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Cina

Si prepara la guerra nucleare per Taiwan

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Le reazioni ufficiali al Patto Australia-Regno Unito-Stati Uniti (AUKUS) vertono unicamente sulla risoluzione del contratto di fornitura di armamenti fra Australia e Francia. Ma per quanto disastrose siano, le ripercussioni sui cantieri navali sono solamente il portato collaterale di un rovesciamento di alleanze in vista di una guerra contro la Cina.

 

 

 

L’annuncio del Patto Australia-Regno Unito-Stati Uniti (A-UK-US) (1) ha provocato un terremoto nella regione dell’Indo-Pacifico.

 

Non v’è dubbio: Washington si prepara a uno scontro a lungo termine con la Cina.

 

Fin a ora il dispiegamento occidentale, finalizzato a contenere politicamente e militarmente la Cina, aveva coinvolto Stati Uniti e Regno Unito, nonché Francia e Germania. Oggi invece gli europei sono messi da parte. Domani la zona sarà controllata dai Quad+ (Stati Uniti, Regno Unito, Australia, India e Giappone). Washington prepara una guerra entro uno o due decenni.

 

Non v’è dubbio: Washington si prepara a uno scontro a lungo termine con la Cina.  Washington prepara una guerra entro uno o due decenni

Se Francia e Germania non sono state consultate − e neppure avvisate prima del pubblico annuncio del mutamento di strategia − altri Paesi, come l’Indonesia, sono stati invece avvertiti. Il dispositivo dovrebbe andare in scena la prossima settimana, a Washington.

 

Se è logico che Londra e Washington si appoggino a Canberra piuttosto che a Parigi − visto che l’Australia è membro dei Cinque Occhi, cui la Francia è solo associata − la discesa in campo del Giappone, e soprattutto dell’India, mette fine a un lungo periodo d’incertezza.

 

Più sconcertante il ruolo assegnato alla Germania, che potrebbe unirsi ai Cinque Occhi (2), ma non entrare nei Quad; ossia entrare nel sistema di spionaggio delle telecomunicazioni, ma non partecipare all’azione militare.

 

 

Alleanze stravolte

La nuova situazione costringe tutte le alleanze a riposizionarsi.

 

L’A-NZ-US, alleanza fra Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti, non funziona più dal 1985 ed è stata definitivamente archiviata dopo che la Nuova Zelanda ha adottato una politica di disarmo nucleare e, conseguentemente, rifiutato l’ingresso nei propri porti a navi con armi nucleari o a propulsione nucleare.

 

Siccome gli Stati Uniti si sono rifiutati di svelare questi «dettagli» sulle proprie navi, nei porti neozelandesi non sono più entrate navi da guerra USA. Anche i futuri sottomarini australiani ne saranno banditi.

 

Per il momento l’Unione Europea non ha reagito. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen − che proprio il giorno dell’annuncio dell’AUKUS pronunciava il discorso sullo stato dell’Unione (3) − è rimasta impietrita: mentre parlava della nuova strategia europea nella zona dell’Indo-Pacifico, gl’inglesi della Brexit le giocavano un tiro mancino: non solo l’Unione Europea non è una potenza militare, addirittura i Paesi membri che lo sono non avranno più voce in capitolo.

 

Non solo l’Unione Europea non è una potenza militare, addirittura i Paesi membri che lo sono non avranno più voce in capitolo

La NATO è ammutolita: ambiva estendersi nella regione dell’Indo-Pacifico e ora le è chiaro che non sarà della partita.

 

Nemmeno l’ASEAN ha reagito, ma l’Indonesia, ove ha sede il segretariato generale, ha già manifestato la propria delusione.

 

Come l’ANZUS e la UE, anche l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico era stata concepita durante la guerra fredda per contenere il blocco comunista, ma in seguito ha cambiato natura. A differenza della UE − diventata una burocrazia sovranazionale − per l’influenza dei Paesi non allineati, l’ASEAN aspira a formare una vasta zona di libero-scambio che includa la Cina. Numerosi intellettuali indonesiani hanno immediatamente denunciato che l’AUKUS significa affossamento delle speranze di pace.

 

Cina e Russia, i principali nemici degli anglosassoni, non hanno ancora reagito. Diversamente dagli occidentali, questi Paesi non annunciano intenzioni, comunicano decisioni già prese e messe in atto.

 

Parlando soltanto a proprio nome, la Cina s’è indignata della mentalità anglosassone che vuole formare alleanze più vaste e potenti possibili, senza tenere conto delle peculiarità dei Paesi coinvolti.

 

La NATO è ammutolita: ambiva estendersi nella regione dell’Indo-Pacifico e ora le è chiaro che non sarà della partita.

Non si tratta di furbizia mediatica: i cinesi mettono tutti i Paesi sullo stesso piano, ciascuno con le proprie peculiarità. Per esempio, quando il presidente Xi ha incontrato i dirigenti europei, ha passato più tempo a Monaco che in alcuni Paesi dell’Unione Europea.

 

Facendo seguire alle parole i fatti, l’indomani dell’annuncio della costituzione dell’AUKUS la Cina ha depositato una richiesta ufficiale di adesione all’Accordo Globale e Progressivo di Partenariato Trans-Pacifico (CPTPP), ossia all’organizzazione nata dal progetto del presidente Obama di partenariato trans-Pacifico. La concomitanza dei due fatti è ufficialmente fortuita. Di fatto però Beijing è aperta a scambi economici senza distinguo, Washington invece propone la guerra.

 

 

Lo spettro nucleare

Fino a ora, e probabilmente tuttora, gli Stati Uniti ritengono che possedere navi a propulsione nucleare apra rapidamente la via alla costruzione di bombe atomiche. Per questa ragione hanno offerto la tecnologia di propulsione nucleare solo all’alleato britannico.

 

Costruire sottomarini a propulsione nucleare prelude all’accesso dell’Australia al club delle potenze atomiche

Di conseguenza − checché ne dicano gli australiani − costruire sottomarini a propulsione nucleare prelude all’accesso dell’Australia al club delle potenze atomiche. La guerra contro la Cina sarà una guerra nucleare (4).

 

Sotto questo aspetto, l’ingresso del Giappone nei Quad dopo Hiroshima e Nagasaki è un ardimento.

 

Fin qui solo i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite disponevano di sottomarini a propulsione nucleare. Ora l’India è il sesto Paese e l’Australia dovrebbe diventare il settimo.

 

Siccome gli Stati Uniti non possono più fare i loro discorsi sulle tecnologie nucleari a doppio uso, non possono nemmeno più affermare che le ricerche nucleari iraniane sono a scopo militare. Questo dovrebbe aprire la porta a una cooperazione esplicita tra Washington e Teheran, immediatamente anticipata da Israele (5).

 

 

Il declassamento degli Europei

Chi più di ogni altro fa le spese di questa nuova architettura è la Francia, che perde il proprio statuto di potenza globale, benché mantenga il seggio di membro permanente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

 

L’arretramento di Parigi era prevedibile sin dal 2009, quando la Francia mise le proprie forze armate sotto il comando statunitense, in seno al Comando Integrato della NATO.

 

Siccome gli Stati Uniti non possono più fare i loro discorsi sulle tecnologie nucleari a doppio uso, non possono nemmeno più affermare che le ricerche nucleari iraniane sono a scopo militare

Non sono più in grado di proteggere l’intero territorio francese, ma spediscono soldati a difendere gli interessi USA in Africa. Infatti, gli Stati Uniti non sono ancora riusciti a dispiegare l’AfriCom sul continente nero, sicché utilizzano truppe terrestri francesi inquadrate dal loro sistema di controllo aereo.

 

Parigi ha reagito… annullando una serata di gala dell’ambasciata francese negli Stati Uniti.

 

Nelle ore precedenti l’annuncio dell’AUKUS, il Quai d’Orsay (ministero degli Esteri, ndt) ha chiesto spiegazioni urgenti al dipartimento di Stato statunitense; alla fine, è giunto alla conclusione che l’Australia gli avesse deliberatamente nascosto il disegno i cui istigatori erano gli Stati Uniti.

 

Parigi ha perciò richiamato i propri ambasciatori di Canberra e Washington.

 

Chi più di ogni altro fa le spese di questa nuova architettura è la Francia, che perde il proprio statuto di potenza globale, benché mantenga il seggio di membro permanente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

La Francia ha deciso di reagire all’annullamento da parte degli australiani del contrato del secolo. L’accordo di 90 miliardi di dollari è però poca cosa rispetto a quanto c’è in gioco e alle perdite reali.

 

Parigi è rimasta ancor più sbalordita perché credeva di aver stabilito una relazione privilegiata con Londra: erano in corso negoziati segreti per lo spostamento della base dei sottomarini britannici a propulsione nucleare (Trident) in Francia, in caso di secessione della Scozia (6).

 

La Francia può consolarsi constatando che il suo declassamento avviene in un contesto di regressione generale di tutti i Paesi europei.

 

Il fatto che la Germania possa eventualmente uscirne meno malconcia è di secondaria importanza: dalla seconda guerra mondiale, Berlino è autorizzata a essere potenza economica ma non potenza politica globale.

 

La Francia non è soltanto un territorio europeo. È anche una costellazione di territori sparsi ovunque nel mondo, che la dota del secondo dominio marittimo mondiale, dopo gli Stati Uniti. Nella regione dell’Indo-Pacifico possiede i dipartimenti della Réunion e della Mayotte, Collettività della Nuova Caledonia e della Polinesia francese, del Territorio di Wallis e Futuna, delle Terre Australi e Antartiche Francesi (TAAF). Luoghi in cui risiedono 1,6 milioni di cittadini francesi.

 

La Francia ha deciso di reagire all’annullamento da parte degli australiani del contrato del secolo. L’accordo di 90 miliardi di dollari è però poca cosa rispetto a quanto c’è in gioco e alle perdite reali.

La Francia è perciò una potenza della regione dell’Indo-Pacifico; a tale titolo s’è offerta di favorirvi gli interessi dei partner dell’Unione Europea, che ha badato a tenere fuori dalla rivalità strategica USA-Cina.

 

La Francia è membro della Commissione dell’Oceano Indiano, partecipa ai vertici dei ministri della Difesa dell’ASEAN, al suo coordinamento di polizia e d’intelligence (ASEANAPOL); dovrebbe anche aderire a breve alla Cooperazione Regionale contro la Pirateria (RECAAP).

 

Sicché la Francia − che assumerà la presidenza del Consiglio Europeo nel primo semestre 2022 − si proponeva di fare dell’uso del proprio radicamento nella regione una delle poste in gioco dell’Unione Europea.

 

 

Taiwan, il pomo della discordia

Tutti sanno che gli isolotti del Pacifico rivendicati dalla Cina non saranno occasione di futura guerra: infatti nessuno degli altri Paesi che li reclama lo auspica e la storia dà ragione a Beijing. Ma Taiwan è questione totalmente diversa.

 

Mao Zedong unificò la Cina sconfiggendo uno dopo l’altro tutti i Signori della guerra che se n’erano spartiti il territorio. Si riprese anche il Tibet, che aveva fatto secessione e si era alleato con Chiang Kai-shek e gli Occidentali. Fallì però con Formosa, dove Chiang si era insediato instaurandovi un regime che si trasformò gradualmente, passando da un’implacabile dittatura a una certa forma di democrazia, Taiwan.

 

La Francia può consolarsi constatando che il suo declassamento avviene in un contesto di regressione generale di tutti i Paesi europei

Il Patto AUKUS sembra concepito per accorrere in aiuto a Taiwan, qualora la Cina tentasse di riprenderla con la forza.

 

Il generale sir James Hockenhull, comandante dell’intelligence militare di Sua Maestà, ha confermato che le forze armate britanniche reclutavano agenti asiatici. L’ex primo ministro, Theresa May, ha tirato un sasso nello stagno chiedendo alla Camera dei Comuni se il Patto preveda l’ingresso in guerra qualora la Cina tentasse di recuperare Taiwan

 

Nel vertice del G7 dello scorso giugno a Carbis Bay il Giappone era riuscito a imporre un sostegno indefettibile a Taiwan. Ma è stato proprio durante questo summit che, dietro le quinte, Joe Biden, Scott Morrison e Boris Johnson hanno suggellato le basi del Patto.

 

Per poter rispondere alla domanda di May bisognerebbe poter leggere per intero il testo dell’AUKUS, compresi gli eventuali annessi segreti. Ma per il momento non si ha in mano nulla, bisogna accontentarsi dei comunicati stampa.

 

Il Patto AUKUS sembra concepito per accorrere in aiuto a Taiwan, qualora la Cina tentasse di riprenderla con la forza

Tutt’al più si sa che l’AUKUS si basa su una cooperazione molto ampia in materia di armamenti.

 

Non si tratta soltanto di dotare di sottomarini a propulsione nucleare l’Australia, ma di fornirle anche missili Tomahawks e Hornet, nonché di farla partecipare alle ricerche sui missili ipersonici, in grado di rivaleggiare con i missili nucleari russi.

 

 

Thierry Meyssan

 

NOTE

(1) «Biden, Morrison & Johnson Announcing the Creation of AUKUS», by Boris Johnson, Joseph R. Biden Jr., Scott Morrison, Voltaire Network, 15 settembre 2021.

(2) «I Cinque Occhi diventeranno Nove Occhi», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 6 settembre 2021.

(3 «Discours 2021 sur l’état de l’Union européenne» di Ursula von der Leyen, Réseau Voltaire, 15 settembre 2021.

(4) «Joe Biden apprendista stregone nucleare», di Manlio Dinucci, Il Manifesto (Italia) , Rete Voltaire, 21 settembre 2021.

(5) «Israele riconosce la validità della diplomazia USA nei confronti dell’Iran», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 15 settembre 2021.

(6) «UK draws up plan to shift Trident subs abroad if Scotland secedes», Sebastain Payne & Hellen Warren, Financial Times, 2 settembre, 2021.

 

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

 

La traduzione italiana del libro è disponibile in versione cartacea.

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Cina

Papa Leone approva il suo settimo vescovo per la Chiesa «cattolica» comunista cinese

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Un vescovo di Datong è stato consacrato oggi in Cina con l’approvazione di Papa Leone XIV nell’ambito del controverso accordo tra Vaticano e Cina.

 

Papa Leone XIV ha nominato Paolo Liu Honggang vescovo di Datong, nello Shanxi, in Cina, il 10 agosto, «a seguito dell’approvazione della sua candidatura nell’ambito dell’Accordo provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese», ha riferito lunedì mattina Vatican News. Ciò significa che Honggang è stato nominato vescovo all’interno della cosiddetta Chiesa «cattolica» controllata dallo Stato in Cina.

 

Lo Honggang è il settimo vescovo cinese che Leone ha nominato finora nell’ambito dell’accordo tra Cina e Vaticano.

 

Come riportato da Renovatio 21, a luglio il pontefice ha approvato le consacrazioni di Joseph Chang Yanfeng a vescovo della Mongolia Interna e di Francis Xavier Duan Yongkun a ordinario di Bameng, secondo le regole dell’accordo segreto con il PCC.

 

L’accordo sino-vaticano, ufficialmente segreto e firmato nel 2018, si ritiene riconosca la Chiesa di Stato in Cina e consenta al Partito Comunista Cinese (PCC) di nominare i vescovi. Il Papa apparentemente mantiene il potere di veto, sebbene in pratica sia il PCC ad avere il controllo. Si presume inoltre che l’accordo preveda la rimozione dei vescovi legittimi e la loro sostituzione con vescovi approvati dal PCC.

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L’accordo è stato rinnovato più di recente nel 2024 per un periodo di quattro anni. Prima dell’elezione di Leone XIV, durante il periodo di sede vacante successivo alla morte di papa Francesco, due vescovi scelti dal PCC suscitarono timori che la Cina stesse approfittando della vacanza.

 

L’accordo è stato rinnovato da ultimo nel 2024 per un periodo di quattro anni. Prima dell’elezione di Leone XIV, durante la sede vacante successiva alla morte di papa Francesco, due vescovi scelti dal PCC avevano già suscitato timori che la Cina stesse sfruttando il periodo di vacanza.

 

Come parte dell’accordo, il Vaticano ha riconosciuto sette «vescovi» illegittimi insediati dalla chiesa «patriottica» e ha cacciato due vescovi della fedele Chiesa cinese sotterranea dalle loro diocesi, sostituendoli con «vescovi» scelti dal PCC. Alcuni vescovi erano stati dapprima nominati senza l’assenso di Roma, una violazione che, a differenza dei casi Lefebvre e ora Viganò, non ha bizzarramente prodotto scomuniche.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Cina a giugno ha consacrato un vescovo della Mongolia Interna con l’approvazione di Papa Leone XIV. Si tratta di Giuseppe Chang Yanfeng, messo a capo della diocesi di Chifeng, il sesto vescovo approvato finora da Papa Leone XIV nell’ambito dell’intesa tra Vaticano e Cina. L’accordo è stato violato più volte. Tre anni la Cina aveva «ordinato» il nuovo vescovo di Shanghai, senza che Roma avesse nulla da eccepire.

 

La decisione del PCC di nominare due vescovi in questo periodo dimostra che Pechino non considera importante il ruolo della Santa Sede o del Papa. Inoltre, evidenzia come, nell’ambito dell’accordo sino-vaticano, estremamente riservato, sembri essere la Cina – piuttosto che la Santa Sede – ad avere il controllo.

 

Il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, ha ripetutamente criticato duramente l’accordo. Lo ha descritto come un «incredibile tradimento» dei cattolici cinesi e ha accusato il Vaticano di «svendere» i cattolici cinesi.

 

Il cardinale Zen, vescovo emerito di Hong Kong, ha più volte criticato aspramente l’accordo, definendolo un «incredibile tradimento» dei cattolici cinesi e accusando il Vaticano di «svendere» i fedeli cinesi. Come noto, Lo Zen – che è stato portato a processo nella Hong Kong pechinizzata, tra il silenzio imbarazzante del Sacro Palazzo (l’assenza di mosse del Vaticano per difenderlo ha spinto persino il Parlamento Europeo (!) a chiedere alla Santa Sede di fare qualcosa) – avversa il processo di sinodalizzazione (accusando Francesco di usare i sinodi per «cambiare la dottrina della Chiesa») ed è stato tra i più agguerriti nemici del documento sulle omo-benedizioni lanciato dal tandem Bergoglio-Fernandez.

 

L’accordo ha portato a un aumento delle persecuzioni religiose, come documentato dalla Commissione esecutiva del Congresso degli Stati Uniti sulla Cina nei suoi rapporti annuali. Negli anni trascorsi dall’attuazione del patto , la persecuzione dei cattolici – in particolare dei cattolici «clandestini» che non accettano la Chiesa controllata dallo Stato – è aumentata in modo evidente.

 

Mentre continuano i cattolici desaparecidos, le delazioni sono incoraggiate e pagate apertamente, il lavaggio del cervello investe quantità di sacerdoti, le suore sono perseguitate e le demolizioni di chiese ed istituti religiosi continua senza requie, il Vaticano invita due vescovi patriottici al Sinodo, e Pechino, come ringraziamento, «ordina» nuovi vescovi senza l’approvazione di Roma – mentre i veri sacerdoti vengono torturati dal governo del Dragone.

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Una serie di nomine episcopali – fatte mentre sacerdoti vengono torturati – dall’ultimo rinnovo dell’accordo nell’ottobre 2022 hanno evidenziato il primato del potere esercitato da Pechino nell’accordo. In tre occasioni note, tra cui la nomina del nuovo vescovo di Shanghai, il PCC ha nominato nuovi vescovi o li ha assegnati a nuove diocesi, lasciando che il Vaticano si mettesse al passo con gli eventi ed esprimesse la sua frustrazione espressa in termini diplomatici.

 

I segni dell’infeudamento della gerarchia cattolica al potere cinese sono visibili da tempo, e appaiono in forme sempre più rivoltanti: un articolo in lingua inglese nel portale internet della Santa Sede sembrava lasciar intendere che le persecuzioni dei cristiani in Cina ad opera del Partito Comunista Cinese sono «presunte».

 

Secondo quanto emerso negli ultimi giorni, vescovo cattolico cinese della Chiesa clandestina ha dichiarato che «almeno 10» vescovi clandestini sono stati consacrati in segreto dopo la firma dell’accordo tra Vaticano e Cina, per salvaguardare la fede nella Cina comunista. Non è chiaro se queste nomine siano state ratificate da Roma, con il rischio che, senza l’approvazione papale, anche i vescovi cinesi clandestini, come quelli della FSSPX, siano incorsi in una comunica latae sententiae, epperò qui non comunicata urbit et orbi dal Sacro Palazzo.

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Immagine di J.Martin via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-SA 2.0

 

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Cina

Almeno 10 vescovi clandestini consacrati in segreto dopo l’accordo tra Vaticano e Cina

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Un vescovo cattolico cinese della Chiesa clandestina ha dichiarato che «almeno 10» vescovi clandestini sono stati consacrati in segreto dopo la firma dell’accordo tra Vaticano e Cina, per salvaguardare la fede nella Cina comunista. Lo riporta LifeSiteNews.   In un’intervista al Catholic World Report (CWR) sulla situazione della Chiesa in Cina, pubblicata il 23 agosto, il vescovo clandestino — non affiliato all’Associazione Patriottica Cattolica Cinese ufficiale e rimasto anonimo — ha detto che «almeno 10 nuovi» vescovi clandestini sono stati consacrati di nascosto nella regione del Fujian da quando l’intesa sino-vaticana è stata formalizzata nel 2018, per assicurare la sopravvivenza della fede in uno «stato di emergenza».   Il presule ha aggiunto che, nell’ambito dell’accordo, il Vaticano ha approvato i vescovi scelti dal Partito Comunista Cinese (PCC), e che questo ha portato i cattolici cinesi a dubitare della reale attenzione della Santa Sede nei loro confronti.   Il prelato ha precisato che il numero esatto di questi vescovi consacrati in segreto per i fedeli clandestini non è noto, ma ha stimato che si tratti di «almeno 10 nuovi vescovi», spiegando inoltre che le consacrazioni occulte sono partite per il timore che «l’integrità della fede cattolica possa risentirne» a causa del crescente controllo statale legato all’accordo sino-vaticano.

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Si ritiene che l’accordo ufficialmente segreto tra Cina e Vaticano, firmato nel 2018, riconosca la «Chiesa» approvata dallo Stato cinese e consenta al Partito Comunista Cinese (PCC) di nominare i vescovi. Il Papa, almeno sulla carta, manterrebbe un potere di veto, anche se nella pratica il controllo resterebbe al PCC. L’intesa presumibilmente permette anche di rimuovere vescovi legittimi e sostituirli con prelati graditi al PCC.   In questo modo l’accordo facilita al PCC il tentativo di piegare i cattolici cinesi alla propria ideologia. L’accordo è stato rinnovato da ultimo nel 2024 per quattro anni.   Il vescovo clandestino ha detto a CWR che i fedeli cinesi dubitano della sollecitudine del Vaticano per il loro bene spirituale, proprio perché la Santa Sede riconosce i vescovi scelti dal PCC. Ha citato in particolare il caso di due sacerdoti, padre Wu Jianlin e padre Li Jianlin, «eletti» vescovi ausiliari di Shanghai e Xinxiang durante l’interregno papale dello scorso anno.   Dopo l’elezione al soglio, papa Leone XIV ha riconosciuto questi uomini come vescovi: un fatto che, ha sottolineato il vescovo clandestino, i cattolici cinesi non hanno dimenticato.   Papa Leone ha continuato a riconoscere i vescovi designati dal PCC.   Come riportato da Renovatio 21, a luglio il pontefice ha approvato le consacrazioni di Joseph Chang Yanfeng a vescovo della Mongolia Interna e di Francis Xavier Duan Yongkun a ordinario di Bameng, secondo le regole dell’accordo segreto con il PCC.   L’accordo è stato rinnovato da ultimo nel 2024 per un periodo di quattro anni. Prima dell’elezione di Leone XIV, durante la sede vacante successiva alla morte di papa Francesco, due vescovi scelti dal PCC avevano già suscitato timori che la Cina stesse sfruttando il periodo di vacanza.   Come parte dell’accordo, il Vaticano ha riconosciuto sette «vescovi» illegittimi insediati dalla chiesa «patriottica» e ha cacciato due vescovi della fedele Chiesa cinese sotterranea dalle loro diocesi, sostituendoli con «vescovi» scelti dal PCC. Alcuni vescovi erano stati dapprima nominati senza l’assenso di Roma, una violazione che, a differenza dei casi Lefebvre e ora Viganò, non ha bizzarramente prodotto scomuniche.   Una serie di nomine episcopali – fatte mentre sacerdoti vengono torturati – dall’ultimo rinnovo dell’accordo nell’ottobre 2022 hanno evidenziato il primato del potere esercitato da Pechino nell’accordo. In tre occasioni note, tra cui la nomina del nuovo vescovo di Shanghai, il PCC ha nominato nuovi vescovi o li ha assegnati a nuove diocesi, lasciando che il Vaticano si mettesse al passo con gli eventi ed esprimesse la sua frustrazione espressa in termini diplomatici.   Negli anni trascorsi dall’attuazione dell’accordo, la persecuzione dei cattolici – in particolare dei cattolici «clandestini» che non accettano la Chiesa controllata dallo Stato – è aumentata in modo evidente.   L’accordo ha portato ad un aumento della persecuzione religiosa, che la Commissione esecutiva del Congresso degli Stati Uniti sulla Cina ha descritto come una conseguenza diretta dell’accordo. Nel suo rapporto del 2020, la Commissione ha scritto che la persecuzione testimoniata è «di un’intensità che non si vedeva dai tempi della Rivoluzione Culturale».   Mentre continuano i cattolici desaparecidos, le delazioni sono incoraggiate e pagate apertamente, il lavaggio del cervello investe quantità di sacerdoti, le suore sono perseguitate e le demolizioni di chiese ed istituti religiosi continua senza requie, il Vaticano invita due vescovi patriottici al Sinodo, e Pechino, come ringraziamento, «ordina» nuovi vescovi senza l’approvazione di Roma – mentre i veri sacerdoti vengono torturati dal governo del Dragone.
I segni dell’infeudamento della gerarchia cattolica al potere cinese sono visibili da tempo, e appaiono in forme sempre più rivoltanti: un articolo in lingua inglese nel portale internet della Santa Sede sembrava lasciar intendere che le persecuzioni dei cristiani in Cina ad opera del Partito Comunista Cinese sono «presunte».   Da quando l’accordo segreto è stato firmato, diversi prelati cattolici di spicco, tra cui il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, lo hanno criticato aspramente. Il cardinale novantaquattrenne ha definito l’accordo un «incredibile tradimento» dei cattolici cinesi e ha persino accusato il Vaticano di «svendere» i fedeli cinesi.

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Come riportato da Renovatio 21, la Cina a giugno ha consacrato un vescovo della Mongolia Interna con l’approvazione di Papa Leone XIV. Si tratta di Giuseppe Chang Yanfeng, messo a capo della diocesi di Chifeng, il sesto vescovo approvato finora da Papa Leone XIV nell’ambito dell’intesa tra Vaticano e Cina. L’accordo è stato violato più volte. Tre anni la Cina aveva «ordinato» il nuovo vescovo di Shanghai, senza che Roma avesse nulla da eccepire.   Il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, ha più volte criticato aspramente l’accordo, definendolo un «incredibile tradimento» dei cattolici cinesi e accusando il Vaticano di «svendere» i fedeli cinesi. Come noto, Lo Zen – che è stato portato a processo nella Hong Kong pechinizzata, tra il silenzio imbarazzante del Sacro Palazzo (l’assenza di mosse del Vaticano per difenderlo ha spinto persino il Parlamento Europeo (!) a chiedere alla Santa Sede di fare qualcosa) – avversa il processo di sinodalizzazione (accusando Francesco di usare i sinodi per «cambiare la dottrina della Chiesa») ed è stato tra i più agguerriti nemici del documento sulle omo-benedizioni lanciato dal tandem Bergoglio-Fernandez.

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 Immagine di Fayhoo via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported  
   
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Cina

La Cina condanna il fondatore di Evergrande all’ergastolo

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A cinque anni dal crollo del colosso immobiliare cinese Evergrande Group, la giustizia ha emesso il suo verdetto: il fondatore Xu Jiayin, noto anche come Hui Ka Yan, è stato condannato all’ergastolo dal Tribunale intermedio del popolo di Shenzhen. Lo riporta Epoch Times.

 

Il 64enne imprenditore si era dichiarato colpevole già lo scorso aprile per una lunga serie di accuse: frode nella raccolta di capitali, appropriazione indebita di depositi pubblici, concessione irregolare di prestiti, corruzione, emissione fraudolenta di titoli e sottrazione di fondi. La corte ha disposto anche la confisca dei suoi beni personali.

 

Le sanzioni non si sono fermate alla persona dello Xu: Evergrande è stata multata per 8,82 miliardi di yuan (circa 1,12 miliardi di euro), mentre la controllata immobiliare Hengda dovrà versare altri 7 miliardi di yuan (890 milioni di euro).

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Secondo l’agenzia statale Xinhua, altre 56 persone sono state condannate a pene comprese tra 22 mesi e 18 anni di reclusione per il loro coinvolgimento nella raccolta illecita di depositi pubblici e nell’uso improprio di fondi legato al caso Evergrande. I nomi dei condannati non sono stati resi pubblici.

 

Xu non compariva in pubblico dal 2023: le uniche immagini recenti, diffuse dal tribunale, lo mostrano con una camicia blu, scortato da due agenti mentre ascoltava la lettura della sentenza.

 

La parabola di Xu è tanto rapida quanto la sua caduta. Nato in condizioni modeste, l’ex tecnico siderurgico si trasferì nel Guangdong approfittando della graduale apertura del mercato cinese, lavorando come venditore prima di fondare Evergrande nel 1996.

 

Il suo primo progetto immobiliare fu finanziato con un prestito bancario di 3 milioni di yuan (circa 376.000 euro) per l’acquisto di un terreno. Le vendite furono immediate: secondo un articolo del 2010 del People’s Daily, organo ufficiale del Partito Comunista Cinese, in un solo giorno Xu riuscì a vendere oltre 300 appartamenti, incassando circa 80 milioni di yuan, capitale che gli permise di finanziare l’espansione successiva.

 

Alla fine del 2009 l’azienda aveva cantieri aperti in 25 grandi città cinesi. Il patrimonio personale di Xu toccò il picco nel 2017, quando Forbes lo stimò in 45,3 miliardi di dollari, rendendolo per un periodo l’uomo più ricco dell’Asia — un’ascesa favorita, secondo alcuni osservatori, anche dai suoi legami con esponenti di alto livello del Partito Comunista Cinese.

 

I primi segnali di crisi arrivarono nell’agosto 2021, quando Xu si dimise dalla presidenza di Hengda. Due mesi dopo la società non riuscì a onorare un prestito da 148 milioni di dollari: il primo di una lunga serie di inadempienze.

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Da allora il gruppo, un tempo il più grande sviluppatore immobiliare del Paese, non è più stato in grado di far fronte alla gran parte dei propri debiti, che ammontano complessivamente a circa 300 miliardi di dollari. Nel marzo 2024 Xu e la società erano già stati sanzionati per aver gonfiato artificialmente i ricavi di 66 miliardi di euro nei due anni precedenti al default.

 

Un tribunale di Hong Kong ha ordinato la liquidazione di Evergrande nel 2024, e l’anno successivo la Borsa di Hong Kong ne ha revocato la quotazione. La procedura di liquidazione procede però a rilento: ad agosto 2025 erano stati recuperati appena 255 milioni di dollari a fronte di crediti per 45 miliardi di dollari vantati dai creditori, che ora tentano di congelare anche i beni offshore di Xu e quelli dell’ex moglie Ding Yumei, proprietaria di immobili a Londra e Vancouver e la cui posizione attuale è sconosciuta dopo che avrebbe lasciato Hong Kong prima dell’agosto 2023.

 

La vicenda di Evergrande è considerata l’emblema del lungo rallentamento del settore immobiliare cinese, che ha pesato sull’andamento della seconda economia mondiale. Resta inoltre aperta la lettura politica della vicenda: secondo alcuni analisti citati dalla stampa internazionale, la parabola di Xu si inserirebbe in un più ampio regolamento di conti interno al Partito Comunista Cinese contro le fazioni un tempo legate a dirigenti come Jiang Zemin.

 

Come riportato da Renovatio 21, alcune testate critiche di Pechino avevano riportato due anni fa che le proteste delle vittime del crack Evergrande erano state scandagliate dal database statale di riconoscimento facciale.

 

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 Immagine di 中国新闻社 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International 

 

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