Famiglia
Vescovi e fedeli filippini in piazza contro la legge che vuole legalizzare il divorzio
I vescovi cattolici e i laici delle Filippine hanno esortato i politici a non «unirsi al carrozzone», mentre è in discussione una legge storica che potrebbe legalizzare il divorzio nel Paese. Lo riporta LifeSite.
«”Non divida dunque l’uomo quello che Dio ha congiunto”(Mt 19,6). La Chiesa cattolica non ha rinunciato a questo insegnamento di Gesù, nemmeno nei Paesi in cui il divorzio civile è già legale», ha affermato la Conferenza episcopale cattolica delle Filippine, tramite il suo presidente, il vescovo Pablo Virgilio David.
«Pertanto, anche nei Paesi in cui il divorzio civile è legale, i cattolici non possono semplicemente risposarsi in chiesa a meno che non presentino una dichiarazione di nullità del loro precedente vincolo matrimoniale, che non è la stessa cosa del divorzio».
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A parte lo Stato della Città del Vaticano, le Filippine sono l’unico paese al mondo che non ha legalizzato il divorzio. I cittadini possono presentare domanda di separazione e annullamento legale. C’è un’eccezione per i musulmani, che sono gli unici a poter divorziare grazie a un decreto presidenziale del 1977.
Tuttavia, potrebbe presto espandersi, poiché il disegno di legge (HB) 9349, o «legge di divorzio assoluto», mira a legalizzare il divorzio per una serie di motivi. Il disegno di legge è stato approvato dalla Camera dei rappresentanti a maggio in terza lettura ed è ora sotto esame al Senato.
I vescovi cattolici hanno svolto un ruolo chiave nel guidare l’opposizione alla legge proposta. Tuttavia, la loro dichiarazione non ha condannato apertamente il disegno di legge, né ne ha richiesto il rifiuto. Piuttosto, i vescovi hanno assunto una posizione più politica nel formulare la loro resistenza.
«Siamo davvero l’ultimo Paese al mondo che non ha ancora legalizzato il divorzio civile. Dovremmo quindi unirci al carrozzone? Certo che possiamo, se vogliamo. Nonostante quello che i religiosi potrebbero pensare, abbiamo libertà religiosa in questo paese e sosteniamo il principio di separazione tra Chiesa e Stato».
«La Chiesa non è in grado di dettare allo Stato cosa sia meglio per le famiglie filippine. Sappiamo che la nostra ostinata affermazione che un matrimonio autentico non può essere sciolto non è necessariamente condivisa da tutte le religioni; e lo rispettiamo. Ma prima di unirci al carrozzone, non dovremmo chiederci sulla base di ricerche e statistiche, se la legalizzazione del divorzio in tutto il mondo abbia effettivamente contribuito a proteggere il bene comune e il benessere della famiglia?»
«Le statistiche ci dicono che nei paesi in cui il divorzio civile è legale, “il tasso di fallimento del primo matrimonio è di circa il 48%, del 60% del secondo e del 70% del terzo matrimonio” (Centro Nazionale di Statistiche Sanitarie). Siamo sicuri di volere che le nostre famiglie facciano parte di queste fosche statistiche?» hanno chiesto i vescovi filippini.
I motivi di divorzio elencati nel disegno di legge proposto includono la violenza fisica, l’infedeltà, il tentato omicidio del coniuge, la pressione affinché il coniuge cambi religione e la dipendenza da droghe o alcol.
L’attuale presidente, Ferdinand Marcos, Jr., ha annunciato all’inizio del suo mandato nel 2022 che avrebbe spinto per il divorzio. Un sondaggio ha mostrato che il 49% dei 1.200 filippini intervistati si oppone al divorzio e il 30 percento lo sostiene.
Tuttavia, un altro sondaggio citato da The Independent ha attestato che il 50 percento delle persone è a favore del divorzio, mentre il 31% è contrario.
I prelati filippini hanno evitato di presentare direttamente una linea ferma contro il divorzio. «Come leader spirituali e morali della Chiesa, possiamo solo proporre, ma mai imporre», hanno scritto. «Possiamo solo motivare i nostri fedeli a partecipare attivamente al discorso pubblico ragionato come cittadini».
Ma hanno esortato la nazione a «prendersi un po’ più di tempo e chiedersi: potrebbe esserci una ragione per cui siamo praticamente l’ultimo paese rimasto al mondo che non ha ancora optato per la legalizzazione del divorzio civile?»
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I vescovi hanno quindi aggiunto che l’assenza di una legge sul divorzio stava assicurando che il matrimonio fosse contratto con maggiore comprensione, data la sua natura permanente: «l’assenza di un rimedio legale civile per il divorzio dovrebbe infatti essere un motivo in più per le coppie di pensarci due o tre volte prima di impegnarsi in un matrimonio civilmente vincolante, proprio a causa del valore che diamo alla famiglia come fondamento della società».
«Il divorzio è un male e il numero crescente di divorzi è molto preoccupante», hanno concluso, citando una frase dell’Amoris Laetitia di Papa Francesco .
Nonostante alcuni sondaggi citati dai media tradizionali a sostegno del disegno di legge sul divorzio, i cattolici filippini hanno manifestato la loro opposizione scendendo in piazza e pregando.
Migliaia di cattolici hanno partecipato alle marce del rosario a fine luglio, esortando i politici a opporsi al disegno di legge sul divorzio. L’arcivescovo Jose Palma di Cebu, dove si è tenuta una delle processioni, ha incoraggiato i dimostranti nella loro posizione, unendosi a loro presiedendo una messa per la parata devozionale.
«Non dovremmo scusarci, non dovremmo sentirci dispiaciuti per essere contrari [al divorzio] perché è semplicemente sbagliato», ha detto durante la sua omelia.
Secondo la conferenza episcopale, anche l’arcidiocesi di Cebu ha raccolto circa 157.000 firme per opporsi al disegno di legge sul divorzio.
Nel 2018 i politici hanno tentato di approvare una legge sul divorzio simile, ma è fallita al Senato. Con la legge sul divorzio ora sostenuta da molti al Senato e dal presidente della nazione, sembra molto più probabile che i dibattiti al Senato approveranno la legge questa volta.
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Immagine di E911a via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Famiglia
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Essere genitori
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Un bambino di undici anni è stato lasciato a terra dall’autista della corriera di linea che doveva riportarlo a casa dopo la scuola, da San Vito a Vodo di Cadore, perché il biglietto ordinario, di cui pure era in possesso, non era valido in costanza di celebrazioni olimpiche. Così, se ne è ritornato a piedi camminando all’imbrunire per sei chilometri e due ore. Per fortuna è arrivato alla meta sano e salvo.
Il signor Salvatore Russotto, dipendente della ditta di trasporti responsabile del misfatto, si è scusato con la famiglia del piccolo e si è detto mortificato per non aver avuto la prontezza di trovare lì per lì una soluzione congrua alle circostanze, soprattutto all’età del viaggiatore. Ha semplicemente fatto – automaticamente e stolidamente – quello che gli era stato detto di fare. «L’azienda ci aveva dato disposizioni chiare: invitare a scendere chiunque non avesse il titolo di viaggio valido. Non ci hanno detto nulla sui minorenni che vanno fatti salire comunque». «Mi fa male il cuore, a pensarci a mente fredda mi rendo conto di aver sbagliato, chiedo scusa al bambino e alla sua famiglia». «Mi assumo la responsabilità e pagherò quello che ci sarà da pagare».
È stata aperta un’inchiesta; intanto, il signor Russotto ha ricevuto un provvedimento di sospensione dal lavoro a tempo indeterminato. E intanto, la ditta opera a pieno regime.
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Sulla vicenda, che ha suscitato un grande clamore mediatico, si sono scatenati i commentatori sociali compulsivi invocando punizioni esemplari verso l’unico birillo esposto alla pubblica gogna e al libero insulto: l’autista disumano.
Ma ai giustizieri sommari, agli incontinenti da tastiera e in genere a coloro cui va bene così – capro espiatorio e via – andrebbe mostrata qualche altra faccia di quello che sembra un monolite, nella realtà è un poliedro. Perché, guardando all’insieme, il quadro forse si fa un po’ diverso, e come sempre c’è un dito e c’è una luna.
A partire dalla trovata del biglietto olimpico, che non è un’invenzione del signor Russotto. Per viaggiare da scuola a casa, infatti, l’undicenne avrebbe dovuto davvero esibire il biglietto speciale ultramaggiorato (di quattro volte tanto) imposto a chiunque, per qualsiasi motivo, tocchi percorrere un pezzo qualsiasi della tratta Calalzo-Cortina e viceversa durante il lungo arco temporale investito dai giochi invernali.
Per muoversi su e giù per la valle con mezzi privati, ai residenti e persino ai lavoratori abituali, è richiesto un permesso speciale, proprio allo scopo di disincentivare l’uso dell’auto a favore dei trasporti pubblici. Che però, appunto, costa(va)no una follia. Un modo come un altro, insomma, per costringere tutti, nessuno escluso, a prendere parte all’ultimo opulento rituale collettivo, offrendo sacrifici – non a Zeus, ma ad altre divinità sopravvenute.
Solo dopo il fattaccio, la provincia ha cercato di salvare la faccia: in prima battuta, con grande sprezzo del ridicolo, ha graziosamente concesso ai residenti che ne facessero regolare domanda di provare a ottenere un rimborso dei biglietti già acquistati, fino a esaurimento fondi, e tanti auguri; poi, crepi l’avarizia, ha addirittura ripristinato, per i residenti, il prezzo consueto dei biglietti.
Ci si chiede: serviva una storia come questa, e i riflettori puntati addosso a una fettina del sistema che sta dietro ai lustrini, per portare alla luce una fettina del latrocinio che si consuma all’ombra dei giochi? Perché di latrocinii e di sfregi e di soprusi olimpici in danno dei territori e dei loro abitanti, di lavoratori e di studenti, di incolpevoli cittadini e di poveri contribuenti, è difficile ormai tenere il conto. Per conferma, chiedere ai milanesi.
Ma non è tutto qui. Il tempismo e il genio risolutore delle istituzioni si sono magicamente manifestati – stavolta sub specie Malagò – anche nei confronti del bambino, al quale è stato offerto un ruolo nella cerimonia di apertura delle olimpiadi a titolo di compensazione. Motivazione a favor di telecamera: «per scaldargli il cuore». Famiglia entusiasta, dice festante la mamma: «siamo increduli, dalle stalle alle stelle». Da una scarpinata, insomma, è nata una star: giornaloni, trasmissioni TV, parti in commedia (occhio ora al San Remo all’orizzonte), foto, luci e sipari.
Dalla favola resta fuori l’autista, privato dello stipendio in attesa del verdetto della ditta di cui è dipendente. Non escludiamo che in questo tripudio di gioie, una volta scontata un po’ di graticola, ne uscirà graziato, e l’immagine dell’azienda lucidata a festa anche lei. Perché le Olimpiadi rendono tutti più buoni e più belli, dentro e fuori, come dice la pubblicità. Certo è che, nel mentre, il signor Russotto sta materialmente pagando: paga il proprio zelo spinto fin oltre il dovuto.
E qui sommessamente ricordiamo che, come lui, hanno agito tanti suoi colleghi in tempo di altri lasciapassare, quando ai bambini senza tessera verde era impedito di salire sul bus, o addirittura venivano costretti a scendere a corsa iniziata, magari in mezzo al nulla. Eppure, nessuno allora si stracciava le vesti. Anzi, la gente plaudiva ai bravi controllori, ai diligenti gregari rispettosi delle regole, perché è così che si fa: gli infedeli al culto di Stato andavano puniti in modo esemplare, senza limiti di età. Ai bambini si poteva infliggere impunemente ogni sorta di vessazione e infatti ogni sorta di vessazione è stata loro inflitta, nell’invasamento orgiastico fomentato da raffiche di dpcr e dalla loro libera interpretazione a senso unico non alternato. Si stava celebrando un altro rito, allora, i cui effetti devastanti sono oggi manifesti, e sono incalcolabili.
Evidentemente quella lezione lì qualcuno l’ha imparata, senza accorgersi che nel frattempo la scena era mutata, che ora vige in via provvisoria un’altra religione, e che i suoi sacerdoti preferiscono indossare la maschera dei difensori dell’infanzia perché si porta bene, e poi perché nella nuova fiction ecumenica manca un nemico oggettivo sul quale sfogare sadismi repressi, manca l’elemento dissenziente sul quale infierire: manca il mostro – o mostriciattolo – no vax.
La piega pedolatrica olimpica serve a lavarsi la coscienza, ad autoconvincersi e a convincere il pubblico pagante che questa società, pedofoba e pedofila, è una società che difende i bambini.
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E invece i bambini sono le sue prede privilegiate e fuori dalle quinte degli spettacoli di distrazione di massa continuano a essere programmaticamente maltrattati, indottrinati, manipolati, strappati alle loro mamme e ai loro papà se refrattari alle liturgie. Continuano a soffrire, defraudati di tutto quanto dovrebbe spettare all’età dello stupore e della scoperta.
Il paradigma con cui dobbiamo fare i conti non è, come vorrebbero farci credere, la bella festa di Riccardo, eroe olimpico per caso e per magnanimità dei potenti. Il vero paradigma è il Forteto, è l’infinita serie di famiglie dilaniate dai servizi sociali, è la scientifica distruzione della casa nel bosco e di mille altre case sui cui muri gli addetti alla sorveglianza hanno individuato una crepa attraverso la quale far penetrare la zampa del lupo, più o meno travestito. Storie dove manca il finale in cui vissero tutti felici e contenti grazie a un intervento dall’alto.
Nessuna carica istituzionale interverrà a fermare i lupi (che non sono gli autisti di autobus) e a consolare quel fiume carsico di dolore allo stato puro che scorre ovunque sotto di noi; nessuno arriverà mai a «scaldare il cuore» di quei bambini.
La vera guerra da cui proteggere i corpi e le anime dei nostri piccoli è una guerra silenziosa che ci tocca combattere da soli, a mani nude.
Elisabetta Frezza
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Famiglia
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