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Geopolitica

Ex membro dello staff di Trump accenna ai piani di annettere la Groenlandia

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Un’ex funzionaria dell’amministrazione statunitense, nonché moglie di un importante consigliere del presidente Donald Trump, ha lasciato intendere in un enigmatico post sui social media che Washington «presto» assumerà il controllo della Groenlandia.

 

In un messaggio pubblicato sabato su X, Katie Miller ha condiviso una mappa della Groenlandia con la bandiera statunitense sovrapposta e ha accompagnato l’immagine con la sola parola «presto». Il post non offriva alcuna spiegazione e non era corredato da nessun annuncio politico ufficiale proveniente da Washington.

 

Trump aveva proposto per la prima volta l’acquisto della Groenlandia – territorio autonomo appartenente al Regno di Danimarca – nel 2019, proposta immediatamente respinta da Copenaghen e dalle autorità locali groenlandesi. Da quando è tornato alla guida del Paese lo scorso anno, ha ripreso l’idea, definendo l’isola essenziale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e lasciando intravedere la possibilità di ricorrere alla forza.

 

La Danimarca ha reagito potenziando le difese nell’Artico e ampliando il monitoraggio militare e civile, interpretando tali pressioni come una minaccia diretta alla propria sovranità.

 

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La Miller ha occupato posizioni di alto profilo nel settore delle comunicazioni durante il primo mandato di Trump e, nei primi mesi del 2025, ha svolto per un breve periodo il ruolo di consulente e portavoce del Dipartimento per l’Efficienza Governativa guidato da Elon Musk, prima di passare al settore privato e lanciare un podcast di orientamento conservatore.

 

Pur non facendo più parte del governo, mantiene stretti legami con l’amministrazione grazie al marito, Stephen Miller, vice capo dello staff di Trump per le politiche e uno dei suoi collaboratori più longevi e influenti. Le sue dichiarazioni pubbliche vengono spesso interpretate come un’eco delle posizioni della cerchia più ristretta di Trump.

 

Il post di Miller ha provocato un’immediata reazione da parte dell’ambasciatore danese negli Stati Uniti, Jesper Moller Sorensen, che su X ha ribadito che, sebbene Copenaghen consideri Washington uno «stretto alleato», si attende «pieno rispetto per l’integrità territoriale del Regno di Danimarca».

 

 

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Le tensioni riguardanti la Groenlandia sono andate via via crescendo nelle ultime settimane.

 

 

Come riportato da Renovatio 21, a dicembre, Trump ha ribadito che gli Stati Uniti «hanno bisogno» dell’isola per la sua posizione strategica e per le risorse artiche, e ha nominato il governatore della Louisiana Jeff Landry – che ha apertamente sostenuto l’annessione della Groenlandia agli Stati Uniti – inviato speciale per il territorio, mossa che ha spinto Copenaghen a convocare l’ambasciatore statunitense per chiedere chiarimenti.

 

Il post della Miller è apparso nello stesso giorno in cui gli Stati Uniti hanno condotto una controversa operazione militare in Venezuela, catturando il presidente Nicolás Maduro con l’accusa di traffico di droga – accusa respinta da Caracas come pretesto per un cambio di regime. Commentando l’escalation, il ministro degli Esteri danese Lars Lokke Rasmussen ha invitato Washington a perseguire la de-escalation e a rispettare il diritto internazionale.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Danimarca ha creato un’apposita «guardia notturna» per tenere d’occhio le uscite del presidente statunitense Donald Trump, in seguito alle sue reiterate pretese espresse nei primi mesi di quest’anno sull’annessione della Groenlandia, territorio autonomo del regno.

Come riportato da Renovatio 21, mesi fa Trump, con a fianco il segretario NATO Mark Rutte nello Studio Ovale, aveva dichiarato che l’annessione della Groenlandia avverrà e l’Alleanza Atlantica potrebbe perfino essere coinvolta.

 

La presenza nell’ultima uscita di Trump della parola «destino» appare come un riferimento esplicito alla teoria del «Destino Manifesto» degli USA, ossia la logica per cui il Paese egemone dovrebbe spingere emisfericamente la sua espansione in tutto il continente.

 

La ridefinizione del Golfo del Messico come «Golfo d’America», i discorsi di annessione del Canada come ulteriore Stato dell’Unione e la manovra su Panama – canale costruito dagli USA proprio a partire da ideali non dissimili – vanno in questo senso di profonda riformulazione geopolitica della politica Estera della superpotenza.

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Trump ha ripetutamente affermato che la proprietà dell’isola artica danese ricca di minerali sarebbe necessaria per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Ex colonia danese, la Groenlandia ha ottenuto l’autogoverno da Copenaghen nel 1979.

 

Come riportato da Renovatio 21, Trump a marzo aveva dichiarato che gli USA conquisteranno la Groenlandia al 100%.

 

Come riportato da Renovatio 21, parlamentare danese e presidente del comitato di difesa Rasmus Jarlov ha avvertito a metà marzo che le aspirazioni degli Stati Uniti di annettere l’isola potrebbero portare a una guerra tra le nazioni della NATO. L’eurodeputato danese, Anders Vistisen, durante un discorso al Parlamento europeo a Strasburgo si era spinto a dire: «mi lasci dire le cose in parole che può capire… Signor Trump, vada a fanculo».

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Geopolitica

L’Egitto promette supporto militare all’Arabia Saudita contro gli Houthi

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L’Egitto si è impegnato a sostenere l’Arabia Saudita nel conflitto in escalation con i ribelli Houthi, appoggiati dall’Iran, nello Yemen, secondo quanto annunciato dal massimo organo di sicurezza del Paese.   Riad  ha fatto pressioni sugli alleati affinché fornissero assistenza in seguito agli attacchi degli Houthi contro aeroporti e impianti petroliferi sauditi, in rappresaglia per le sue operazioni militari in Yemen. Il gruppo ha chiesto all’Arabia Saudita di revocare il blocco degli aeroporti e dei porti yemeniti, definendo il suo approccio «occhio per occhio».   Il Consiglio di Difesa Nazionale egiziano, presieduto dal presidente Abdel Fattah al-Sisi, ha annunciato la decisione domenica, il giorno dopo aver richiesto l’autorizzazione parlamentare per il dispiegamento di truppe e attrezzature militari all’estero. Il Consiglio ha promesso «ogni possibile forma di sostegno» per aiutare l’Arabia Saudita a difendere la propria sicurezza, ma non ha specificato quale tipo di assistenza avrebbe fornito l’Egitto.   Il rinnovato scontro è iniziato a luglio, quando le forze governative yemenite sostenute dall’Arabia Saudita hanno attaccato l’aeroporto di Sana’a, controllato dagli Houthi, ponendo fine ad anni di relativa calma seguiti alla tregua mediata dalle Nazioni Unite nel 2022.

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Gli Houthi hanno reagito con attacchi missilistici, hanno dichiarato un blocco marittimo e hanno conquistato territori lungo la costa yemenita del Mar Rosso, tra cui Mokhaa e le isole dello stretto di Bab el-Mandeb. Di conseguenza, Riyadh ha intensificato i suoi attacchi aerei e ha appoggiato una controffensiva del governo yemenita riconosciuto a livello internazionale.   Secondo le autorità saudite, gli attacchi degli Houthi contro l’aeroporto internazionale Re Khalid di Riad, avvenuti tra il 10 e l’11 ottobre, hanno causato almeno 14 morti e oltre 300 feriti. La scorsa settimana, le forze a guida saudita hanno colpito depositi di petrolio a Sana’a.   Un raid aereo contro un’abitazione nella provincia settentrionale yemenita di Saada ha ucciso almeno nove persone, tra cui cinque bambini e due donne, e ne ha ferite 19 domenica, secondo quanto riferito dal ministero della Salute controllato dagli Houthi. Il ministero ha accusato l’Arabia Saudita, che non ha rilasciato commenti immediati. Dall’altra parte del confine, le autorità saudite hanno affermato che un proiettile lanciato dagli Houthi ha ferito sei persone in una zona residenziale della provincia di Najran.   Il capo negoziatore degli Houthi, Mohamed Abdulsalam, ha attribuito a Riad la responsabilità dell’escalation e l’ha accusata di ostacolare gli sforzi di mediazione. Ha affermato che l’Oman ha proposto una tregua di cinque giorni per facilitare i colloqui e che i ribelli hanno accettato di interrompere gli attacchi se l’Arabia Saudita soddisferà richieste umanitarie non specificate.   La scorsa settimana un diplomatico saudita ha fornito una versione contrastante dei fatti, affermando che il regno aveva proposto colloqui in Oman a luglio per risolvere le divergenze, ma che gli Houthi si erano rifiutati di parteciparvi.   Come riportato da Renovatio 21, in settimana gli Houthi hanno lanciato un attacco missilistico contro il palazzo presidenziale nella città meridionale di Aden, dove ha sede il governo riconosciuto a livello internazionale e sostenuto dall’Arabia Saudita.   Come riportato da Renovatio 21, il presidente statunitense Donaldo Trump ha lasciato intendere che gli USA potrebbero unirsi ai sauditi negli attacchi contro gli Houthi. Anche il presidente francese Emanuele Macron ha parlato di invio di truppe in Arabia Saudita. Parimenti, la Siria, ora gestita da islamisti, starebbe valutando un intervento in Yemen.

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Geopolitica

Lavrov: Zelens’kyj sa che un accordo di pace porrebbe fine al suo regime

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Il ministro degli Esteri russo SergejLavrov ha dichiarato domenica che il leader ucraino Volodymyr Zelens’kyj ha ripetutamente ostacolato i negoziati di pace con la Russia, temendo che qualsiasi accordo accettabile per Mosca e Washington avrebbe messo fine al suo governo.

 

Nel corso di una conferenza stampa in Bahrein, Lavrov ha accusato Kiev di aver intrapreso azioni che hanno fatto deragliare i progressi diplomatici ogni volta che Russia e Ucraina sembravano vicine alla ripresa dei negoziati.

 

«È ovvio che Zelens’kyj non ha alcuna intenzione di fare alcun passo avanti verso il raggiungimento di un accordo», ha affermato. «Presumibilmente, questo perché comprende che qualsiasi accordo accettabile sia per la Russia che per gli Stati Uniti segnerebbe la fine del suo regime, e anche la sua stessa fine personale».

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L’Ucraina ha ripetutamente attaccato obiettivi civili poco dopo i segnali di progresso nei colloqui di pace, compresi quelli sostenuti dal presidente statunitense Donald Trump, ha affermato il ministro degli Esteri. Questi incidenti hanno convinto Mosca che  non desidera che i negoziati abbiano successo, ha aggiunto.

 

Lavrov ha fatto riferimento al vertice di Parigi del dicembre 2019, in cui Ucraina, Russia, Francia e Germania si accordarono sui passi necessari per l’attuazione degli accordi di pace di Minsk, che Kiev in seguito non ha rispettato, accusando inoltre  Zelens’kyj di aver ostacolato i negoziati di Istanbul del 2025 e i successivi colloqui trilaterali tra Russia, Stati Uniti e Ucraina ad Abu Dhabi all’inizio di quest’anno.

 

Con i negoziati in una fase di stallo senza progressi, l’Ucraina ha continuato la sua diplomazia a gran voce, chiedendo pubblicamente nuovi colloqui e un cessate il fuoco incondizionato. Mosca ha respinto l’idea di una tregua temporanea, insistendo su un accordo di pace a lungo termine che affronti le cause profonde del conflitto.

 

L’ultima iniziativa di pace di Trump includeva un cessate il fuoco energetico tra Ucraina e Russia, annunciato l’11 ottobre, a seguito di un accordo statunitense per allentare temporaneamente le sanzioni sulle esportazioni di diesel russo. Tuttavia, né Mosca né Kiev hanno confermato la tregua. Zelens’kyjha affermato di essere rimasto sorpreso dall’annuncio; il Cremlino ha riconosciuto che le discussioni sono in corso. Kiev ha colpito due importanti raffinerie russe pochi giorni dopo l’annuncio del presidente statunitense.

 

Trump ha ripetutamente chiesto all’Ucraina di cessare gli attacchi agli impianti petroliferi russi, attribuendo a tali attacchi la responsabilità della carenza globale di carburante e delle conseguenti pressioni sui prezzi della benzina per gli americani: una questione politicamente delicata a poche settimane dalle elezioni di medio termine negli Stati Uniti.

 

La disputa si è poi allargata, con Zelens’kyj che accusa Washington di aver nascosto informazioni di intelligence sugli attacchi missilistici russi e di aver limitato l’accesso dell’Ucraina alla rete satellitare Starlink di Elon Musk, utilizzata da Kiev per il controllo dei droni.

 

Venerdì Trump ha negato di aver ordinato le restrizioni; sabato il Segretario di Stato Marco Rubio ha respinto le accuse, affermando che gli Stati Uniti non hanno deliberatamente rallentato i servizi di Starlink.

 

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)

 

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Geopolitica

Trump: Zelens’kyj non ha mai voluto porre fine alla guerra con la Russia

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Il presidente ucraino Volodymr Zelens’kyj non intende porre fine al conflitto con la Russia e probabilmente non l’ha mai voluto, secondo quanto affermato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha indicato tra le ragioni i miliardi di dollari di aiuti ricevuti da Kiev dall’Occidente.   In un post pubblicato domenica su Truth Social, Trump ha difeso la propria decisione di allentare le sanzioni contro Mosca, ribadendo al contempo la tesi secondo cui gli attacchi ucraini alle raffinerie petrolifere russe avrebbero contribuito all’aumento dei prezzi energetici.   «A Zelens’kyj non importa nulla e, francamente, con tutti i soldi che l’Europa gli sta notoriamente dando, e che il disonesto Joe Biden gli ha dato in passato, non vuole porre fine a questa guerra, e probabilmente non l’ha mai voluta. Avrebbe potuto concludere un accordo migliore due anni fa di quello che può fare ora», ha scritto Trump.   Il presidente americano ha aggiunto che l’Ucraina era «in rovina», descrivendo la popolazione maschile come «poca, ferita e/o morta».

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All’inizio di questo mese Trump ha revocato le sanzioni sulle esportazioni di gasolio russo allo scopo di contenere l’aumento dei prezzi dell’energia in vista delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti. Venerdì ha sospeso i dazi che colpivano i principali acquirenti di petrolio e gas russi.   In un post su Truth Social, Trump ha dichiarato di essere concentrato sulla mediazione della pace tra Russia e Ucraina e di non voler «fare nulla che possa, scioccamente, allontanare la Russia dal tavolo delle trattative».   L’Ucraina ha ignorato la richiesta di Trump di interrompere gli attacchi alle infrastrutture energetiche russe, lanciando nella notte tra domenica e lunedì un attacco con droni contro un terminal petrolifero a San Pietroburgo e incendiandolo.  

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ha affermato di sentirsi tradito da Trump. Secondo quanto riportato dalla stampa statunitense, i funzionari ucraini sono stati colti di sorpresa dall’accordo sul diesel stipulato da Trump con la Russia.   «Spero che cambierà le sue decisioni, perché penso che siano tutte sbagliate e che non aiuteranno né noi né gli Stati Uniti», ha dichiarato domenica a Meet the Press della NBC News.   Domenica il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha suggerito che Zelens’kyj non ha «alcun desiderio» di raggiungere un accordo perché il suo governo crollerebbe se l’Ucraina firmasse un’intesa accettabile sia per gli Stati Uniti sia per la Russia.   Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha affermato che l’Ucraina «non può cambiare il corso della storia» intensificando gli attacchi in profondità nel territorio russo.   La Russia accusa da tempo i sostenitori occidentali dell’Ucraina, tra cui l’ex primo ministro britannico Boris Johnson, di aver sabotato i colloqui di pace del 2022 a Istanbul. Johnson ha negato le accuse.   Zelens’kyj , il cui mandato presidenziale quinquennale è scaduto nel 2024, si è rifiutato di indire nuove elezioni, invocando la legge marziale imposta poco dopo l’escalation del conflitto con la Russia nel febbraio 2022.   Da allora ha sostenuto che le elezioni possono tenersi solo dopo un cessate il fuoco di diversi mesi. La Russia ha avvertito che l’Ucraina potrebbe sfruttare una tregua prolungata per rifornire le proprie forze armate e si è offerta di sospendere gli attacchi solo il giorno delle elezioni.   Dal 2025 l’Ucraina è stata scossa da una serie di scandali di corruzione di alto profilo, tra cui un presunto sistema di tangenti da 100 milioni di dollari nel suo travagliato settore energetico, che ha coinvolto l’ex socio in affari di Zelens’kyj, Timur Mindich. Il suo governo ha dovuto affrontare anche controversie politiche, tra cui i tentativi di limitare i poteri delle agenzie anticorruzione sostenute dall’Occidente e l’improvviso licenziamento del popolare ministro della Difesa Mikhail Feodorov a luglio, che ha scatenato proteste a Kiev.   Come riportato da Renovatio 21, il partito tedesco AfD ha chiesto la fine dei finanziamento all’Ucraina corrotta.

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