Civiltà
Perché oggi non dovremmo dirci occidentali
«Dico che la fine di una civiltà è per l’uomo la scena più satura di malinconia. La possibilità che una civiltà muoia duplica la nostra mortalità».
Ortega y Gasset
Non è un caso che l’interesse per il «tramonto dell’Occidente» si sia riacceso in modo particolare negli ultimi tempi di fronte a fenomeni straordinari come il dissolvimento della democrazia, o le degenerazioni del capitalismo, emersi ormai in tutta la loro impietosa realtà.
Infatti, la crisi ingloriosa della prima e certe conseguenze devastanti del secondo, dopo avere impegnato il pensiero politico e la filosofia della storia, sono risaliti con prepotenza anche alla coscienza comune perché è impossibile ignorarne la portata e le conseguenze.
Tuttavia, è anche fuorviante fissare l’attenzione soltanto su fenomeni, pur tanto significativi, che però si inseriscono in una ben più ampia crisi di civiltà, che vede lo stravolgimento della legge naturale e dei canoni più elementari e irrinunciabili dell’etica.
L’Occidente, erede della Civiltà antica, che dopo secoli di oblio rinacque forgiando una nuova Civiltà europea e modelli di valore universale, ha fatto perno sul cristianesimo ed è approdato poi all’illuminismo. E sulle conquiste e sui lasciti di tutta quella storia pregressa va misurata la gravità di una decadenza, che infatti si è presentata sia come deterioramento della dottrina e della morale cristiana, sia come degenerazione dei sistemi politici economici e sociali di cui il razionalismo illuministico aveva vantato la paternità.
Ma non si è trattato di parabole parallele, separate tra loro. Anche un pensatore laico, come Huizinga vedeva alla base di questo decadimento anzitutto quell’oblio delle norme morali derivato dall’«amoralismo filosofico», frutto estremo dell’illuminismo che «con la negazione della morale cristiana indusse anche la negazione della morale borghese». Era quanto, con esemplare chiarezza di pensiero e di parole, aveva avvertito e presagito Pio X nella Pascendi, prima che fosse lanciato al mondo l’annuncio nichilistico della morte di Dio.
Poi due guerre di annientamento diedero forma tragica al tramonto dell’Occidente che emerse con il volto definitivamente sfigurato dalle macerie di tali immani catastrofi. Tuttavia, anche allora non mancarono quelli ancora convinti che una Civiltà tanto ricca di tradizione e di capacità creative, avrebbe potuto ritrovare, «oltre la linea» estrema del degrado, una nuova aurora.
Invece, consumate le illusioni tratte dal nuovo benessere, il decadimento morale, culturale, politico, economico e religioso ha subito in pochi decenni una tale accelerazione da far apparire il processo come ormai inarrestabile.
Questa volta però ad oscurare un nuovo orizzonte non sono stati soltanto i persistenti fattori interni di decadenza culturale e morale, il male oscuro contenuto nella nuova civiltà della tecnica temuto e predetto da tempo, o le fatali ansie di «aggiornamento» del cattolicesimo romano.
Sull’Occidente europeo si è andata stendendo sempre più l’ombra e la mano di un altro Occidente, transatlantico, munito di diversi codici morali, di disinibite visioni di potere, di illimitata fiducia nei vantaggi della distruzione «creativa» da applicare anzitutto, ma non solo, in via militare, nel mito della guerra quale fonte primaria di arricchimento.
Questo diverso «Occidente», all’Italia in particolare, sottomessa con la firma del Dettato di pace che tanto aveva sconfortato Benedetto Croce, aveva messo al collo il cappio che si stringe automaticamente ad ogni minimo tentativo di fuga. Ma siccome anche le corde possono essere tagliate e i trattati disattesi, come insegna la più moderna etica internazionale, occorreva una prova d’amore siglata col sangue.
Così, pochi anni dopo l’atto di sottomissione, un governo italiano, che oggi pare giganteggiare al confronto con i nani insediati democraticamente in tutti i palazzi del potere, consentì l’installazione di basi militari munite di adeguato corredo atomico a due passi da tutte le più vantate bellezze italiche che da quella vicinanza traggono indiscutibile vantaggio.
Una volta diventati definitivamente «servi in casa nostra», siccome secondo la migliore pedagogia penitenziaria i prigionieri vanno anche rieducati, ci sono state elargite a titolo gratuito anche le più innovative dottrine in tema di morale famigliare, di aborto, eutanasia, fino alle più recenti geniali declinazioni dell’omo e transessualismo genderista, ora propagandato anche dalla prestigiosa ditta Disney.
Non solo. Poiché da che mondo è mondo i figli degli schiavi appartengono al padrone, la nuova pedagogia «creativa» è stata portata nelle scuole di ogni ordine e grado, sotto l’alto patrocinio dell’ONU, dell’OMS, e dell’UE, cioè di tutti i falsari dell’Occidente democratico a trazione transatlantica, impegnati a trafficare con i «diritti» e lo «stato di diritto», tutte cose che mantengono, specie tra i più acculturati, una certa esoterica suggestione.
Attraverso una egemonia politico economica, nuovi fattori di disfacimento culturale sono penetrati dunque nelle maglie larghe della crisi morale e culturale di un’Europa già in balia dei nuovi venti di dottrina e resa incapace di reagire anche grazie all’indottrinamento mediatico imposto da un padrone illuminato. Sulla base della distinzione aristotelica tra animali non parlanti e animali muniti di voce come gli schiavi, qualunque iniziativa culturale a beneficio della popolazione schiavile addomesticata è destinata ad avere successo.
Tuttavia, l’Occidente europeo è un suddito non solo da domare, ma anche da combattere come concorrente. Perché lo schiavo può diventare per bravura anche potente, come capitava a certi liberti di genio della Roma antica, e magari arrivare a ribellarsi mettendo in discussione il principio di autorità. In questi casi, gli ostacoli vanno neutralizzati con ogni mezzo, l’omicidio, il ricatto, il taglio di un gasdotto, una sommossa telecomandata e via discorrendo.
Il quadro appena tracciato non contiene di certo nulla di originale, ma deve essere tenuto a mente anzitutto quando si parla di declino dell’Occidente, per ricordare che lo straordinario decadimento politico, intellettuale ed etico, che ha alimentato anche le degenerazioni della democrazia e del capitalismo, non è affatto tutta farina del sacco europeo.
La decadenza di questa Civiltà va valutata alla luce di fattori legati di certo alla sua storia e alla sua cultura. Ma su questi si è andata innestando, grazie ad una intervenuta sudditanza politica, una degenerazione culturale di importazione.
Molto deve il declino della Civiltà europea al contributo americano in termini di canoni morali, dottrine politiche, costumi, filosofia di vita, dottrina economica, etica sociale e di politica internazionale, mentre il militarismo più sfrenato è stato premiato con il Nobel della pace. Però troppo spesso di questa matrice poco si è tenuto conto.
Così le aberrazioni genderiste, ad esempio, hanno potuto insinuarsi senza tanto clamore, perché considerate spesso come un fenomeno marginale, quasi modaiolo, di cui si è ignorata la matrice politica e la forza dirompente, funzionale alla destabilizzazione socioculturale programmata dall’imperialismo globalizzante che ha bisogno di sudditi sradicati anche dalla legge naturale. Non per nulla nella caserma romana degli schiavi era inibita la formazione della famiglia.
In questa prospettiva è allora necessario e urgente ridefinire un concetto indebitamente distorto di Occidente che ha prodotto e produce conseguenze pratiche molto pericolose, anche sul piano della nostra falsa coscienza.
Infatti, attraverso una manipolazione terminologica non innocente, da troppo tempo questo termine viene usato arbitrariamente per indicare una unica realtà politico culturale, che abbraccia l’Occidente europeo e insieme quello atlantico o statunitense che dir si voglia.
La conseguenza diretta è evidente: la potenza considerata egemone ritiene di dover parlare a nome di quanti vengono definiti geograficamente occidentali, ovvero di quelli che essa decide debbano essere considerati politicamente e «ideologicamente» occidentali.
Ma l’assimilazione tra concetto geografico e concetto culturale e la sua trasposizione allo spazio transatlantico induce alla sovrapposizione e assimilazione di spazi non solo culturalmente estranei, ma persino antitetici e in conflitto di interessi, e ed è dunque doppiamente incongrua e arbitraria.
Infatti, anzitutto dovrebbe essere evidente che una «civiltà americana» ha a che fare con quella europea quanto il prestigioso Gugghenheim veneziano in cemento armato ha a che fare con la vista sul Canal Grande. Mentre fare del concetto geografico un concetto politico è in questo caso come riconoscere a Cesare e Vercingetorige interessi comuni.
Gli Stati uniti sono stati portatori di una nuova antropologia, e hanno sentito precocemente la propria autonomia e originalità tanto da guardare al Continente Europeo prima come ad un modello, poi come ad una terra di conquista, oggi come a un suddito di cui disporre a piacimento e all’occorrenza, da distruggere.
Con il pragmatismo ereditato dalla radice anglosassone, si sono guardati fin dall’inizio e durante tutta la loro storia, dall’osservare i principi che bene o male disciplinavano il diritto internazionale europeo, secondo la precoce inattaccabile diagnosi schmittiana.
Quel nuovo modo di considerare i rapporti internazionali, avallato dal crescente potere economico e militare, ha finito per contaminare tutto un sistema politico e diplomatico e stravolgere le più elementari regole della convivenza tra stati sovrani comunemente riconosciute. La deregulation alla base della nuova economia di mercato è stata trasferita sul piano dei rapporti internazionali dove tutto diventa plausibile se corrisponde a disegni strategici, peraltro spesso anche fallimentari, orientati a un espansionismo ossessivo perché creduto economicamente irrinunciabile.
Anzi, proprio nel campo dei rapporti internazionali anche la contaminazione «culturale» è ormai tanto avanti, grazie alla poderosa macchina propagandistica appaltata agli agenti pubblicitari europei, che ogni operazione disonorevole come quella dei famigerati accordi di Minsk non smuove le assopite coscienze dei sudditi europei, come ogni intervento moralmente ripugnante è messo al riparo, per assuefazione, dal dissenso interno.
Brutalità, cinismo, menzogna ed ipocrisia sono le regole di comportamento valide sia in pace che in guerra sotto la guida suprema dell’utile. Vale per tutto il criterio che presiede la guerra aerea condotta con la regola del bombardamento a tappeto sulle città, già sperimentato con successo in Europa e che comporta il massimo risultato col minimo sacrificio umano proprio.
Metodo perfezionato definitivamente contro la Serbia, che non aveva dichiarato guerra a nessuno, ma era stata eletta a nemico di turno necessario per far girare la preziosa industria militare made in USA. Vi furono sganciate eroicamente 300.000 bombe in poche settimane, e nessun soldato «occidentale» rimase sul campo. Ma era stata inaugurata una nuova serie di altre eroiche imprese, del cui orrore è meglio tacere. Ogni europeo dovrebbe finalmente chiedersi che cosa ha a che fare con tutto ciò l’Europa che da quasi un secolo si straccia le vesti per la barbarie nazista.
Ora dovrebbe risultare evidente che la formula geografica serve a creare, oltre ad una falsa assimilazione culturale, anche la suggestione di una assimilazione politica data per scontata come ineludibile, al pari della monacazione di Gertrude.
In conclusione, poiché l’Occidente europeo è cosa storicamente e culturalmente e ideologicamente diversa dall’Occidente americano, e i rapporti di forza determinano tra i diversi soggetti politici condizioni totalmente squilibrate, l’allargamento del concetto di Civiltà occidentale dai confini europei allo spazio transatlantico, comporta una assimilazione artificiosa, incongrua e soprattutto pericolosa per le sue conseguenze imbarazzanti quanto indesiderabili, e il problema stesso della crisi della Civiltà europea ne viene totalmente viene sviato.
Questo uso estensivo di «Occidente» avalla cioè una pretesa continuità culturale e politica che condiziona non solo modi di pensare e scelte irrazionali, ma soprattutto decisioni aberranti come l’attuale bellicismo ad ampio spettro parlamentare.
È vero che un allargamento del concetto di Civiltà occidentale dai confini europei allo spazio transatlantico era avvenuto sia in virtù del credito acquistato dagli Stati Uniti con la leggendaria dichiarazione di indipendenza e poi grazie ai due interventi «liberatori» dell’Europa, sicché per molto tempo la distanza sempre crescente tra le due entità geopolitiche non è stata adeguatamente avvertita.
Non per nulla lo stesso Spengler, parlando di Occidente, faceva letteralmente riferimento a quello europeo e americano insieme, anche se la Civiltà occidentale di cui si occupava misurandone la senescenza era essenzialmente quella centroeuropea.
Perfino Guénon, nel 1927, a quasi dieci anni dalla fine della prima guerra mondiale, dava per scontato che Occidente fosse l’Europa e l’America insieme. Ma si trattava di una assimilazione superficiale quanto improvvida, laddove Schmitt aveva già misurato perfettamente anche la forza distruttiva della mentalità della politica e della cultura americana sull’indebolito spirito europeo oggi capace soltanto di reazioni scomposte e di votarsi all’autoannientamento.
Insomma, quella assimilazione terminologica deve essere esorcizzata e respinta con forza perché più minacciosa che impropria. Perché, anche al di là delle fasulle vicinanze culturali, falsifica un insanabile conflitto di interessi le cui conseguenze inquietanti dovrebbero essere sotto gli occhi di tutti. Perché dà corpo ad una follia collettiva che ha messo fuori uso la ragione e la capacità di vedere e capire la realtà.
L’Europa come Pinocchio, in balia della propria stoltezza, è entrata nelle fauci di un Occidente più grande, ovvero della balena che minaccia ora di digerire il burattino da un momento all’altro, anche per interposta guerra provocata ad hoc.
Patrizia Fermani
Articolo previamente apparso su Ricognizioni.
Civiltà
La distruzione del diritto: cause e conseguenze della distruzione della civiltà
Lo scopo di questo testo è invitare a riflettere sui cambiamenti della nostra civiltà osservando le trasformazioni dei fondamenti classici del diritto.
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Legge e civiltà
1.1. Ogni società ha delle leggi, ma non le stesse leggi.
Il diritto esiste, con diversi gradi di perfezionamento, in tutte le società: «ubi societas ibi ius». Alcune civiltà hanno dedicato maggiore sviluppo al diritto rispetto ad altre. Il diritto è un prodotto della civiltà. Certamente, come altri prodotti di una civiltà, può sopravvivere alla civiltà che lo ha creato, ma questa sopravvivenza non può più essere la stessa che ha avuto all’interno della struttura della civiltà che lo ha visto crescere, perché né coloro che lo ricreano né coloro che ne usufruiscono partecipano all’etica fondante proprio perché quest’etica viene vissuta veramente solo nella civiltà che ne è animata.
In altre civiltà, quell’etica può essere studiata… ma non vissuta. Il diritto romano è sopravvissuto alla caduta della civiltà greco-romana in Occidente, ma la sua esistenza come prodotto sopravvissuto non è stata, e non poteva essere, la stessa di quando la civiltà romana era ancora in vita. Allo stesso modo, il diritto romano è stato studiato negli ultimi due secoli come probabilmente non era mai stato studiato prima, ma è chiaro che questo diritto non viene più vissuto.
Si può osservare che le civiltà che si sono sviluppate maggiormente hanno distinto, in vari modi, i diversi rami del diritto, che sono fondamentalmente due: il diritto pubblico e il diritto privato.
1.2. La fine della civiltà dell’Europa occidentale
Il XX secolo è stato testimone di un duplice processo: da un lato, il declino dell’Europa, manifestatosi in molteplici aspetti (etico, estetico, politico, economico, etc.); dall’altro, a complemento del primo, il progressivo sviluppo del continente scoperto e plasmato dall’Europa: l’America. Ma in America, questo sviluppo ha seguito, e continua a seguire, due percorsi che non sempre sono confluiti: uno nell’America settentrionale anglosassone e un altro nell’America settentrionale, centrale e meridionale ispanica. Tuttavia, l’enorme potere politico ed economico dell’America settentrionale anglosassone prevale oggi non solo sui suoi vicini meridionali, ma anche sull’Europa da cui hanno avuto origine le idee che ha rielaborato.
Alcuni arrivano persino a parlare di una «civiltà americana». Se questa cultura americana, frutto di uno sviluppo unico di idee originariamente europee, si configurerà infine come una nuova «civiltà» – sì, erede, ma distinta, dalla civiltà cristiana nata in Europa – è qualcosa che prima o poi diventerà evidente. Non si tratterebbe di un fenomeno nuovo, poiché lo stesso fenomeno si è verificato in Europa, dove la civiltà occidentale si è sviluppata sulle coste settentrionali del Mediterraneo, erede, ma distinta, dalla civiltà greco-romana che aveva prosperato nella stessa regione.
Non sembra ragionevole pensare che il diritto possa rimanere distaccato dagli eventi che si susseguono nella nostra civiltà, la civiltà cristiano-occidentale nata in Europa. Credo sia evidente che il diritto stia attraversando dei cambiamenti che, a seconda della prospettiva, potrebbero essere descritti come «trasformazione», «evoluzione» o «mutazione». A mio avviso, il diritto, sia privato che pubblico, sta vivendo qualcosa di più di una semplice «trasformazione» o «evoluzione». Sta subendo una vera e propria mutazione, cambiamenti così profondi da poter affermare che viviamo in una civiltà che non è più la civiltà cristiano-occidentale teorizzata da Spengler o Toynbee.
1.3. La legge come baluardo difensivo della polis
Il frammento numero 44 di Eraclito di Efeso, secondo il testo raccolto da Diogene Laerzio, afferma che «il popolo deve lottare per la legge come se fosse il proprio muro». Generalmente, le versioni spagnole del frammento traducono la parola «nomos» (νόμος) con «legge», ma questa traduzione non è del tutto corretta. «Nomos» indica l’ordinamento giuridico della comunità, che è più di una semplice «legge». E questo «ordinamento giuridico» dovrebbe essere inteso come la legge che non solo governa, ma dovrebbe governare, una società ben ordinata.
Raúl Caballero dà questa interpretazione al frammento: «Ciò che Eraclito chiede agli abitanti di Efeso è che, pur introducendo inevitabili cambiamenti in particolari aspetti dello stile di vita cittadino, dettati dai tempi e dalle esigenze che mutano, il demos, in quanto forza sociale emergente all’interno della polis, rimanga fedele alle forme e ai costumi tradizionali (nomos) nella loro essenza, ovvero in tutto ciò che favorisce il mantenimento dell’unità e della coesione della comunità. Solo in questo modo, secondo Eraclito, Efeso potrà preservare il suo status di comunità politica (polis), al sicuro dalle forze distruttive che minacciano l’integrità della sua coesistenza, proprio come i nemici minacciano un muro comune» (1)
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Mutazione del diritto privato
Riflettiamo sulle trasformazioni subite dal Diritto Privato. È risaputo che il Diritto Privato deve molto al Diritto Romano e rappresenta, in larga misura, una delle prove che la civiltà cristiano-europea, pur essendo distinta, è anche un prodotto della civiltà greco-romana. Il nucleo delle istituzioni di Diritto Privato europeo è rimasto debitore del Diritto Romano fino alla fine del XX e all’inizio del XXI secolo.
2.1. Modifica della legge sulla persona e sulla famiglia.
2.1.1. Vita e morte della persona.
In ambito giuridico, ciò che definisce una persona sono la nascita e la morte.
Uno dei cambiamenti che il cristianesimo introdusse nel diritto romano (in gran parte a causa della contemplazione del mistero fondativo della civiltà cristiana occidentale, il concepimento verginale di Maria) fu la protezione della vita umana prima della nascita. È quindi di grande importanza notare che il permesso di aborto in ambito legislativo è stato uno degli arieti contro la legge emersi nel fervore della civiltà cristiana occidentale.
A questo proposito, viene spesso definito «diritto alla vita», sebbene tale espressione sia forse imprecisa, poiché è evidente che non è possibile attribuire a un essere inanimato il «diritto» ad «avere la vita», e quando si parla di «diritto alla vita» ci si riferisce a un’entità che già possiede la vita. In realtà, si tratta del diritto della persona a «preservare» la vita esistente e, in questo senso, appare come il diritto di un essere umano vivente, anche se non ancora nato, a «preservare» la propria vita e a nascere secondo il corso biologico naturale.
Tuttavia, l’evoluzione di questo diritto ha portato a considerare che esso non costituisce un ostacolo all’impedire a un essere umano di «preservare» la propria vita e di impedire la propria nascita. Si contrappone addirittura al «diritto della donna all’autodeterminazione in merito all’interruzione di gravidanza» (Sentenza della Corte Costituzionale n. 44/2023). Tra l’altro, nessuno ha spiegato come questa «autodeterminazione» possa far riprendere quella gravidanza che è stata «interrotta».
Allo stesso modo, viene abbandonata l’idea che la vita nelle sue fasi finali debba essere oggetto di massima cura e attenzione. Da parte sua, anche l’idea di morte ha subito una brutale mutazione, considerando che l’individuo non solo ha la libertà di togliersi la vita ma anche la libertà di chiedere che lo Stato lo faccia, il cosiddetto «diritto di chiedere e ricevere l’assistenza necessaria per morire» (eutanasia) che, guarda caso, corrisponde ai cittadini spagnoli, ma non agli stranieri clandestini (articolo 5.1.a della Legge organica 3/2021).
2.1.2. Nominalismo contro realismo
Uno dei fattori chiave di quello che è stato considerato un punto di svolta nella civiltà cristiana occidentale è stata la predominanza del nominalismo sul realismo alla fine del cosiddetto «Medioevo». Questo processo «nominalista» ha avuto conseguenze nel corso dei secoli e ora, nel XXI secolo, ha raggiunto il suo apice con la Legge 4/2023, del 28 febbraio, per la reale ed effettiva uguaglianza delle persone trans e per la garanzia dei diritti delle persone LGBTI.
Naturalmente, una persona nasce con un sesso. Ma la legge stabilisce che «nel caso in cui il referto medico indichi una condizione intersessuale del neonato i genitori, di comune accordo, possono richiedere che l’indicazione del sesso rimanga in bianco per un periodo massimo di un anno. Trascorso tale periodo, l’indicazione del sesso sarà obbligatoria e la relativa registrazione dovrà essere richiesta dai genitori» (articolo 49.1 della legge sull’anagrafe civile introdotta dalla legge 4/2023).
Nel caso non fosse chiaro, il nominalismo prevale sul realismo e la legge stabilisce che per stabilire il nome proprio di una persona, «qualora l’identificazione risulti ambigua, non verrà data alcuna rilevanza alla corrispondenza del nome con il sesso o l’identità sessuale della persona» (Articolo 51.2 della Legge sull’Anagrafe Civile introdotta dalla Legge 4/2023).
Questo nominalismo si verifica anche in relazione alla designazione del sesso precedentemente registrata, poiché la legge consente la «rettifica del sesso» nel Registro Civile (articolo 83.1.d della Legge 20/2011 sul Registro Civile). Queste informazioni sono classificate come «specialmente protette» e non accessibili al pubblico. Ciò significa che un uomo può credere di poter sposare una donna perché così risulta registrata nel Registro Civile, senza sapere che la persona potrebbe essere nata maschio, o viceversa.
Il nominalismo è evidente anche nel cambiamento dei termini «padre» e «madre». La figura del padre è stata legalmente sostituita da quella di «padre o genitore non gestazionale». Quanto alla figura della madre, è stata sostituita da quella di «madre o genitore in gravidanza». Ma accade che «nelle coppie dello stesso sesso registrate, i riferimenti alla madre si intendono riferiti alla madre o al genitore biologico, e i riferimenti al padre si intendono riferiti al padre o al genitore non biologico» (Decima disposizione aggiuntiva della legge sull’anagrafe introdotta dalla legge 4/2023), che significa che in una coppia in cui entrambi hanno il sesso registrato «donna», una donna sarà «padre o genitore non gestazionale» e l’altra donna «madre o genitore gestazionale».
A complicare ulteriormente la situazione, la Legge 4/2023 ha introdotto la categoria di «madre o persona incinta transgender» (articolo 44.6 della Legge sull’Anagrafe introdotta dalla Legge 4/2023).
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2.2. Mutazione dei diritti reali: scomparsa della proprietà.
Un altro elemento del diritto romano classico è il diritto alle cose, e in particolare il diritto per eccellenza su una cosa: il diritto di proprietà. Questo diritto era configurato come il diritto esclusivo e perpetuo su una cosa corporea (de re corporali), da utilizzare (jus utendi), godere (jus fruendi) e organizzare (jus abutendi) di lei, nella misura in cui le leggi non lo proibiscono (nisi lege prohibeatur).
Questo intero concetto si è dissolto in diversi modi. In primo luogo, il termine «proprietà» è stato utilizzato per riferirsi a cose «intangibili», dai «diritti» alla cosiddetta proprietà «industriale» o «intellettuale». In secondo luogo, la natura «perpetua» della proprietà è stata erosa e le proprietà un tempo riconosciute come tali hanno perso questo status a causa di successive normative.
In particolare, la «perpetuità» è diventata fortemente subordinata al pagamento continuativo delle tasse (soprattutto per gli immobili urbani e rurali), trasformando così la proprietà in una sorta di contratto di locazione con lo Stato. In terzo luogo, il diritto di «uso» della proprietà è stato limitato oltre ogni limite ragionevole, poiché le leggi hanno introdotto divieti d’uso chiaramente arbitrari. Un esempio è la restrizione sull’uso del suolo, che è ormai chiaramente il risultato di decisioni amministrative o politiche, spesso derivanti da pratiche corruttive.
Si può affermare, a questo punto, che il diritto di proprietà sugli immobili non esiste più se non come finzione. Il diritto che le persone hanno sugli immobili non è più un diritto di proprietà. Per quanto riguarda i beni mobili, l’erosione è progressiva. È inoltre evidente che la proprietà dei beni mobili non esiste più in relazione alle automobili, che non possono essere «utilizzate» senza pagare tasse continue. Ci sono alcuni oggetti personali sui quali possiamo ancora parlare di proprietà: libri o dischi. Anche per quanto riguarda i gioielli, si registrano intrusioni sempre più problematiche.
2.3. Modifica del diritto contrattuale.
Per quanto riguarda i contratti, il fenomeno che si osserva dal XX secolo è che nelle transazioni commerciali private riguardanti le questioni più importanti della vita quotidiana, il fondamento concettuale di cosa sia un contratto, ovvero un accordo libero tra due parti, è venuto meno.
Per ottenere beni e servizi, individui e famiglie si trovano sempre più spesso a dover interagire con grandi aziende, spesso transnazionali. Ciò comporta due conseguenze. In primo luogo, i termini dell’accordo tra l’individuo e una grande azienda, anche se presentati come un «contratto», sono essenzialmente «documenti di adesione» (la dottrina del diritto civile li definisce ancora «contratti di adesione», il che, a mio avviso, è un’assurdità concettuale).
In secondo luogo, in caso di inadempimento contrattuale da parte di una di queste grandi aziende (si pensi ad esempio a banche, compagnie di telecomunicazioni, aziende di trasporto, etc.), da una parte c’è l’individuo o la famiglia, dall’altra una grande azienda con un esercito di avvocati al proprio soldo, il che rende praticamente impossibile intraprendere un’azione legale contro l’azienda in caso di violazione del contratto.
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Mutazione del diritto pubblico
Il debito nei confronti di Roma si manifesta anche nel Diritto pubblico, sebbene in misura significativamente minore. Sebbene sia vero che il Diritto pubblico esistesse a Roma o addirittura all’apice della civiltà cristiana occidentale (il cosiddetto «Medioevo»), resta il fatto che il Diritto pubblico è fondamentalmente un prodotto della civiltà cristiana occidentale dopo la creazione, in un certo momento della sua storia, dello Stato, inteso come una nuova forma politica sconosciuta in altre civiltà ed epoche, e caratterizzata dall’essere dotata di un nuovo tipo di potere politico anch’esso sconosciuto: la sovranità.
Dall’idea dello Stato come forma di potere dotata di sovranità si sono configurati i diversi rami del Diritto pubblico: il Diritto costituzionale (inizialmente chiamato «Diritto pubblico interno» o «Diritto politico»), il Diritto internazionale pubblico (inizialmente chiamato «Diritto pubblico esterno»), il Diritto amministrativo, il Diritto penale, il Diritto tributario e il Diritto del lavoro, che comprende elementi di Diritto privato.
Carl Schmitt, a cavallo tra il XX e il XX secolo, fece un’affermazione che alcuni avrebbero potuto considerare arrogante, ma che quasi un secolo dopo si è rivelata profetica: «sono l’ultimo rappresentante consapevole dello Ius Publicum Europaeum, il suo ultimo interprete e ricercatore in senso esistenziale, e ne sto vivendo la fine» (2). Nessuno può negare che le categorie classiche del diritto pubblico europeo si siano sviluppate sulla scia dell’emergere dello Stato (lo Ius Publicum Europaeum) sono in crisi o, se preferite non dirlo in questo modo, stanno vivendo quella che si potrebbe definire una «mutazione».
3.1. La crisi della sovranità esterna
Il diritto internazionale europeo si fondava sull’idea che i suoi soggetti fossero gli «Stati» riconosciuti come dotati di «sovranità». Per impedire che gli Stati potenti dominassero quelli più deboli, le guerre intraprese contro uno Stato che si limitava a esercitare la propria sovranità senza attaccare un altro Stato erano considerate «ingiuste».
Ma si è spinta oltre, erodendo la sovranità degli Stati in due modi: uno materiale e l’altro procedurale.
Da un punto di vista materiale, si è radicata l’idea che il rispetto dei «diritti umani» costituisca un limite alla sovranità degli Stati. Pertanto, gli Stati, nell’esercizio della loro sovranità, vengono privati del potere sovrano di determinare lo status dei propri cittadini e degli stranieri.
Inoltre, da un punto di vista giurisdizionale, sono stati istituiti tribunali internazionali, perlopiù in materia di «diritti umani», che mirano proprio a far rispettare la limitazione della sovranità statale. Ciò ha persino portato alla creazione di un diritto penale internazionale, accompagnato da una giurisdizione penale internazionale.
Tuttavia, è importante notare che gli Stati sovrani sono esclusi da questo processo. Si pensi, in primo luogo, agli Stati potenti che costituiscono il nucleo delle economie «su larga scala». Né gli Stati Uniti, né la Russia, né la Cina accettano limitazioni alla propria sovranità basate su trattati sui «diritti umani», tanto meno tribunali internazionali che potrebbero supervisionare le loro decisioni.
3.2. La crisi della sovranità interna: l’indifesa del potere costituente
La distruzione della sovranità assume caratteristiche tragiche in alcuni casi in cui determinate forze cercano di distruggere uno Stato dall’interno annientandone la sovranità.
La sovranità, concepita da una prospettiva razionalista, si traduce nell’idea che lo Stato possa pianificare la propria configurazione politica attraverso una «Costituzione». Pertanto, nel pensiero razionalista, la sovranità è intesa come «potere costituente». La distruzione della sovranità statale all’interno di uno Stato costituzionale viene quindi presentata come la distruzione del potere costituente. Negli Stati più degradati, si afferma che tutto nell’ordinamento costituzionale è riformabile, senza che vi siano fondamenti inattaccabili (Sentenza della Corte Costituzionale n. 48/2003).
In risposta agli attacchi alla «Costituzione» (ovvero al potere costituente), le costituzioni prevedono meccanismi politici e giurisdizionali. Il meccanismo politico per eccellenza è l’impiego dell’esercito, ma questa possibilità è paralizzata dalla richiesta di rispetto dei «diritti umani». Pertanto, rimane un altro meccanismo, «indolore»: il ricorso ai tribunali per difendere il potere costituente.
E qui, ancora una volta, vediamo come la sovranità interna sia stata erosa. Certe ideologie, in nome della «democrazia», ammettono la distruzione della sovranità statale o dell’integrità territoriale se tale decisione viene presa tramite votazione. Il presupposto è che il requisito della «democrazia» sia che non vi siano limiti a ciò che il «popolo» può decidere, consentendo così lo smembramento o la distruzione di una nazione.
Tuttavia, è opportuno esaminare anche le diverse reazioni in difesa della sovranità e del potere costituente: timide negli stati deboli o in declino (la Spagna del XXI secolo) e vigorose negli stati che mantengono la propria sovranità (dagli Stati Uniti del XIX secolo alla Russia e alla Cina del XXI secolo).
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3.3. Lo scioglimento della cittadinanza
Prima dell’approvazione della Costituzione spagnola del 1978, il regime di immigrazione si basava sul Decreto 522/1974, del 14 febbraio, del Ministero dell’Interno. Il Decreto si fondava sul presupposto che il diritto di circolare liberamente e di risiedere in Spagna appartenesse agli spagnoli e, di conseguenza, consentiva l’espulsione degli stranieri che non erano entrati con documenti o che, già residenti in Spagna, «quando, a causa del loro stile di vita, delle attività che svolgono, della condotta che osservano, dei precedenti penali o di polizia, delle relazioni che intrattengono o di altre cause simili, si ritiene opportuno». Un’eco di ciò si ritrova ancora nella Costituzione del 1978, che all’articolo 19 concede solo ai cittadini spagnoli il diritto di spostarsi e risiedere in Spagna.
Questa situazione iniziò a incrinarsi con la Legge organica 7/1985, del 1° luglio, sui diritti e le libertà degli stranieri in Spagna, che consentiva il ricorso in appello contro le decisioni di espulsione, le quali cessarono così di essere considerate atti politici extragiudiziali, rendendo possibile la sospensione delle espulsioni.
La situazione è stata ulteriormente aggravata dalla Legge organica 4/2000, dell’11 gennaio, sui diritti e le libertà degli stranieri in Spagna e sulla loro integrazione sociale, che all’articolo 58.2 ha smantellato l’intero sistema. Secondo tale articolo, «La detenzione sarà mantenuta per il tempo necessario agli scopi del fascicolo, ma in nessun caso potrà superare i quaranta giorni, né potrà essere disposta una nuova detenzione per alcuna delle cause previste nello stesso fascicolo». Ciò significava, in parole povere, che uno straniero con un ordine di espulsione non eseguito entro 40 giorni era libero di circolare sul territorio spagnolo.
Da allora, la libertà di movimento e di residenza sul territorio spagnolo ha cessato di essere un diritto riservato esclusivamente agli spagnoli, dissolvendo un elemento fondamentale della cittadinanza: il legame tra il popolo e il territorio.
3.4. Modifica dei diritti fondamentali
I diritti fondamentali nascono dal riconoscimento di uno status che mira a proteggere gli individui, e in particolare i cittadini, dalle azioni dello Stato. Questa premessa si scontra inevitabilmente con il paradosso di come lo Stato possa proteggere se stesso dalle azioni dello Stato. Questa contraddizione apparentemente insolubile è stata risolta dalla finzione della «separazione dei poteri», che consente a un «ramo dello Stato» di proteggere l’individuo dalle azioni di un altro «ramo dello Stato», ignorando il fatto che entrambi siano rami dello stesso Stato.
A prescindere da questo punto, resta il fatto che i diritti fondamentali sono creati principalmente per proteggere i diritti delle persone fisiche. Certamente, molti diritti sono attribuibili a persone giuridiche, ma sulla base del riconoscimento dei diritti delle persone fisiche. Tuttavia, stiamo assistendo a una progressiva «oggettivazione» e «desoggettivizzazione» dei diritti fondamentali, particolarmente evidente nelle procedure per la loro tutela. Ciò è diventato particolarmente evidente nella riforma del 2007 del processo di ricorso costituzionale in Spagna.
Si verifica anche nell’ambito del diritto dell’Unione europea, dove non esiste una procedura specifica per la tutela dei diritti fondamentali. Lo stesso vale per i regolamenti vigenti che disciplinano la Corte penale internazionale, dove la presunta difesa dei diritti umani più fondamentali è una procedura del tutto oggettiva, come dimostra il fatto che le vittime non hanno la legittimazione ad agire.
3.5. Cambiamento nel rapporto tra i poteri e le funzioni dello Stato
Il diritto pubblico europeo, nel suo sviluppo, ha stabilito una distinzione (piuttosto che una «separazione») di poteri e funzioni. Queste distinzioni vengono cancellate, distorcendo completamente il sistema.
Il primo cambiamento, evidente, era già stato notato da Carl Schmitt un secolo fa (3). Il fatto è che il Parlamento, uno di quegli organi fondamentali dello Stato preposti al potere legislativo, dato che opera attraverso il dibattito pubblico, non dibatte più né legifera, limitandosi a una funzione teatrale in cui i parlamentari recitano una parte e convalidano come leggi testi precedentemente elaborati dal Governo.
E se il Parlamento non discute né legifera, i tribunali, anziché giudicare l’applicazione delle leggi, cercano sempre più spesso di sostituirle con le proprie interpretazioni o addirittura di imporle nel caso in cui il legislatore non abbia approvato una legge.
Da un lato, sostituendo i metodi classici di interpretazione con la tecnica della «ponderazione degli interessi», più tipica dei processi di equità, i tribunali ignorano la soluzione offerta dalle norme applicabili e impongono invece quella che ritengono giusta. La distinzione tra «legge» ed «equità» si fa sfumata e, nei processi in cui i tribunali sono chiamati ad applicare la «legge», attraverso la «ponderazione degli interessi», finiscono per decidere sulla base di una presunta «equità».
D’altro canto, nell’ambito costituzionale è emersa una mostruosità concettuale chiamata «incostituzionalità per omissione». Nei suoi sviluppi più significativi, ha trasformato le corti costituzionali da «legislatori negativi», limitati a dichiarare se una legge esistente sia costituzionale o meno, in «legislatori positivi» che stabiliscono se il legislatore abbia mancato al suo dovere di emanare la legge omessa e necessaria.
La costruzione dell’«incostituzionalità per omissione» erode i fondamenti concettuali della giurisdizione costituzionale, risultando quasi sempre in una pronuncia puramente dichiarativa senza conseguenze pratiche e, in alcuni casi, inducendo la corte stessa ad osare emanare la legge che, a suo dire, era stata omessa.
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Le mura sono crollate
Tutti questi fenomeni possono essere riassunti in un’unica idea: come conseguenza del degrado del mondo delle idee in Occidente, si è verificato un degrado del Diritto che incarna i principi fondamentali della civiltà cristiano-occidentale: le istituzioni tradizionali vengono distrutte e vengono introdotte nelle norme novità prive di fondamento o con scarso fondamento, che ne accelerano ulteriormente il degrado.
La conclusione è che il diritto sta indubbiamente attraversando un periodo di trasformazione. Solo le innovazioni saldamente radicate nelle categorie classiche possono essere considerate una vera «evoluzione», un autentico «sviluppo». Ma ciò che le istituzioni sperimentano, che non solo non si basano più sulle categorie classiche ma addirittura le erodono o le distruggono, costituisce una «mutazione». Una mutazione che è una chiara indicazione che anche la civiltà stessa sta mutando, o ha già mutato. E da nessuna parte è scritto che questo cambiamento debba necessariamente essere in meglio.
Le mura del diritto cristiano occidentale sono crollate. Non per mano di nemici esterni, poiché gli stati nati dalla civiltà cristiana occidentale sono stati i più potenti della storia, ma perché sono stati minati dall’interno.
La civiltà cristiana occidentale è quindi lasciata alla mercé dei non europei e degli europei che la odiano.
Carlos Ruiz Miguel
Professore di Diritto Costituzionale, Università di Santiago di Compostela
NOTE
1) Raúl Caballero Sanchez, «La lucha del pueblo por la ley: una nueva propuesta de lectura del fragmento 22 b 44 dk de Heráclito», Exemplaria Classica. Journal of Classical Philology n. 16 (2012), pp. 3-16 (p. 10).
2) «Ich bin der letzte, bewußte Vertreter des jus publicum Europaeum, sein letzter Lehrer und Forscher in einem existenziellen Sinne und erfahre sein Ende». Cfr. Carl Schmitt, Ex captivitate salus, traduzione Anima Schmitt de Otero, Editorial Porto, Santiago de Compostela 1960 (1ª ed. tedesca, 1950, trad.it Ex Captivitate Salus, Adelphi, Milano 1993).
3) Carl Schmitt, Die geistesgeschichtliche Lage des heutigen Parlamentarismus, Duncker & Humblot, Berlino 1923 (trad.it La condizione storico-spirituale dell’odierno parlamentarismo, Giappichelli, Torino 2004).
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Civiltà
Valpurga e oltre: le origini esoteriche del 1° maggio
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Civiltà
Trump: l’Europa si sta autodistruggendo
Le nazioni europee devono invertire un decennio di scelte che lui stesso ha definito «orribili» per smettere di «distruggersi», ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Intervenendo mercoledì al World Economic Forum di Davos, Trump ha sostenuto che, sebbene gli Stati Uniti vogliano vedere l’Europa prosperare, «non stanno andando nella giusta direzione».
Ha imputato la responsabilità alle politiche migratorie incontrollate dei Paesi europei e a quella che ha chiamato la «nuova truffa verde», espressione con cui indica le politiche energetiche verdi, sostenendo che l’enfasi sull’energia eolica ha provocato un aumento dei prezzi energetici nella regione.
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«Le conseguenze di queste politiche distruttive sono state gravissime, tra cui una crescita economica più bassa, standard di vita più bassi, tassi di natalità più bassi, migrazioni più distruttive dal punto di vista sociale e una maggiore vulnerabilità ad avversari stranieri ostili», ha affermato.
I Paesi europei devono «uscire dalla cultura che hanno creato» negli ultimi dieci anni, ha aggiunto Trump. «È orribile quello che si stanno facendo, si stanno distruggendo. Vogliamo alleati forti, non seriamente indeboliti», ha dichiarato il presidente statunitense.
Poco dopo, il Segretario di stato americano Marco Rubio ha rilanciato le parole di Trump su X, sostenendo che se gli europei non modificano la loro traiettoria culturale, «si autodistruggeranno».
The United States cares greatly about the people of Europe and the bonds we share as a civilization. But we want strong allies, not seriously weakened ones. Europe must depart from the culture they’ve created over the last ten years. Otherwise, they will destroy themselves. pic.twitter.com/rNQrd1KojK
— Secretary Marco Rubio (@SecRubio) January 21, 2026
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Come riportato da Renovatio 21, anche l’ultima Strategia per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump, pubblicata a dicembre, ha messo in guardia contro quella che definisce una «cancellazione della civiltà» in Europa. Il documento ha attribuito la colpa ai tentativi dell’UE e delle organizzazioni internazionali di minare la «libertà politica» e la libertà di espressione, oltre che di imporre politiche migratorie dannose.
Anche Mosca ha più volte evidenziato il declino dell’UE. A dicembre, il presidente russo Vladimir Putin ha affermato che, dopo il crollo dell’URSS, la Russia si aspettava di essere accolta nella «famiglia occidentale civilizzata», ma che «la civiltà lì è inesistente e il degrado è tutto ciò che esiste».
Come riportato da Renovatio 21, Trump a dicembre ha dichiarato che persone «deboli» guidano un’Europa «in decadenza». Il premier ungherese Vittorio Orban gli ha fatto eco dicendo che Trump comprende il «declino della civiltà» europea.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
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