Pensiero
Stato, popolazione e industria nell’Italia del 2025: intervista al professor Pagliaro
Renovatio 21 torna ad intervistare il professor Mario Pagliaro per una panoramica della politica energetica di questo 2025. «Lo Stato tornerà protagonista dell’economia» ci aveva detto quasi 3 anni fa. Commentando poi la necessità del ritorno dell’IRI, lo scorso marzo aveva aggiunto: «il cambiamento, è già iniziato».
Sono passati quasi 6 mesi, e lo Stato – che aveva già riacquisito il controllo di Autostrade, e quello della ex SIP (poi TIM) – ha comperato la divisione veicoli militari Iveco dagli eredi Agnelli, e si appresta a nazionalizzare la ex Ilva. Dirigente di ricerca del CNR, fra i pionieri dello sviluppo dell’energia solare quando, alla metà del primo decennio dei 2000, non ci credeva nessuno, il professor Pagliaro ha dato a Renovatio 21 numerose interviste sui temi dell’energia, dell’industria e anche della sua Sicilia.
Sono appena stati varati pesanti dazi sulle esportazioni negli Stati Uniti. Mese dopo mese, la produzione industriale italiana continua a calare da oltre due anni. Con i dazi imposti dagli USA sulle importazioni, e il costo dell’energia radicalmente aumentato a causa della fine delle importazioni in Europa di gas e petrolio dalla Russia, la Germania vede venir meno l’interesse a utilizzare l’euro al posto del marco. Convinti che l’Italia sia attesa nei prossimi mesi sia attesa da profondi cambiamenti, siamo dunque tornati a sentire l’accademico europeo.
Le risposte del professor Pagliaro hanno al solito un carattere di antiveggenza che tornerà utile a tutti i lettori della nostra testata.
Professor Pagliaro, lei aveva previsto un ritorno dello Stato nell’economia quando, nella cosiddetta Seconda Repubblica, è stata solo una gara fra i cosiddetti «Centrodestra» e «Centrosinistra» a vendere e liquidare il più rapidamente possibile tutte le aziende e le banche pubbliche.
La verità in economia come in politica è ciò che è ineludibile, e non ciò che è dimostrabile. L’Italia negli oltre 20 anni dell’euro è stata costretta a deflazionare i salari per massimizzare le esportazioni, e a comprimere in ogni modo la domanda interna per minimizzare le importazioni, in modo da realizzare ogni anno un forte avanzo primario per avere i soldi con cui comprare risorse energetiche e materie prime di cui manca.
Ci sono anche altre ragioni, ma restando ai numeri è sufficiente osservare come fra il 1991 e il 2024, l’Italia abbia registrato un forte avanzo primario quasi ogni ogni anno: con le sole eccezioni del 2009 successivo alla grande crisi finanziaria iniziata nel settembre 2008, e del quadriennio 2020-2023 dovuto ai vari lockdown e al forte incremento della spesa pubblica assistenziale a sostegno di famiglie e imprese. Questo però rende l’Italia un Paese dove nessun giovane vorrebbe aprire un’azienda, men che mai un’azienda manifatturiera.
Bastano due numeri per comprenderlo: per pagare a un lavoratore uno stipendio di 3 mila euro al mese (36 mila euro l’anno) un’azienda deve spenderne ben oltre il doppio a causa dell’elevata pressione fiscale e contributiva sul lavoro. In queste condizioni, il Paese è rapidamente deindustrializzato.
Così, quando si è trattato di scegliere se seguire l’ideologia del liberismo economico egemone durante il ventennio dell’euro, oppure salvare alcune imprese strategiche, e anche una grande banca, lo Stato è tornato ad investire direttamente acquisendone il controllo.
La questione si ripropone adesso con la produzione di acciaio dal minerale ferroso: se l’Italia non vorrà perderla dovrà ricostituire l’Ilva nazionalizzando gli impianti, che peraltro fu proprio lo Stato a costruire.
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Più volte Renovatio 21 ha registrato le sue predizioni sul ruolo che giocherà nella rinascita italiana la grande diaspora degli italiani all’estero. Quanti sono gli italiani che hanno lasciato l’Italia dal 2002, anno dell’introduzione dell’euro?
I numeri sono disvelatori. La nuova diaspora italiana è fatta di molti milioni di persone: molti di più di quelli stimati ufficialmente in base alle cancellazioni anagrafiche nei Comuni. Chi si trasferisce all’estero sarebbe infatti obbligato a iscriversi all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE), venendo cancellato dalle anagrafi comunali, ma l’obbligo viene largamente disatteso.
Ad esempio, secondo i dati ISTAT, tra il 2002 e il 2021 gli italiani trasferiritisi all’estero sarebbero circa 1,4 milioni. Secondo il CNEL, le cifre reali sono tre volte più grandi di quelle ufficiali. Inoltre, la nuova emigrazione italiana è completamente diversa da quella del passato: le partenze riguardano primariamente le regioni più ricche. Ad andarsene sono persone molto istruite, cioè essenzialmente tecnici altamente specializzati e giovani laureati, che nel 2022 erano la metà (48%) degli emigrati con età compresa fra 18 e 34 anni. Su 10 giovani espatriati, 5 partono dal Nord Italia e 3 dal Mezzogiorno.
Chi resta, inoltre, non fa più figli: con sole 370mila nascite nel 2024, la natalità in Italia è ai minimi storici dall’Unità. Emigrano, e non tornano, i giovani italiani qualificati non solo perché i salari all’estero sono molto più alti. Ma soprattutto perché le opportunità di lavoro sono migliori: è migliore, di più elevata qualità, la tipologia di lavoro qualificato offerto all’estero.
I giovani italiani emigrano così nei Paesi europei più sviluppati e negli Stati Uniti. Di fatto, oggi, anche nei Paesi arabi del Golfo Persico per le opportunità di lavoro in ricerca, alta formazione accademica e sanità.
E in che modo questi giovani che non vogliono tornare potrebbero contribuire, concretamente, alla rinascita dell’Italia?
Nel caso auspicabile, e a nostro avviso ineludibile, del ritorno allo sviluppo economico e industriale guidato dallo Stato, l’Italia vedrebbe un diffuso ricambio di tutte le sue classi dirigenti. A guidare tanto le aziende pubbliche che molte amministrazioni dello Stato sarebbero proprio molti ex giovani italiani emigrati dal 2002, poi divenuti grandi manager, imprenditori, docenti universitari, ricercatori, informatici, finanzieri, esperti di comunicazione, etc.
C’è una grande differenza infatti fra l’emigrazione italiana e quella di altri popoli. Gli italiani mantengono un profondo legame con il loro Paese, che dura persino attraverso le generazioni, come mostra ad esempio il caso della grande comunità di origine italiana negli Stati Uniti o in Canada.
In breve, molti dei giovani ed ex giovani italiani che hanno lasciato l’Italia a partire dal 2002 tornerebbero in Italia per amore del loro Paese, in un contesto completamente nuovo in cui al posto della deflazione salariale e della deindustrializzazione, torneranno tanto una forte crescita dei salari che della domanda interna accompagnati e sostenuti da un grande piano di reindustrializzazione del Paese.
In questo contesto, aiuterà assumere una visione di lungo periodo, che guardi ai tratti essenziali dello sviluppo italiano, tanto quello dovuto alle Partecipazioni statali, che alla capacità imprenditoriale degli italiani.
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Assumendo questa prospettiva, qual’è appunto il tratto essenziale di questa capacità imprenditoriale?
Il tratto essenziale dell’imprenditorialità italiana è la sua capacità di creare sviluppo «dappertutto e rasoterra» per usare le parole di chi l’ha descritta in oltre 60 anni di studio sociale ed economico come il fondatore del Censis, Giuseppe De Rita. Nel 2006, lo invitai al CNR a Palermo per parlare proprio della vicenda delle Partecipazioni statali, in cui lui era stato coinvolto direttamente dai vertici della Svimez dove lavorava.
Il professor De Rita in Sicilia spiegò chiaramente come tutta la programmazione italiana, dal Piano Vanoni al Piano Giolitti fra il ’54 e il ’64, sia stata opera dell’Ufficio studi IRI e di loro giovani economisti e sociologi in servizio allo Svimez. Pur avendo preso parte direttamente alla pianificazione industriale ed economica, sarà proprio De Rita con il Censis a raccontare lo sviluppo diffuso delle piccole imprese italiane a partire dai primi anni Settanta.
Uno sviluppo che il grande sociologo ha descritto come esplosione della soggettività italiana: con la nascita dell’economia sommersa con la banca pubblica locale che ne finanziava lo sviluppo. Fino alla nascita dei distretti industriali. Nel censimento del 1981 le imprese industriali italiane erano passate ad oltre 1 milione dalle 480mila di dieci anni prima.
Con la nascita di oltre 20 distretti industriali che avevano diffuso l’industria al di fuori del «triangolo industriale» Torino-Genova-Milano. Giustamente, De Rita fa notare come in 10 anni gli italiani avessero creato lo stock di industrie create nei 100 anni precedenti, in pratica dall’Unità d’Itala.
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Esiste ancora, fra i giovani italiani, questa capacità di fare impresa?
Certo che esiste. Solo che non essendo più conveniente economicamente fare impresa in Italia, vanno a farla all’estero. Guardi allo sviluppo delle aziende delle cosiddette criptovalute, e vi scorgerà fin dagli albori informatici, manager e imprenditori italiani. Italiano è uno dei maggiori manager del noto colosso del commercio via Internet. Ma la lista è lunghissima: giovani italiani hanno creato e portato al successo in Europa, in Nordamerica, Medio Oriente e persino negli ex Paesi comunisti imprese di ogni natura.
La capacità di intraprendere è tratto essenziale dell’italianità: come tale, non può essere perduto. Non è possibile prevedere il futuro: ma l’Italia, a mio avviso, trarrà grandi benefici dalla ricomposizione dell’ordine economico e politico in corso in Europa e nel mondo.
Sostenere questa possibile evoluzione richiede anche la capacità di conoscere meglio, e più da vicino, molti aspetti della storia economica e sociale dell’Italia. Come dice il mio amico Giuseppe De Rita, «economia e cultura in Italia si ignorano». Per risolvere questa storica separazione occorre che un supplemento di impegno anche da parte di chi è impegnato nella formazione e nella ricerca.
Al quale spero possano contribuire anche i nostri periodici dialoghi.
Grazie professore. Alla prossima.
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Immagine di Andrea Donato via Flickr pubblicata su licenza CC BY-ND 2.0
Pensiero
Gli uomini invisibili di Crans-Montana
🚨🇨🇭 Tragedy in the Alps: 47 DEAD AND 115 INJURED AFTER NIGHT CLUB CAUGHT ON FIRE AT NEW YEARS EVE
New Year’s celebration turned nightmare at Le Constellation nightclub in Crans-Montana. A flaming sparkler on a champagne bottle—held too close to the wooden ceiling—sparked a… pic.twitter.com/C8Syteq0pH — Svilen Georgiev (@siscostwo) January 2, 2026
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Ecco come ha avuto inizio l’incendio…
Ci sono responsabilità evidenti.#Crans_Montana pic.twitter.com/xwwYSKOwkR — IL RISOLUTORE ®️🇮🇹 (@ilrisolutoreIT) January 1, 2026
🇨🇭 Around 40 Dead, 115 Injured in Deadly New Year’s Fire at Swiss Ski Resort Bar
A devastating fire broke out at Le Constellation bar in the Swiss ski resort of Crans-Montana during a crowded New Year’s Eve party on January 1, 2026, around 1:30 a.m. Authorities report… pic.twitter.com/b5dB8Rn8GT — World In Last 24hrs (@world24x7hr) January 1, 2026
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Minga è finita: ad una certa neurologia e psicologia, biologia neuronale ed emozione adolescienziale si danno la mano nel finale capolavoro di quest’analisi: «quando un ragazzo riprende invece di fuggire, non sempre sta facendo una scelta consapevole. Spesso sta cercando, nel modo che conosce, di proteggersi da un’esperienza che il suo sistema emotivo non è pronto a elaborare». In pratica sono innocenti al punto che ci chiediamo se possiamo parlare di libero arbitrio dei minori – e certi lettori sanno dove questo discorso può andare a parare. «La sicurezza non è una responsabilità dei ragazzi» tuona lo psicologo. «La sicurezza dei minori è un compito degli adulti, delle strutture, delle organizzazioni, delle istituzioni». Ora, è proprio qui che saltano fuori gli uomini invisibili, e i loro danni mortali. Dire che un ragazzo non è responsabile di nulla significa lasciarlo in un limbo da cui non gli sarà mai possibile uscire, significa renderlo incapace di qualsiasi cosa – significa metterlo in pericolo.CRAS-MONTANA ROGO DEL LOCALE: 6 VITTIME TUTTE IDENTIFICATE
Sono Sofia Prosperi, 15 anni, e Riccardo Minghetti di 16, le ultime vittime italiane accertate della strage di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, durante il rogo nella festa del locale Le Constellation. Deceduti… pic.twitter.com/ssgFvMgOQ6 — Claudia Sani 🍉 (@cla_sani0521) January 5, 2026
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Togli gli uomini, e quello che ottiene è il controllo assoluto sul genere umano: ecco che le persone si fanno pascolare e portare al macello come bovini, e qui abbiamo parlato appunto di massa vaccina. Sembra ridicolo, ma quello che dobbiamo chiedere ai ragazzi è di non esserlo più. Dobbiamo chiedere ai bambini di essere uomini. Dobbiamo portarli, per mano, a divenirlo. Dobbiamo farlo per il loro bene. E per il nostro. Perché questo è ciò che serve per la continuazione dell’umano. È la prima tradizione che serve. Roberto Dal BoscoJ’accuse Jessica et Jacques Moretti, propriétaires et gérants du bar “Le Constellation” à Crans-Montana de meurtre de masse et d’avoir le 1er Janvier 2026 mis volontairement la vie en danger d’autrui et faits aggravants, en l’espèce, de mineurs !#cransmontana #leconstellation pic.twitter.com/8kELRFA9bZ
— catsnmouse (@catsnmouse) January 2, 2026
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Geopolitica
FAFO Maduro, dottrina Donroe e grandi giochi di prestigio – Europa compresa
«Fuck Around and Find Out» (FAFO) è una delle espressioni internet più gettonate dell’anno. L’acronimo viene usato dappertutto su Tiktok, X, YouTube e sta a significare qualcosa come «Fai lo stupido e scopri le conseguenze», «Prova a fare il furbo e vedi cosa succede» o «Gioca col fuoco e ti bruci». Del resto lo aveva annunziato tra gli alberi di Natale una settimana fa: «Maduro deve fare attenzione al suo culo». Detto, fatto.
Siccome i meme sono ora al potere, la versione più chiara di quanto accaduto nelle ultime ore in Venezuela l’ha data proprio Washington: «Maduro effed around and found out» ha detto il segretario alla Difesa, pardon, segretario alla guerra Pete Hegseth.
Prima di cercare di enucleare lo sconvolgimento generale – storico, metastorico, politico, geopolitico, metapolitico – vorremmo spendere qualche secondo per apprezzare il presidente venezuelano, quantomeno per la bellezza della foto in cui, in manette circondato da agenti DEA, tira su i pollici, o la perp walk rimbalzata dai canali social della Casa Bianca in cui Maduro dice «Felice Anno Nuovo» davanti ai fotografi mentre gli operativi dell’antidroga lo portano via in catene. Torneremo a dirlo: c’è una bella differenza, e da ambo le parti, con i casi tragici di Noriega, Saddam, etc. (E adesso per favore non si dica che è perché Maduro è di origine ebraico-sefardita).
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Il mondo con Trump è divenuto un teatro che non solo ha colpi di scena pazzeschi (ricordate l’attentato di Butler?) ma pure si riempi di personaggi irresistibili.
È così: l’ho già detto, lo ripeto, viviamo tutti in una fantasia di Trump, in una fantasia che lui stesso ci ha fatto generare, e che ora manovra e popola come vuole.
E quindi: chi dice di averci capito qualcosa di quanto sta accadendo è un bugiardo, o un pallone gonfiato, o un ebete, o tutte e tre le cose insieme. Chi pontifica ora non può avere contezza di quello che dice – perché una manovra del genere non si era mai vista.
Perché chiariamoci: Trump non ha condotto un regime change. Ha solo decapitato il vertice colombiano, e la moglie (interessante dettaglio), con le accuse di narcoterrorismo – il lettore di Renovatio 21 sa che la mossa immediata di Trump arrivato al potere è stato quello di piazzare i narcocartelli nella lista FTO, le organizzazioni straniere terroriste. Su questa testata abbiamo scritto decine di articoli sulle ramificazioni concrete di questo atto.
Cioè, la catena di comando del Venezuela è rimasta, da quello che capiamo, intatta: il potere passa alla numero due, la Dulcy Rodriguez. Dettaglio non da poco, il fatto che l’oppositrice più popolare all’estero, quella Machado che aveva «soffiato» il Nobel per la Pace a Trump, è stata scagata immantinente da Trump, che ha detto che «non ha sostegno né rispetto».
A complicare le cose la dichiarazione di Trump secondo cui «gestiremo il Venezuela sino alla transizione». Transizione… verso cosa?
La realtà è che il mondo intero ha visto un gioco di prestigio condotto su scala emisferica: avete presente, quello per cui togli la tovaglia e tutti i piatti, i bicchieri, le posate apparecchiati restano al loro posto? Trump parrebbe aver fatto una cosa del genere. Tanto per far capire che 1) la tavola è la sua; 2) le cose si possono fare anche senza fare danni; 3) l’operazione potrebbe essere replicata ovunque.
Quest’ultimo punto potrebbe terrorizzare chiunque, ad ogni latitudine: meglio non scherzare col Donaldo. Vediamo ora come continuerà Gustavo Petro, il presidente della Colombia che poche settimane fa aveva fatto uno strano gesto che sembrava alludere all’eliminazione di Trump («sacale a Trump»), e Lula abbiamo visto che subito è salito sulle barricate, anche se a rischiare, viste le sanzioni già applicate, potrebbe essere il vero padrone del Brasile, il giudice De Moraes. E ancora, in Medio Oriente… ?
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Non sbaglia chi vede nell’operazione – eseguita con una precisione spaventosa dai ragazzi della Delta Force, che guadagnano definitivamente punti sui colleghi Navy Seal (è il dualismo simile a quello di «papà, ma se una tigre si scontra con un leone…») – una riedizione dell’assassinio per opera di missili americani del generale Pasdaran Qassem Soleimani: un atto brutale e contrario alla legge internazionale, ma allo stesso tempo un gesto di deterrenza assoluta, forse perfino, ha osato dire qualcuno, un gesto di pace – uccidere il generale per evitare una guerra in piena regola.
Anche qui: chi sa la verità? Chi sa leggere davvero ciò che fa Trump?
Non l’esperto geopolitico lugubre e pelato, che alza il ditino blaterando uno spiegone che tratta The Donald come un idiota avventato. Non chi vede «solo» un atto imperiale, senza considerare come la filosofia politica è qui profondamente cambiata rispetto all’era Bush, Clinton, Bush, Obama. (E stendiamo un velo pietoso sul politico democristo-berlusconian-piddino Pierferdi Casini che si preoccupa per qualche ragione, dopo averlo fatto per l’oligarca russo Khodorkovkij, per i cittadini della Groenlandia minacciati da Trump… pensavamo che la storia del più amato dai vescovi italiani con una giovane donna colombiana, dopo due mogli, fosse finita)
Ora, non è facile capire quanto Mosca e Pechino sapessero – mentre metteteci una pietra sopra, Bruxelles cade dal pero, perché non conta un fico secco.
Secondo una teoria possibile, Putin sapeva, forse giù dall’Alaska, e quindi tutti i pat-pat a Caracas, gli ultimi anche recentissimi, erano una mezza sceneggiata. In cambio, cosa potrebbe aver ricevuto? Il Donbass? Oppure, teme qualcuno ora, un’operazione identica con il vertice di Kiev?
E Pechino? Non è privo di rilievo il fatto che poche ore prima del raid, Maduro stesse incontrando alti dignitari del Dragone. Qualcuno dice persino che gli attacchi diversivi, dove sarebbe stato colpito pure il mausoleo con la salma del Chavez, sarebbero partiti quando ancora gli emissari della Repubblica Popolare erano sul posto. E quindi, cosa farà ora Xi? Cercherà di fare lo stesso con Formosa?
Chi vorrà provare a fare il gioco di prestigio della tovaglia, e al contempo incorrere nel paradigma del FAFO?
Non sappiamo quando lo sapremo, e se lo sapremo mai.
Sappiamo tuttavia che la dottrina Monroe, o dottrina emisferica, è ora incontrovertibilmente riavviata, potenziata, elevata a potenza. Lo ha detto lo stesso Trump nel briefing di ieri: la potete chiamare dottrina Donroe, perché The Donald ha superato di molto il presidente Monroe e la sua idea di tenersi per sé tutto l’emisfero occidentale, che è egemonizzato dagli USA e dove potenze altre non possono sorgere.
I lettori di Renovatio 21 sanno che ne abbiamo già parlato: da qui si arriva al discorso del «destino manifesto» degli USA nel bicontinente americano, già ampiamente udibile a inizio anno con i discorsi di annessione del canale di Panama, della Groenlandia, del Canada e perfino del Messico.
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Già il Messico: non è difficile vedere che è quello il premio più ambito, al momento, per la Washington del biondo del Queens. Il quale ha detto, nelle scorse ore, che la presidente messicana Claudia Sheinbaum è una brava ragazza, ma il Paese è in realtà gestito dai narcocartelli… Fate voi i conti: ripetiamo che Maduro lo hanno esfiltrato proprio per la faccenda narcos, a farlo fotografare in manette non è l’FBI o la CIA o l’esercito ma la DEA, l’agenzia federale antidroga.
E allora, Donaldo decapiterà anche il Messico? Abbiamo visto le risse al Senado di Città del Messico: vi è una fazione politica che se lo augura, e quindi non pensiamo che nessuno, da dentro, darà una mano, né che non ci saranno certe festicciole in piazza che stiamo vedendo con i venezuelani in tutto il mondo.
Lo avevo visto in Cile in un café con piernas («caffè con gambe»), bar caratteristici di Santiago dove vieni servito da ragazze in abiti succinti (o presunti tali): una grande quantità di queste sono immigrate venezuelane, e una mi disse, irradiando come per un momento una tragica, consapevole saggezza, che non sarebbe tornata nel suo Paese forse per venti anni, per la crisi lì era talmente spaventosa che tutti sanno che dieci anni non bastano a mettere le cose a posto – e parliamo di un Paese con immani giacimenti di petrolio, di cui l’amminstrazione Trump ora parla apertis verbis.
Ribadiamo: mente chi vi dice cosa accadrà ora. Potrebbe non aver visto ancora nulla.
Pensate: Trump che va a trovare in cella Maduro, come Wojtyla con Ali Agca. Capacissimo. O ancora: Trump che grazia Maduro. Anzi no: Trump chiede la sedia elettrica, che è stata inventata proprio a Nuova York (dove Maduro sarà processato) ma dove non è più usata, causa incauta abolizione della pena di morte, da una ventina di anni. Mentre il caos e la miseria si scatenano sulle strade delle città venezuelane… oppure no.
Abbiamo, tuttavia, un’idea già più chiara di quello che succederà all’Europa nell’epoca della dottrina Donroe realizzata: abbandonata, derisa, lasciata sola nella tempesta che essa stessa ha invocato, provato. L’Europa non conta più nulla, l’Europa è pronta ad essere predata e smembrata da chiunque – ben oltre il processo kalergista di invasione programmata afroislamica e anarco-tirannia conseguente.
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Guardando quanto accaduto a Caracas, dobbiamo trovare la forza di dirci: no, non possiamo permetterci di aver quei rappresentati a Bruxelles.
No: nessuna Von der Leyen, nessuna Kallas possono stare dove stanno, perché a questo punto abbiamo capito che i tempi sono «interessanti», come nella famosa maledizione cinese.
Bruxelles a questo punto, dovrebbe averci un po’ di fifa, perché il FAFO potrebbe arrivare, oltre che da Washington, anche da Mosca. E se il gioco di prestigio della tovaglia venisse fatto a Bruxelles, e pure tutti quei vetri andassero in frantumo… chi se ne accorgerebbe?
Non è forse il momento di fare noi stessi la magia di far sparire l’UE e la sua burocrazia apocalittica, prima che essa non faccia sparire noi?
Roberto Dal Bosco
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Pensiero
Natale, abbondanza, guerra, sterminio, sacrificio
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