino», 22 giugno 2021.
«L’architettura politica del nuovo Medio Oriente», 7 settembre 2021.

 

 

NOTE

1) «Serment national turc», Réseau Voltaire, 28 gennaio 1920.

2) «L’Ukraine et la Turquie créent une Brigade internationale islamique contre la Russie», par Thierry Meyssan, Télévision nationale syrienne , Réseau Voltaire, 12 agosto2015.

3) «Parameters and Principles of UN assistance in Syria», di Jeffrey D. Feltman, Voltaire Network, 15 ottobre 2017.

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

La traduzione italiana del libro è disponibile in versione cartacea.

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 

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Geopolitica

La Russia effettua testa missili vicino alle isole Curili fra le proteste giapponesi

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La Marina russa ha effettuato con successo un test missilistico nei pressi delle isole Curili, ha dichiarato la Flotta del Pacifico.

 

Il test arriva una settimana dopo che il Giappone ha protestato energicamente contro la prima visita in assoluto del presidente russo Vladimir Putin nell’arcipelago, parzialmente rivendicato da Tokyo.

 

Il test missilistico, avvenuto vicino alle isole Curili meridionali, ha coinvolto l’incrociatore lanciamissili Varyag, il sottomarino a propulsione nucleare Omsk e un sistema missilistico superficie-nave Bastion a base terrestre, ha dichiarato giovedì la Flotta russa del Pacifico in un comunicato.

 

Secondo quanto riferito dalla flotta, sono stati sparati diversi tipi di munizioni contro un bersaglio che simulava navi nemiche a una distanza di circa 300 km (186 miglia), utilizzando i dati di puntamento forniti dall’aviazione navale. I dati oggettivi di controllo hanno confermato la distruzione di tutti gli obiettivi, è stato sottolineato.

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Il ministro degli Esteri giapponese Toshimitsu Motegi ha reagito alle esercitazioni dichiarando ai giornalisti che Tokyo «non può tollerare mosse [della Russia] volte a rafforzare la potenza militare sulle quattro isole settentrionali, perché contrastano con la posizione del nostro Paese» sui territori contesi.

 

In precedenza, l’agenzia di stampa Kyodo aveva riferito che il Giappone aveva presentato una protesta alla Russia dopo che Mosca lo aveva informato del prossimo test missilistico la scorsa settimana.

 

Martedì, il ministero degli Esteri russo ha convocato l’ambasciatore di Tokyo a Mosca per esprimere una ferma protesta contro le «dichiarazioni anti-russe» della leadership giapponese.

 

Dopo la visita di Putin a Iturup, la più grande delle isole Curili, il 13 agosto, il primo ministro giapponese Sanae Takaichi ha definito il viaggio «assolutamente inaccettabile» e ha affermato che «ferisce i sentimenti del popolo giapponese». Anche Motegi ha rilasciato una dichiarazione, sostenendo che le quattro isole più meridionali dell’arcipelago «sono parte integrante del territorio giapponese sia storicamente che secondo il diritto internazionale».

 

Il ministero degli Esteri russo ha dichiarato di aver informato l’inviato giapponese che «la sovranità e la giurisdizione della Russia sulle isole Curili meridionali sono inviolabili. Questi territori sono stati trasferiti al nostro Paese dopo la Seconda Guerra Mondiale, come sancito dai relativi accordi delle Potenze Alleate e dalla Carta delle Nazioni Unite».

 

«Qualsiasi tentativo da parte giapponese di mettere in discussione, direttamente o indirettamente, questa ovvia realtà è categoricamente inaccettabile e illegittimo», ha aggiunto.

 

Il ministero ha avvertito che Mosca «si riserva il diritto di adottare contromisure appropriate» in risposta all’adesione del Giappone alle sanzioni occidentali contro la Russia e al suo sostegno all’Ucraina.

 

Le isole Curili, che si estendono dalla Kamchatka all’Hokkaido in Giappone, passarono sotto il controllo sovietico dopo la sconfitta di Tokyo nella seconda guerra mondiale e furono successivamente incorporate nell’URSS. Le autorità giapponesi, tuttavia, continuano a rivendicare le isole di Iturup, Kunashir, Shikotan e Habomai, che chiamano «Territori del Nord».

 

Questa disputa è stata il principale ostacolo alla firma di un trattato di pace formale tra Mosca e Tokyo negli ottant’anni trascorsi dal conflitto.

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Le Isole Curili formano un arcipelago vulcanico di oltre 50 isole tra Hokkaido (Giappone) e la penisola della Kamchatka (Russia), separando il mare di Ochotsk dal Pacifico. Originariamente abitate dall’antica popolazione degli Ainu, furono oggetto di contesa tra Russia e Giappone già nel XIX secolo.

 

Nel 1855 il Trattato di Shimoda assegnò al Giappone le quattro isole meridionali (Iturup/Etorofu, Kunashir/Kunashiri, Shikotan e Habomai), mentre le settentrionali andarono alla Russia. Nel 1875, con il Trattato di San Pietroburgo, il Giappone ottenne l’intero arcipelago in cambio di Sachalin. Dopo la guerra russo-giapponese (1905) le Curili rimasero giapponesi.

 

Nel 1945, in base agli accordi di Yalta, l’URSS entrò in guerra contro il Giappone e occupò tutte le isole, deportando circa 17.000 abitanti nipponici. Il Trattato di San Francisco (1951) vide il Giappone rinunciare alle Curili, ma senza specificare i confini e senza la firma sovietica. Da allora Mosca controlla l’arcipelago (parte dell’oblast’ di Sachalin), mentre Tokyo rivendica le quattro isole meridionali come «Territori del Nord», impedendo la firma di un trattato di pace formale.

 

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Geopolitica

Trump dichiara Ormuzzo «nuovo territorio USA»

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L’Iran ha definito il presidente americano Donald Trump «delirante» dopo che questi ha proclamato lo Stretto di Ormuzzo «nuovo territorio statunitense».   Trump ha avanzato la rivendicazione sulla strategica via navigabile, che resta fortemente interrotta a causa della situazione di stallo in corso, in un post su Truth Social martedì. Il presidente degli Stati Uniti ha condiviso una mappa dello stretto e delle aree circostanti con una zona cerchiata e etichettata come «Nuovo territorio degli Stati Uniti».   Il post ha immediatamente suscitato una reazione a Teheran, con il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi che ha condannato i «deliri» di Trump e ha avvertito che l’Iran li avrebbe «corrette». Allo stesso tempo, ha elogiato Trump per essere riuscito a «scrivere correttamente il nome dell’eterno Golfo Persico», riferendosi apparentemente alle presunte intenzioni del presidente statunitense di ribattezzare il corso d’acqua «Golfo Arabo».   Come riportato da Renovatio 21, l’idea dello Stretto ermisino come territorio USA era stata dichiarata già pochi giorni fa ad un evento a Garden City, nello Stato di Nuova York.

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L’affermazione era stata derisa dal viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi che aveva parlato di «fantasiose illusioni».   «Una volta per tutte, accettate la realtà: fino ad ora avete subito pesanti sconfitte strategiche; lo Stretto di Ormuzzo è stato iraniano, è iraniano e rimarrà iraniano», ha dichiarato il viceministro Gharibabadi in un post su X sabato, aggiungendo che il canale «sarà chiuso e aperto solo su comando dell’Iran, e finché non accetterete la realtà della sconfitta e non cesserete le vostre illusioni, l’Iran continuerà a far rispettare il blocco». Ormuzzo «non può essere conquistata con un tweet, né con una portaerei, né con un ordine, né con un discorso elettorale» ha dichiarato il funzionario diplomatico di Teheran, sottolineando che l’Iran«non teme le minacce né si lascia intimidire dalle dimostrazioni di potere».   Lo scambio avviene mentre i negoziati tra Washington e Teheran restano in una fase di stallo, e la finestra di due mesi per raggiungere la pace è scaduta lunedì. Poco dopo aver rivendicato lo Stretto ermisino, Trump ha confermato che «non sono in corso né programmati colloqui o conversazioni» con l’Iran. «Il blocco navale rimane pienamente in vigore. Lo Stretto di Ormuzzo è aperto e operativo. Tutte le mine marine sono state rimosse o fatte brillare», ha affermato il presidente statunitense in un successivo post su Truth Social.   Lunedì Trump ha minacciato di attaccare l’Oman, alleato degli Stati Uniti, e di «bombardarlo senza pietà» qualora questo «ostacolasse» il suo presunto tentativo di porre fine al conflitto con l’Iran. Mentre Mascate ha svolto un ruolo di primo piano nella mediazione dei colloqui tra Stati Uniti e Iran, ha condotto negoziati paralleli con Teheran per la creazione di un meccanismo congiunto di gestione dello Stretto ormusino.   L’Iran sta cercando di imporre pedaggi permanenti per il transito sicuro attraverso lo stretto e ha raggiunto un’intesa con l’Oman in merito, ha dichiarato lunedì il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei. Gli Stati Uniti si sono pronunciati a favore dell’imposizione di pedaggi all’Iran per il transito attraverso lo stretto, segnalando che continueranno a bloccare i porti iraniani a tempo indeterminato finché l’Iran non rinuncerà a tale richiesta.

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Gli Emirati Arabi dicono di essere stati colpiti da missili iraniani: rapporti economici interrotti

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Gli Emirati Arabi Uniti hanno accusato l’Iran di aver lanciato due missili balistici nella loro direzione martedì, mentre il periodo di due mesi destinato ai colloqui di pace tra Stati Uniti e Iran si è concluso senza progressi rilevanti. In seguito all’episodio, Abu Dhabi ha annunciato la sospensione di tutte le transazioni commerciali e finanziarie con Teheran.

 

Il presunto incidente è stato segnalato dal ministero della Difesa degli Emirati Arabi Uniti e dall’Autorità nazionale per la gestione delle emergenze, delle crisi e dei disastri (NCEMA). Le agenzie non hanno precisato se i missili in arrivo siano stati abbattuti. I militari hanno dichiarato che uno di essi è caduto all’interno delle acque territoriali del Paese, mentre il secondo è atterrato al di fuori di esse.

 

Nel corso della giornata il ministero della Difesa ha affermato che i proiettili sembravano aver colpito «navi marittime». Il ministero non ha specificato se le imbarcazioni presumibilmente prese di mira si trovassero nelle acque territoriali o internazionali del Paese.

 

Poco dopo che l’esercito degli Emirati Arabi Uniti ha fornito un aggiornamento sulla sua valutazione del presunto attacco, il Ministero degli Esteri ha annunciato la sospensione di tutti gli scambi commerciali e le transazioni con l’Iran a seguito dell’incidente.

 

«Alla luce dell’escalation regionale che ha minato la pace e la sicurezza regionali e internazionali, tutte le attività, gli scambi commerciali e le transazioni finanziarie con l’Iran sono stati sospesi fino a nuovo avviso», ha dichiarato il ministero in un comunicato.

 

L’Iran non ha commentato pubblicamente le accuse. Al culmine della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, Teheran ha ripetutamente preso di mira la nazione del Golfo, accusandola di aver consentito alle forze statunitensi di utilizzare il suo territorio per lanciare attacchi.

 

L’emittente statale iraniana Press TV ha sostenuto che il bombardamento presentava tutte le caratteristiche di un’operazione israeliana sotto falsa bandiera.

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Il periodo di 60 giorni previsto dal memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran per raggiungere un accordo di pace è scaduto lunedì senza che si sia registrata alcuna svolta. Le due parti si sono scambiate ripetutamente attacchi durante il periodo di negoziazione, mentre la navigazione attraverso lo strategico Stretto ormusino è rimasta in gran parte interrotta.

 

Ieri il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha confermato che «non erano in corso né programmati colloqui o conversazioni» con l’Iran. «Il blocco navale rimane pienamente in vigore. Lo Stretto ermisino è aperto e operativo. Tutte le mine marine sono state rimosse o fatte brillare», ha scritto su Truth Social.

 

L’Iran sostiene di controllare il traffico marittimo attraverso quel corso d’acqua e ha ripetutamente segnalato l’intenzione di imporre pedaggi permanenti per garantirne il transito sicuro.

 

Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano (SNSC), ha ribadito la posizione, affermando che il mancato intervento di Washington per la riapertura dello stretto segnala «l’avvento di un nuovo ordine post-americano nel Golfo Persico».

 

«Il divario tra l’incapacità degli Stati Uniti di riaprire lo Stretto di Ormuzzo e la loro pretesa di possederlo è maggiore delle 7.000 miglia di distanza che separano Washington dallo Stretto stesso», ha scritto Rezaei su X.

 

L’escalation si verifica in un contesto di notizie riguardanti una carenza di missili negli Stati Uniti, mentre la portaerei USS Abraham Lincoln, che opera vicino all’Iran, è afflitta da problemi di manutenzione e approvvigionamento. Trump ha sospeso la campagna di bombardamenti contro obiettivi iraniani vicino allo Stretto di Ormuzzo alla fine di luglio, dichiarando di voler lasciare spazio ai negoziati.

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