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Cina

Si prepara la guerra nucleare per Taiwan

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Le reazioni ufficiali al Patto Australia-Regno Unito-Stati Uniti (AUKUS) vertono unicamente sulla risoluzione del contratto di fornitura di armamenti fra Australia e Francia. Ma per quanto disastrose siano, le ripercussioni sui cantieri navali sono solamente il portato collaterale di un rovesciamento di alleanze in vista di una guerra contro la Cina.

 

 

 

L’annuncio del Patto Australia-Regno Unito-Stati Uniti (A-UK-US) (1) ha provocato un terremoto nella regione dell’Indo-Pacifico.

 

Non v’è dubbio: Washington si prepara a uno scontro a lungo termine con la Cina.

 

Fin a ora il dispiegamento occidentale, finalizzato a contenere politicamente e militarmente la Cina, aveva coinvolto Stati Uniti e Regno Unito, nonché Francia e Germania. Oggi invece gli europei sono messi da parte. Domani la zona sarà controllata dai Quad+ (Stati Uniti, Regno Unito, Australia, India e Giappone). Washington prepara una guerra entro uno o due decenni.

 

Non v’è dubbio: Washington si prepara a uno scontro a lungo termine con la Cina.  Washington prepara una guerra entro uno o due decenni

Se Francia e Germania non sono state consultate − e neppure avvisate prima del pubblico annuncio del mutamento di strategia − altri Paesi, come l’Indonesia, sono stati invece avvertiti. Il dispositivo dovrebbe andare in scena la prossima settimana, a Washington.

 

Se è logico che Londra e Washington si appoggino a Canberra piuttosto che a Parigi − visto che l’Australia è membro dei Cinque Occhi, cui la Francia è solo associata − la discesa in campo del Giappone, e soprattutto dell’India, mette fine a un lungo periodo d’incertezza.

 

Più sconcertante il ruolo assegnato alla Germania, che potrebbe unirsi ai Cinque Occhi (2), ma non entrare nei Quad; ossia entrare nel sistema di spionaggio delle telecomunicazioni, ma non partecipare all’azione militare.

 

 

Alleanze stravolte

La nuova situazione costringe tutte le alleanze a riposizionarsi.

 

L’A-NZ-US, alleanza fra Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti, non funziona più dal 1985 ed è stata definitivamente archiviata dopo che la Nuova Zelanda ha adottato una politica di disarmo nucleare e, conseguentemente, rifiutato l’ingresso nei propri porti a navi con armi nucleari o a propulsione nucleare.

 

Siccome gli Stati Uniti si sono rifiutati di svelare questi «dettagli» sulle proprie navi, nei porti neozelandesi non sono più entrate navi da guerra USA. Anche i futuri sottomarini australiani ne saranno banditi.

 

Per il momento l’Unione Europea non ha reagito. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen − che proprio il giorno dell’annuncio dell’AUKUS pronunciava il discorso sullo stato dell’Unione (3) − è rimasta impietrita: mentre parlava della nuova strategia europea nella zona dell’Indo-Pacifico, gl’inglesi della Brexit le giocavano un tiro mancino: non solo l’Unione Europea non è una potenza militare, addirittura i Paesi membri che lo sono non avranno più voce in capitolo.

 

Non solo l’Unione Europea non è una potenza militare, addirittura i Paesi membri che lo sono non avranno più voce in capitolo

La NATO è ammutolita: ambiva estendersi nella regione dell’Indo-Pacifico e ora le è chiaro che non sarà della partita.

 

Nemmeno l’ASEAN ha reagito, ma l’Indonesia, ove ha sede il segretariato generale, ha già manifestato la propria delusione.

 

Come l’ANZUS e la UE, anche l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico era stata concepita durante la guerra fredda per contenere il blocco comunista, ma in seguito ha cambiato natura. A differenza della UE − diventata una burocrazia sovranazionale − per l’influenza dei Paesi non allineati, l’ASEAN aspira a formare una vasta zona di libero-scambio che includa la Cina. Numerosi intellettuali indonesiani hanno immediatamente denunciato che l’AUKUS significa affossamento delle speranze di pace.

 

Cina e Russia, i principali nemici degli anglosassoni, non hanno ancora reagito. Diversamente dagli occidentali, questi Paesi non annunciano intenzioni, comunicano decisioni già prese e messe in atto.

 

Parlando soltanto a proprio nome, la Cina s’è indignata della mentalità anglosassone che vuole formare alleanze più vaste e potenti possibili, senza tenere conto delle peculiarità dei Paesi coinvolti.

 

La NATO è ammutolita: ambiva estendersi nella regione dell’Indo-Pacifico e ora le è chiaro che non sarà della partita.

Non si tratta di furbizia mediatica: i cinesi mettono tutti i Paesi sullo stesso piano, ciascuno con le proprie peculiarità. Per esempio, quando il presidente Xi ha incontrato i dirigenti europei, ha passato più tempo a Monaco che in alcuni Paesi dell’Unione Europea.

 

Facendo seguire alle parole i fatti, l’indomani dell’annuncio della costituzione dell’AUKUS la Cina ha depositato una richiesta ufficiale di adesione all’Accordo Globale e Progressivo di Partenariato Trans-Pacifico (CPTPP), ossia all’organizzazione nata dal progetto del presidente Obama di partenariato trans-Pacifico. La concomitanza dei due fatti è ufficialmente fortuita. Di fatto però Beijing è aperta a scambi economici senza distinguo, Washington invece propone la guerra.

 

 

Lo spettro nucleare

Fino a ora, e probabilmente tuttora, gli Stati Uniti ritengono che possedere navi a propulsione nucleare apra rapidamente la via alla costruzione di bombe atomiche. Per questa ragione hanno offerto la tecnologia di propulsione nucleare solo all’alleato britannico.

 

Costruire sottomarini a propulsione nucleare prelude all’accesso dell’Australia al club delle potenze atomiche

Di conseguenza − checché ne dicano gli australiani − costruire sottomarini a propulsione nucleare prelude all’accesso dell’Australia al club delle potenze atomiche. La guerra contro la Cina sarà una guerra nucleare (4).

 

Sotto questo aspetto, l’ingresso del Giappone nei Quad dopo Hiroshima e Nagasaki è un ardimento.

 

Fin qui solo i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite disponevano di sottomarini a propulsione nucleare. Ora l’India è il sesto Paese e l’Australia dovrebbe diventare il settimo.

 

Siccome gli Stati Uniti non possono più fare i loro discorsi sulle tecnologie nucleari a doppio uso, non possono nemmeno più affermare che le ricerche nucleari iraniane sono a scopo militare. Questo dovrebbe aprire la porta a una cooperazione esplicita tra Washington e Teheran, immediatamente anticipata da Israele (5).

 

 

Il declassamento degli Europei

Chi più di ogni altro fa le spese di questa nuova architettura è la Francia, che perde il proprio statuto di potenza globale, benché mantenga il seggio di membro permanente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

 

L’arretramento di Parigi era prevedibile sin dal 2009, quando la Francia mise le proprie forze armate sotto il comando statunitense, in seno al Comando Integrato della NATO.

 

Siccome gli Stati Uniti non possono più fare i loro discorsi sulle tecnologie nucleari a doppio uso, non possono nemmeno più affermare che le ricerche nucleari iraniane sono a scopo militare

Non sono più in grado di proteggere l’intero territorio francese, ma spediscono soldati a difendere gli interessi USA in Africa. Infatti, gli Stati Uniti non sono ancora riusciti a dispiegare l’AfriCom sul continente nero, sicché utilizzano truppe terrestri francesi inquadrate dal loro sistema di controllo aereo.

 

Parigi ha reagito… annullando una serata di gala dell’ambasciata francese negli Stati Uniti.

 

Nelle ore precedenti l’annuncio dell’AUKUS, il Quai d’Orsay (ministero degli Esteri, ndt) ha chiesto spiegazioni urgenti al dipartimento di Stato statunitense; alla fine, è giunto alla conclusione che l’Australia gli avesse deliberatamente nascosto il disegno i cui istigatori erano gli Stati Uniti.

 

Parigi ha perciò richiamato i propri ambasciatori di Canberra e Washington.

 

Chi più di ogni altro fa le spese di questa nuova architettura è la Francia, che perde il proprio statuto di potenza globale, benché mantenga il seggio di membro permanente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

La Francia ha deciso di reagire all’annullamento da parte degli australiani del contrato del secolo. L’accordo di 90 miliardi di dollari è però poca cosa rispetto a quanto c’è in gioco e alle perdite reali.

 

Parigi è rimasta ancor più sbalordita perché credeva di aver stabilito una relazione privilegiata con Londra: erano in corso negoziati segreti per lo spostamento della base dei sottomarini britannici a propulsione nucleare (Trident) in Francia, in caso di secessione della Scozia (6).

 

La Francia può consolarsi constatando che il suo declassamento avviene in un contesto di regressione generale di tutti i Paesi europei.

 

Il fatto che la Germania possa eventualmente uscirne meno malconcia è di secondaria importanza: dalla seconda guerra mondiale, Berlino è autorizzata a essere potenza economica ma non potenza politica globale.

 

La Francia non è soltanto un territorio europeo. È anche una costellazione di territori sparsi ovunque nel mondo, che la dota del secondo dominio marittimo mondiale, dopo gli Stati Uniti. Nella regione dell’Indo-Pacifico possiede i dipartimenti della Réunion e della Mayotte, Collettività della Nuova Caledonia e della Polinesia francese, del Territorio di Wallis e Futuna, delle Terre Australi e Antartiche Francesi (TAAF). Luoghi in cui risiedono 1,6 milioni di cittadini francesi.

 

La Francia ha deciso di reagire all’annullamento da parte degli australiani del contrato del secolo. L’accordo di 90 miliardi di dollari è però poca cosa rispetto a quanto c’è in gioco e alle perdite reali.

La Francia è perciò una potenza della regione dell’Indo-Pacifico; a tale titolo s’è offerta di favorirvi gli interessi dei partner dell’Unione Europea, che ha badato a tenere fuori dalla rivalità strategica USA-Cina.

 

La Francia è membro della Commissione dell’Oceano Indiano, partecipa ai vertici dei ministri della Difesa dell’ASEAN, al suo coordinamento di polizia e d’intelligence (ASEANAPOL); dovrebbe anche aderire a breve alla Cooperazione Regionale contro la Pirateria (RECAAP).

 

Sicché la Francia − che assumerà la presidenza del Consiglio Europeo nel primo semestre 2022 − si proponeva di fare dell’uso del proprio radicamento nella regione una delle poste in gioco dell’Unione Europea.

 

 

Taiwan, il pomo della discordia

Tutti sanno che gli isolotti del Pacifico rivendicati dalla Cina non saranno occasione di futura guerra: infatti nessuno degli altri Paesi che li reclama lo auspica e la storia dà ragione a Beijing. Ma Taiwan è questione totalmente diversa.

 

Mao Zedong unificò la Cina sconfiggendo uno dopo l’altro tutti i Signori della guerra che se n’erano spartiti il territorio. Si riprese anche il Tibet, che aveva fatto secessione e si era alleato con Chiang Kai-shek e gli Occidentali. Fallì però con Formosa, dove Chiang si era insediato instaurandovi un regime che si trasformò gradualmente, passando da un’implacabile dittatura a una certa forma di democrazia, Taiwan.

 

La Francia può consolarsi constatando che il suo declassamento avviene in un contesto di regressione generale di tutti i Paesi europei

Il Patto AUKUS sembra concepito per accorrere in aiuto a Taiwan, qualora la Cina tentasse di riprenderla con la forza.

 

Il generale sir James Hockenhull, comandante dell’intelligence militare di Sua Maestà, ha confermato che le forze armate britanniche reclutavano agenti asiatici. L’ex primo ministro, Theresa May, ha tirato un sasso nello stagno chiedendo alla Camera dei Comuni se il Patto preveda l’ingresso in guerra qualora la Cina tentasse di recuperare Taiwan

 

Nel vertice del G7 dello scorso giugno a Carbis Bay il Giappone era riuscito a imporre un sostegno indefettibile a Taiwan. Ma è stato proprio durante questo summit che, dietro le quinte, Joe Biden, Scott Morrison e Boris Johnson hanno suggellato le basi del Patto.

 

Per poter rispondere alla domanda di May bisognerebbe poter leggere per intero il testo dell’AUKUS, compresi gli eventuali annessi segreti. Ma per il momento non si ha in mano nulla, bisogna accontentarsi dei comunicati stampa.

 

Il Patto AUKUS sembra concepito per accorrere in aiuto a Taiwan, qualora la Cina tentasse di riprenderla con la forza

Tutt’al più si sa che l’AUKUS si basa su una cooperazione molto ampia in materia di armamenti.

 

Non si tratta soltanto di dotare di sottomarini a propulsione nucleare l’Australia, ma di fornirle anche missili Tomahawks e Hornet, nonché di farla partecipare alle ricerche sui missili ipersonici, in grado di rivaleggiare con i missili nucleari russi.

 

 

Thierry Meyssan

 

NOTE

(1) «Biden, Morrison & Johnson Announcing the Creation of AUKUS», by Boris Johnson, Joseph R. Biden Jr., Scott Morrison, Voltaire Network, 15 settembre 2021.

(2) «I Cinque Occhi diventeranno Nove Occhi», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 6 settembre 2021.

(3 «Discours 2021 sur l’état de l’Union européenne» di Ursula von der Leyen, Réseau Voltaire, 15 settembre 2021.

(4) «Joe Biden apprendista stregone nucleare», di Manlio Dinucci, Il Manifesto (Italia) , Rete Voltaire, 21 settembre 2021.

(5) «Israele riconosce la validità della diplomazia USA nei confronti dell’Iran», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 15 settembre 2021.

(6) «UK draws up plan to shift Trident subs abroad if Scotland secedes», Sebastain Payne & Hellen Warren, Financial Times, 2 settembre, 2021.

 

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

 

La traduzione italiana del libro è disponibile in versione cartacea.

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Cina

Papa Leone dice che «non può commentare» la condanna a Jimmy Lai per aver criticato la Cina comunista

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Papa Leone XIV ha affermato di «non poter commentare» Jimmy Lai, il 78enne fondatore cattolico del quotidiano pro-democrazia Apple Daily, che il mese scorso è stato condannato a 20 anni di prigione da un tribunale di Hong Kong.

 

Quando martedì il canale televisivo cattolico statunitense EWTN News ha chiesto a papa Leone se avrebbe commentato la condanna di Lai, il Pontefice ha risposto: «Non posso commentare. Preghiamo per meno odio e più pace, e lavoriamo per un dialogo autentico».

 

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Lai è stato accusato nel 2020 di «collusione con forze straniere» in violazione della draconiana Legge sulla Sicurezza Nazionale (NSL) imposta da Pechino a Hong Kong nel giugno 2020 per reprimere il dissenso contro il Partito Comunista Cinese (PCC). Il tabloid di Lai, Apple Daily, aveva pubblicato critiche al PCC che avevano portato a ritorsioni da parte delle autorità comuniste.

 

L’imprenditore è stato successivamente condannato a diversi anni di carcere per aver organizzato e partecipato a raduni non autorizzati e per presunta frode, condanne recentemente annullate da una corte d’appello di Hong Kong. Tuttavia, la condanna di dicembre per collusione con l’estero e «pubblicazione sediziosa» e la condanna a 20 anni di carcere rimangono invariate.

 

Il silenzio intenzionale di papa Leone sulla persecuzione di Lai contrasta nettamente con le condanne internazionali dei leader governativi e delle organizzazioni per i diritti umani.

 

Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha condannato la sentenza definendola una «ingiusta e tragica conclusione» del caso di Lai e ha affermato che gli Stati Uniti stanno sollecitando le autorità a concedere a Lai la libertà vigilata per motivi umanitari. «Ciò dimostra al mondo che Pechino è disposta a fare di tutto per mettere a tacere coloro che sostengono le libertà fondamentali a Hong Kong», ha scritto Rubio.

 

Come riportato dai Renovatio 21, Trump ha affermato di aver parlato con XI in merito all’incarcerazione di Lai.

 

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, ha deplorato la condanna di Lai, definendola una violazione dei diritti alla libertà di espressione e di associazione riconosciuti dal diritto internazionale.

 

Jodie Ginsberg, CEO del Comitato per la protezione dei giornalisti, ha definito la condanna «atroce», affermando che è «l’ultimo chiodo sulla bara della libertà di stampa a Hong Kong».

 

Il silenzio di Leo, tuttavia, riecheggia quello di papa Francesco quando Lai fu arrestato nel 2020 per presunta frode. All’epoca, l’editorialista William McGurn scrisse che il silenzio di Francesco sulla Cina e su Lai «urla da cima a fondo nel mondo». Sostenne che la riluttanza di Francesco a parlare fosse una conseguenza diretta dell’accordo tra Vaticano e Cina, che, a suo dire, «dà allo Stato comunista un potere decisionale straordinario sulla selezione dei vescovi cattolici».

 

Il malvagio accordo tra Vaticano e Cina, a cui ha fatto seguito un’intensificazione della persecuzione dei cattolici cinesi, rimane in vigore sotto Papa Leone XIII. Dall’approvazione dell’accordo, vescovi, sacerdoti, seminaristi e laici sono stati arrestati, torturati e incarcerati per non aver aderito all’organizzazione ecclesiastica di Stato gestita dal Partito Comunista Cinese, con le autorità cinesi che avrebbero esercitato ulteriore pressione sui fedeli cattolici affermando che Papa Francesco sosteneva la «Chiesa» di Stato.

 

I critici hanno denunciato la condanna, la più severa mai imposta dalla Legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong, come particolarmente crudele, dato che Lai, 78 anni, rischia di morire in prigione a causa della sua età e delle sue condizioni di salute.

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Suo figlio Sebastian ha dichiarato alla BBC che la condanna al carcere era «fondamentalmente una condanna a morte» e che suo padre era stato punito per aver difeso «le libertà di Hong Kong».

 

Lai fuggì dalla Cina a Hong Kong da bambino e divenne un imprenditore sull’isola, fondando nel 1995 il tabloid pro-democrazia Apple Daily, che pubblicava critiche al Partito Comunista Cinese che gli suscitarono l’ira delle autorità comuniste. Il giornale divenne uno dei principali quotidiani di Hong Kong, ma chiuse i battenti nel giugno 2021 quando gli uffici furono perquisiti dal personale di sicurezza del Partito Comunista Cinese e Lai fu arrestato.

 

Il suo arresto e la successiva condanna al carcere hanno suscitato indignazione a livello internazionale, tanto che il dipartimento di Stato americano ha rilasciato una dichiarazione nell’ottobre 2022 in cui deplorava lo «smantellamento sistematico dell’autonomia di Hong Kong» imposto dalla legge cinese sulla sicurezza nazionale e chiedeva il ripristino del «rispetto per la libertà di stampa a Hong Kong, dove un tempo un ambiente mediatico indipendente era praticamente scomparso».

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Immagine di Edgar Beltrán via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International 

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Cina

Enigmi femminili cinesi alle Olimpiadi

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Le Olimpiadi che si sono concluse non solo ci hanno regalato la solita dose di prurigini e stranezze (la schettinatrice neerlandese che si spoglia, i saltatori che, per questioni di doping aerodinamico, ingannano con le dimensioni del proprio pene) ma ci hanno fornito, ça va sans dire, la solita dose di realtà geopolitica annessa: i russi esclusi persino dalle paralimpiadi, l’Ucraina che pretende di fare a meno delle regole, la finale di hockey tra Canada e USA (partita che pochi mesi fa era finita, ricorderete, con tre risse nei primi nove secondi: gli americani reagivano ai fischi all’inno del Paese che, a detta del presidente Trump, potrebbe annettere, cioè invadere, il resto del Nordamerica).   Tuttavia, nemmeno tanto sottotraccia, un rilievo mi è parso più significativo degli altri. Si è consumato, alla luce del sole, un episodio dell’enantiodromia per il dominio globale tra USA e Cina, una guerra di soft power che è passata attraverso due atlete medaglia d’oro: la sciatrice freestyle Eileen Gu e la pattinatrice artistica Alysa Liu. Due figure diversissime, per certi versi antipodiche, però alla fin fine simili, e con enigmi dentro enigmi dietro di loro.   Eileen Gu, nota oramai con il nome cinese Ailing, è un caso da diverso tempo. Si tratta con estrema probabilità della più grande sciatrice freestylista di tutti i tempi – e ha appena 22 anni. Medaglia d’oro alle Olimpiadi di Pechino sia nella disciplina del big air sia dell’halfpipe, a Milano-Cortina ha preso un argento e un oro, di fatto difendendo il suo trono indiscusso.

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La Gu ha il vantaggio, eccezionale, di essere bellissima: testimonial ideale di moda e di qualsiasi altra cosa, la pelle diafana come una donna delle nevi della manciuria, l’occhio appena mandorlato, sorriso irresistibile. La madre, che l’abbraccia a fine pista, è una cinese immigrata a San Francisco. Si tinge i capelli di biondo, rendendo la sua figura ancora più californiana: avvenente e scatenata, lo spirito del surf incontra le evoluzioni aeree dello sci freestyle. Nemmeno maggiorenne, già era un’icona.   La sua run in halfpipe di ieri è stata considerata da alcuni come quasi perfetta – anche se personalmente non la troviamo così emozionante.     La gente è pure impazzita dinanzi alla sua rispostaccia ad un giornalista che in conferenza stampa, giorni prima, le aveva chiesto se l’argento che aveva preso lo considerava come un oro perso. «Sono la sciatrice freestyle più decorata della storia: questa è in se stessa una risposta» aveva risposto a muso duro, dopo una breve insopportabile risata isterica. «Due medaglie perse, per essere franca con lei, è una prospettiva ridicola da considerare». Stampato sul volto un crudele, americanissimo sorriso volto ad umiliare l’interlocutore. La boria, per quanto ci riguarda, è rivoltante.     Il problema è che, ancora prima dell’Olimpiade pechinense, su di lei si era concentrato un fuoco intenso, e per quanto ci riguarda giustificato: americana de facto, per nascita, crescita e cultura, nonché anni di allenamento cui hanno provveduto le strutture dello sport nazionali USA che l’allevano sin da quando era una bambina piccolissima, Eileen decide di correre sotto la bandiera della Repubblica Popolare Cinese. Eileen diviene Ailing, venendo naturalizzata dalla Cina comunista. Il ministero della Giustizia Cinese nel 2020 aveva iniziato un programma per consentire alle persone che hanno ottenuto riconoscimenti internazionali nello sport, nella scienza, nella cultura e in altri campi di ottenere la residenza permanente.   Il cambiamento di nazionalità, richiesto dal regolamento CIO per competere per un Paese diverso dal proprio, fu spiegato da lei stessa sulla piattaforma Weibo, il social media più diffuso in Cina: la ragazza dice che lo fa per ispirare milioni di ragazzi cinesi ad avvicinarsi agli sport invernali. Molte voci nella stampa americana, oltraggiata come vasta parte dell’opinione pubblica, la pensano altrimenti: il Dragone ha tirato milioni di dollari alla Gu, con sponsores grassi e munifici (alcuni, dissero, legati a dinamiche di sfruttamento in Xinjiang), e lei ha, semplicemente, tradito. Con la Gu, hanno notato altri, hanno tradito anche altri sponsores occidentali, che tuttavia in Cina fanno grandi affari e quindi averci la Gu come testimonial non è male. Diventa, secondo Forbes, la seconda atleta più pagata del mondo.   La ragazza è quindi chiamata apertis verbis «traditrice».   Più dei contratti con i grandi marchi del lusso e dello sport, secondo noi vale la pena di dare un’occhiata al suo background. La madre, soprattutto: già pattinatrice short-track della squadra della prestigiosa Università di Pechino negli anni Ottanta, vola negli USA per studiare biochimica e biologia molecolare, prima in Alabama, poi alla Rockefeller University – istituzione di quella famiglia che, ricordiamo, oltre che all’eugenetica è stata spesso interessata anche alla Cina, con programmi in loco ad inizio Novecento e grandi lodi dei rampolli alla politica del figlio unico di Deng.   Yan Gu, la madre di Eileen, finisce quindi all’Università di Stanford, il cuore della Silicon Valley, appena fuori da San Francisco – l’università che ci ha dato Googgle e il DNA ricombinante. Apprendiamo quindi che il nonno materno di Eileen non era un quivis de populo sinico ma un pezzo grosso della nomenklatura sino-comunista: era l’ingegnere elettrico capo del ministero dell’edilizia abitativa e dello sviluppo urbano-rurale della Cina comunista.   E il padre? Qui la cosa interessante: del padre non si sa nulla. L’argomento non è discusso in alcun modo. Qualche giornale cinese ha scritto che si tratterebbe di un laureato ad Harvard, ma non c’è traccia di lui in nessun documento, e possiamo solo speculare che si tratti di un bianco.   La Gu pare quindi essere nata senza papà. Dettaglio interessante.   Ci risuona nella mente un altro caso di superatleta cinese che, ad un certo punto, passò per gli USA: l’altissimo cestista shanghaiense Yao Ming. Come scrive il libro Operation Yao Ming, Ming nacque dall’accoppiamento, caldamente incoraggiato dal Politburo, dell’uomo più alto della città con una campionessa di pallacanestro. Il risultato fu eccellente: 2,29 metri di altezza, e carriera nell’NBA.   Una sorta di eugenetica sportiva riuscita, fatta con mezzi, come dire, «analogici».  

Sappiamo tuttavia che riguardo l’eugenetica, parola che in Cina – yousheng, lemma formato dal carattere 优 (yōu) che significa «eccellente, superiore» e da 生 (shēng) che significa «nascere, far nascere, vivere»: in breve, «supernascita» – non ha uno stigma negativo come nell’Occidente post-bellico, la Cina si sta impegnando anche al di fuori dello sport. Come riportato da Renovatio 21, la Cina – hanno accusato apertamente i funzionari dell’Intelligence americana – starebbe lavorando alacremente da anni alla produzione di supersoldati geneticamente modificati.

 

È noto pure ai nostri lettori come, la Cina, per lo meno pubblicamente, costituisca il primo Paese ad aver impiegato la tecnica di ingegneria genetica CRISPR per il potenziamento degli esseri umani – le famose gemelline eugenetiche del biofisico He Jiankui, le quali sono state prodotte agendo su un gene che le rende immuni all’AIDS e, cosa meno conosciuta, fornisce loro capacità cerebrali superiori.

Non stiamo, ovviamente, puntando il dito su nessuno. Cerchiamo solo qualche puntino da unire, un giorno, quando qualcosa verrà rivelato: del resto questo giornale aveva riportato quattro anni fa i timori internazionali di «furti di DNA» per gli atleti stranieri alle Olimpiadi di Pechino 2022.

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La cosa sarebbe già enigmatica così, se non si aggiungesse, speculare, il caso dell’altra grande medaglia d’oro semicinese (semiamericana) di Milano-Cortina: la pattinatrice Alysa Liu.   La Liu rappresenta un talento ancora più puro, ancora più precoce della Gu: campionessa del pattinaggio artistico a 13 anni, sembrava una forza invincibile della disciplina, battendo il record come campionessa più giovane di sempre. Troppo giovane per i mondiali: andò ad allenarsi a Roma con Carolina Kostner – si allenerà ancora in Italia, a Egna, provincia autonoma di Bolzano, nel 2021-2022.   Dopo aver vinto i mondiali 2022 a Montpellier decide di ritirarsi dalle scene: ha appena 16 anni, l’annuncio è dato su Instagram. Poi, tre anni dopo, ci ripensa e torna, 20 centimetri più alta, sul ghiaccio: i suoi allenatori rimangono scioccati come lo stop di anni non abbia influito in nulla nelle sue prestazioni, che rimangono eccellenti. Nel frattempo, dice, ha pensato di liberarsi di certe costrizioni: si fa i capelli a strisce bizzarre, si fa un piercing alle gengive (che pare relegarla in uno stato di apparecchio perenne) dice di voler provare nel pattinaggio la libertà che ha provato sciando negli ultimi anni.   Il suo ritorno coincide con la stagione delle Olimpiadi: ed eccola a Milano-Cortina a vincere due ori, tra cui il più ambito del singolo, con una performance che anche i non addetti ai lavori come noi non possono non trovare straordinaria: la simpatia, la dominanza del mezzo, lo slancio vitale, la cifra atletica altissima, la fantasia sprizzano da ogni poro di questa atleta. Non è più una bambina costretta: è una donna matura con una libertà che sembra infinita, al riparo da tensioni distruttive e amarezze crudeli tipiche di discipline teatrali come questa. Quando scende sulle ginocchia e ruota, il palazzetto intero esplode.   Più che perfetto, è qualcosa di vero, autentico, e una figura di pienezza vitale raramente veduta. Il suo corpo forse non è bellissimo: il suo sorriso lo è davvero. Tutto il suo corpo, tutto il suo movimento, tutto il suo essere trasmette gioia in vampate inevitabili.    

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È toccante anche vedere come abbraccia la collega giapponese Ami Nakai, la quale non capisce di aver preso il bronzo, e quando lo realizza scioglie la flemma nipponica tra le braccia della campionessa: stringere con affetto un cittadino giapponese non è una cosa che certamente sarebbe stata permessa o perdonata alla Gu.     È a questo punto che diventa interessante capire meglio il suo caso. La Liu viene brandita dalla stampa conservatrice americana come l’anti-Gu: di origine cinese, non ha ceduto alle lusinghe – alle decine di milioni di dollari – offerti da Pechino. Alle Olimpiadi della capitale cinese, nel 2022, si dice che il dipartimento di Stato le avesse messo addosso un paio di persone che controllassero che agenti cinesi la trasformassero in un’altra Eileen Gu.   E quindi, anche qui, campionesse, medaglie d’oro, tra USA e Cina. Ma esattamente, da quale Cina viene Alysa?   La risposta è politicamente, biopoliticamente, ancora una volta interessante. Nata a Clovis, in California (pure lei), è figlia di due dissidenti cinesi fuggiti nel 1989 dal massacro di Tian’anmen – alcuni dei quali, come noto, rimasti attivi negli USA come attivisti anticomunisti, magari con qualche aderenza con i servizi. La famiglia Liu viene quindi esattamente dalla lotta politica tra USA e Cina, incarnata nel suo trauma più visibile, quello della repressione di Deng (sempre lui…) contro gli studenti.   I genitori divorziano presto, la madre esce un po’ di scena, i giornali, quando iniziano i titoli della campionessa, parlano del padre come di un «uomo single». Il signor Liu, divenuto negli USA avvocato, cresce quindi cinque figli, dove Alysa è la più grande: sono tutti, questa la parte che noi troviamo più interessante, nati tramite madri surrogate. In particolare, si parla di due anonime «donatrici» di ovuli, altro non è dato sapere. Già questo, dobbiamo dire, è piuttosto enigmatico.   In pratica: Alysa Liu è nata con la riproduzione artificiale. Su di lei abbiamo questa certezza.   In un’intervista alla trasmissione d’inchiesta 60 minutes il padre dice di aver pagato centinaia di migliaia di dollari per portare Alysa sul tetto del mondo. I modi dell’uomo paiono sicurissimi, il suo inglese ha poco accento, sembra saldo, convinto, determinato. Non sappiamo quali altri enigmi, oltre a Tianamen e alla provetta, possa contenere.  

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In pratica, tra sci e pattini, ci passano di mezzo – persino lì – i rapporti complessi tra due superpotenze del XXI secolo. Che, sorpresa, non sono solo di antagonismo: e la cooperazione tra i due mondi potrebbe avere radici davvero oscure.   Il lettore può vedere come, sotto le Olimpiadi, si snodi una storia geopolitica biopolitica davvero intricata, che dallo sport può portare chissà dove: all’eugenetica realizzata, ai supersoldati, al tentativo prometeico di dominio biologico del futuro, che il padrone del mondo vuole che passi giocoforza tramite la provetta.   Prima o poi i puntini verranno uniti dal mainstream: nel frattempo, può provare a farlo il lettore di Renovatio 21.   Sarà anche ora, pensiamo noi, che qualcuno dica qualcosa in più sulla figura di Deng Xiaoping, il massacratore di Tian’anmen creatore della legge anti-prole che provocò centinaia di milioni di aborti, l’uomo che, al contempo, aprì la Cina al mercato, ergo distruggendo, secondo il disegno mondialista, la manifattura e la classe media occidentale.   È il caso che un giorno ci scriviamo qualcosa noi. Perché, ribadiamo, l’enigma della Cina moderna, lungi dall’essere olimpico, potrebbe essere davvero ctonio.   Roberto Dal Bosco

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Cina

Gli Stati Uniti aumentano le rivendicazioni nucleari contro la Cina

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La Cina avrebbe condotto un «test nucleare esplosivo» sotterraneo nel giugno 2020, ha affermato un alto funzionario del Dipartimento di Stato americano, citando «nuove informazioni di Intelligence» sulla questione. Pechino ha ripetutamente respinto tali accuse come «totalmente infondate», mentre osservatori indipendenti ritengono che le prove siano inconcludenti.

 

Il vicesegretario statunitense per il controllo degli armamenti e la non proliferazione, Christopher Yeaw, ha rilasciato le ultime dichiarazioni martedì durante un evento ospitato dal think tank conservatore Hudson Institute a Washington.

 

Lo Yeaw ha citato dati sismici «abbastanza coerenti con quanto ci si aspetterebbe da un test di esplosivo nucleare». «Da allora ho esaminato altri dati. Direi che ci sono pochissime possibilità che si tratti di qualcosa di diverso da un’esplosione, un’esplosione singolare», ha affermato il funzionario statunitense.

 

L’evento sismico di magnitudo 2,75 è stato registrato da una stazione remota in Kazakistan. Il suo epicentro è stato localizzato a circa 725 km di distanza, presso il poligono di test nucleari di Lop Nur in Cina, spingendo gli Stati Uniti ad affermare che sia stato causato da un’esplosione sotterranea.

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La Cina ha ripetutamente respinto le accuse americane come «totalmente infondate» e utilizzate solo come pretesto per giustificare l’intenzione di Washington di riprendere i test nucleari.

 

Le dichiarazioni di Yeaw hanno suscitato una reazione simile, con un portavoce dell’ambasciata cinese a Washington che ha dichiarato all’agenzia Reuters che le ultime accuse erano «manipolazioni politiche volte a perseguire l’egemonia nucleare e a eludere le proprie responsabilità in materia di disarmo nucleare».

 

Nel frattempo, si teme un superamento della Cina sugli USA per il nucleare civile: mentre negli Stati Uniti sono state costruite solo due nuove centrali nucleari in questo secolo, la Cina ne ha costruite quasi 40 e, come ha dichiarato a maggio 2025 il vicepresidente dell’Autorità cinese per l’energia atomica, Wang Yiren, alla China Nuclear Energy Association, il Partito comunista cinese (PCC) «mira a superare gli Stati Uniti in termini di capacità nucleare installata entro il 2030».

 

Come riportato da Renovatio 21, a marzo la Cina ha dichiarato che costruirà un reattore a fusione-fissione entro il 2030.

 

Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa scienziati cinesi avevano introdotto un nuovo dispositivo di prova per la produzione di fusione.

 

Come riportato da Renovatio 21la Cina sta portando avanti le ricerche sulla fusione da anni. La Cina ha accelerato con i suoi studi per la fusione dopo che negli scorsi anni un team di scienziati cinesi aveva affermato di aver trovato un metodo nuovo e più conveniente per il processo.

 

Una volta scoperto un processo stabile per ottenere la fusione, potrebbe entrare in giuoco l’Elio-3, una sostanza contenuta in grande abbondanza sulla Luna, dove la Cina, come noto, sta operando diverse missioni spaziali di successo. Da qui potrebbe svilupparsi definitivamente il ramo cosmico dello scacchiere internazionale, la geopolitica spaziale che qualcuno già chiama «astropolitica», e già si prospetta come un possibile teatro di guerra

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