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Civiltà

Vivere liberi lontani dal mondo moderno, restando in Italia. Intervista a Gipi dei Malvisi

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In tanti ci chiedono, di fronte alle notizie apocalittiche che Renovatio 21 fornisce ad abundantiam ogni dì, se mai ci sia un posto sulla Terra, un Paese straniero, in cui migrare per evitare l’orrore onnipervadente del mondo moderno che, slatentizzato, diviene sempre più sorveglianza e sottomissione, prigione tecnologica, incubo biologico ed alimentare.

 

Tuttavia, conosciamo qualcuno che da anni è riuscito a disconnettersi dal mondo delle macchine restando in Italia, prendendo dimora in un antico borgo disperso fra i boschi degli Appennini, dove c’è tutto quello che serve: il campo da arare con i buoi, la stalla per le mucche, la corte per le capre e gli asinelli, le oche e il gallo, il vitello e il pipistrello, la casetta con la stufa e il gatto, l’orto di immane generosità, il ruscello per sciacquare i panni.

 

Si chiama Villa Melesi, o comunità contadina dei Melesi. L’ha fondata lui. Sta sui monti a cavallo tra Parma e Piacenza, comune di Vernasca.

 

Gipi dei Malvisi è un personaggio piuttosto incredibile, che avevamo conosciuto nella scena pan-italiana degli appassionati del tabarro, dove la sua originalità torreggiava (e, considerando la galleria di personaggi che si intabarrano, capite che si tratta di tanta roba). Artigiano e artista – sono incredibili, e ben vendute, le sue sculture in fil di ferro – il dei Malvisi è oggi un uomo che ha appreso tecniche agricole antiche, ottocentesche, medievali, persino neolitiche, con le quali condurre questa vita lontana dal mondo tossico inflitto alla popolazione occidentale e non solo a quella.

 

Comunità contadina dei Melesi

 

Parlare con lui è trovarsi affogati in un vortice di racconti biografici, erudite citazioni e pensieri abissali espressi in una lingua euro-sincretica diacronica che all’italiano aggiunge parole – preposizioni, lemmi, espressioni, tutto – in francese, tedesco, spagnuolo, latino, inglese, italiano aulico… e giuriamo che parla davvero così, con questo eloquio antico e proteiforme, irresistibile.

 

Se il lettore ha problemi a comprendere, in fondo Gipi è stato così gentile da darci i suoi recapiti. Così che magari, qualche lettore curioso, può organizzarsi per andare a trovarlo. E toccare di prima mano la libertà di cui qui andiamo a parlare.

 

 

Signor dei Malvisi, è vero che questo non è il suo nome?

Primieramente yo non sono «signore» bensì contadino. Nel mio dialetto, un’isola di accento emiliano tra quello ebraico y quello ligure, il «siur» indica un benestante che non si sporca le mani. Sulle mie braghe di fustagno porto tre bottoni: antico segno del possedere un po’ di terra tuttavia non sufficiente per poter guatare gli altri lavorarla. C’est vrai: il mio cognome deriva da un guardiano delle oche astigiano. Da quando però sono ritornato ai siti aviti l’ho sostituito con la mia provenienza geografica: i Malvisi sono un villaggio della montagna piacentina dove i miei antenati vivono da 600 anni. Una volta era d’uso: Guido da Verona, Tommaso d’Aquino… Gipi era il nome di battaglia di un chirurgo partigiano, affibbiatomi da mio padre al primo vagito.

 

 

Ora dove vive?

Più che vivere, ahimè, sopravvivo: a me stesso. Purtroppo la banalità del male (i.e. una zia apparentemente affettuosa, circuita da un bieco figuro, ha venduto i miei sogni per un piatto di lenticchie) mi ha travolto ed ho dovuto abbandonare la mia terra per divenire un vagabondo. Il carico di ricordi, lo strazio per la Patria si’ bella e perduta non mi abbandonano mai. Fuggo dunque: senza posa né requie, evangelicamente pensando alla volpe provvista di una tana a me negata. Il viaggio è la mia droga quotidiana: terminato l’effetto del trip (sic), la giostra deve ripartire. Bergson definì quello ebraico «popolo ospite»; parimenti la mia magione è quella di colui che mi accoglie. Ben conscio peraltro che il mio puzzo ammorberebbe l’aere dopo tre di’ più del carducciano Cruciato, tolgo gli ormeggi sordo a qualsivoglia richiamo di sirena entro quel termine.

 

L’orto della comunità contadina

 

Come vive? Lei dice: «vivo nell’Ottocento»…

Vivevo nell’800, tra manze mugghianti, cani da caccia, gatti e polli. Una casa di pietra, nel tetto pure, con il fuoco che scaldava pentole ma più ancora animi. Una bottega di falegnameria del Trisnonno, la più antica funzionante della provincia. La spesa nell’orto e nel frutteto ed il surplus venduto tramite amici o passaparola. Una cavalla, facente funzione di automobile, che anche con temperature abbondantemente sotto lo 0 partiva imperterrita, senza antigelo. Non rifiutai la corrente elettrica similmente al mio bisnonno che, tornato da Boston nel 1911, nel ’29 fu tra i primi a volerla in casa (ho ancora le bollette, si sa mai che mi contestino il mancato pagamento). Avevo infatti un frigo (che morì, dato che il freddo della cucina era troppo intenso) ed una radio per le nuove. Oggi mi sposto per insegnare quelle nozioni così faticosamente apprese dagli ultimi che potevano insegnarmele, legate al mondo che fu. Una panda a metano che percorre 70.000 km all’anno con aspirazioni opposte. Talvolta formato Tir, sovraccarica di opere artigianali e banchi da lavoro ed esposizione per gli eventi cui prendo parte. Talaltra in veste di macchina formula 1, superando i 180 km/h, onde spostarmi dal Manzanarre al Reno con celerità superiore al pensiero (anche se il filosofo sarebbe contrario). Un equilibrio sûrement non perfetto tuttavia con una idea molto chiara, continuamente corroborata nel passare dei lustri: la mia libertà è bene imprescindibile.

 

Villa Melesi

 

Come è arrivato a questo amore per la vita di un tempo?

Allorché arrivai ai monti sorgenti dal piano padano, finiti con mio sollievo (e dei miei docenti pure) gli studi classici, avevo perfettamente chiari i miei intenti: praticare una esistenza immersa nella natura (quasi) incontaminata della mia valle. Eravamo allora nel pieno dell’edonismo reaganiano e ben pochi erano quelli che credevano in un mondo altro, diverso. Passavo (molti lo pensano ancora) per un lavdator temporis acti, lodatore del tempo passato, per posa o per ignoranza oppure per protesta. In realtà la mia decisione si è rafforzata crescendo: a 4 anni dissi, e seriamente, ai miei genitori: «vado a vivere lassù». L’imprinting del nonno, incosciente del seme immesso nel mio giovanile corazón, ha travolto irrefrenabile qualunque ostacolo. Furono lui e tutti quelli della sua generazione, nati tra fine ‘800 e primo’ 900, a stimolare la curiosità e a farmi approfondire vieppiù quel contesto che andava repentinamente scomparendo. Conoscevo il virgiliano Tityro e l’Arcadia tuttavia quei richiami non potevano che apparire frutto della fantasia del poeta, dell’interpretazione distaccata ergo finta dello scrittore. Non c’erano ombre fresche sui flautini bensì lezzo di sudore e falci fruscianti e paura delle carestie in quelle parole pronunciate nelle vespertine veglie. Potevo non innamorarmi di una storia scritta da giganti? E quanto mi apparivano sconcerie da nani gli agi milanesi?

 

Il vicino ruscello

 

Ci ha detto che conosce tecniche che «vengono direttamente dal Neolitico»…

C’est vrai. Mi sovviene un paragone, affatto iperbolico a mio modesto avviso. La differenza di movimento tra le legioni di Cesare e la Grand Armée del piccolo Corso non è così significativa. Ambedue usavano equini e bovini da trasporto, con conseguente notevole lentezza negli spostamenti e penuria di sussistenza. Intendo dire che in certi ambiti le evoluzioni sono state modeste se non addirittura nulle. Le persone che ho avuto la fortuna di incontrare avevano appreso tecniche dai loro padri, nonni, compaesani, che permettevano loro di vincere la natura feroce ed i duri materiali, migliorando così la propria condizione di vita, già grama. Due esempi. Senza seghe, so ricavare da un tronco quattro travetti, bastando i cunei di ferro da infilare nella corteccia: i nostri antenati, privi di altro, usavano sassi appuntiti, a tagliola, battuti da un ramo, parimenti una rudimentale mazza. Il tramezzo: pareti interne (delle case) o esterne (delle cascine) composte da pali verticali ed un intreccio di rami forti, poi intonacate con letame fresco (in Africa si usa tuttora). Un sistema che è alla base della cesteria e della tessitura e che ebbe l’ultimo colpo di coda massiccio nelle trincee della Grande Guerra (ci costruirono anche finti cannoni atti ad ingannare la ricognizione aerea avversaria!).

 

Gipi dei Malvisi. Si noti lo zoccolo ligneo e il tabarro appeso

 

Cosa pensa della situazione del mondo pandemico?

Il mio pensiero non può che andare ai nostri vecchi, scomparsi con il sospetto che il mondo che avevano contribuito a creare non fosse migliore di quello che stavano lasciando. Gente che di apocalissi (usando un’espressione di Paolo Caccia Dominioni) ne aveva vissute parecchie. Gente che era usa alle fatiche, alla fame, al dolore, forse rassegnata ma mai doma. Questi hanno affrontato la Spagnola e i virus degli anni ’50 e del’ 69 ricordando benissimo i racconti dei loro nonni circa l’ondata di colera del 1855. Ebbene c’era lo spavento della guerra, giammai quello della malattia. Strano, nevvero? Il morbo veniva affrontato con una serenità di fondo. Alla base di questa solidità d’animo c’erano una fede che vince la morte ed una società costruita su relazioni familiari e sociali strette. Noi al contrario siamo monaci senza vocazione alcuna e, per giunta, senza noviziato di prova. Investiti dal «labora» (la nostra non è forse una Costituzione basata sul lavoro piuttosto che sul valore della persona ergo sulle braccia invece che sull’anima che vive di «ora» pure?), travagliamo senza pensare, come direbbe quel cattivo maestro di Sartre. Ritirandoci poi nella nostra personale cella, pardon: l’abitazione, dove ci attendono i panem et circenses promessi. Orbene: in un tessuto siffatto la presunta pandemia non poteva che accelerare il processo di distacco, alterando completamente il senso del rapporto umano. Questa influenza dai numeri troppo esigui ha spinto a dividerci ulteriormente, quasi appartenga più al campo dell’ideologia che non a quello – scontato? – della salute. Posso dirlo apertis verbis: ad oggi rivolgo la mia attenzione non tanto alla scaturigine della malattia quanto alle conseguenze che sta subendo il mondo, con ripercussioni a livello politico, economico e massimamente sociale.

Lampo e Tuono, i buoi da aratura di Gipi

 

Ha comperato dei buoi in previsione di un vaccino obbligatorio per la patente?

I buoi, devo ammetterlo, sono sempre stati tra i miei desiderata. Appartengono alla storia dell’agricoltura: tra le incisioni rupestri camune se ne riconosce perfettamente una coppia aggiogata che tira l’aratro. Yo ho ben conservati todos gli attrezzi: carro, carretto a due ruote, erpice, slitta… Mancavano solo i trattori ruminanti e non potevano che essere dell’antica razza (qualcuno dice portata dai Longobardi; ipotesi simpatica ma difficilmente suffragabile) «montana», diffusa tra Parma et Genova. Estinta nel mio Ducato, rimane qualche capo nell’Oltrepò ed in Liguria ma sapevo chi poteva avere ciò che cercavo, conoscendo (oltre che artigiani) contadini ed allevatori in tutta Italia. Allorché cominciò il blocco, capii che era giunto il momento e, seguendo il consiglio di Orazio, colsi l’attimo aggiudicandomi due bestie giovani e domate da lavoro nei campi. Può sembrare una follia, certo, eppure la tendenza generale è quella di stringere un cappio intorno alla nostra libertà. Lo stesso ricatto posto ai genitori, ovverosia di portare a scuola solo bimbi vaccinati, domani potrebbe essere posto a chi guida. Personalmente, di fronte all’alternativa di perire tra i flutti o di costruire un’arca, preferisco, di gran lunga, la seconda.

 

 

La mucca Luna

 

È vero che per un periodo si è spostato a cavallo?

Naturlich! A differenza di tanti rodomonti nostrani, ho tratto logiche e severe conseguenze dalle lunghe e vespertine discussioni con amici e dalle solitarie meditazioni circa la salvaguardia dell’ambiente. Coerentemente con altre decisioni prese sul mio stile di vita, per 11 anni sono andato a piedi per tragitti fino ai 15 km, diversamente in corriera y treno. Un incontro inaspettato mi ha portato infine a scegliere Stella, una cavalla bardigiana (1,47 al garrese, razza rustica e robusta, talvolta nevrile ma in genere docile). Una automobile perfetta: si muoveva in tutte le stagioni, mantenimento a costo 0, niente balzelli sul mero possesso. In più mi sfornava un puledro da vendere all’anno: una meraviglia! Il fatto più divertente era andare in posta, banca o in comune e parcheggiare davanti: la gente stupita usciva dai bar per vedermi e, mentre sbrigavo le mie faccenduole, l’equino rasava il prato antistante. Comodo invero per tutti, no?

 

 

Perché ora ha comprato dei muli?

In realtà è una: Julia, tre anni, figlia di una cavalla bardigiana. Nata in un pascolo d’alta quota nella montagna piacentina e sopravvissuta ai lupi, è stata domata da sella e tiro. Nell’ottica di un restringimento delle libertà individuali mi sono deciso a cercare e comprare un mulo in quanto mezzo di trasporto ideale per le condizioni del territorio in cui vorrei o dovrò vivere. Una bestia siffatta può agevolmente portare 120 kg di legna o frutta con il basto e le ceste: niente di meglio dunque per salvaguardare la mia schiena ed arrivare in posti impervi. Non solo: percepisce il pericolo, come tanta aneddotica militare racconta.

 

 

Cosa pensa del nuovo ecologismo?
È uno dei frutti amari, terribili financo, di questo mondo moderno. Una mia amica carissima, anni fa, mi definì l’ultimo degli umanisti, riferendosi all’ immagine vitruviana dell’uomo al centro dell’ universo. Oggi invece c’è l’animale e non parmi un guadagno. Nemmanco i pagani avrebbero posto una bestia sull’ara, se non per sacrificarla (mi sovvengono, ad esempio, i suovetaurilia). Hanno classificato la religione quale superstizione invocando la ragione (gente come Massimo D’Azeglio, salvo poi passare le sere ad invocare gli spiriti e far ballare i tavolini con un medium) ed ora, in nome della stessa, adorano chi ne è privo. Sento spesso dire che siamo il cancro del pianeta ed è un’affermazione che mi fa primieramente sobbalzare indi mi ferisce. A coloro che lo sostengono porgo invariabilmente un invito: andare a Pienza ed affacciarsi dalle mura in direzione dell’Amiata. Il paesaggio è straordinario, da sindrome di Stendhal. Campi e boschi, siepi e calaie: tutto ha un ordine calibrato. C’è un perfetto equilibrio tra uomo e natura, creato dal lavoro millenario di etruschi, romani, medievali per giungere fino a noi. È la mano del contadino che pianta sapientemente il vigneto, l’oliveto e lo difende dalle infestanti e dai selvatici. Il mondo occidentale era ecologico perché dotato di buon senso. Certo, alcune montagne sono state disboscate per fini commerciali, produttivi, tuttavia fino all’arrivo della casta di rapaci individui (parola di un Gramsci) l’insieme era stato preservato. Tornando al nostro presente, quella coscienza propagandata dalla ragazzina svedese mi appare ideologica, ipocrita, inutile. Ciò che stiamo ottenendo (mi fermo al caso italiano) è la distruzione totale della nostra agricoltura in favore della creazione di un ambiente dicotomico e in egual misura caotico: agglomerati urbani più o meno grandi e foreste selvagge. Uno scenario folle che solo la discendente di un popolo barbaro può volere. I latini tagliavano per seminare e creavano giardini, di là del Reno si guardavano bene dal ferire troppe piante. Aridatece i monaci di Camaldoli, primi compilatori di un manuale di silvicoltura, o quelli di Chiaravalle e le loro marcite, altro che Greta!

 

La manza Circe

 

Che rapporto ha con la tecnologia? Per esempio come usa lo smartphone?

Ogniqualvolta ho un colloquio con gli organizzatori di manifestazioni cui desidero prendere parte, mi scuso anticipatamente per la mia scarsa dimestichezza con la tecnologia. La frase tipica, tra serio e faceto, è: «sono un uomo dell’800». In effetti non so nemmeno accendere un computer… Guardo stupito gli altri che fanno, brigano, disfano, muovono: ne colgo l’utilità ma non mi appartiene. Per poco meno di 10 anni ho avuto il telefono fisso in casa e mi sembrava di non inficiare la coerenza: come affermava orgoglioso il mio bisnonno, erano stati personaggi nati come lui nel XIX secolo ad inventare certe faccenduole come la lampadina e la radio! Quando sono partito per l’esilio perpetuo gli amici mi hanno regalato uno smartphone (che yo chiamo acutofono) e mi hanno, bontà loro, insegnato ad usarlo. I contatti, per me che vivo di relazioni ed ho sodali sparsi da Aosta a Ragusa, sono fondamentali. La funzione telefono è surely la più gettonata, passando almeno 5 ore al giorno in comunicazione con qualcuno! Whatsapp l’ho trovata di grande aiuto per le immagini: poter inviare la foto di un pezzo di ciliegio per indicare senza fraintendimenti un colore preciso non ha prezzo. Faccialibro lo uso poco o punto. Trovo che uno dei termini più abusati oggi sia «amicizia». A mio modesto avviso ci deve essere una corrispondenza tra ciò che vivo nel reale, nel quotidiano, e quello che passa nel virtuale, in rete. Non è possibile sostituire lo sguardo, un abbraccio, il tono della voce e, magari, le gambe sotto al tavolo: antico sono. Last but not least la mia garzona ha creato un profilo Instagram per poter pubblicizzare le mie opere tuttavia, almeno per ora, il passaparola vince incontrastato nella classifica di motore di vendita.

 

 

Lei è un grande sostenitore del tabarro…

Chi mi incontra senza conoscermi di primo acchito immagina yo sia un teatrante, un eccentrico, nel peggiore dei casi un picchiatello. Li capisco, per carità: rara avis vedere un tabarro. A maggior ragione se accoppiato ad un bustino (o gilet, che dir si voglia) con la catenella della cipolla. Ancor più se le braghe sono in fustagno e con tre bottoni finali (avendo un po’ di terra, i miei vecchi hanno acquisito il diritto a portarli. Un mezzadro non ne aveva affatto mentre un ricco poteva esibirne un fottio: un codice antico come quello dei ventagli e irrimediabilmente perduto): le stesse che nell’ iconografia classica porta Renzo Tramaglino. Tornando alla nera ruota: come potrei non portarlo, dato che non ho ombrelli e nemmanco cappotti? Da 20 anni mi copro con quello: in caso di pioggia anche il 15 agosto. Ne sono orgogliosissimo, me lo sento addosso come una seconda pelle ed è un biglietto da visita che mi fa identificare da lontano. I miei valori, la mia cultura si presentano visivamente, esteticamente: l’ho compreso nel tempo. No, non potrei farne a meno (ci dormo pure dentro, avvolto come in un bozzolo).

 

Un pizzico di Wuhano padano

 

 

E il camminare scalzo? Ci racconta qualcosa…

Ho iniziato a Giugno di 30 anni fa, quasi timidamente. Il caldo rendeva i miei scarponi (utili per andare a falciare) opprimenti e l’istinto mi disse: ya basta! Prima solo durante i mesi estivi, successivamente ci presi gusto, allungando vieppiù la resistenza al cuoio. Ora da metà marzo a metà novembre cammino scalzo. È un fatto di salute, certamente, ma sarebbe riduttivo credere sia solo quella la motivazione. Intanto è tradizione: una volta i poveri giravano costantemente senza scarpe, le quali venivano riservate alla messa, alla festa (per me neppure quella: sono un pellegrino). In secvndis i piedi sono senzienti, similmente alle mani. Un piacere senza pari è il percepire la carezza dell’erba, il fresco del marmo, le asperità del granito, il massaggio del selciato di fiume. Mi è capitato più e più volte di affrontare la pioggia in città o di attraversare un corso d’ acqua: et voilà, il tempo di un amen e sono asciutto, diversamente le calzature bagnate. Viaggio con un occhio vigile nel guatare vetri e spine onde bellamente evitarli ma è dopotutto un piccolo prezzo che pago volentieri per il senso massimo di libertà che mi regala.

 

Gallo il cui nome non è pervenuto

 

Parliamo della sua arte…

Nella mia famiglia sono più di 200 anni che c’è un falegname: ogni generazione ne ha espresso uno. Fin da piccino ho sempre sentito una forte attrazione per il legno: colori, profumi, alterazioni. Iniziai con riproduzioni di armi dell’ultima guerra per le manovre campali con gli amici poi la mia attenzione si riversò verso la scultura. Dopo aver recuperato la bottega in casa (che già fu del trisnonno) andai a garzone dal mio maestro (dopo 27 anni mi reco ancora da lui: non si finisce giammai di imparare) e dopo un anno potevo menar vanto di essere diventato un ebanista. Scelgo accuratamente i tronchi nei miei boschi, li sego e li lascio riposare in una lenta essicazione naturale. Dalle assi mature ricavo mobili scolpiti ed intarsiati, cornici in stile, taglieri, attrezzi da cucina e contadini, giuocattoli. Finisco con olio d’oliva extra vergine e di lino, gommalacca e sandracca. Il bisnonno, carpentiere negli Stati Uniti, sapeva usare il fil di ferro ed yo ho voluto fortissimamente, come Alfieri, imparare da autodidatta. Et voilà: cesteria (in tecnica mista con essenze legnose o puro), complementi di arredo, manichini, lampade, bugie con meccanismo di risalita, porta-bottiglie e porta-vasi pensili. Costruisco muri in pietra a secco, erigo tramezzi (le antiche pareti) e copro le case in lastre di arenaria. Infine, da appassionato cultore di tutto ciò che è tradizione, insegno (oltre a tutte le tecniche sunnominate) danza popolare, con coreografie supportate da un repertorio musicale più o meno antico ed abbastanza ben conservato.

 

Questa intervista genererà interesse e richieste di contatto da parte dei nostri lettori. Possiamo dare la sua mail e il suo numero di telefono a chi ce lo chiederà?

Claro que sì! Il mio recapito telefonico è 3335347433 (ed ha, incredibile dictv, Whatsapp) ed il mio indirizzo di posta elettronica è: gipi.malvisi@gmail.com.

 

Grazie signor dei Malvisi. Grazie per la testimonianza e l’esempio che ci dà.

 

 

 

Civiltà

La distruzione del diritto: cause e conseguenze della distruzione della civiltà

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Lo scopo di questo testo è invitare a riflettere sui cambiamenti della nostra civiltà osservando le trasformazioni dei fondamenti classici del diritto.

 

  1. Legge e civiltà

1.1. Ogni società ha delle leggi, ma non le stesse leggi.

Il diritto esiste, con diversi gradi di perfezionamento, in tutte le società: «ubi societas ibi ius». Alcune civiltà hanno dedicato maggiore sviluppo al diritto rispetto ad altre. Il diritto è un prodotto della civiltà. Certamente, come altri prodotti di una civiltà, può sopravvivere alla civiltà che lo ha creato, ma questa sopravvivenza non può più essere la stessa che ha avuto all’interno della struttura della civiltà che lo ha visto crescere, perché né coloro che lo ricreano né coloro che ne usufruiscono partecipano all’etica fondante proprio perché quest’etica viene vissuta veramente solo nella civiltà che ne è animata.

 

In altre civiltà, quell’etica può essere studiata… ma non vissuta. Il diritto romano è sopravvissuto alla caduta della civiltà greco-romana in Occidente, ma la sua esistenza come prodotto sopravvissuto non è stata, e non poteva essere, la stessa di quando la civiltà romana era ancora in vita. Allo stesso modo, il diritto romano è stato studiato negli ultimi due secoli come probabilmente non era mai stato studiato prima, ma è chiaro che questo diritto non viene più vissuto.

 

Si può osservare che le civiltà che si sono sviluppate maggiormente hanno distinto, in vari modi, i diversi rami del diritto, che sono fondamentalmente due: il diritto pubblico e il diritto privato.

 

1.2. La fine della civiltà dell’Europa occidentale

Il XX secolo è stato testimone di un duplice processo: da un lato, il declino dell’Europa, manifestatosi in molteplici aspetti (etico, estetico, politico, economico, etc.); dall’altro, a complemento del primo, il progressivo sviluppo del continente scoperto e plasmato dall’Europa: l’America. Ma in America, questo sviluppo ha seguito, e continua a seguire, due percorsi che non sempre sono confluiti: uno nell’America settentrionale anglosassone e un altro nell’America settentrionale, centrale e meridionale ispanica. Tuttavia, l’enorme potere politico ed economico dell’America settentrionale anglosassone prevale oggi non solo sui suoi vicini meridionali, ma anche sull’Europa da cui hanno avuto origine le idee che ha rielaborato.

 

Alcuni arrivano persino a parlare di una «civiltà americana». Se questa cultura americana, frutto di uno sviluppo unico di idee originariamente europee, si configurerà infine come una nuova «civiltà» – sì, erede, ma distinta, dalla civiltà cristiana nata in Europa – è qualcosa che prima o poi diventerà evidente. Non si tratterebbe di un fenomeno nuovo, poiché lo stesso fenomeno si è verificato in Europa, dove la civiltà occidentale si è sviluppata sulle coste settentrionali del Mediterraneo, erede, ma distinta, dalla civiltà greco-romana che aveva prosperato nella stessa regione.

 

Non sembra ragionevole pensare che il diritto possa rimanere distaccato dagli eventi che si susseguono nella nostra civiltà, la civiltà cristiano-occidentale nata in Europa. Credo sia evidente che il diritto stia attraversando dei cambiamenti che, a seconda della prospettiva, potrebbero essere descritti come «trasformazione», «evoluzione» o «mutazione». A mio avviso, il diritto, sia privato che pubblico, sta vivendo qualcosa di più di una semplice «trasformazione» o «evoluzione». Sta subendo una vera e propria mutazione, cambiamenti così profondi da poter affermare che viviamo in una civiltà che non è più la civiltà cristiano-occidentale teorizzata da Spengler o Toynbee.

 

1.3. La legge come baluardo difensivo della polis

Il frammento numero 44 di Eraclito di Efeso, secondo il testo raccolto da Diogene Laerzio, afferma che «il popolo deve lottare per la legge come se fosse il proprio muro». Generalmente, le versioni spagnole del frammento traducono la parola «nomos» (νόμος) con «legge», ma questa traduzione non è del tutto corretta. «Nomos» indica l’ordinamento giuridico della comunità, che è più di una semplice «legge». E questo «ordinamento giuridico» dovrebbe essere inteso come la legge che non solo governa, ma dovrebbe governare, una società ben ordinata.

 

Raúl Caballero dà questa interpretazione al frammento: «Ciò che Eraclito chiede agli abitanti di Efeso è che, pur introducendo inevitabili cambiamenti in particolari aspetti dello stile di vita cittadino, dettati dai tempi e dalle esigenze che mutano, il demos, in quanto forza sociale emergente all’interno della polis, rimanga fedele alle forme e ai costumi tradizionali (nomos) nella loro essenza, ovvero in tutto ciò che favorisce il mantenimento dell’unità e della coesione della comunità. Solo in questo modo, secondo Eraclito, Efeso potrà preservare il suo status di comunità politica (polis), al sicuro dalle forze distruttive che minacciano l’integrità della sua coesistenza, proprio come i nemici minacciano un muro comune» (1)

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  1. Mutazione del diritto privato

Riflettiamo sulle trasformazioni subite dal Diritto Privato. È risaputo che il Diritto Privato deve molto al Diritto Romano e rappresenta, in larga misura, una delle prove che la civiltà cristiano-europea, pur essendo distinta, è anche un prodotto della civiltà greco-romana. Il nucleo delle istituzioni di Diritto Privato europeo è rimasto debitore del Diritto Romano fino alla fine del XX e all’inizio del XXI secolo.

 

2.1. Modifica della legge sulla persona e sulla famiglia.

2.1.1. Vita e morte della persona.

In ambito giuridico, ciò che definisce una persona sono la nascita e la morte.

 

Uno dei cambiamenti che il cristianesimo introdusse nel diritto romano (in gran parte a causa della contemplazione del mistero fondativo della civiltà cristiana occidentale, il concepimento verginale di Maria) fu la protezione della vita umana prima della nascita. È quindi di grande importanza notare che il permesso di aborto in ambito legislativo è stato uno degli arieti contro la legge emersi nel fervore della civiltà cristiana occidentale.

 

A questo proposito, viene spesso definito «diritto alla vita», sebbene tale espressione sia forse imprecisa, poiché è evidente che non è possibile attribuire a un essere inanimato il «diritto» ad «avere la vita», e quando si parla di «diritto alla vita» ci si riferisce a un’entità che già possiede la vita. In realtà, si tratta del diritto della persona a «preservare» la vita esistente e, in questo senso, appare come il diritto di un essere umano vivente, anche se non ancora nato, a «preservare» la propria vita e a nascere secondo il corso biologico naturale.

 

Tuttavia, l’evoluzione di questo diritto ha portato a considerare che esso non costituisce un ostacolo all’impedire a un essere umano di «preservare» la propria vita e di impedire la propria nascita. Si contrappone addirittura al «diritto della donna all’autodeterminazione in merito all’interruzione di gravidanza» (Sentenza della Corte Costituzionale n. 44/2023). Tra l’altro, nessuno ha spiegato come questa «autodeterminazione» possa far riprendere quella gravidanza che è stata «interrotta».

 

Allo stesso modo, viene abbandonata l’idea che la vita nelle sue fasi finali debba essere oggetto di massima cura e attenzione. Da parte sua, anche l’idea di morte ha subito una brutale mutazione, considerando che l’individuo non solo ha la libertà di togliersi la vita ma anche la libertà di chiedere che lo Stato lo faccia, il cosiddetto «diritto di chiedere e ricevere l’assistenza necessaria per morire» (eutanasia) che, guarda caso, corrisponde ai cittadini spagnoli, ma non agli stranieri clandestini (articolo 5.1.a della Legge organica 3/2021).

 

2.1.2. Nominalismo contro realismo

Uno dei fattori chiave di quello che è stato considerato un punto di svolta nella civiltà cristiana occidentale è stata la predominanza del nominalismo sul realismo alla fine del cosiddetto «Medioevo». Questo processo «nominalista» ha avuto conseguenze nel corso dei secoli e ora, nel XXI secolo, ha raggiunto il suo apice con la Legge 4/2023, del 28 febbraio, per la reale ed effettiva uguaglianza delle persone trans e per la garanzia dei diritti delle persone LGBTI.

 

Naturalmente, una persona nasce con un sesso. Ma la legge stabilisce che «nel caso in cui il referto medico indichi una condizione intersessuale del neonato i genitori, di comune accordo, possono richiedere che l’indicazione del sesso rimanga in bianco per un periodo massimo di un anno. Trascorso tale periodo, l’indicazione del sesso sarà obbligatoria e la relativa registrazione dovrà essere richiesta dai genitori» (articolo 49.1 della legge sull’anagrafe civile introdotta dalla legge 4/2023).

 

Nel caso non fosse chiaro, il nominalismo prevale sul realismo e la legge stabilisce che per stabilire il nome proprio di una persona, «qualora l’identificazione risulti ambigua, non verrà data alcuna rilevanza alla corrispondenza del nome con il sesso o l’identità sessuale della persona» (Articolo 51.2 della Legge sull’Anagrafe Civile introdotta dalla Legge 4/2023).

 

Questo nominalismo si verifica anche in relazione alla designazione del sesso precedentemente registrata, poiché la legge consente la «rettifica del sesso» nel Registro Civile (articolo 83.1.d della Legge 20/2011 sul Registro Civile). Queste informazioni sono classificate come «specialmente protette» e non accessibili al pubblico. Ciò significa che un uomo può credere di poter sposare una donna perché così risulta registrata nel Registro Civile, senza sapere che la persona potrebbe essere nata maschio, o viceversa.

 

Il nominalismo è evidente anche nel cambiamento dei termini «padre» e «madre». La figura del padre è stata legalmente sostituita da quella di «padre o genitore non gestazionale». Quanto alla figura della madre, è stata sostituita da quella di «madre o genitore in gravidanza». Ma accade che «nelle coppie dello stesso sesso registrate, i riferimenti alla madre si intendono riferiti alla madre o al genitore biologico, e i riferimenti al padre si intendono riferiti al padre o al genitore non biologico» (Decima disposizione aggiuntiva della legge sull’anagrafe introdotta dalla legge 4/2023), che significa che in una coppia in cui entrambi hanno il sesso registrato «donna», una donna sarà «padre o genitore non gestazionale» e l’altra donna «madre o genitore gestazionale».

 

A complicare ulteriormente la situazione, la Legge 4/2023 ha introdotto la categoria di «madre o persona incinta transgender» (articolo 44.6 della Legge sull’Anagrafe introdotta dalla Legge 4/2023).

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2.2. Mutazione dei diritti reali: scomparsa della proprietà.

Un altro elemento del diritto romano classico è il diritto alle cose, e in particolare il diritto per eccellenza su una cosa: il diritto di proprietà. Questo diritto era configurato come il diritto esclusivo e perpetuo su una cosa corporea (de re corporali), da utilizzare (jus utendi), godere (jus fruendi) e organizzare (jus abutendi) di lei, nella misura in cui le leggi non lo proibiscono (nisi lege prohibeatur).

 

Questo intero concetto si è dissolto in diversi modi. In primo luogo, il termine «proprietà» è stato utilizzato per riferirsi a cose «intangibili», dai «diritti» alla cosiddetta proprietà «industriale» o «intellettuale». In secondo luogo, la natura «perpetua» della proprietà è stata erosa e le proprietà un tempo riconosciute come tali hanno perso questo status a causa di successive normative.

 

In particolare, la «perpetuità» è diventata fortemente subordinata al pagamento continuativo delle tasse (soprattutto per gli immobili urbani e rurali), trasformando così la proprietà in una sorta di contratto di locazione con lo Stato. In terzo luogo, il diritto di «uso» della proprietà è stato limitato oltre ogni limite ragionevole, poiché le leggi hanno introdotto divieti d’uso chiaramente arbitrari. Un esempio è la restrizione sull’uso del suolo, che è ormai chiaramente il risultato di decisioni amministrative o politiche, spesso derivanti da pratiche corruttive.

 

Si può affermare, a questo punto, che il diritto di proprietà sugli immobili non esiste più se non come finzione. Il diritto che le persone hanno sugli immobili non è più un diritto di proprietà. Per quanto riguarda i beni mobili, l’erosione è progressiva. È inoltre evidente che la proprietà dei beni mobili non esiste più in relazione alle automobili, che non possono essere «utilizzate» senza pagare tasse continue. Ci sono alcuni oggetti personali sui quali possiamo ancora parlare di proprietà: libri o dischi. Anche per quanto riguarda i gioielli, si registrano intrusioni sempre più problematiche.

 

2.3. Modifica del diritto contrattuale.

Per quanto riguarda i contratti, il fenomeno che si osserva dal XX secolo è che nelle transazioni commerciali private riguardanti le questioni più importanti della vita quotidiana, il fondamento concettuale di cosa sia un contratto, ovvero un accordo libero tra due parti, è venuto meno.

 

Per ottenere beni e servizi, individui e famiglie si trovano sempre più spesso a dover interagire con grandi aziende, spesso transnazionali. Ciò comporta due conseguenze. In primo luogo, i termini dell’accordo tra l’individuo e una grande azienda, anche se presentati come un «contratto», sono essenzialmente «documenti di adesione» (la dottrina del diritto civile li definisce ancora «contratti di adesione», il che, a mio avviso, è un’assurdità concettuale).

 

In secondo luogo, in caso di inadempimento contrattuale da parte di una di queste grandi aziende (si pensi ad esempio a banche, compagnie di telecomunicazioni, aziende di trasporto, etc.), da una parte c’è l’individuo o la famiglia, dall’altra una grande azienda con un esercito di avvocati al proprio soldo, il che rende praticamente impossibile intraprendere un’azione legale contro l’azienda in caso di violazione del contratto.

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  1. Mutazione del diritto pubblico

Il debito nei confronti di Roma si manifesta anche nel Diritto pubblico, sebbene in misura significativamente minore. Sebbene sia vero che il Diritto pubblico esistesse a Roma o addirittura all’apice della civiltà cristiana occidentale (il cosiddetto «Medioevo»), resta il fatto che il Diritto pubblico è fondamentalmente un prodotto della civiltà cristiana occidentale dopo la creazione, in un certo momento della sua storia, dello Stato, inteso come una nuova forma politica sconosciuta in altre civiltà ed epoche, e caratterizzata dall’essere dotata di un nuovo tipo di potere politico anch’esso sconosciuto: la sovranità.

 

Dall’idea dello Stato come forma di potere dotata di sovranità si sono configurati i diversi rami del Diritto pubblico: il Diritto costituzionale (inizialmente chiamato «Diritto pubblico interno» o «Diritto politico»), il Diritto internazionale pubblico (inizialmente chiamato «Diritto pubblico esterno»), il Diritto amministrativo, il Diritto penale, il Diritto tributario e il Diritto del lavoro, che comprende elementi di Diritto privato.

 

Carl Schmitt, a cavallo tra il XX e il XX secolo, fece un’affermazione che alcuni avrebbero potuto considerare arrogante, ma che quasi un secolo dopo si è rivelata profetica: «sono l’ultimo rappresentante consapevole dello Ius Publicum Europaeum, il suo ultimo interprete e ricercatore in senso esistenziale, e ne sto vivendo la fine» (2). Nessuno può negare che le categorie classiche del diritto pubblico europeo si siano sviluppate sulla scia dell’emergere dello Stato (lo Ius Publicum Europaeum) sono in crisi o, se preferite non dirlo in questo modo, stanno vivendo quella che si potrebbe definire una «mutazione».

 

3.1. La crisi della sovranità esterna

Il diritto internazionale europeo si fondava sull’idea che i suoi soggetti fossero gli «Stati» riconosciuti come dotati di «sovranità». Per impedire che gli Stati potenti dominassero quelli più deboli, le guerre intraprese contro uno Stato che si limitava a esercitare la propria sovranità senza attaccare un altro Stato erano considerate «ingiuste».

 

Ma si è spinta oltre, erodendo la sovranità degli Stati in due modi: uno materiale e l’altro procedurale.

 

Da un punto di vista materiale, si è radicata l’idea che il rispetto dei «diritti umani» costituisca un limite alla sovranità degli Stati. Pertanto, gli Stati, nell’esercizio della loro sovranità, vengono privati ​​del potere sovrano di determinare lo status dei propri cittadini e degli stranieri.

 

Inoltre, da un punto di vista giurisdizionale, sono stati istituiti tribunali internazionali, perlopiù in materia di «diritti umani», che mirano proprio a far rispettare la limitazione della sovranità statale. Ciò ha persino portato alla creazione di un diritto penale internazionale, accompagnato da una giurisdizione penale internazionale.

 

Tuttavia, è importante notare che gli Stati sovrani sono esclusi da questo processo. Si pensi, in primo luogo, agli Stati potenti che costituiscono il nucleo delle economie «su larga scala». Né gli Stati Uniti, né la Russia, né la Cina accettano limitazioni alla propria sovranità basate su trattati sui «diritti umani», tanto meno tribunali internazionali che potrebbero supervisionare le loro decisioni.

 

3.2. La crisi della sovranità interna: l’indifesa del potere costituente

La distruzione della sovranità assume caratteristiche tragiche in alcuni casi in cui determinate forze cercano di distruggere uno Stato dall’interno annientandone la sovranità.

 

La sovranità, concepita da una prospettiva razionalista, si traduce nell’idea che lo Stato possa pianificare la propria configurazione politica attraverso una «Costituzione». Pertanto, nel pensiero razionalista, la sovranità è intesa come «potere costituente». La distruzione della sovranità statale all’interno di uno Stato costituzionale viene quindi presentata come la distruzione del potere costituente. Negli Stati più degradati, si afferma che tutto nell’ordinamento costituzionale è riformabile, senza che vi siano fondamenti inattaccabili (Sentenza della Corte Costituzionale n. 48/2003).

 

In risposta agli attacchi alla «Costituzione» (ovvero al potere costituente), le costituzioni prevedono meccanismi politici e giurisdizionali. Il meccanismo politico per eccellenza è l’impiego dell’esercito, ma questa possibilità è paralizzata dalla richiesta di rispetto dei «diritti umani». Pertanto, rimane un altro meccanismo, «indolore»: il ricorso ai tribunali per difendere il potere costituente.

 

E qui, ancora una volta, vediamo come la sovranità interna sia stata erosa. Certe ideologie, in nome della «democrazia», ​​ammettono la distruzione della sovranità statale o dell’integrità territoriale se tale decisione viene presa tramite votazione. Il presupposto è che il requisito della «democrazia» sia che non vi siano limiti a ciò che il «popolo» può decidere, consentendo così lo smembramento o la distruzione di una nazione.

 

Tuttavia, è opportuno esaminare anche le diverse reazioni in difesa della sovranità e del potere costituente: timide negli stati deboli o in declino (la Spagna del XXI secolo) e vigorose negli stati che mantengono la propria sovranità (dagli Stati Uniti del XIX secolo alla Russia e alla Cina del XXI secolo).

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3.3. Lo scioglimento della cittadinanza

Prima dell’approvazione della Costituzione spagnola del 1978, il regime di immigrazione si basava sul Decreto 522/1974, del 14 febbraio, del Ministero dell’Interno. Il Decreto si fondava sul presupposto che il diritto di circolare liberamente e di risiedere in Spagna appartenesse agli spagnoli e, di conseguenza, consentiva l’espulsione degli stranieri che non erano entrati con documenti o che, già residenti in Spagna, «quando, a causa del loro stile di vita, delle attività che svolgono, della condotta che osservano, dei precedenti penali o di polizia, delle relazioni che intrattengono o di altre cause simili, si ritiene opportuno». Un’eco di ciò si ritrova ancora nella Costituzione del 1978, che all’articolo 19 concede solo ai cittadini spagnoli il diritto di spostarsi e risiedere in Spagna.

 

Questa situazione iniziò a incrinarsi con la Legge organica 7/1985, del 1° luglio, sui diritti e le libertà degli stranieri in Spagna, che consentiva il ricorso in appello contro le decisioni di espulsione, le quali cessarono così di essere considerate atti politici extragiudiziali, rendendo possibile la sospensione delle espulsioni.

 

La situazione è stata ulteriormente aggravata dalla Legge organica 4/2000, dell’11 gennaio, sui diritti e le libertà degli stranieri in Spagna e sulla loro integrazione sociale, che all’articolo 58.2 ha smantellato l’intero sistema. Secondo tale articolo, «La detenzione sarà mantenuta per il tempo necessario agli scopi del fascicolo, ma in nessun caso potrà superare i quaranta giorni, né potrà essere disposta una nuova detenzione per alcuna delle cause previste nello stesso fascicolo». Ciò significava, in parole povere, che uno straniero con un ordine di espulsione non eseguito entro 40 giorni era libero di circolare sul territorio spagnolo.

 

Da allora, la libertà di movimento e di residenza sul territorio spagnolo ha cessato di essere un diritto riservato esclusivamente agli spagnoli, dissolvendo un elemento fondamentale della cittadinanza: il legame tra il popolo e il territorio.

 

3.4. Modifica dei diritti fondamentali

I diritti fondamentali nascono dal riconoscimento di uno status che mira a proteggere gli individui, e in particolare i cittadini, dalle azioni dello Stato. Questa premessa si scontra inevitabilmente con il paradosso di come lo Stato possa proteggere se stesso dalle azioni dello Stato. Questa contraddizione apparentemente insolubile è stata risolta dalla finzione della «separazione dei poteri», che consente a un «ramo dello Stato» di proteggere l’individuo dalle azioni di un altro «ramo dello Stato», ignorando il fatto che entrambi siano rami dello stesso Stato.

 

A prescindere da questo punto, resta il fatto che i diritti fondamentali sono creati principalmente per proteggere i diritti delle persone fisiche. Certamente, molti diritti sono attribuibili a persone giuridiche, ma sulla base del riconoscimento dei diritti delle persone fisiche. Tuttavia, stiamo assistendo a una progressiva «oggettivazione» e «desoggettivizzazione» dei diritti fondamentali, particolarmente evidente nelle procedure per la loro tutela. Ciò è diventato particolarmente evidente nella riforma del 2007 del processo di ricorso costituzionale in Spagna.

 

Si verifica anche nell’ambito del diritto dell’Unione europea, dove non esiste una procedura specifica per la tutela dei diritti fondamentali. Lo stesso vale per i regolamenti vigenti che disciplinano la Corte penale internazionale, dove la presunta difesa dei diritti umani più fondamentali è una procedura del tutto oggettiva, come dimostra il fatto che le vittime non hanno la legittimazione ad agire.

 

3.5. Cambiamento nel rapporto tra i poteri e le funzioni dello Stato

Il diritto pubblico europeo, nel suo sviluppo, ha stabilito una distinzione (piuttosto che una «separazione») di poteri e funzioni. Queste distinzioni vengono cancellate, distorcendo completamente il sistema.

 

Il primo cambiamento, evidente, era già stato notato da Carl Schmitt un secolo fa (3). Il fatto è che il Parlamento, uno di quegli organi fondamentali dello Stato preposti al potere legislativo, dato che opera attraverso il dibattito pubblico, non dibatte più né legifera, limitandosi a una funzione teatrale in cui i parlamentari recitano una parte e convalidano come leggi testi precedentemente elaborati dal Governo.

 

E se il Parlamento non discute né legifera, i tribunali, anziché giudicare l’applicazione delle leggi, cercano sempre più spesso di sostituirle con le proprie interpretazioni o addirittura di imporle nel caso in cui il legislatore non abbia approvato una legge.

 

Da un lato, sostituendo i metodi classici di interpretazione con la tecnica della «ponderazione degli interessi», più tipica dei processi di equità, i tribunali ignorano la soluzione offerta dalle norme applicabili e impongono invece quella che ritengono giusta. La distinzione tra «legge» ed «equità» si fa sfumata e, nei processi in cui i tribunali sono chiamati ad applicare la «legge», attraverso la «ponderazione degli interessi», finiscono per decidere sulla base di una presunta «equità».

 

D’altro canto, nell’ambito costituzionale è emersa una mostruosità concettuale chiamata «incostituzionalità per omissione». Nei suoi sviluppi più significativi, ha trasformato le corti costituzionali da «legislatori negativi», limitati a dichiarare se una legge esistente sia costituzionale o meno, in «legislatori positivi» che stabiliscono se il legislatore abbia mancato al suo dovere di emanare la legge omessa e necessaria.

 

La costruzione dell’«incostituzionalità per omissione» erode i fondamenti concettuali della giurisdizione costituzionale, risultando quasi sempre in una pronuncia puramente dichiarativa senza conseguenze pratiche e, in alcuni casi, inducendo la corte stessa ad osare emanare la legge che, a suo dire, era stata omessa.

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  1. Le mura sono crollate

Tutti questi fenomeni possono essere riassunti in un’unica idea: come conseguenza del degrado del mondo delle idee in Occidente, si è verificato un degrado del Diritto che incarna i principi fondamentali della civiltà cristiano-occidentale: le istituzioni tradizionali vengono distrutte e vengono introdotte nelle norme novità prive di fondamento o con scarso fondamento, che ne accelerano ulteriormente il degrado.

 

La conclusione è che il diritto sta indubbiamente attraversando un periodo di trasformazione. Solo le innovazioni saldamente radicate nelle categorie classiche possono essere considerate una vera «evoluzione», un autentico «sviluppo». Ma ciò che le istituzioni sperimentano, che non solo non si basano più sulle categorie classiche ma addirittura le erodono o le distruggono, costituisce una «mutazione». Una mutazione che è una chiara indicazione che anche la civiltà stessa sta mutando, o ha già mutato. E da nessuna parte è scritto che questo cambiamento debba necessariamente essere in meglio.

 

Le mura del diritto cristiano occidentale sono crollate. Non per mano di nemici esterni, poiché gli stati nati dalla civiltà cristiana occidentale sono stati i più potenti della storia, ma perché sono stati minati dall’interno.

 

La civiltà cristiana occidentale è quindi lasciata alla mercé dei non europei e degli europei che la odiano.

 

Carlos Ruiz Miguel

Professore di Diritto Costituzionale, Università di Santiago di Compostela

 

 

NOTE

1) Raúl Caballero Sanchez, «La lucha del pueblo por la ley: una nueva propuesta de lectura del fragmento 22 b 44 dk de Heráclito», Exemplaria Classica. Journal of Classical Philology n. 16 (2012), pp. 3-16 (p. 10).

 

2) «Ich bin der letzte, bewußte Vertreter des jus publicum Europaeum, sein letzter Lehrer und Forscher in einem existenziellen Sinne und erfahre sein Ende». Cfr. Carl Schmitt, Ex captivitate salus, traduzione Anima Schmitt de Otero, Editorial Porto, Santiago de Compostela 1960 (1ª ed. tedesca, 1950, trad.it Ex Captivitate Salus, Adelphi, Milano 1993).

 

3) Carl Schmitt, Die geistesgeschichtliche Lage des heutigen Parlamentarismus, Duncker & Humblot, Berlino 1923 (trad.it La condizione storico-spirituale dell’odierno parlamentarismo, Giappichelli, Torino 2004).

 

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Civiltà

Valpurga e oltre: le origini esoteriche del 1° maggio

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Gioisca il cittadino della Repubblica fondata sul lavoro: oggi è la sua festa, evviva evviva.   Eccerto: la Carta semisovietica dello Stato italiano prevede il lavoro come idolo supremo, feticcio religioso da mettere sin nel primo articolo. Poi, certo, lo abbiamo visto gettato alle ortiche col green pass, ma questa è un’altra storia.   Colpisce come pochi conoscano che le origini di quella che è la festa più «laica» immaginabile sono incontrovertibilmente pagano-esoteriche, e ciò non è privo di conseguenze.   Innanzitutto: la notte precedente alla festa del Lavoro è la notte di Valpurga. Su Renovatio 21 negli anni scorsi ne abbiamo parlato ad abundantiam, perché, per quella precisa cifra nordico-occultista tornata in voga in Ucraina dopo che si pensava fosse stata sepolta nel ’45 fra le macerie di Berlino, vi erano quei progetti di attacco militare che Kiev (la città del Monte Calvo…) voleva portare contro la Russia.

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Il nome di questa notte deriva da una santa monaca bavarese vissuta 1300 anni fa, Valpurga di Heidenheim (710–777). La ricorrenza, tuttavia, è molto più antica. In questa notte, i popoli dell’Alta Europa hanno per millenni celebrato la primavera con riti propiziatori, e la festa continua ad essere sentita in un’ampia porzione del continente.   Secondo una tradizione germanica che risale al IV secolo, questa è la notte in cui le streghe, nell’ora del loro massimo potere, escono a ballare e cantare alla Luna con i demoni a far loro compagnia nel sabba più grande.   Il popolo, per tener lontano gli spiriti malvagi, accende falò nei campi e prega per l’intercessione di Santa Valpurga, considerata nemica di pesti, malattie e della stregoneria.   Questa è quindi la notte delle streghe, e ancora oggi in Baviera la chiamano infatti Hexennacht, dove hexen è l’arcaico lemma tedesco per lo stregone e la magia nera – l’inglese moderno mantiene la parola hex per indicare una fattura.   Non tutti sanno che la notte delle streghe in tempi moderni è stata spesso teatro di disordini pubblici, scontri con la polizia e atti di vandalismo, specialmente in Germania e in Isvezia, ma anche nell’apparentemente tranquilissima Finlandia.   In diverse città tedesche, in particolare a Berlino (distretto di Kreuzberg) e Amburgo, la Hexennacht precede tradizionalmente le manifestazioni del 1° maggio. Per decenni, questa notte è stata caratterizzata da rivolte urbane, con lanci di pietre, bottiglie e fuochi d’artificio contro le forze dell’ordine; incendi dolosi, con auto e cassonetti della spazzatura dati alle fiamme come forma di protesta o vandalismo gratuito; scontri tra fazioni, con tensioni tra gruppi di estrema sinistra (come i Black Bloc) e la polizia, spesso con numerosi arresti e feriti tra entrambi i fronti.   In Isvezia In Svezia, la festa di Valborg vede raduni di migliaia di giovani in parchi pubblici (come a Uppsala e Lund). Sebbene non sempre di natura politica, la violenza in questi casi è spesso causata dall’abuso di alcolici e – pensiamo noi – dalla disperazione di una società sazia ma senza Dio e ora invasa catastroficamente da immigrati violenti. Per cui, durante Valpurga, ecco che nelle città svedesi si manifestano risse e aggressioni, con frequenti casi di violenza interpersonale durante i grandi assembramenti notturni, più l’immancabile vandalismo diffuso: danni a proprietà pubbliche e private a seguito dei festeggiamenti nei parchi.   In Finlandia, la Notte di Valpurga è conosciuta come Vappu ed è una delle festività più importanti dell’anno, celebrata il 1° maggio e durante la sua vigilia. Sebbene sia considerata oggi una festa gioiosa simile a un carnevale che unisce studenti e lavoratori, la sua storia e le celebrazioni moderne hanno visto episodi di tensione e incidenti. La polizia interviene regolarmente per sedare scontri fisici, specialmente nei parchi dove migliaia di persone si riuniscono per picnic notturni (come il parco Kaivopuisto a Helsinki)   Nel 2008 a Helsinki una manifestazione chiamata «Free Helsinki» è degenerata in scontri violenti con la polizia, con lancio di bottiglie e 27 arresti. A Turku nel 2016 due uomini sono rimasti gravemente feriti in un accoltellamento durante i festeggiamenti in centro città. A Tampere nel 2024 e nel 2025 la polizia è dovuta intervenire per sciogliere scontri tra manifestanti di opposte fazioni durante marce politiche. A Järvenpää nel 2018: un giovane è stato accoltellato (un vero tentato omicidio) durante la serata della vigilia.

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C’è chi indica riferimenti moderni significativi per Valpurga: il 30 aprile 1966 Anton LaVey scelse questa data simbolica per fondare la Chiesa di Satana. E fu proprio la notte del 30 aprile 1945 Adolfo quella che Hitler decise fosse quella del suo suicidio nel bunkerro a Berlino: frange nazi-esoteriche celebrano la notte anche per questo.   La data oscura per qualche ragione è stata scelta anche dalla fazione opposta. I comunisti, quelli del culto pagano del dio-Lavoro, se ne sono appropriati definitivamente, imponendola al mondo dopo Yalta come festa in cui celebrano la loro religione feticista.   Vale la pena, a questo punto, concentrarsi sul simbolo, sempre più desueto ma ancora ben presente, che sta dietro alla religione del lavoro e alle sue feste: la falce e il martello.   Sebbene la falce e il martello siano universalmente noti come simboli politici dell’unione tra contadini e operai, le loro radici affondano in un immaginario simbolico molto più antico, legato al mito, all’alchimia e (ma guarda) alla massoneria.   Prima di diventare il simbolo dei contadini, la falce era l’attributo principale di Saturno (il Crono dei greci), divinità dell’agricoltura ma anche del Tempo che tutto divora. Saturno, figura legata alla malinconia, è il padre il cui potere è tale da poter divorare i propri figli: immagine perfetta del Moloch sovietico, e spiegazione ultima del suo fallimento.   Julius Evola, che in Rivolta contro il mondo moderno vedeva nell’innalzamento dei simboli dei lavoratori della «quarta casta» una riprova del Kali Yuga, l’era della dissoluzione, deprecava la perdita del senso sacro dei simboli ora tenuti a celebrare solo il lavoro materiale. Evola insisteva sull’aspetto «tellurico», cioè legato alle forze infere, della falce, contrario ai valori «solari» della tradizione aristocratica.   In ambito massonico ed ermetico, la falce è spesso associata alla morte (la «Grande Falciatrice») ma anche alla selezione spirituale, intesa come la capacità di separare il «grano dalla pula» per l’elevazione dell’iniziato. Dietro la patina esoterica, vediamo come anche qui sia chiaro come si tratti di un simbolo mortifero.   Il martello ha pure origini sacre legate a divinità come Efesto o, più risaputamente oggidì, al dio nordico Thor, rappresentando il potere creatore che plasma la materia grezza. In Arti del metallo e alchimia Mircea Eliade indica nel martello lo strumento del fabbro, figura mitologica semidivina che “aiuta la natura” a partorire i metalli. Il martello ha un valore magico e cosmogonico (creatore di mondi)   Tuttavia va notato come per la massoneria il martello costituisce uno degli strumenti fondamentali della loggia (il maglietto). Simboleggia la volontà attiva, l’intelligenza che guida la forza e l’autodisciplina necessaria per «sgrossare la pietra grezza», ovvero perfezionare il proprio spirito, dicono gli apologeti della setta verde.   Nel mondo dell’alchimia, il martello rappresenta il lavoro del fabbro interiore, colui che attraverso il «fuoco» delle passioni e il colpo della coscienza trasforma i metalli vili in oro spirituale. Réné Guénon osservava come il martello, che va fatto risalire al fulmine (vajra) della tradizione vedica, sia stato ridotto nell’evo moderno a mero strumento di produzione materiale e industriale.

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Ne Il regno della quantità e i segni dei tempi, il Guénon accenna al fatto che l’uso di questi simboli da parte di movimenti materialisti sia una forma di «contro-tradizione»: si prendono simboli arcaici e potenti, ma li si svuota della loro dimensione verticale (cioè spirituale) per renderli puramente orizzontali (cioè sociali ed economici).   L’incrocio dei due simboli richiama strutture iconografiche antiche dove strumenti contrapposti indicano una totalità fatta di energia oscura, violenta, assassina. Esotericamente, l’unione dei due strumenti può essere letta come la sintesi tra la forza distruttiva e selettiva (falce) e la forza costruttrice e formatrice (martello), necessaria per l’instaurazione di un nuovo ordine cosmico o sociale. In realtà, è chiaro a tutti come entrambi siano strumenti di lavoro che possano essere concepiti come armi, e il rosso della bandiera lo fa capire ancor di più.   Yevgeny Kamzolkin (1885–1957), l’artista che disegnò il simbolo della falce e del martello per i Soviet per la festa del 1° maggio 1918, non era un rivoluzionario di lunga data ma un pittore legato a circoli artistici influenzati dal misticismo e – pure senza essere legato direttamente alla figura del pittore Nikolaj Roerich (1874-1947), dall’occultismo russo. Membro della società artistica Zhar-tsvet (Fiore di fuoco), si dedicava a una pittura intrisa di elementi spirituali con riferimenti all’egittologia.   Non solo l’autore del simbolo era in odore di esoterismo. Anatolij Lunacharskij, celeberrimo commissario del popolo che approvò il simbolo, era vicino a correnti come i «Cercatori di Dio», che cercavano di fondere il marxismo con una sorta di spiritualità laica.   Insomma: Hitler, il suicida di Valpurga, viene accusato di aver infilato un simbolo esoterico (la svastica, simbolo indoeuropeo apotropaico: su-asti, in sanscrito, significa «è bene») ovunque, dai cacciabombardieri ai cioccolatini. I comunisti non hanno fatto diversamente. I democrion stiani, i liberali, etc., glielo hanno lasciato fare.   Ebbene sì: lo Stato moderno, sincero-democratico, ha le radici nel mondo arcano fatto di streghe e dèi cattivi – di demoni. E il lettore si stupisce? Cosa pensiamo che accada quando lo Stato diviene non-cristiano?   Lo dice il Signore stesso, quando ci parla della «casa vuota». «Quando lo spirito immondo è uscito da un uomo, se ne va per luoghi aridi in cerca di riposo, e non trovandolo, dice: – Tornerò nella mia casa, donde sono uscito. – E quando vi giunge, la trova vuota, spazzata e ornata. Allora va a prendere sette altri spiriti peggiori di lui, i quali v’entrano e vi si stabiliscono, al punto che la condizione ultima di quell’uomo diventa peggiore della prima. Così accadrà anche a questa generazione perversa» (Mt 12, 43-45).   Sì: il 1° maggio è la festa del ritorno dei demoni.   Con tutta la sua simbologia occulta, il suo paganesimo civile esibito, con la celebrazione di una data oscura, la festa del Lavoro si dà come la celebrazione esoterica dello Stato moderno, con tutti i suoi diavoli. Gratti la retorica sindacale, e ci trovi il Male.   Cioè, il Lavoro come teatrino per la distruzione dell’uomo, programmato da chi lo odia da sempre, da chi è omicida sin dal principio.   Il culto dei lavoratori vuole in realtà il loro sterminio. Non ci credete? State a guardare come milioni – miliardi – di lavori saranno falciati, forse tra mesi e non anni, dall’Intelligenza Artificiale e dai robot, e intere società saranno martellate dalla povertà e dalla disperazione.   Poteva andare diversamente, per lo Stato moderno, costruito non su Dio, non sulla Vita, ma sul lavoro?   La civiltà che mette lo strumento sopra l’essere umano, genera giocoforza stragi e devastazioni. Essa cessa di essere una civiltà, diviene anzi l’anti-civiltà, l’impero della Necrocultura – il Regno Sociale di Satana.   Roberto Dal Bosco

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Civiltà

Trump: l’Europa si sta autodistruggendo

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Le nazioni europee devono invertire un decennio di scelte che lui stesso ha definito «orribili» per smettere di «distruggersi», ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

 

Intervenendo mercoledì al World Economic Forum di Davos, Trump ha sostenuto che, sebbene gli Stati Uniti vogliano vedere l’Europa prosperare, «non stanno andando nella giusta direzione».

 

Ha imputato la responsabilità alle politiche migratorie incontrollate dei Paesi europei e a quella che ha chiamato la «nuova truffa verde», espressione con cui indica le politiche energetiche verdi, sostenendo che l’enfasi sull’energia eolica ha provocato un aumento dei prezzi energetici nella regione.

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«Le conseguenze di queste politiche distruttive sono state gravissime, tra cui una crescita economica più bassa, standard di vita più bassi, tassi di natalità più bassi, migrazioni più distruttive dal punto di vista sociale e una maggiore vulnerabilità ad avversari stranieri ostili», ha affermato.

 

I Paesi europei devono «uscire dalla cultura che hanno creato» negli ultimi dieci anni, ha aggiunto Trump. «È orribile quello che si stanno facendo, si stanno distruggendo. Vogliamo alleati forti, non seriamente indeboliti», ha dichiarato il presidente statunitense.

 

Poco dopo, il Segretario di stato americano Marco Rubio ha rilanciato le parole di Trump su X, sostenendo che se gli europei non modificano la loro traiettoria culturale, «si autodistruggeranno».

 

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Come riportato da Renovatio 21, anche l’ultima Strategia per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump, pubblicata a dicembre, ha messo in guardia contro quella che definisce una «cancellazione della civiltà» in Europa. Il documento ha attribuito la colpa ai tentativi dell’UE e delle organizzazioni internazionali di minare la «libertà politica» e la libertà di espressione, oltre che di imporre politiche migratorie dannose.

 

Anche Mosca ha più volte evidenziato il declino dell’UE. A dicembre, il presidente russo Vladimir Putin ha affermato che, dopo il crollo dell’URSS, la Russia si aspettava di essere accolta nella «famiglia occidentale civilizzata», ma che «la civiltà lì è inesistente e il degrado è tutto ciò che esiste».

 

Come riportato da Renovatio 21, Trump a dicembre ha dichiarato che persone «deboli» guidano un’Europa «in decadenza». Il premier ungherese Vittorio Orban gli ha fatto eco dicendo che Trump comprende il «declino della civiltà» europea.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

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