Sport e Marzialistica
Il ciclismo e i suoi sacrifici. Renovatio 21 intervista il campione mondiale Alessandro Ballan
Ci sono vittorie che cambiano una carriera e trionfi che entrano di diritto nella storia dello sport. Quella di Alessandro Ballan è la storia di un corridore tenace, capace di toccare la vetta più alta del mondo delle due ruote in quel memorabile 2008 a Varese quando, con uno scatto degno del ciclismo d’altri tempi, tagliò il traguardo a braccia alzate conquistando la maglia iridata.
Professionista dal 2004 al 2016, vincitore anche di una storica classica monumento come il Giro delle Fiandre nel 2007, Ballan ha attraversato le tappe più entusiasmanti e i momenti più complessi del ciclismo moderno.
In questa intervista esclusiva a Renovatio 21, l’ex campione veneto si racconta senza filtri: dal brivido dei successi alle prove più dure come la squalifica e il terribile incidente in terra iberica, fino a una lucida analisi sullo stato del movimento di oggi.
Iniziamo con un particolare. Tu sei amico di un campione perugino di calcio, nonché mio concittadino, Fabrizio Ravanelli, che a breve incontreremo per un’intervista su Renovatio 21.
Certo! Lui è appassionato e praticante di ciclismo. Da poco abbiamo fatto una corsa assieme.
Come ti sei appassionato alla bicicletta?
La passione per le due ruote nasce per caso, dopo aver provato diversi sport che non mi avevano mai entusiasmato. Avevano regalato a mio fratello una bicicletta da passeggio per la Cresima e, a quel punto, ne volevo assolutamente una anche io. Sono andato da mio papà e ho cominciato a chiedergli un mezzo che fosse solo mio: l’ho preso letteralmente per sfinimento. Eravamo una famiglia umile e non avevamo grandi possibilità finanziarie; mio padre coltivava la terra e faceva il fiorista.
In cantina avevamo una vecchia bici da corsa arrugginita, appesa lì dopo che l’aveva portata un fidanzato di mia sorella; io non la consideravo nemmeno. Mio papà allora mi disse: «Quella nuova non te la comprerò mai, ma se vuoi ti sistemo questa». La portò dall’artigiano del paese, uno dei più bravi della zona, che però era sommerso di lavoro. Fu un calvario riavere il mezzo rimesso a nuovo! Ogni sabato andavo da lui accompagnato da mio babbo, sperando che fosse pronto. Non lo era mai, e ogni volta tornavo a casa in lacrime, finché mio padre parlò con l’artigiano cercando di sollecitarlo. Nel giro di due settimane la bicicletta fu pronta.
Decisi di farla dipingere di rosso. Quando la ritirai era bella fiammante e ho iniziato a usarla continuamente: per andare a scuola e per uscire il pomeriggio. Aveva i cambi, era veloce e montava il classico manubrio da corsa; la sentivo aerodinamica. Vedendomi sempre in sella, mio babbo mi chiese se avessi voglia di fare qualche gara e mi tesserò con l’Unione Ciclistica Giorgione. Eravamo solo in due della categoria giovanissimi, perché la società a quel tempo si occupava solo di ragazzi più grandi. Da lì, comunque, siamo partiti ed è stato subito amore puro, anche perché fin dalle prime competizioni ho iniziato a portare a casa coppe e premi.
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Passi al professionismo nel 2004. Eri già grande rispetto agli standard.
Sono passato professionista molto tardi perché ho avuto parecchi problemi. In primo luogo la scomparsa di mio papà quando avevo quindici anni: quel periodo è stato davvero duro perché dovevo finire la scuola, correre in bici e contemporaneamente lavorare a casa, dato che con mio fratello e mia mamma portavamo avanti l’azienda di famiglia. Sono stati anni difficili.
Poi ho incontrato il patron dell’Unione Ciclisti Trevigiani, Remo Mosole, che ci ha permesso di chiudere l’attività e ha dato sia a me sia a mio fratello l’opportunità di fare i ciclisti a tempo pieno. Da lì abbiamo cominciato a fare le cose sul serio. In seguito sono arrivati anche dei problemi al ginocchio, che hanno ritardato di altri due anni la mia maturazione sportiva. Ho iniziato a vincere a ventidue anni, un’età abbastanza avanzata per l’ambiente. Nel ciclismo moderno non sarei mai riuscito a emergere, perché attualmente o vieni fuori a diciott’anni oppure sei tagliato fuori.
Tu sei nato nel 1979. Quando passi professionista avevi ventiquattro anni circa.
Come ti dicevo ho iniziato ad andar forte a ventidue anni. Ho fatto due anni ottimi e a ventiquattro son passato professionista.
Oggi sono cambiate tante cose. I ragazzi passano tra i professionisti molto prima.
È cambiato tutto e non so quanto faccia bene al movimento giovanile italiano. Nel senso: è vero che si trovano tanti campioni precoci, però si rischia di perdere tanti Alessandro Ballan, che magari riescono a emergere un po’ più tardi rispetto a ragazzi che a diciassette o diciott’anni sono già completamente maturi.
È un’osservazione interessante e condivisibile. Parlando della tua carriera parliamo sì di un ciclismo diverso, ma sono passati relativamente pochi anni.
Sono vent’anni circa, non tantissimo. Eppure oggi funziona così: o emergi già tra gli juniores o sei in parte tagliato fuori. O hai i numeri fin da subito, oppure è un casino.
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Quanti sacrifici deve fare un ragazzo che vuole diventare professionista? Un atleta che ha una visione indirizzata al professionismo credo debba essere costante nell’allenamento, nell’alimentazione e in tutto il resto.
Hai detto benissimo. Molti parlano di crisi del ciclismo italiano, sia per i corridori da corse a tappe sia per le classiche. È un insieme di tante cose: manca una squadra World Tour, a livello giovanile stanno scomparendo molte società e mancano anche gli organizzatori. Il bacino da cui andare a pescare è decisamente inferiore rispetto ai miei tempi.
Però, secondo me, da parte dei ragazzi di oggi manca anche la fame, la voglia di arrivare. I giovani d’oggi bene o male hanno già tutto, e difficilmente riescono a tirar fuori quel qualcosa in più che ho dovuto metterci io all’epoca. Per farti un esempio: mi ricordo che avevamo problemi economici a casa e, una volta chiusa la nostra azienda, da dilettante venivo pagato con dei rimborsi spese solo per dieci mesi l’anno.
C’erano due mesi in cui non percepivo alcuno stipendio. In quel periodo invernale andavo a fare il muratore, l’idraulico o l’imbianchino. Capire cosa significasse lavorare duramente tutti i giorni, svegliarsi presto, faticare e tornare a casa esausto, mi ha permesso di affrontare gli allenamenti in bici con un altro spirito.
Un’altra cosa importante è che il ciclismo è uno sport molto più esigente rispetto agli altri; è estremo, si cura ogni dettaglio a partire dall’alimentazione, con enormi sacrifici a tavola e continue rinunce. Ricordo che i miei compagni di classe il sabato sera andavano in discoteca, mentre io restavo a casa, tranne qualche volta durante la pausa invernale prima di riprendere la preparazione. Questa disciplina mi ha imposto tantissime privazioni, ma ne è valsa la pena.
Una delle rinunce più grandi, però, l’ho vissuta quando ero già professionista e avevo le bimbe piccole: mi chiedevano di giocare in giardino e non potevo farlo, perché avrei compromesso la muscolatura. Non potevo andare in piscina con loro o correre in un prato, altrimenti per i tre giorni successivi sarei stato morto. Tutto lo sport ad alto livello comporta dei sacrifici, è logico, ma nel ciclismo ogni cosa è portata all’estremo perché è un’attività di endurance, ad altissima intensità, che ti logora e ti richiede ancora di più.
È uno sport di grande fatica.
Eh sì!
Come avviene il tuo passaggio nel mondo dei professionisti?
Sono passato quasi per caso, grazie a un meccanico di Castelfranco Veneto che si chiama Sergio Argentin (ma non c’entra nulla con l’ex campione Moreno Argentin). Io andavo a riparare la mia bici nel suo negozio, «Cicli Argentin»; lui sapeva che stavo ottenendo dei bei risultati perché i giornali locali parlavano di me, ma facevo fatica a fare il grande salto perché all’epoca non avevo un procuratore. Non era come adesso, che un ragazzo a sedici anni ne ha già uno.
Sergio, essendo stato rivenditore Wilier – azienda che tra l’altro ha sede qua vicino, a Rossano Veneto – mi disse, per due anni consecutivi, di portargli un curriculum con tutti i miei piazzamenti per vedere se in qualche modo si riusciva a sbloccare la situazione. Mi ricordo ancora quel curriculum scritto a mano: il primo anno andò male; il secondo anno glielo portai aggiornato con le nuove vittorie ottenute nel 2003.
Nel mese di novembre, finita la stagione delle corse, mi ero messo a lavorare. Un giorno, mentre ero su una scala a nastrare una finestra facendo l’imbianchino, ricevetti una telefonata da Guido Bontempi: mi diceva che il giorno successivo sarei dovuto andare a Usmate Velate, nella sede della Lampre, a firmare il contratto con Giuseppe Saronni. Quello fu un momento incredibile. Ero senza parole. Era il traguardo che avevo sempre desiderato. Se non si fosse palesata quell’occasione, avrei fatto un altro anno da dilettante e poi avrei smesso. E invece, sono diventato un professionista.
Un primo vero sogno che si realizza.
Ho sempre impostato la mia carriera in base ai risultati e ai segnali, cercando costantemente di alzare l’asticella. Fin da bambino, il primo desiderio è proprio quello di passare professionista, di riuscire a stare in gruppo con i grandi campioni e correre le gare mitiche, che sia un Giro d’Italia o una Milano-Sanremo… sono le prime grandi aspirazioni che ha un ragazzino.
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Passando al professionismo anche i contratti cambiano e c’è uno stipendio adeguato, così da vivere la propria attività sportiva senza l’assillo economico.
È logico che quando sei stipendiato tutto l’anno, e in più ci sono i premi e tutta una serie di incentivi, affronti tutto con un’altra serenità. Questo mi ha garantito una certa tranquillità da quel punto di vista.
Passi in Lampre nel 2004 e fin da subito ti metti in evidenza, diventando un punto di riferimento.
Sono diventato professionista con l’obiettivo di essere un ottimo gregario. In pianura non avevo problemi, ero uno che menava. Facevo fatica sulle salite lunghe, data anche la mia statura. Il primo anno mi sono messo in luce per come lavoravo per la squadra: andavo in fuga, tiravo, andavo a prendere l’acqua…
Mi hanno subito valorizzato e la cosa bella è stata che non mi hanno considerato il classico ragazzino alle prime armi, proprio perché sono arrivato nel ciclismo che conta a ventiquattro anni, già maturo. Ero un debuttante nella categoria, però anagraficamente avevo la mia età. Infatti in squadra c’era gente che correva tra i professionisti già da quattro anni, pur essendo mia coetanea o addirittura più giovane.
Sono riuscito subito a ricavarmi uno spazio e l’anno successivo – dato che avevano notato in me alcune caratteristiche adatte soprattutto alle corse del nord – sono andato in Belgio con i gradi di capitano e con il compito di fare risultato. La prima gara sul pavé del 2005 era proprio lì, la frazione d’apertura de La Tre Giorni di La Panne, e l’ho vinta. Da lì capii che potevo essere non solamente un gregario, ma fare qualcosa di più.
Che rapporto avevi con Giuseppe Saronni?
Eh [ride]! Questa è una cosa che quando la racconto Moser diventa matto! Perché sai quanta rivalità c’è tra i due… Io la dico in modo simpatico e lui lo sa. Io sono sempre stato «saronniano», mio papà invece teneva per Moser.
Anche mio padre teneva per Francesco Moser!
Moser era un po’ più brontolone, un po’ più all’antica. Saronni invece era più moderno, più al passo con i tempi in quegli anni. Però, dopo averlo conosciuto nel ruolo di manager, devo dire che sono passato dalla parte di Moser [ride]. Lo dico con simpatia, ma è così; d’altronde capisco perfettamente che non sia facile gestire una squadra in cui devi far quadrare tutto. Sia ben chiaro, stiamo parlando di due grandissimi campioni.
Nel 2007 vinci il Giro delle Fiandre, che il giornalista Auro Bulbarelli definì «la corsa universitaria del ciclismo». Tu scatti sul Muro di Grammont. Ci racconti quella corsa e come l’avete preparata come squadra?
In Belgio cominciavo a essere uno degli atleti di riferimento, dato che avevo fatto sesto due anni prima e poi quinto. Ero sempre lì davanti; era una gara che mi piaceva tantissimo e, tra l’altro, avevo appena vinto La Tre Giorni di La Panne, proprio una settimana prima del Fiandre. Risultavo quindi uno dei corridori più in forma, insieme a Tom Boonen e Fabian Cancellara.
È logico che la notte della vigilia andai a letto con molta pressione addosso, tanto che praticamente non riuscii a dormire. Ero in camera con Fabio Baldato e alle 4 mi alzai perché non riuscivo a chiudere occhio; chiamai il medico per chiedergli se potesse darmi una mano, ma Fabio mi fermò: «Sta’ tranquillo, perché anch’io prima di una Milano-Sanremo non ho dormito tutta la notte e il giorno dopo sono arrivato secondo».
Le sue parole mi consolarono parecchio e alla fine un paio d’ore di sonno sono riuscito a farle, fino alle sette, quando è suonata la sveglia.
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All’inizio della gara, però, non avevo buone sensazioni. Mi pesavano il fatto di non aver riposato e l’aver mangiato più del solito per evitare di incorrere in crisi di fame. Per i primi cento chilometri non andavo proprio. Nel finale mi sono sbloccato, grazie anche alla squadra e a Baldato che mi è sempre rimasto vicino dandomi morale, dato che attraversavo momenti in cui pensavo di non avere la gamba giusta.
La svolta è arrivata quando è partito Cancellara prima del Grammont. Si erano sganciati in sei e Fabio ha preso in mano la situazione, mettendo i miei compagni davanti a tirare. Questo mi ha trasmesso un senso di grande responsabilità. Appena abbiamo ripreso Cancellara, proprio ai piedi del Muro, ho pensato: «Non posso deludere i miei compagni, devo quantomeno far vedere che ci sono e che ci provo». E ci ho provato. Ho affiancato Tom Boonen e ho scattato. Non l’ho fatto tanto con l’idea di andare a vincere la corsa, ma come scatto d’orgoglio per mostrare alla mia squadra, che si era sacrificata a tirare, che nel momento clou io c’ero.
Quando sono arrivato in cima e ho scollinato, mi sono voltato e ho visto che ero da solo: «Allora non sto così male… gli altri stanno peggio!». Da lì sono andato dritto fino al traguardo.
In quello scatto ti ha seguito il belga Leif Hoste.
Lui mi ha raggiunto prima del Bosberg; l’ho aspettato, perché da solo sarebbe stata più dura giungere al traguardo. In due abbiamo collaborato. Sapevo di essere più veloce di lui, anche se nella volata finale ho rischiato molto, dato che non ho vinto con tantissimo margine.
Come spieghi questa tua attitudine per le corse del Nord?
Me ne parlava già il mio direttore sportivo da dilettante, Gianluca Pianegonda, che era un grande amante delle gare in Belgio. Quando correvo con lui nel 2003, mi diceva sempre: «Tu sei un corridore da Nord». Questa cosa mi è rimasta in testa, tanto che quando passai professionista chiesi esplicitamente di farmi inserire quelle prove in programma. Tutti i direttori sportivi rimasero a bocca aperta: un debuttante non chiede mai di fare quelle trasferte, perché sono considerate le peggiori.
A me invece piaceva tutto: il clima che si respira lassù e i percorsi perfetti per le mie caratteristiche. Certo, l’impatto con il pavé all’inizio è stato traumatico. Poi però ho iniziato a capire come muovermi, come impostare la pedalata sulle pietre e come tenere la bici. Se guardi il mio palmarès, le vittorie non sono tantissime, ma la maggior parte è arrivata in gare di fondo. Agli altri, sempre parafrasando Bulbarelli, «dopo i duecento chilometri si spegne la lampadina, ma Ballan irradia». Dopo quelle distanze io riuscivo a mantenere un rendimento costante, al contrario di molti rivali. Credo sia stata una delle doti che mi hanno contraddistinto.
Le corse dure con i tratti in pietra mi venivano facili perché la dinamica era semplice: il pavé è duro per tutti, ma se riesci a prenderlo davanti e a mantenere la posizione, scremi il gruppo pesantemente. È un terreno che fa selezione da solo. Io cercavo di stare davanti, risparmiare quante più energie possibili e dare il massimo nel finale. Credo che se uno sa pedalare sul pavé siano gare quasi lineari, persino il Fiandre o la stessa Parigi-Roubaix: basta stare davanti e la selezione avviene naturalmente.
La Parigi-Roubaix è più dura del Fiandre?
Sì, perché quel fondo ti stressa molto a livello di braccia, di mani e anche di testa. In ogni singolo settore bisogna fare una volata solo per entrare nelle prime posizioni. Richiede una concentrazione totale.
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Facciamo un salto temporale. Nel 2012 arrivi a un passo dal bissare la vittoria del 2007 al Giro delle Fiandre. Arrivi in volata con Tom Boonen e Filippo Pozzato e ti classifichi al terzo posto. Se ci fosse stata più collaborazione tra te e Pozzato, forse Boonen non l’avrebbe spuntata e uno di voi due italiani avrebbe potuto vincerla, giusto?
Senza forse [ride]! La vicenda è molto semplice. È brutto vedere due italiani in fuga farsi portar via il successo da un belga in una classica del genere; soprattutto se consideri che eravamo due connazionali, tra l’altro vicini di casa, che si allenavano tutti i giorni insieme.
La cosa peggiore è che ci eravamo pure parlati: l’accordo era scattare a ripetizione, prima uno e poi l’altro. Sapevamo che in questo modo uno di noi due se ne sarebbe andato, perché Boonen non avrebbe mai potuto chiudere su tutti i tentativi.
Il problema è stato che, quando siamo arrivati a quattro chilometri e mezzo dal traguardo e io ho cominciato ad attaccare, Pippo restava ruota. Di conseguenza mi trovavo sempre in testa a tirare, senza la possibilità di accodami e poi ripartire da dietro in velocità sfruttando le chiusure di Boonen su di lui. Così facendo, l’abbiamo letteralmente buttata via.
All’arrivo gli ho chiesto spiegazioni e lui mi ha risposto: «Ero convinto di batterlo in volata». Beh, stiamo parlando di Boonen, in una corsa a casa sua; in più, aveva vinto una gara la settimana prima proprio allo sprint, dove Pozzato era arrivato decimo. Dico sempre che, secondo me, la vera occasione l’ha persa Pippo, perché io il Fiandre l’avevo già conquistato.
È logico che vincerlo una seconda volta mi avrebbe fatto gola, ma il treno della vita l’ha perso lui, che non lo ha mai inserito in bacheca. Ho quasi l’impressione che quel giorno abbia corso più per far perdere il sottoscritto che per vincere lui stesso.
Le rivalità nello sport ci sono e il ciclismo non fa certo eccezione.
Eh sì!
Nel vostro ambiente c’è rispetto tra voi? Esiste l’amicizia vera?
Sì, ma è logico che quando c’è di mezzo la gara l’amicizia può andare tranquillamente a farsi benedire [ride]. Sono attimi. Certe volte le decisioni vanno prese quando hai poco sangue al cervello perché sei stanco, a fine corsa, in momenti in cui devi compiere scelte cruciali. Il rispetto c’è – a volte sì e a volte no – ma per quello che ho potuto vedere c’è anche tanta gelosia.
Pure con Pippo Pozzato, ad esempio, il rapporto è stato ottimo finché non ho vinto il Mondiale. Dopo quel successo sono diventato a tutti gli effetti un suo rivale a livello di risultati e quindi ci siamo un po’ allontanati. Oggi abbiamo un rapporto normale: ci incrociamo, ci salutiamo, ma non usciamo più insieme come un tempo, quando frequentavamo le stesse compagnie con le rispettive partner.
Visto che l’hai citato, arriviamo a Varese 2008. Con uno scatto d’altri tempi ti aggiudichi il Mondiale. Un’emozione sportiva autentica, vera, forte nel vederti volare verso il traguardo. Tu arrivi a quell’appuntamento in una condizione fisica invidiabile.
Stavo da Dio. È stato in assoluto il momento migliore della mia carriera.
Eravate una Nazionale fortissima, reduce dalle due vittorie precedenti di Paolo Bettini e che puntava al terzo titolo consecutivo. C’era Damiano Cunego in gran forma, che tra l’altro vince l’argento. Come l’avete preparata quella corsa? Vedendo i tre chilometri finali, c’era Cunego che sembrava destinato alla volata ed era un serio pretendente alla vittoria. Quando preparate una corsa così importante, ogni minimo dettaglio è studiato a tavolino?
Quello è stato un capolavoro e un tatticismo di squadra perfetto. In primis il merito va a Franco Ballerini [ex commissario tecnico della Nazionale, ndr]. La sua dote principale era quella di riuscire a mettere insieme corridori fortissimi e farli andare d’accordo, specialmente atleti che durante l’anno erano acerrimi rivali. La seconda grande qualità di Franco era la sua visione di corsa, che andava sempre vicinissima alla realtà, e con me lo dimostrò chiaramente.
Nelle riunioni tattiche pre-mondiale, quando eravamo tutti riuniti, la strategia ufficiale era quella di correre per il terzo titolo di Paolo Bettini, perché era l’uomo più forte, più in forma e quello che dava maggiori garanzie. Se fossimo arrivati in volata dovevamo tirare per lui, se andava via una fuga doveva esserci lui dentro, bisognava fare selezione sempre per Paolo. Questa era la linea.
Però Ballerini, in un secondo momento e in tre occasioni diverse – due volte da solo e una con Alfredo Martini – mi prese da parte e mi disse: «Ale, per come vai, se tu scatti ai meno tre dall’arrivo, dove la strada tira leggermente in su, puoi vincere il campionato del mondo». Fu lui a mettermi in testa l’attacco che poi ho piazzato. Sapeva che la gara avrebbe potuto prendere una piega diversa da quella pianificata per Bettini.
In più, quel giorno avemmo un problema con le radioline, tanto che si parlò persino di un possibile sabotaggio, dato che eravamo la Nazionale più forte e per di più giocavamo in casa. Dal primo chilometro i nostri apparecchi non hanno mai funzionato. L’unica comunicazione possibile avveniva quando qualcuno dal gruppo, in particolare Luca Paolini, riusciva a parlare direttamente con l’ammiraglia di Franco e ci riportava gli ordini.
Tutto quello che è successo negli ultimi cento chilometri l’abbiamo fatto interamente di testa nostra, perché un corridore non poteva permettersi di scendere indietro a parlare con il CT, rischiando poi di rimanere tagliato fuori.
Io dovevo entrare in gioco negli ultimi tre giri insieme a Davide Rebellin, e infatti ho cominciato a muovermi intorno agli ottanta chilometri dall’arrivo. Nel finale, Paolo ha visto che aveva tutti i big incollati alla sua ruota e che il percorso non gli permetteva di fare la differenza; il rischio concreto era quello di portarsi in volata gente del calibro di Boonen, Zabel o Valverde. Questo cambio di programma è nato proprio da un’intuizione di Bettini, che ha fatto da tappo dietro lasciando scappare via Cunego, Rebellin e il sottoscritto.
All’ultimo giro, al suono della campana sulla salita del Montello, sono rimasto a ruota guardando indietro e aspettando Paolo per mettermi a sua disposizione. A un certo punto vedo rientrare due maglie azzurre e penso: «Ecco, uno dei due è sicuramente lui». Quando invece mi sono visto spuntare Rebellin e Cunego ci sono rimasto quasi male, mi sono chiesto: «E adesso che facciamo?»
La cosa splendida era che ci trovavamo in dodici davanti, di cui ben tre italiani. Sono andato subito a parlare con Davide, che per esperienza era il nostro regista in corsa, e lui mi ha detto: «Bisogna essere sicuri di vincere il Campionato del Mondo, non possiamo rischiare di arrivare in volata. Dobbiamo scattare a turno, uno alla volta, e dobbiamo arrivare da soli». Se mi fossi portato dietro Matti Breschel, per dire, avrei rischiato di perdere. Dovevamo blindare la vittoria. Lo stesso ordine fu dato anche a Damiano.
Abbiamo imboccato i Ronchi di Casbeno e noi tre abbiamo iniziato ad attaccare a ripetizione. Prima ci ho provato io e mi sono sfilato, poi ci ha riprovato Rebellin, poi Cunego; alla fine, da dietro sono piombato io in velocità, ho tirato dritto e mi è andata bene.
Uno scatto bellissimo che rivedo sempre con grande trasporto.
È sempre una grande emozione da rivedere.
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Vorrei spendere qualche parola su Franco Ballerini. Sono diversi anni oramai che è scomparso per un tragico incidente in un rally, di cui era un grande appassionato. Che persona era e che ricordo hai di lui?
Era una persona squisita, sempre educata, pacata e tranquilla. Non l’ho mai visto arrabbiato. Era veramente piacevole chiacchierare con lui ed era capace in quasi tutto ciò che faceva. Ricordo che lo chiamavo spesso prima della Parigi-Roubaix – perché d’altronde lui era «Monsieur Roubaix» – per chiedergli qualche dritta. È una corsa che mi piaceva tantissimo, ma l’impatto iniziale, come ho detto, fu traumatico; grazie ai suoi consigli sono riuscito a farmela piacere, cercavo sempre di seguirli alla lettera.
Era bello stare in sua compagnia. Sapeva instaurare un clima splendido nella settimana del Campionato del Mondo: nonostante andassimo incontro all’evento più importante dell’anno, carico di una pressione enorme, in squadra si riusciva a scherzare e a divertirsi. Era veramente fantastico.
Come corridore era forte ed è stato un ottimo commissario tecnico, peraltro molto vincente.
In quegli anni aveva a disposizione corridori incredibili. Se andiamo a rivedere Varese 2008, con gli atleti che rimasero a casa si sarebbe potuta allestire un’altra Nazionale altrettanto competitiva e vincente. Detto questo, Franco aveva un gran talento nel selezionare il gruppo e sapeva trovare le giuste motivazioni anche per le persone che non convocava. Ha sempre fatto le scelte corrette e i risultati gli hanno dato ragione.
Quando c’è abbondanza di campioni è un bene, ma la gestione a volte non è facile. Franco Ballerini credo sia stato abile anche in questo.
Era abile in tutto, Franco. Ritornando a quel Mondiale di Varese, lasciò a casa Stefano Garzelli, che avrebbe corso praticamente sulle strade di casa, e Filippo Pozzato, che rimase sulle tribune a vedere l’arrivo. Escluse anche Ivan Basso, un altro corridore che in gare di quel livello poteva tranquillamente dire la sua. Aveva lasciato fuori dei nomi non indifferenti. Inoltre, all’epoca, c’erano già Vincenzo Nibali e Giovanni Visconti che stavano emergendo.
In quei chilometri finali, tra il tuo scatto e il traguardo, cosa hai pensato, che sensazioni avevi e quali pensieri ti stavano passando per la testa? Prima dicevi che nei momenti di fatica non è semplice essere lucidi. Lì hai fatto qualcosa di strepitoso: dopo circa duecentocinquanta chilometri, con la fatica sulle gambe e la responsabilità di afferrare la vittoria.
Avevo il timore che mi riprendessero, perché un crollo ci può sempre stare. Lì fu qualcosa di unico. Nel momento in cui ho scattato si sono formate due ali di folla che mi hanno accompagnato fino all’interno dell’ippodromo, con un boato pazzesco.
Cercavo di rimanere concentrato, di non voltarmi per non compromettere la posizione aerodinamica, ma soprattutto perché girarmi e vedermeli lì a pochi metri mi avrebbe penalizzato a livello mentale.
Sono andato dritto, concentrato solo a menare a tutta e a spingere il rapporto giusto. Se guardi il video, si nota che cerco sempre di stare composto in sella e di dare il massimo. Pensavo a mio padre, che si sarebbe potuto godere quel trionfo e purtroppo non era più con me.
Mi sono voltato una sola volta – più o meno a settecento metri dall’arrivo – poco prima dell’ingresso all’ippodromo, sfruttando una piccola rampa: mi sono rialzato, ho guardato dietro e lì ho capito che ce la potevo fare. Fino a quel momento avevo tanta paura; sapevo c’erano ancora Cunego e Rebellin e che, in caso di mio ricongiungimento, avremmo comunque avuto altre frecce da sparare con loro per portare a casa l’oro.
Certo, se mi avessero riagganciato, io personalmente non avrei più avuto alcuna chance di giocarmi la vittoria. All’ingresso dell’ippodromo mi sono rialzato definitivamente ai centocinquanta metri dal traguardo, ho guardato indietro e quasi ho smesso di pedalare, ma quando li ho visti spuntare là in fondo ho dato altre due pedalate forti per essere sicuro di vincere [ride]!
Qual è il momento di quella giornata che porti più nel cuore? Il traguardo, lo scatto o il podio?
Del podio ricordo pochissimo. Una volta tagliato il traguardo ho solo vaghi ricordi: ero in trance e ci sono rimasto per una quindicina di giorni, non capivo più nulla. Lo scatto e l’ingresso all’ippodromo, invece, sono due momenti ben scolpiti nella mia testa. Mi ricordo perfettamente tutto il vialone. Spesso la gente mi chiede a che velocità andassi: ero intorno ai quarantasei/quarantasette orari, ma bisogna considerare che la strada tirava all’insù e avevamo duecentosessanta chilometri nelle gambe.
Damiano Cunego vinse lo sprint per la medaglia d’argento arrivando a tre secondi. Cosa ti disse dopo il traguardo?
L’ho visto direttamente alla premiazione, non prima. Lui era contento e anche io ero felicissimo, anche perché inizialmente non sapevo del suo secondo posto. Solo in un secondo momento mi hanno parlato di quel gesto che ha fatto sulla linea d’arrivo, quando ha battuto il pugno sul manubrio in segno di delusione.
Nel vedere quelle immagini sono rimasto amareggiato: oltre che compagni di Nazionale eravamo anche compagni di squadra alla Lampre. Io l’ho aiutato a vincere tre Giri di Lombardia e sono stato fondamentale per i suoi successi; quando c’era da tirare per lui, compresa la corsa alla maglia Bianca al Tour de France, non mi sono mai tirato indietro.
Mi ha fatto un po’ male quella situazione, così come il fatto che abbia allontanato Alessandra De Stefano, che era andata lì a intervistarlo per conto della RAI, dicendole che non gli sembrava il momento opportuno. Non è stato il migliore dei gesti. Ma lui è fatto così, ha la mentalità del leader assoluto e va bene.
C’è una foto di quando siete sul podio che vi vede ambedue sorridenti però.
Sul podio l’ho visto felice del fatto che avessimo vinto. È chiaro che a caldo, sul momento, si possa avere una reazione diversa. Io, per esempio, a ruoli invertiti avrei reagito in un altro modo: avrei esultato subito per il successo di un compagno di squadra, e solo in un secondo momento mi sarei rammaricato per non aver tagliato io il traguardo, perché l’occasione di conquistare un campionato del mondo non capita tutti i giorni. Lui ha avuto la reazione opposta: all’inizio ha risposto d’impulso, poi se n’è fatto una ragione.
C’è un’immagine di Paolo Bettini, ancora in corsa, che apprende della vittoria e festeggia insieme agli altri vostri compagni di squadra.
Paolo insieme a Matteo Tosatto! Con Bettini ho un legame speciale legato a quel giorno: era la sua ultima corsa, dato che aveva già deciso di appendere la bici al chiodo, e coincideva proprio con il mio trionfo.
Anche Davide Rebellin è recentemente scomparso a causa di un tragico incidente in bicicletta. Un grande professionista che ha collezionato successi importanti.
Due parole vanno dette assolutamente anche per Davide. Lui era il mio compagno di allenamenti; ci siamo preparati per parecchi anni insieme, perché quando non si trovava a Monte Carlo stava qui a Galliera Veneta. È stato fondamentale per quel mio Mondiale. Ricordo che la domenica precedente alla corsa, durante un’uscita, riuscii a staccarlo in salita: una cosa mai successa prima!
Poi ci siamo rivisti il mercoledì in ritiro con la Nazionale. Appena mi ha visto, dopo i saluti, mi fa: «Ale, ma lo sai perché sei qua?». E io: «No, dimmelo tu il perché». «Sei qua per vincere il campionato del mondo». «E perché dici questo?». «Ho visto come vai in salita…».
Con quella frase mi diede la motivazione decisiva per provarci. Ho la pelle d’oca ancora oggi a raccontarti questo aneddoto. Davide era uno di poche parole, ma sapeva sempre quel che diceva. All’arrivo lo vidi felicissimo per me e per quel risultato. Mi fece una festa incredibile.
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I rapporti umani nello sport – come in altri ambiti della vita – sono sentimenti e sensazioni preziose. Ci motivano e ci fanno crescere.
Sì!
Sempre nel 2008 vinci una tappa alla Vuelta di Spagna e indossi anche la maglia Oro. Esatto!
Le corse a tappe per Ballan che gare sono?
Io le odiavo, perché non riuscivo a recuperare giorno dopo giorno. I primi sette o otto giorni andavo bene, poi però cominciavo ad accumulare troppo acido lattico nelle gambe. Ho portato a termine cinque Tour de France e un Giro d’Italia… ma nel finale ero sempre abbastanza morto.
Nelle fasi finali di una corsa, quando un corridore si gioca la vittoria, ha gli avversari vicini e deve prendere decisioni che possono stabilire o meno un esito positivo, quanto conta la testa? Sono momenti di grande sforzo dopo tanti chilometri e tanta fatica. La componente mentale nello sport ad alti livelli credo sia un fattore determinante.
La testa fa tantissimo. Se uno non ce l’ha, il più delle volte non riesce a vincere. Per farti un esempio pratico, torniamo a Varese nel 2008. Se guardi il video, poco prima del mio scatto decisivo si avvantaggiano Rebellin e Cunego con altri due corridori. Io rimango attardato di una ventina di metri e faccio circa un chilometro senza riuscire a riportarmi su quelli davanti. Ero stanco morto anche io e avevo già attaccato più volte.
In quel momento ho avuto un guizzo di lucidità: ne avevo due davanti, mi sono voltato e ho visto che dietro c’erano altri due atleti che stavano rinvenendo. Ho rischiato: ho deciso di aspettarli e di mettermi subito a ruota senza dare un cambio, con la speranza che mi riportassero sotto. Pensavo che, se fossimo rientrati, avrei avuto la chance per vincere il Campionato del Mondo. È stato un ragionamento lucido, consapevole del pericolo ma anche dell’opportunità che mi stavo creando.
Siamo riusciti a agganciarli proprio nel momento in cui davanti Rebellin e Cunego si rialzano, avendo appena finito la loro azione. I due che erano con me si sono riportati sulla testa della corsa ma erano ormai senza forze, perché avevano tirato alla morte per chiudere il buco; io invece ho sfruttato la scia, ho tirato dritto e li ho passati a doppia velocità.
Ecco, questo per farti capire che se avessi provato a rientrare da solo, poi non avrei mai avuto le energie per piazzare lo scatto vincente. Ci vuole colpo d’occhio e tanta astuzia. Per dirti, Paolo Bettini era uno stratega nato in queste situazioni. Lui era fortissimo e correva molto di astuzia. Nella mia carriera, invece, io andavo più di forza.
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Andavi più d’istinto.
Esatto! Al Mondiale però ho ragionato, e ho ragionato bene dai!
Nel 2009 corri sempre con la maglia iridata indosso, ma per te è un anno particolare e non troppo fortunato.
Contrassi il citomegalovirus e mi trovarono questa patologia durante la Tirreno-Adriatico; di conseguenza non partecipai alla Sanremo e a tutte le classiche del Nord. Dovetti stare in riposo assoluto per oltre due mesi e aspettare che il virus si debellasse completamente per poi ritornare a correre. Io avevo al contempo l’esigenza di far vedere la maglia, avevo voglia di correre il Giro d’Italia, quindi mi sono fatto incastrare in questa situazione e sono andato a complicarmi la vita per fare l’ozonoterapia. Non era tanto per migliorare la performance atletica, perché in quel periodo ero a casa dalle corse con tanto di documentazione medica: il tutto era finalizzato a cercare di guarire prima. Tutto qua.
Purtroppo in quel periodo tutta la squadra era indagata e anch’io ci sono caduto dentro proprio in quei giorni, nonostante la mia buona volontà di dire subito agli organi di competenza che era stata fatta non per alterare la prestazione, ma per rimettermi in sesto il prima possibile.
C’è stata una lotta dove siamo andati avanti per quattro anni tra indagini e tribunali e alla fine ho dovuto scontare anche la squalifica.
È stato un insieme di cose che ti hanno creato non poche difficoltà.
Mi ha compromesso l’intero finale di carriera, perché alla fine era già difficile andare alle gare quando stai bene, prova a immaginare quando hai un fardello del genere sulle spalle, quando ti svegli di notte e non riesci più a prendere sonno perché pensi al tribunale, pensi al giudizio delle persone. Venivano riportati articoli su La Gazzetta dello Sport che non corrispondevano alla realtà.
Quanto è importante la famiglia in un momento difficile come quello che ci hai appena descritto?
La famiglia è fondamentale e non ti nascondo che ho passato un periodo bruttissimo dove la mattina mi allenavo e il pomeriggio – per non pensare ai miei problemi – uscivo. Mia moglie era al lavoro e le figlie erano dai nonni, così bevevo. Il problema era che i prosecchini diventavano parecchi. L’unico obbligo che avevo – che è stata anche la mia fortuna – era farmi trovare a casa alle otto, quando rientrava mia moglie con le bambine.
In quella situazione capisco anche tutta la vicenda che ha vissuto Marco Pantani. Lui si è trovato in un momento difficilissimo della sua vita tutto solo. Passare da cinque prosecchi ad andare in discoteca, e dall’alcol ad altre situazioni, è un attimo. La mia fortuna è stata la famiglia, le figlie e soprattutto mia moglie che, una volta accortasi di cosa stava succedendo, mi ha preso per un orecchio e mi ha detto di smettere subito.
Sono momenti molto brutti.
Nel momento in cui tocchi il cielo con un dito vincendo un Campionato del Mondo, poi ti ritrovi in un baratro dove tutti ti puntano l’indice addosso e tu non hai colpe. Se hai visto il documentario sulla mia carriera, in quell’anno lì avevo una roba come quarantatré controlli del sangue e delle urine. Gli esami sono risultati sempre tutti a posto e, nonostante questo, dovevo difendermi da non so che cosa.
Non può non tornare alla mente la vicenda vissuta da Marco Pantani.
Aveva nove procure che indagavano su di lui. A livello nazionale e di popolarità era come Sinner adesso. Dopo di lui, nel ciclismo, non c’è stato più nessuno con quella capacità di attirare a sé così tanti tifosi e ammiratori. Se prendi Vincenzo Nibali, ad esempio, è stato un corridore fortissimo che ha vinto più di lui, ma non aveva il carisma di Pantani.
Vincenzo Nibali ha vinto anche lui un Tour de France, un corridore strepitoso, ma Marco Pantani è stato qualcosa di incredibile a livello di popolarità: ha saputo tracimare oltre gli appassionati di ciclismo, come pochi altri sportivi hanno fatto.
Io ero dilettante a quel tempo. Mi ha fatto appassionare. Uno dei miei sogni, nel 2004, quando passai professionista, era proprio quello di affiancarlo e di conoscerlo. Purtroppo lui è morto il giorno di San Valentino di quell’anno e non ho potuto stringergli la mano.
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A volte capita nel mondo dello sport che un campione possa passare da una celebrità e un momento di gloria al quasi anonimato, con problemi collaterali da gestire. Il castello mediatico che viene costruito intorno troppo spesso è atto a screditare l’atleta, e diventa difficoltoso semplicemente difendersi e far sentire la propria voce e le proprie ragioni. Gli attacchi della stampa sono sempre pesanti.
Uscivano articoli nei giornali sportivi – tu sei giornalista e lo sai bene – fatti bene, ma ti fregavano sul titolo, ed era un problema: «Ballan autoemotrasfusione». Quante persone leggono poi tutto l’articolo per comprendere a fondo la vicenda? Poche, e tutti si soffermano sul titolo. Il giornalista si giustificava sempre dicendo che la responsabilità era del titolista, e ogni volta era un casino. È stata una vicenda brutta; nel documentario lo spiego bene ed è stato realizzato prima della sentenza di assoluzione. Facendolo prendemmo anche dei rischi, perché non sapevamo come potesse andare a finire.
Nel 2012 fai una bruttissima caduta in Spagna. Psicologicamente come ci si rialza dopo un infortunio così grave?
Ciclisticamente non mi sono più rialzato. La squalifica e l’incidente sono stati una combo micidiale per me. Se fossero avvenuti in due momenti distanti avrei potuto gestire il tutto diversamente; arrivando insieme, sono stati un fardello troppo grosso. La caduta è stata drammatica in primis perché, quando ero a terra sull’asfalto, stavo morendo soffocato.
Ho passato quarantacinque secondi in apnea perché, con la botta presa sul costato, ho rotto tre costole con conseguente collasso del polmone, quindi non riuscivo a incamerare aria. Sono sempre stato lucido e mi ricordo i compagni di squadra che venivano a soccorrermi: vedevano che non riuscivo a respirare e stavano lì intorno a me, senza sapere cosa fare. In quegli attimi ho pensato alla mia famiglia, alle bimbe e a mia moglie, e ho tirato un urlo di disperazione che mi ha permesso di buttare dentro un filo d’aria.
I primi cinque minuti sono stati veramente critici perché temevo seriamente di morire soffocato. Una sensazione tremenda. I soccorsi sono arrivati a rilento e sono giunto in ospedale in piena emorragia; sono svenuto tre volte, mi hanno fatto la TAC e mi hanno detto che mi avrebbero tolto il rene sinistro operandomi d’urgenza.
Quando ho riaperto gli occhi ho visto mia moglie vicino a me. Ma com’era possibile? Pensavo di aver fatto un sonnellino di un quarto d’ora. Invece erano sei giorni che ero in coma indotto. Mi hanno fatto la conta dei danni e fortunatamente il rene l’avevano suturato, e in seguito l’ho recuperato totalmente. Mi hanno tolto la milza che era esplosa, poi tre costole rotte, la bolla d’aria sul polmone, il femore…
Altri tre interventi a stomaco aperto e ottanta notti d’ospedale. E non ho ancora finito, perché a novembre devo fare un altro intervento. Sai benissimo che quando ti mettono le mani sull’intestino non è più come prima. Ho parecchi problemi di alimentazione e sono così magro perché non riesco a mangiare più di tanto. Da una parte è un danno, ma dall’altra è meglio, perché sto invecchiando e mi mantengo in peso.
Sei in gran forma comunque.
Fortunatamente sono qua e la posso raccontare. L’altra mia fortuna è che posso fare tutto. Vado in bici, gioco a beach volley e non ho nessun limite. L’unica cosa è che devo stare attento all’alimentazione.
Il ciclismo è uno sport estremamente faticoso e, quando capitano imprevisti e infortuni, sono sempre momenti difficili da cui bisogna poi risalire. In casi estremi, gli incidenti possono risultare mortali. Penso a Fabio Casartelli al Tour de France del 1995 o allo stesso Davide Rebellin.
È uno sport bellissimo, ma purtroppo le strade sono pericolose.
Negli ultimi anni si sono alzati gli standard di sicurezza?
Un po’ sì, ma si potrebbe fare molto di più. In Italia è proprio sbagliata la cultura. C’è troppo stress e la gente usa troppo il telefonino in macchina. All’estero è diverso: ti superano a un metro abbondante, mentre qui, quando sei per strada, sembra sempre che tu stia rompendo le scatole perché non stai lavorando, e così se la prendono e si accaniscono. Fare qualcosa a breve termine è impossibile. Bisognerebbe cominciare dalle scuole, con i ragazzi dai sei ai dieci anni che saranno i futuri automobilisti, e magari nel frattempo sensibilizzare i loro genitori. Così facendo, nel giro di venti o trent’anni, potremmo avere qualche risultato in quel senso.
Sui social ne vediamo di ogni. Si polarizzano le categorie e si diventa intolleranti gli uni con gli altri. A te, da guidatore, è mai capitato di incrociare gruppi di ciclisti indisciplinati sulla strada?
C’è da dire anche quello. Purtroppo, soprattutto la domenica, ci sono gruppi di amatori che per strada si comportano come lupi in branco e si credono i padroni della carreggiata. Personalmente ho litigato con degli amatori perché ho visto scene apocalittiche: mi sono messo dalla parte dell’automobilista e mi sono preso una marea di insulti dai ciclisti. Ci sono tante cose da fare. Anche lì, la Federazione rilascia una tessera e potrebbe inserire un breve quiz come per la scuola guida, tipo le «dieci regole comportamentali quando vai in bici».
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Vorrei tornare un attimo sulla questione doping. Argomento spinoso e molto dibattuto. Nel ciclismo degli anni Novanta abbiamo visto corridori che hanno fatto uso di sostanze dopanti. Penso al caso eclatante del danese Bjarne Riis, ma come lui molti altri. Oggi c’è più attenzione da parte dell’antidoping?
Quelli sono gli anni che hanno un po’ rovinato la nomea del ciclismo. Adesso ci sono molti più controlli e difficilmente si sgarra. Ogni provetta viene conservata per dieci anni e questa cosa ti fa riflettere su quello che è il doping di nuova generazione. Con la ricerca di oggi non trovi qualcosa che stanno sperimentando ora, però tra dieci anni ci puoi arrivare, compromettendo tutta quella che è stata la tua carriera. Mi viene da pensare che, alla fine, tutto quello che è successo abbia contribuito a far diventare il nostro movimento più sano.
Ricordo Lance Armstrong che si affidava al dottor Michele Ferrari, che se lo osserviamo da una certa prospettiva è stato un luminare.
Eh sì. In quegli anni si era arrivati a un punto in cui o ti adattavi o non andavi da nessuna parte, perché tutto il gruppo viaggiava praticamente a quel modo.
Anche nel mondo degli amatori succede che qualcuno faccia uso di sostanze non propriamente lecite per migliorare la performance.
Ebbene sì! Quella è la parte brutta del ciclismo. Ad oggi, nel mondo del professionismo si trovano raramente casi di doping, ed è una bellissima cosa. Invece, a livello amatoriale, ce n’è ancora parecchio.
L’amatore diventa un agonista sfegatato e cerca con tutti i mezzi, leciti o meno, di arrivare davanti al proprio amico o collega di granfondo. C’è un aneddoto che fa sorridere e che risale alla metà degli anni Novanta: quando venne messo in vendita il famigerato Viagra – che sappiamo servire a migliorare ben altre performance – qualche atleta ne fece largo uso. Inoltre c’è un altro tema che preoccupa alcuni ciclisti: diversi medici dicono che stare per troppe ore in sella, a causa dello sfregamento, potrebbe causare problemi alla prostata.
Lo dicono sempre, ma con i modelli che abbiamo adesso è molto difficile che possa capitare. È cambiato tutto, la tecnologia ha fatto passi avanti importanti. Oggi, rispetto ai miei primi anni di attività, c’è un comfort molto maggiore. Può essere che se uno si fa quindici ore di sella per parecchi giorni di fila sia normale avere qualche fastidio. Però se stai in bici quattro o cinque ore al giorno, in un giro a tappe di tre settimane, non credo succeda nulla.
Le piste ciclabili ultimamente proliferano in ogni città, creando problemi alla viabilità e dibattiti accesi tra istituzioni e cittadini. Il confronto con le città del Nord Europa è impietoso: loro hanno un’urbanistica differente che si presta meglio a tale scopo.
Noi non possiamo fare come loro, da noi è tutto diverso.
In alcune nostre città pare che si anteponga l’ideologia green alle difficoltà oggettive di creare spazi per le ciclabili.
È vero. Nei centri abitati è quasi impossibile realizzarle. Quelle che sono state fatte, molte volte sfociano in vicoli ciechi [ride]. Il problema più grande è che in Italia gli automobilisti non hanno rispetto per le piste ciclabili. Inoltre, da noi la ciclabile è concepita per andare a venti chilometri all’ora. Un ciclista medio che vuole allenarsi viaggia tranquillamente ai trenta all’ora: prima o poi trova una macchina che mette fuori il muso e non riesce a evitarla.
Quando vedremo un altro italiano trionfare al Mondiale?
Tra due anni abbiamo un Mondiale abbastanza semplice e il nostro Jonathan Milan potrebbe farcela. L’Italia, rispetto alle gare in salita, ha corridori che sanno fare le volate e abbiamo buone chance di successo. Se andasse male, supereremmo i vent’anni dalla mia vittoria iridata e la situazione diverrebbe critica, perché al momento non vedo italiani che possano contrastare i big stranieri.
Francesco Rondolini
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Immagine di Chrazerer via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
Sport e Marzialistica
Le origini della spada giapponese

Nella stampa di Yoshitaki Tsunejiro, Miyamoto Musashi usa due bokken. Immagine CC0 via Wikimedia
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Dimostrazione di Kenjutsu nella stampa di Toyohara Chikanobu (1838–1912). Immagine del Metropolitan Museum of Art, Nuova York, via Wikimedia CC0
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Praticanti di aikido usano il bokken. Immagi di Norkiña via Wikimedia CC BY-SA 4.0
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Ukyo-e del XVII secolo che ritrae maestro fabbro di spade Goro Masamune (1264-1343). Gli abiti mostrano che la creazione della katana era un rito. Immagine via Wikimedia CC0
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Sport e Marzialistica
Buttarsi da 11 mila metri senza respirare. Intervista alla paracadutista dei record Barbara Brighetti
Barbara Brighetti, figlia del grande musicista e compositore Bruno Brighetti — autore, tra gli altri, di Estate, uno dei suoi brani più celebri, portato al successo da Bruno Martino — non sceglie di proseguire la carriera musicale del padre. Segue invece la sua passione per il volo, diventando una delle paracadutiste più popolari in Italia e all’estero.
Barbara detiene tuttora il record di salto da 10.900 metri senza ossigeno. Amica e collega del compianto Patrick de Gayardon, con il quale ha condiviso imprese e momenti personali, ha fatto del rischio e della ricerca del limite una parte fondamentale della propria vita.
Oggi, dopo aver vissuto costantemente sul filo del rasoio, Barbara ha trovato una nuova dimensione di serenità a Fuerteventura, dove si occupa di compravendita immobiliare. In questa intervista esclusiva per Renovatio 21, ci racconta non solo le sue spettacolari imprese d’alta quota, ma anche la filosofia di vita e il mindset che l’hanno guidata dall’adrenalina dei cieli alla pace dell’isola.
Sei nata a Cremona, ma hai vissuto in Kenya per molti anni.
Mio fratello vive ancora lì. Sono nata in Italia perché, essendo la prima figlia, mia mamma voleva la vicinanza della sua famiglia. Dopo pochi giorni di vita siamo tornati in Africa e sono cresciuta lì; il legame con quella terra è sempre esistito.
Che infanzia è stata?
Meravigliosa! Stavamo sempre a piedi scalzi e ho avuto la fortuna di avere due genitori fantastici e, se vogliamo, anche due personaggi: mia mamma era un’indossatrice e mio papà un musicista. Mio babbo ha suonato nell’orchestra di Bruno Martino per quindici anni e ha scritto diverse canzoni. La canzone Estate è firmata da Bruno Brighetti e Bruno Martino.
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Un capolavoro senza tempo della nostra storia musicale.
L’ascolto spesso con piacere. È una canzone che ha lasciato il segno, è entrata nel gotha del jazz ed è stata cantata da molti big della musica internazionale. Sono cresciuta in un ambiente di artisti. I miei avevano uno stile di vita un po’ bohémien, molto romantico. Partirono all’avventura, s’innamorarono dell’Africa e lì sono rimasti. Papà ha aperto dei lodge in diversi posti del Kenya.
La mia aspirazione era quella di diventare pilota di aerei per portare i clienti da un posto all’altro, ma sono diventata invece una paracadutista.Per sbaglio o per fortuna, quando andai all’aeroporto di Cremona a iscrivermi al corso di pilotaggio, incontrai degli amici che facevano gli istruttori di paracadutismo e mi dissero: «Intanto che aspetti che inizi il corso, perché non ti fai un lancio?». Io pensai: «Perché dovrei buttarmi giù da un aeroplano che di lì a poco atterrerà in tutta sicurezza?»
Dopo il primo lancio in tandem è scoccata la scintilla. Poi ho convinto mio fratello a fare il pilota [ride]! Da lì è partita questa follia – vista dall’esterno – mentre vissuta dall’interno è una passione enorme.
Comprendo che da fuori sia di difficile lettura; i miei genitori erano disperati, poverini, e mi chiedevano: «Ma cosa vuoi fare da grande?», «Non lo so, ma voglio buttarmi dagli aeroplani». Ho fatto il mio percorso di studi, compresa l’università, ma poi ho intrapreso questa carriera che è stata intensa e fortunata.
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Quando hai compreso che il paracadutismo per te sarebbe diventato un’attività sportiva vera e propria?
Esiste un momento che credo sia di assoluta magia e alchimia, nel quale tu capisci che quello che stai facendo ti risulta super facile. Gli altri avevano più difficoltà a fare determinate cose, mentre a me riuscivano quasi naturali, lasciando stupiti anche i paracadutisti esperti. Ogni volta che atterravo mi veniva in mente una cosa nuova da provare in caduta libera.
Nell’epoca in cui io ho iniziato a saltare, tra il 1989 e il 1990, la cosa più normale del mondo era il salto in relativo (relative work) dove si salta assieme e si rimane in formazione. Invece io volevo fare piroette in aria, volevo muovermi, volevo girare e chiaramente vedevo tutti un po’ tesi e guardinghi di fronte a queste mie esternazioni.
Ci ho provato. Uscivo, mi mettevo in aria, provavo a muovermi e mi riusciva, nonostante avessi alle spalle poche decine di lanci. Tutto ciò mi si addiceva molto, avevo trovato il mio elemento. Comincio a sognare in grande e a desiderare di fare sempre di più.
Leggevo in una tua intervista di qualche anno fa che per te muoverti nell’aria è un tuo modo di stare a contatto con la natura.
Totalmente! Sei avvolto dall’elemento aria. Io sono anche subacquea e relaziono molto i due mondi, con la differenza che l’acqua è come un sogno a rallentatore, ti devi muovere lentamente per non consumare ossigeno. In aria è tutto estremamente veloce, dinamico e non hai il tempo di pensare, o meglio, pensi ma devi farlo rapidamente e devi programmare prima. Negli sport estremi è sempre meglio programmare prima. L’aria è estremamente dinamica, se metti un braccio in una determinata posizione ti fa da leva e inizi a ruotare.
Sono due mondi che ti permettono di perdere il contatto col suolo e di muoverti a trecentosessanta gradi. Tutto ciò lo trovo molto interessante, anche come approccio a tutto quello che fai nella vita; il fatto di vedere le cose da visuali e ottiche diverse ti apre la mente. Tante volte ci incanaliamo in una roba e la vediamo solo da un’angolazione, battiamo la testa sempre lì. Provare ad alzare la testa e osservare il tutto da un’altra prospettiva magari ci aiuta.
Nel paracadutismo il tempo è breve e veloce. La caduta libera, in un lancio ordinario col paracadute, dura circa un minuto. Nella vita quotidiana un minuto ci scorre via senza che ce ne accorgiamo, mentre in un minuto in aria possiamo fare veramente molte cose; la percezione del tempo, a seconda di quello che facciamo, ha una valenza diversa.
Il tempo è un qualcosa di estremamente relativo. Il significato al tempo lo diamo noi. In queste situazioni nelle quali devi ragionare con estrema velocità, succedono una serie fitta di cose in un tempo compresso e avviene quella che io chiamo la dilatazione del tempo. Tu prendi tutte queste informazioni che ti arrivano velocissime e nella tua mente le rallenti e le dilati per poterle gestire, ed è quello che succede nel paracadutismo. Spesso uno dice: «Ma come fate a reagire così in fretta?». Ti alleni a percepire, a captare e a ricevere molte informazioni.
Ti faccio l’esempio del film Matrix – ci scherzo sempre su questa cosa – quando il protagonista schiva le pallottole al rallenty; è un po’ la stessa cosa, come se tu avessi la capacità di entrare nel tempo e in qualche modo gestirlo. Non funziona sempre, disgraziatamente [ride]! È un po’ l’idea di essere capaci di entrare nel tempo e adattarlo alla tua esigenza.
Cosa cerca un atleta che fa sport estremi? Cerca un qualcosa di interiore, oltre al fatto dell’attività sportiva in sé?
Quando cominciavano a succedere degli incidenti nel team No Limits, eravamo sotto la lente d’ingrandimento e messi in discussione per quello che noi volevamo vivere, suscitando critiche e polemiche. La mia risposta è che io non cerco la morte, ma voglio vivere a pieno la vita. Se siamo qua, di qualcosa dobbiamo morire e non so se sarà banalmente mentre attraverso la strada e un cretino non mi vede e mi prende sotto o, Dio non voglia, di una malattia. Io non mi sono mai vista morire col paracadute, anche se qualche volta ci sono andata vicino.
È il desiderio di vivere a pieno, è un’attitudine, è una forma mentale, è il desiderio di abbracciare la vita e vederla e viverla in tutti i suoi aspetti. Qualche volta penso a quanta gente c’è che esce la mattina che neanche guarda il sorgere del sole, lo dà per scontato. E invece l’universo tutte le mattine ti offre uno spettacolo, ti regala tramonti mozzafiato e nonostante ci sbattano contro, non lo osservano e non ci fanno caso. Vivere con un senso di gratitudine, anziché con un senso di critica.
Se sono qui, lo sono per qualche cosa e un’impronta la dovrò pur lasciare o quantomeno fare del mio meglio. Non è solo un vivere verso l’esterno, è un vivere anche verso l’interno, interiorizzando esperienze, sensazioni, conoscenze, persone… Dall’altra parte cosa ci portiamo? Arriviamo nudi e ce ne andiamo nudi. Cosa ci possiamo portare realmente del tempo in cui viviamo qui? Ci possiamo portare queste esperienze. Questa magia dell’universo, il fatto di aver cercato di lasciare un segno.
Vivere una vita senza imposizioni dall’esterno e tentare di viverla a seconda dei nostri sogni, dei nostri desideri e delle nostre aspettative. Mi pare di comprendere che il senso sia questo, giusto?
Nel rispetto degli altri, senza mancare di rispetto alla vita stessa, che era il fulcro nei momenti più critici del Team No Limits, anzi, è tutto il contrario. È voler vivere. Io trovo triste quando vedo persone che sono incanalate, inscatolate in un modello di vita dove corrono su un binario e si lamentano continuamente di essere su quel binario, ma non fanno nulla per uscirne, si lamentano e basta.
Mi alzo tutte le mattine, vado in palestra, vado a correre, lavoro, faccio immersioni e tante altre mille cose e, se voglio cambiare qualcosa dell’equilibrio della mia vita, so che da qualche parte devo cambiare l’equazione, sennò resto lì dove sono.
È un punto di vista che condivido.
È di difficile comprensione per quelli che usano il loro binario come un’ancora di sicurezza per poi criticare chi esce dal binario. Siccome io sono stata sempre un po’ controcorrente, arrivi a un punto della vita in cui non mi va più di discutere con chi la pensa in quella maniera statica, perché ha molta più importanza la mia pace mentale che convincere uno che tanto non capirà mai [ride].
In una tua intervista quando eri in forza al No Limits Team, il giornalista ha citato uno psicoanalista ungherese che diceva – vado a memoria – che «la ricerca del brivido attraverso le proprie abilità crea uno stato di tensione che spezza la noia, ma è prova di aridità affettiva nel quotidiano». Tu cosa risponderesti a questa affermazione oggi?
Può essere una verità; il cercare sempre l’adrenalina, che di fatto è una droga potente e per questo capisco perfettamente, una volta che tu hai assaggiato la sensazione di brivido, di poter controllare certe situazioni che esulano dalla normalità, le cerchi anche nel quotidiano. Diventa una forma di lettura della vita. Vivere una vita sopra le righe, può essere una necessità e vivere una vita normale, per una persona che ha questo mindset, può risultare non facile.
La tua impresa più grande è il salto da 10.900 metri senza ossigeno. Un record tuttora imbattuto.
In questi giorni mi hanno scritto in tanti per dirmi che un paracadutista russo aveva battuto il mio record. Non lo ha battuto: aveva ossigeno in salita e ossigeno in caduta, e questa è la differenza. Io avevo ossigeno in salita quando ero all’interno dell’aeroplano; una miscela di ossigeno che io gestivo per poi respirare ossigeno puro solo negli ultimi tre minuti prima del lancio, dopo un training specifico fatto a terra per aumentare le mie capacità di apnea. Tutta una serie di fattori molto studiati.
Con lo sforzo isometrico muscolare bruci ossigeno in quantità enorme e, per mantenere la posizione di caduta a una velocità stimata superiore ai 450 km/h, hai uno sforzo muscolare per mantenere la tua traiettoria di caduta molto intenso, che devi tenere per diverso tempo senza che la tua muscolatura possa avere un cedimento. Isometria e capacità di rimanere in apnea per il tempo richiesto, che era di quaranta secondi, per poi arrivare a quota seimila metri, per cui poi si riusciva a respirare liberamente.
Tutti mi dicevano che era tecnicamente impossibile e invece, passo dopo passo, con gli allenamenti giusti, quello che poteva sembrare all’apparenza impossibile, in realtà non lo era. Questo ragazzo russo ha fatto un record bellissimo, con delle immagini intense e stupende, ma il record è ancora mio [ride]!
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Immagino che la preparazione per questo lancio sia stata meticolosa e dettagliata in ogni particolare, anche dal punto di vista fisico.
È stato un parto! Sono stati nove mesi dedicati a raggiungere questo traguardo. Ho fatto un primo record di 10.043 metri con il quale lo sponsor era già contento, ma il mio obiettivo era quello di percorrere più di 10.000 metri di caduta libera. Ho chiesto allo sponsor – chiaramente era un costo importante – di poter ripetere il lancio e andare più in alto in quota.
Adesso ti farò un discorso che nessuno ha ben compreso: i miei 10.900 erano una quota GPS, quindi erano misurati dal suolo, ossia da zero a 10.900. Quando sono saltata giù dall’aeroplano, sono scesa più vicino possibile alla retta perpendicolare nei primi metri di caduta per arrivare ai 6.000 metri più rapidamente possibile, dopodiché ho cominciato a cabrare la mia posizione di caduta, per rallentarla e aprire a 550 metri dal suolo.
Questa è stata la mia vera quota di apertura del paracadute, ma per ragioni di «non diamo il cattivo esempio», me l’hanno certificata a 750 metri, quindi 10.150 metri di caduta libera. Con la cabrata che ho fatto in volo, non essendo scesa perpendicolarmente alla terra, ma «volando» mentre scendevo, teoricamente avrei percorso più metri. Come si spiega in una pubblicità da mettere sulla doppia pagina del Corriere della Sera o su qualsiasi altro giornale che ho saltato da 10.900 e ho percorso più di 11.000 metri in caduta libera? Avrebbero tutti pensato a un errore di stampa.
Questo è un cruccio che mi porto dietro; il record è ancora imbattuto, però io in aria ho percorso ben di più di 10.150 metri, perché la mia traiettoria non è stata una retta perpendicolare verso terra, ma di fatto una curva, una sorta di ipotenusa.
Le sensazioni che avevi quel giorno, in specie negli ultimi minuti mentre eri in volo prima di raggiungere la quota, te le ricordi?
In quegli attimi ti devi concentrare su quello che stai facendo e non puoi distrarti guardando il paesaggio. Sei iperconcentrato sul leggerti internamente, sul decidere se abbandoni l’aeroplano oppure no e quello è il momento cruciale, perché se qualcosa non va, una volta che sei fuori, fine. Sei superconcentrata su di te, su quello che ti succede dentro, però immagazzini immagini.
La sensazione più grande che ho avuto e che mi accompagna sempre è quella di quanto siamo piccoli, siamo esseri minuscoli. Noi ci diamo importanza, diamo importanza ai problemi, diamo importanza a delle cose a volte assurde e la prima sensazione che hai quando ti affacci dal portellone dell’aeroplano è che tutto è veramente lontano. Non sei dentro a un grande aereo di linea, bello protetto, e guardi il panorama tranquillamente. Lì salti fuori e ti metti dentro a questo contenitore d’aria enorme che ti avvolge e la prima sensazione che hai è che siamo minuscoli.
Quando hai fatto questo salto da record, cosa ti ha detto la tua famiglia prima di affrontare quest’avventura?
Il mio grandissimo alleato e sostenitore è sempre stato mio nonno materno. I miei genitori erano in Africa in quei giorni, ma mia mamma sarebbe dovuta salire in Italia. Ovviamente sapeva che facevo paracadutismo, ma non che avevo in mente di fare quel record. Dissi a mio nonno che speravo non arrivasse a ridosso dell’impresa, ma dopo e lui mi chiese perché non la volessi accanto a me in un momento così particolare. Gli risposi che non volevo leggere nel volto di mia madre la sua paura. Non volevo percepire la paura di una madre, perché mi avrebbe un po’ frenata.
Invece mia mamma è arrivata prima e dissi al nonno: «Abbiamo un problema. Per favore aiutami tu!» [ride]. Lui rispose: «Ci penso io». Eravamo nella nostra casa nella campagna cremonese e io da fuori ho udito le urla di mia mamma che gli diceva: «Ma tu sei matto! È figlia mia!» [ride].
Mi ha chiamato a rapporto subito e mi ha detto: «Cosa ti è venuto in mente di fare?!». «Mamma, non c’è niente che tu possa fare per fermarmi». Ho visto sbiancare mia madre – poverina, gliene ho fatte passare di tutti i colori [ride] – e coraggiosamente mi ha detto: «Ok, visto che non ti posso fermare, dammi una sola ragione per comprendere se dovesse accadere il peggio». «Mamma, si può morire in tantissimi modi. Intanto questa volta non succederà, ci rivedremo a terra a fine lancio».
Ha dovuto sopportare non uno, bensì tre di quei lanci: il primo, il secondo e l’ultimo, che è quello del record. Per una madre credo sia molto difficile sopportare una cosa del genere. Al contempo non volevo che papà lo sapesse.
In quel mentre mio padre stava prendendo un volo da Nairobi a Malindi; faceva questo tipo di tratta aerea perché a Malindi c’erano i giornali italiani. Comprò il quotidiano e vide la doppia pagina con la mia fotografia dove si parlava di questa impresa. Appena atterrato in Italia ha chiamato mia madre e le ha chiesto: «Ma è nostra figlia?». A ripensarci mi viene proprio da sorridere, guarda. Mio babbo ha saputo del record leggendo sul Corriere della Sera!
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Il Sector No Limits Team per voi credo sia stato determinante al fine di poter praticare paracadutismo ad altissimi livelli. Come entri a far parte della squadra?
È una storia particolare. Quando ho cominciato a capire che realmente potevo dare quel qualcosa di più nel mondo del paracadutismo, cercavo uno sponsor a tutti i costi. In Italia, e nel mondo del paracadutismo femminile, era proprio impensabile. Saltavo con due videomaker, un ragazzo e una ragazza che si turnavano, e tutto quello che guadagnavo con i miei tre lavori, lo spendevo per saltare. Risparmiavo meticolosamente anche sul cibo, cercando sempre le offerte al supermercato!
L’idea del Team No Limits era il top e Patrick De Gayardon – tanto per farti un paragone – era il Valentino Rossi del paracadutismo. Mai avrei pensato di diventare compagna di squadra di Patrick, nonché poi amica. Avevo le idee chiare in testa, sognavo in grande e credevo tanto nelle mie possibilità.
Mi ero messa in testa di fare quel record perché, vista la mia esperienza subacquea, avevo una buona capacità di apnea. Nel frattempo usavo il freestyle come specchietto per le allodole e avevo preparato un video con la musica dei Dire Straits mentre facevo le evoluzioni in aria. Feci girare questa cassetta VHS quanto più possibile per attirare l’attenzione di qualche sponsor.
Tutti i miei amici mi prendevano in giro per questa mia fissazione, perché mentre loro il fine settimana andavano in discoteca, io andavo a letto presto perché l’indomani dovevo saltare. Un giorno mi chiamano da Nuvenia Pocket – l’assorbente femminile – perché avevano questo prodotto che aveva le «ali». Sarebbe stata una discreta sponsorizzazione, solo che pensai: «Secondo me è distante dal record sportivo, ma poi c’è il rischio che tutti mi riconoscano come la ragazza degli assorbenti!».
Ho rifiutato questa partnership subendo pure le critiche dei miei amici, perché secondo loro era un’occasione più unica che rara. Un giorno però mi arriva un messaggio nella segreteria telefonica del telefono di casa: «Salve, mi chiamo Marco Francesconi e sono team manager del Team No Limits. Ci è arrivata la tua documentazione e saremmo interessati a parlare con te».
Ascoltai questo messaggio più volte perché ero incredula e sinceramente pensavo a uno scherzo di qualche cretino amico mio [ride]. Dopo qualche giorno mi richiama: «Sono Marco Francesconi del Team No Limits, parlo con Barbara Brighetti?». «Chi sei tu? Dai, basta con questi scherzi, per favore… dimmi chi sei». Finché non sono arrivata a Milano nella loro sede e ho potuto constatare con i miei occhi, non ci credevo. Oggi con Marco siamo molto amici e ogni volta ci facciamo delle grandi risate ripensando a quei momenti.
Mi hanno fatto sedere a un tavolo e mi hanno chiesto cosa mi occorresse per fare il salto record. Mi hanno fornito di tutto e supportato in tutto. È stato un incontro molto fortunato per me. Mi hanno anche detto che se avessi fatto il record sarei rimasta nel Team, altrimenti no e amici come prima. Da lì è partita la mia avventura con il Sector No Limits.
Ricordo che lo spot della Nuvenia Pocket lo fece un’altra paracadutista.
Vedi che poi ti rimane quell’immagine [ride]?! Non volevo essere la faccia dell’assorbente!
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È più importante la forma fisica o la condizione mentale nel vostro sport?
Tutte e due e devono andare a braccetto. La magia avviene nel momento in cui le due cose si uniscono. Questa accade un po’ in tutti gli sport.
Patrick de Gayardon è stata una figura leggendaria del paracadutismo moderno, ha cambiato la storia di questo sport, un visionario e un pioniere di questa disciplina. Che persona era, che rapporto avevate e che ricordo hai di lui?
Un amico fraterno, un esempio e una grande persona. Lo descrivo sempre come una sorta di Archimede pitagorico del paracadutismo. Se ci pensi bene, nel mondo del paracadutismo – è passato del tempo da quando è morto Patrick – non è stato inventato niente di nuovo. Si è migliorato quello che lui ha inventato. Sicuramente la tuta alare ha fatto grandi passi avanti, migliorando il suo progetto, ma non è entrato niente di nuovo.
Lui ha portato tutto quanto c’era di nuovo nel mondo del paracadutismo. È una figura che manca tantissimo, ineguagliabile, insostituibile. Credo non sia possibile replicare, o meglio, neanche avvicinarsi a uno come lui.
Patrick de Gayardon muore durante un lancio di allenamento alle isole Hawaii. Era il 1998. Quando succede una tragedia del genere, il vostro rapporto con la morte e la percezione del rischio cambia?
Nel mondo degli sport estremi capita di veder morire molte persone. Mentalmente tendi sempre a giustificare e a dire che l’incidente mortale è stato causato da quello o quell’altro errore e si pensa che a te non succeda mai. Quando vengono a mancare persone del carisma di Patrick, che sono scampate alla morte non so quante volte e hanno fatto cose talmente incredibili che sarebbero dovute morire tremila volte, ti traballa tutto il tuo mondo e ti metti in discussione. Ti vedi indebolito.
Salire su un aeroplano la prima volta dopo la sua morte è stato mentalmente complicato, è stata una sfida. Ci sono due cose da valutare: è più forte il richiamo e l’amore per la tua disciplina o è più forte la remora che ti si crea mentalmente? E fidati, ti si crea. Sarebbe una bugia non ammetterlo.
Fino a quando è stato più forte il richiamo ho continuato a saltare anche perché era anche una sorta di maniera di omaggiarlo. Per me è scemata naturalmente questa cosa perché ho compreso che per me era più importante chiudere e terminare su una nota alta che non calare piano piano il livello. Quando sei a un certo livello le persone si aspettano molte cose da te e non puoi essere al mille per cento sempre.
Il giorno in cui decidi di smettere, ci vuole un certo coraggio per prendere questa decisione. Il richiamo è sempre fortissimo. Meglio lasciare con il sapore dolce e non agrodolce. Ho un sacco di cicatrici, ma ho vissuto momenti bellissimi.
Quando un paracadutista decide di smettere, come si convive con il fatto di non avere più quella sensazione di adrenalina?
All’inizio è complicatissimo, è come avere delle crisi di astinenza. L’adrenalina è una droga che la genera il tuo corpo. È come controllare delle crisi di astinenza nelle quali tu cerchi di essere sensato e nelle quali cerchi di non sbagliare. Se sei fortunato trovi la capacità di modificare questa ricerca di emozione spinta in una ricerca di obiettivi differenti.
Adesso faccio l’agente immobiliare e nel mio lavoro ci trovo quel pizzico di adrenalina quando un affare va in porto. È un’emozione decisamente più terrena, ma ci si accontenta [ride]! Ho imparato ad accontentarmi.
Vivendo a Fuerteventura, la mattina quando esco di casa faccio una passeggiata sul lungomare con i miei cagnolini a piedi scalzi per vedere sorgere il sole. Vivo in un posto dove, finito il mio orario di lavoro, posso andare a fare delle immersioni subacquee, posso fare un bagno al mare, posso andare a cavallo… per me questo oggi ha un senso e ha un valore inestimabile.
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Ci sono molti base jumper che spesso cercano sempre di alzare l’asticella del rischio, a volte anche rimettendoci la vita. Cos’è che spinge un atleta ad andare oltre sapendo che aumenta in modo esponenziale il rischio di morte?
La tuta alare ti toglie la percezione del ground rush; quando caschi verticalmente hai la sensazione del suolo che ti arriva sempre più vicino e di conseguenza anche l’intenzione di aprire il paracadute. Il base jump con la tuta alare è una disciplina dove passi vicinissimo alla cima delle montagne o dentro i canyon e ti toglie questa sensazione del suolo che ti arriva addosso. Se calcoli bene poi hai sufficiente quota per aprire il paracadute.
Ci sono diversi fattori; io credo che sicuramente ti dia un senso di onnipotenza, mescolato alla giovane età, nella quale il senso del rischio purtroppo non lo hai sviluppato al massimo, in quanto non hai avuto sufficienti incidenti o hai poche cicatrici. Poi hai l’onda degli altri che ti spingono e che rischiano sempre di più. Tutto assommato insieme, diventa difficile essere capaci di darsi un limite ed ecco che succedono le tragedie.
Fa dispiacere perché gli incidenti sono stati tantissimi e lasciano un segno negativo nel mondo del paracadutismo. Se io ti rigiro questa cosa e ti dovessi dire quanti ne muoiono per strada per lo stesso tipo di sfrontatezza, sono molti di più.
Sai, la gente comune vede il vostro sport come «incosciente e pericoloso», mentre non sa che i rischi del quotidiano sono comunque dietro l’angolo, in specie in macchina o in moto. Ricordo la morte di Pietro Taricone, che mise un po’ in cattiva luce il movimento, essendo lui un personaggio pubblico, e smosse le coscienze della gente comune, ignara di questo sport.
Pensa che a Pietro Taricone i contatti per andare al centro di paracadutismo glieli avevo passati io.
Pietro Taricone è stato un personaggio, a mio avviso, molto positivo, sempre schietto, solare e sorridente.
Lui si era appassionato al mondo dei cavalli e del rodeo con Andrea Mischianti, il compagno di Natalia Estrada. Conoscevo ambedue e Natalia aveva abbandonato la sua professione per fare la cowgirl. Andrea fu il tramite tra me e Pietro per il mondo del paracadutismo. Pietro ha iniziato a lanciarsi in due drop zone di Roma e anche la sua compagna, Kasia Smutniak, si era appassionata ai lanci. Pensa che quando ebbe l’incidente, lei era lì e vide tutto. Fece una manovra bassa vicino a terra che lo fece impattare violentemente sul terreno. In tantissimi muoiono così.
È come se questa vela molto performante avesse perso portanza facendolo precipitare al suolo, giusto?
Ci sono dei corsi apposta per imparare a governare le vele veloci. La vela rimane gonfia, perché si sposta con una dinamica di fori comunicanti, ma se fai queste manovre radicali vicino a terra di centottanta gradi, facendo un pendolo per farti capire, se calcoli male, impatti il suolo prima che la vela si recuperi. Se invece calcoli bene, fai queste manovre spettacolari arrivando vicino a terra. Se calcoli male il pendolo sotto la vela, sbatti a terra, oppure la vela collassa perché fai questa manovra in vento contrario e giocoforza vieni giù. Ribadisco, la maggior parte degli incidenti oggi succede sotto un paracadute aperto che ti avrebbe dovuto far atterrare perfettamente.
Quando la gente comune sente che c’è stato un incidente col paracadute pensa sempre che non si sia aperto, mentre invece…
Il paracadute si apre, ma a volte viene usato in maniera sconsiderata.
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Tu hai fatto diversi atterraggi in altura e uno in particolare l’hai effettuato sulla Muraglia Cinese. So che non è stato facile e hai avuto diversi problemi anche di carattere burocratico. È stata più ostica la burocrazia cinese o le condizioni meteorologiche non ottimali?
È stato un incubo avere i permessi per quel salto e un incubo trovare il punto dove effettuarlo, perché volevo atterrare nella parte della Muraglia non restaurata. Un altro incubo è che mi portavo dietro con me il camera flyer che era stato in volo con Patrick il giorno che era morto e un incubo perché il mio paracadute preparato apposta per quel lancio non era arrivato e non avevo il mio paracadute.
Mi hanno mandato da Milano un paracadute di Patrick che avevano in magazzino, il quale poteva avere le medesime caratteristiche del mio, però lui pesava molto più di me. Inoltre era una vela che io scoprivo in quel momento: aveva quattro settaggi di frenatura che mi hanno tenuta sveglia tutta la notte per cercare di comprenderne bene il funzionamento e cercavo di comunicare spiritualmente con Patrick per capire questi settaggi e lo pregavo di non farmi morire perché ancora non era ora [ride]! Non volevo morire col suo paracadute! Ti ricordo che questo lancio in Cina lo feci poco dopo la morte di Patrick.
La base cinese da cui siamo decollati era a un’ora di volo dal punto di lancio e ci andammo con quest’elicottero russo che era un miracolo che stesse in volo. Il mio camera flyer, tra l’altro, è poi morto tempo dopo perché fece un esperimento replicando il paracadute disegnato da Leonardo.
A lui – era lì con la sua compagna che era ripiegatrice – gli hanno sequestrato le telecamere perché non volevano che lui riprendesse. Non avere le telecamere in caduta libera era come togliere una parte importante dell’impresa che avrei dovuto compiere.
Di contro, cosa fece lui? Si bevve tutto il bar e la mattina dopo venne da me la sua compagna dicendomi che era sdraiato nella vasca da bagno ubriaco fradicio [ride]. Non si stava mettendo benissimo. Aveva un colore tendente al verdastro e io gli dissi: «Ma tu non vorresti mica lanciarti in queste condizioni?». «Mi lancio lo stesso».
Il cretino si nascose addosso una telecamera che ovviamente gli hanno trovato e quindi ci hanno arrestato a tutti e due. In Cina, sperduti in quel posto, non c’era tanto da scherzare e anche il nostro traduttore era preoccupato.
Finalmente ci hanno poi fatto salire sull’elicottero, che stava quasi facendo buio, e da sotto avevano acceso dei fuochi per segnalare il punto di atterraggio. Eseguito il lancio, che di fatto era un lancio di prova, il giorno appresso ci hanno concesso di fare il lancio buono. Fine.
Di solito per un’impresa del genere è prassi fare più lanci di prova. Lì no! Il giorno dopo c’era un vento molto forte e mi è salito quel pensiero che forse sarebbe stato meglio abbandonare, visto quest’ulteriore imprevisto.
Alla fine ce l’ho fatta; non sono atterrata sulla Muraglia, ma a fianco. Sono rimasta intera per miracolo perché fu un atterraggio difficilissimo e potevo rompermi tutte e due le gambe. Son quelle cose in cui poi dici: «Sto tirando troppo la corda…», ma è andata!
Sei atterrata anche sulle montagne dell’Adamello.
Sull’Adamello ho fatto una serie di prove per poi atterrare in cima al Kilimangiaro.
So che era un tuo sogno poterlo fare, ma credo sia rimasto tale.
Purtroppo è così. Non mi hanno dato i permessi ed era tutto troppo complicato. Hanno fatto tutto il possibile perché io non decollassi per poter atterrare sulla cima del Kilimangiaro, che appartiene alla Tanzania. Volevo atterrare in vetta e scendere sul lato keniota dove avevo tutti gli appoggi, ma i freni burocratici sono arrivati dal governo della Tanzania.
Non ho avuto modo di atterrare sulla cima, ho fatto il lancio sui pendii, son salita tre volte in cima a fare il sopralluogo nel giro di una settimana e anche quella è stata una bella sfida. Oramai è un sogno destinato a rimanere nel cassetto per sempre.
Tu che hai vissuto tanti anni questo sport, nel corso del tempo c’è stata un’evoluzione significativa nella ricerca dei materiali?
Noi potremmo definirci pionieri in un certo senso, perché abbiamo contribuito tantissimo a ciò, avendo avuto anche la fortuna di lavorare con le compagnie che producevano sia tute, materiali e paracadute. I performer che viaggiavano all’apice di questo sport davano dei feedback che venivano presi molto in considerazione, per cui abbiamo contribuito tantissimo a migliorare anche nella sicurezza. È stato un percorso molto bello e interessante.
A tutt’oggi, dopo il tuo ritiro, sei rimasta in contatto con quel mondo?
Sto lavorando a un progetto molto interessante: mi hanno contattata per collaborare a un docu-film su Patrick de Gayardon. Io li ho aiutati a trovare i contatti per ricostruire quello che è il backstage della sua carriera e della sua vita privata. Li ho messi in contatto con i camera flyer che hanno registrazioni e de-briefing dei suoi lanci. Al momento stiamo facendo questo grande lavoro di ricerca.
Tienici aggiornati.
Assolutamente! Il progetto è bellissimo e adesso la Sector è stata acquisita dal gruppo Morellato e da poco sono stata in Italia per questo passaggio di consegne dal vecchio Team No Limits a quello nuovo. C’ero io assieme a Pipin Ferreras [l’apneista cubano, ndr] e Manolo [pioniere dell’arrampicata libera, ndr]. Vediamo come evolve il tutto.
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Tu sei stata anche conduttrice di alcuni programmi televisivi riguardanti gli sport estremi.
È stato un gioco molto divertente.
È più genuino il mondo del paracadutismo o quello della televisione?
Senza ombra di dubbio quello del paracadutismo! Ho avuto la fortuna di viverlo da privilegiata e da protagonista. Su La7 ho condotto un programma che si chiama Extreme e poi ho fatto una serie di puntate per Sky e anche altro.
C’è un’altra Barbara Brighetti oggi capace di replicare le tue imprese?
Non credo, anche se mi piacerebbe poterti dire sì, perché sarebbe bello passare il testimone, ma al momento non vedo nessuno. Ci sono personaggi interessanti nelle classiche discipline del paracadutismo, ma null’altro.
Che consiglio daresti a coloro che vorrebbero avvicinarsi a questo sport?
Il consiglio ce l’ho qua attaccato al collo: ho il pin, che tu riconoscerai avendo fatto paracadutismo, che chiude la sacca del paracadute di quando me la sono vista peggio, poi ho un cuore che mi ricorda sempre di fare le cose con passione e amore e poi una croce che mi ricorda di credere sempre e avere fede. Qualsiasi cosa tu faccia nella vita, se ci metti passione credo e amore, in genere puoi ottenere bei risultati.
Quante volte ti è capitato di aprire il paracadute d’emergenza?
Solo tre in quasi diecimila.
Per concludere la nostra intervista, vorrei ritornare all’inizio di questa nostra chiacchierata. Hai qualche ricordo dei tanti personaggi della musica con cui ha collaborato tuo babbo?
Sono tutt’oggi in contatto con la parte di famiglia di Bruno Martino della prima moglie, ma anche con la seconda. Ho conosciuto e sono tuttora in contatto con Mina, nonostante viva una vita ritirata e lontano dai riflettori da decenni. Ci siamo incontrate tante volte, l’ho vista al pianoforte con papà a sperimentare e a cantare.
Enzo Jannacci, altro amico di papà, simpaticissimo, che è stato in vacanza in Africa da noi. Un altro grandissimo amico di papà è Riccardo Muti, che pure lui è stato in vacanza da noi tantissime volte assieme a sua moglie Cristina. Luciano Pavarotti.
Intorno a papà ruotavano questi personaggi che, quando decise di trasferirsi definitivamente in Africa, lo venivano a trovare. Visti, conosciuti e vissuti.
Hai avuto una vita intensa.
Tanto belli anche i racconti di papà quando ci parlava di Chet Baker, un genio che poi si è perso nei suoi vizi purtroppo.
Chet Baker ha avuto seri problemi di droga.
Una vita triste la sua purtroppo. Dall’altra parte babbo mi parlava di Stan Getz che si esercitava tutti i giorni con il suo strumento. Un vero professionista e un esempio di stile e disciplina.
Consentimi la battuta, a volte sono più spericolate le vite di alcuni jazzisti che quelle dei paracadutisti!
Totalmente! Sono anche sprecate, sono perse. Tant’è che io da piccolina cantavo assieme a papà e mi sarebbe piaciuto tantissimo fare la cantante, ma mi ha dissuaso. A non farmi entrare nel mondo della musica e del jazz è stato proprio mio padre. Questa dote, questa capacità l’ho sempre avuta. Andavamo a casa di amici e io cantavo per il gusto di farlo e tutti gli dicevano di farmi fare la cantante professionista e lui gli rispondeva: «Lasciatela fare dello sport che è meglio».
Non l’avesse mai detto!
Eh sì! se l’universo mi regalato papà e mamma, me li ha regalati proprio bene. Mi sono stati di grandissimo esempio. Sono stati genitori magnifici.
La famiglia è un punto fermo, un sostegno per la vita e anche per la vita di uno sportivo. Nello specifico i tuoi ti hanno appoggiato in un’attività sportiva dove non so quanti altri avrebbero fatto la stessa cosa.
Quasi nessuno! Ho avuto dei genitori con la mentalità molto aperta che hanno compreso le mie scelte e sono stati orgogliosi di me. C’è una foto di mia mamma incinta di me sott’acqua con i pescecani. Cosa voleva pretendere poi [ride]?! Sono cresciuta scalza, in mezzo alla savana con i leoni.
Francesco Rondolini
Immagine di Austin Kirk via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
Essere genitori
Botte da orbi tra adulti alla partita dei «pulcini». Drammatico quanto naturale?
Two coaches were suspended indefinitely after getting into an altercation during a youth football game in Pittsburgh, Pennsylvania, on Saturday. pic.twitter.com/GIqQRt9HXh
— CBS News (@CBSNews) September 1, 2026
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