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Immigrazione

La realtà dietro all’ultimo omicidio di Perugia

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Il mese scorso, un ragazzo di origini albanesi proveniente dalle Marche è stato ucciso da una coltellata mentre si trovava a Perugia con degli amici per passare una serata nella zona universitaria. La lite, con un altro gruppo di giovani, è scoppiata per futili motivi. 

 

La nottata in discoteca era ormai finita e da uno sfottò calcistico è partita la scintilla che ha innescato le ire di ragazzi di origini nordafricane residenti in Italia con tanto di cittadinanza.

 

Stando a quanto scritto dall’ANSA, «in base a quanto accertato dalla squadra mobile di Perugia, un diciottenne recentemente finito in carcere per l’aggravamento del divieto di dimora in Perugia a cui era sottoposto per un altro episodio, si era fatto raggiungere dalla fidanzata per prendere un coltello custodito nella vettura. L’aveva quindi brandito verso l’altro gruppo per poi buttarlo a terra. Nel frattempo, in un’altra parte del parcheggio, c’erano state altre colluttazioni. Dalle indagini è emerso che il ventunenne di Perugia, dopo aver raccolto il coltello lanciato a terra dall’amico e con un secondo nell’altra mano, si sarebbe scagliato contro il giovane di Fabriano, colpito con un unico fendente al torace. Quindi la fuga, per poi disfarsi del coltello utilizzato nell’aggressione (non ancora ritrovato) e di alcuni indumenti».

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Questo «omicidio universitario» non può non riportare alla mente il delitto Meredith Kercher del 2007, consumatosi fra studenti, che segnò uno spartiacque per la città di Perugia, con lo sgretolamento di quell’eden edonistico di una nightlife universitaria da far invidia alla migliore movida spagnola. Da quel momento la città fu messa sotto i riflettori per l’emergere di una strabordante e dilagante violenza – in particolar modo nella zona del centro storico – fino ad allora soffocata e tenuta come la polvere sotto il tappeto, ma poi deflagrata sotto la lente d’ingrandimento dei media.

 

Ciò sdegnò i perugini che fino ad allora hanno voluto credere che tutto andasse bene. Su Renovatio 21 abbiamo recentemente avuto occasione di parlare di tale delitto con due interviste all’ex magistrato Giuliano Mignini che seguì tutta l’irrisolta vicenda.

 

Le problematiche legate a una microcriminalità sempre più diffusa – dati alla mano – sono da attribuire per una sostanziosa percentuale ad immigrati o di immigrati di seconda generazione. Nel centro storico del capoluogo umbro qualche mese fa c’è stata un’aggressione pubblica in un negozio di kebab da parte di quattro stranieri, tre albanesi e un greco, protagonisti di quello che pare sia stata una vera e propria spedizione punitiva come spiega la cronista Francesca Marruco su un giornale locale: «col volto parzialmente coperto dai cappucci delle felpe, entrano correndo armati di bastoni e mazze». 

 

In questi giorni, sempre nella stessa zona, un altro fatto di sangue ha sporcato il salotto buono perugino come apprendiamo dalle cronache: «Un uomo è stato soccorso sulla scalinata del Duomo, all’ingresso principale verso piazza Danti, gravemente ferito da una coltellata alla schiena. A trovarlo a terra, intorno alle 5 di mattina, sono stati alcuni addetti della sicurezza privata. Sono stati loro a richiedere l’intervento della polizia, che ha richiesto la presenza del personale medico del 118. Si tratta di un tunisino, di 33 anni, con precedenti di polizia». «Dalle prime testimonianze raccolte, la coltellata sarebbe arrivata al culmine di una lite con due uomini di nazionalità marocchina, per ragioni ancora da chiarire» scrive La Nazione

 

Fatti di questo genere sono parte dell’ordinario e oramai non fanno quasi più notizia nemmeno quando si palesano nelle zone residenziali e storiche delle nostre città, dove famiglie, turisti, studenti e cittadini vivono godendo le bellezze architettoniche delle nostre città d’arte.

 

La settimana scorsa un gruppetto di «maranza» ha gettato da un soprappassaggio pedonale un carrello della spesa su una delle vie più trafficate nei pressi della stazione ferroviaria sfiorando per pura casualità le autovetture che in quell’ora del giorno transitano freneticamente su quella che è un’arteria importante del traffico cittadino.

 

 

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Rammento un altro fatto di sangue che al tempo risultò prodromico per la caduta della maggioranza politica di sinistra che non aveva mai perso le amministrative nel capoluogo umbro. Era il maggio 2012. Una notte di inseguimenti e violenze nel centro storico di Perugia tra bande di stranieri, dopo che un nordafricano fu accoltellato quasi a morte. La sospetta morte scatenò le ire dei connazionali che iniziarono una serie di spedizioni punitive nei locali dell’acropoli per cercare i rivali. Si scatenò una guerriglia contro le forze dell’ordine in pieno stile far west.

 

«L’8 maggio 2012 il centro storico di Perugia fu teatro di una vera e propria guerriglia “tra bande” di albanesi contro tunisini, che si sfidarono a colpi di spranghe e bottigliate. La violenza aggressione degenerò, ci furono danneggiamenti alle macchine delle forze dell’ordine e vetrine dei negozi spaccati. Negli scontri fu accoltellato un tunisino che poi si è salvato dopo una lunga degenza in ospedale. Forse un regolamento dei conti tra bande di stranieri, legati al mondo della droga», come riportato da PerugiaToday.

 

Ricordo che i giorni appresso furono schierati carabinieri e polizia in ogni angolo per cercare di re-immettere sicurezza ai cittadini che si sentivano impauriti e smarriti. La conseguente caduta della sinistra portò alla vittoria di un sindaco di centro destra, Andrea Romizi, che con la sua giunta, quantomeno sotto il profilo della sicurezza, cercò di attuare misure atte a mitigare una situazione che di lì a poco avrebbe potuto degenerare ulteriormente, anche se poi atti vandalici commessi da immigrati ce ne sono stati lo stesso.

 

Al tempo Perugia fu etichettata come Gotham City, scatenando una canea social tragicomica, dove le varie fazioni politiche hanno scritto tutto e il contrario di tutto sui propri profili Facebook, enfatizzando alcuni fatti e portandoseli a loro favore a seconda delle necessità. È la solita «politica dei social network», che straparla, litiga, dibatte, urla, ma che poi di fatto, all’atto pratico, ben poco può o vuole fare in merito, stretta tra un groviglio legislativo pachidermico e uno spirito di politicamente corretto quanto mai pervasivo.

 

Rammento inoltre che colloquiando con un poliziotto in servizio nelle nostre regioni del nord est, parlando con dei suoi colleghi in maniera serena e informale, disse candidamente che «le lame le tirano fuori solo gli immigrati, quasi mai gli italiani». Segno evidente che vi potrebbe essere un’attitudine alla violenza più spiccata tra quelli che sono i cosiddetti italiani di seconda generazione. 

 

Visto il trend odierno è bene ricordare che nel maggio scorso la zona della stazione ferroviaria di Perugia è diventata zona rossa – terminologia di covidica memoria – per cercare di arginare la delinquenza e sopperire alle mancanze in tema di sicurezza della nuova giunta comunale di sinistra. 

 

Ci sarebbe da chiedersi come mai ci sia un incremento di violenza e criminalità proprio con il cambio di amministrazione locale. È difficile, a mio avviso, trovare una spiegazione logica, precisa e circostanziata. Può essere una semplice coincidenza, oppure una percezione da parte di alcuni criminali di poter essere meno controllati? Questo, in tutta onestà, non lo so.

 

Di certo c’è che la precedente amministrazione di centro destra ha concretamente fatto qualcosa per contenere questo tipo di reati – come detto non sempre riuscendoci – ma è altresì vero che ha comunque applicato una politica di superficie, non andando alla radice vera del problema legato alla immigrazione incontrollata, ma cercando di lustrare una facciata che tutto sommato ha distolto il cittadino, per un certo lasso di tempo, da questa criticità. Ora il problema ecco che torna a galla. Non spetta di certo alle amministrazioni locali estirpare in toto questi problemi, bensì sarebbe compito dello Stato che evidentemente esso stesso gioca e si muove in una superficie senza poter o voler scavare in profondità.

 

Dopo le «zone rosse» perugine ci possiamo aspettare il «lockdown maranza», già applicato in Francia, o il «lockdown adolescenziale» in salsa calabra atto a mitigare i cittadini esasperati dagli schiamazzi notturni, dalle ubriacature moleste e dalle violenze di queste bande di minori apparentemente fuori controllo, spesso anche sotto l’effetto di stupefacenti.

 

L’anno passato a Milano è scoppiata una rivolta etnica, ma praticamente nessuno la volle chiamare così, praticamente solo Renovatio 21. Né iniziare a pensare che il punto di non ritorno della banlieue francese è finalmente arrivato – e con esso, le no-go zone immigrate all’interno delle nostre città. Si tratta di un dato di rilevanza storica non solo per la «capitale morale», ma per l’Italia tutta. Milano, si dice, anticipa ciò che succede nel resto del Paese. Senza dimenticare i fatti di Peschiera del Garda: una cittadina messa sotto assedio da una moltitudine di giovani africani.

 

Tanto per cercare di essere più precisi e circostanziati è bene riportare alcuni dati ufficiali su tali questioni. Apprendiamo dal sito ufficiale del Ministero dell’Interno (dati relativi al 2022) del che i crimini commessi da stranieri, leggendo il tutto macro dimensionalmente e depurato da qualsiasi retorica qualunquista, rappresenta una criticità da non sottovalutare viste le percentuali: «La popolazione straniera residente nel 2022 sul territorio nazionale rappresenta circa l’8,5% del totale.

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Analizzando i dati relativi all’azione di contrasto effettuata sul territorio nazionale dalle Forze di polizia, nel 2022 si rilevano 271.026 segnalazioni nei confronti di stranieri ritenuti responsabili di attività illecite, pari al 34,1% del totale delle persone denunciate ed arrestate; il dato risulta in lieve aumento, sia in valori assoluti che in termini di incidenza, rispetto a quello del 2021, allorquando le segnalazioni erano state 264.864, pari al 31,9% del totale. Significativo è risultato il coinvolgimento di stranieri in attività delittuose di natura predatoria.

 

In particolare: furti, le segnalazioni riferite agli stranieri denunciati e/o arrestati nel 2022 (41.462) rappresentano, per tale fattispecie, il 45,48% del totale; rapine, le segnalazioni riferite a stranieri denunciati e/o arrestati nel 2022 (9.256) rappresentano, per tale delitto, il 47,31% del totale». Vedasi anche il sito del Ministero della Giustizia che ci dice quanti detenuti italiani e stranieri sono al sicuro nelle patrie galere.

 

Alla luce dei fatti e dei dati, si evince un quadro ben chiaro: questa «criminalità extracomunitaria» è un macro problema e sta diventando una vera e propria emergenza sociale che andrebbe trattata come tale. In primis dovremmo pretendere un dibattito sano, costruttivo, non fazioso sul tema e non occluso dalla cappa di politically correct che pervade anche questa tematica.

 

È compito delle istituzioni, ma anche dei giornalisti che troppo spesso mistificano i fatti di cronaca omettendo furbescamente le identità dei criminali in nome di una inclusività e di un neo linguaggio di stile orwelliano. In verità, la stampa non lo può dire, almeno non nei titoli – per il solito effetto della Carta di Roma, (il testo deontologico imposto ai giornalisti che prevede limiti di cronaca riguardo alle cose degli immigrati) – tanto che in tali articoli bisogna leggere fra le righe: le proteste e le violenze spesso sono perpetrate da ragazzi nordafricani di secondo o financo terza generazione.

 

Senza entrare nel campo ampio del problema dei flussi migratori, ci accontenteremmo semplicemente di più trasparenza e correttezza, per evitare il dilagare dell’anarco-tirannia in ciabatte.

 

Francesco Rondolini

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Immagine di Roberto Andreani via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic; immagine tagliata

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Legge anti-burqa in Portogallo

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Il presidente portoghese António José Seguro ha firmato ufficialmente una normativa che vieta gli abiti atti a coprire il viso negli spazi pubblici, un provvedimento che pare rivolto in modo particolare ai veli islamici integrali come il burqa e il niqab, il velo presente nella tradizione araba.   Intervenendo sul dibattito interno, il presidente Seguro ha contestualizzato la scelta in chiave di relazione tra le persone, dichiarando: «Il volto dovrebbe essere considerato un elemento centrale dell’identità e della comunicazione umana.» Ciononostante, l’ex leader del Partito Socialista ha ammesso il carattere controverso del divieto, riconoscendo che si tratta di una questione di grande delicatezza culturale e sociale.   La legge ha trovato ampio sostegno tra i politici di destra del Paese ed è stata soprannominata «legge del burqa» dai media portoghesi. È stata approvata dal Parlamento a luglio con i voti delle forze di destra, mentre la sinistra si è opposta con decisione.

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Il nuovo assetto normativo restringe in modo rigoroso gli indumenti concepiti per nascondere l’identità di una persona negli spazi pubblici. La legge punisce inoltre l’imposizione a coprirsi il volto per motivi di sesso, religione o età. Chi viola le regole rischia multe comprese tra 150 e 3.000 euro.   Restano però alcune eccezioni. L’uso di coperture del viso come mascherine mediche, attrezzature professionali o artistiche e abbigliamento per condizioni meteorologiche estreme rientra tra i casi previsti dalla normativa.   La questione del velo integrale islamico ha seguito percorsi molto diversi nei principali Paesi europei. La Francia è stata la prima nazione del continente a introdurre un divieto vero e proprio: la legge del 2010, entrata in vigore nell’aprile 2011, vieta «la copertura del volto negli spazi pubblici» e colpisce sia il burqa che il niqab, con multe fino a 150 euro.   La norma fu contestata davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per presunta violazione della libertà religiosa, ma nel 2014 i giudici di Strasburgo ne confermarono la legittimità, giudicandola proporzionata all’obiettivo di preservare il «vivere insieme» dei cittadini francesi.   La Germania ha scelto invece una strada più graduale e circoscritta. Nel 2017 il Parlamento tedesco ha approvato un divieto solo parziale, limitato ai pubblici ufficiali nell’esercizio delle loro funzioni — tra cui addetti elettorali, personale militare e giudiziario — senza mai arrivare a un divieto generalizzato come quello francese.   In Gran Bretagna, invece, non esiste alcuna legge nazionale che vieti il velo integrale. Il tema torna periodicamente nel dibattito politico, ma finora si è preferito lasciare la materia a regolamentazioni locali o settoriali, per esempio in scuole, tribunali o aeroporti, piuttosto che introdurre un divieto generale.   A livello di Unione Europea non esiste una normativa comune sul tema, che resta di competenza esclusiva dei singoli Stati membri. Come riportato da Renovatio 21, nel 2023, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) aveva stabilito che i datori di lavoro governativi possono vietare l’uso di abiti religiosi nell’interesse di mantenere un «ambiente amministrativo del tutto neutrale».   Oltre a Francia e Belgio, che hanno adottato un divieto totale, altri Paesi come Austria, Paesi Bassi, Danimarca e Bulgaria hanno introdotto negli anni successivi divieti parziali o totali, mentre molti altri non regolano affatto la questione.   Il caso italiano merita un discorso a parte, perché l’Italia non ha mai adottato una legge specifica sul burqa. Il vuoto normativo viene colmato applicando la legge 152 del 1975, nata in un contesto di lotta al terrorismo, che vieta di indossare maschere o caschi in luogo pubblico allo scopo di evitare l’identificazione da parte delle forze dell’ordine. Questa norma è stata più volte utilizzata, soprattutto da amministrazioni locali del Nord Italia, per multare donne che indossavano il velo integrale, come in casi noti a Novara e in un comune in provincia di Como.

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La Lega Nord tentò in seguito di modificare la legge del 1975 per estendere esplicitamente il divieto agli «indumenti indossati per motivi di affiliazione religiosa», eliminando la clausola del «giustificato motivo» che alcuni tribunali avevano invocato per ammettere eccezioni di carattere religioso. Nel 2011 una commissione parlamentare approvò anche un disegno di legge che prevedeva multe salate e la reclusione per chi obbligasse una donna a coprirsi il volto, ma l’iter legislativo non si concluse mai con l’approvazione di una legge nazionale organica.   L’Italia resta dunque, ancora oggi, priva di un divieto esplicito e generalizzato, gestendo la materia attraverso ordinanze comunali e la vecchia normativa antiterrorismo del 1975, che vieta di coprirsi completamente il volto nei luoghi pubblici – ciò porta dunque ad un divieto di portare il velo integrale come un casco. Seguendo tale legge, in passato amministratori locali hanno varato ordinanze che impedivano al livello locale l’uso velo integrale o il burkini, ossia il «costume da bagno islamico».   L’hijab è un copricapo diffusamente indossato in tutto il mondo musulmano; secondo la shari’a, esso costituisce la copertura minima raccomandata per uomini e donne, poiché dovrebbe coprire i capelli e nascondere la fronte, le orecchie e la nuca. Al contrario, il niqab, più comune in Egitto e nel Vicino Oriente, copre interamente il viso, lasciando visibili solo gli occhi. Il burqa, principalmente utilizzato in Afghanistan e di colore azzurro, si differenzia dal niqab per la presenza di una mascherina grigliata che copre completamente gli occhi.

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Svizzera, l’80% dei richiedenti asilo nordafricani è stato accusato di uno o più reati

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Circa l’80,5% dei richiedenti asilo provenienti dai paesi del Nord Africa è stato accusato di uno o più reati in Svizzera, a testimonianza dell’elevato tasso di criminalità presente in questa popolazione straniera. I dati provengono dalla Segreteria di Stato per la Migrazione (SEM). Lo riporta Remix News.

 

Per i richiedenti asilo nel loro complesso, il tasso di criminalità risulta molto più basso, con solo il 12,5% accusato di uno o più reati. I cittadini di Algeria, Marocco e Tunisia sono quindi fortemente sovrarappresentati rispetto ad altri gruppi di richiedenti asilo.

 

Anche i cittadini nordafricani hanno poche possibilità di vedersi accogliere la domanda di asilo dalle autorità svizzere, con il 99% di tutte le richieste respinte, secondo il quotidiano svizzero Blick.

 

Nel 2024 è stata introdotta la regola delle «24 ore» per le procedure accelerate di richiesta di asilo per i Paesi del Nord Africa, che consente alle autorità svizzere di elaborare più rapidamente le domande di asilo con scarse probabilità di successo. I richiedenti possono comunque impugnare le decisioni, il che può aumentare significativamente i tempi di attesa per una decisione definitiva.

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«I criminali devono lasciare la Svizzera al più presto. Questa è una priorità della strategia in materia di asilo», ha dichiarato Daniel Bach, portavoce del SEM. Tuttavia, il processo viene spesso ritardato dalle azioni dei richiedenti asilo, tra cui il rifiuto di fornire le impronte digitali e la mancata presentazione agli appuntamenti per l’espulsione.

 

Molti richiedenti ostacolano la procedura accelerata: si rifiutano di fornire le impronte digitali, non si presentano agli appuntamenti o lasciano rapidamente la Svizzera. In questi casi, la loro richiesta può essere presentata senza formalità.

 

Le autorità stanno ora lavorando per attuare nuove misure per espellere rapidamente i richiedenti asilo, tra cui «l’uso sistematico di misure coercitive contro gli autori di reati ripetuti». Le autorità stanno anche pianificando di introdurre norme più severe per la detenzione amministrativa.

 

Nell’agosto 2025 nella città svizzera di Losanna, sono scoppiate rivolte per la seconda notte dopo la morte di un giovane congolese di 17 anni durante un inseguimento della polizia, uno schema già visto nei disordini etnici delle banlieues francofone del 2023 e di Milano a Corbetta e San Siro.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Svizzera aveva comunicato che ai richiedenti asilo sarebbe stato generalmente vietato viaggiare verso i loro Paesi d’origine o altri Stati, mettendo fine al fenomeno, grottesco e presente anche in Italia, degli immigrati che vanno in vacanza nei Paesi da cui dicono di voler fuggire.

 

Due anni fa il villaggio di Soyhières, che si trova nella Svizzera romanda e ospita 433 persone, fu teatro di disordini creati da una piccola banda di minori (che ora in Italia chiamano «maranza») con furti di borse, spari ai polli dei contadini con pistole ad aria compressa, incendi di un ovile con candele rubate dalla chiesa e profanazione di cimiteri, dove sarebbero state rovesciate le tombe. La chiesa cittadina ha anche riferito che la banda di bambini migranti ha danneggiato l’interno della chiesa, profanando anche una statua della Vergine Maria.

 

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Manifesti del governo britannico avvertono i rifugiati di non commettere stupri o abusi sui minori

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Il governo britannico ha diffuso materiale informativo destinato ai richiedenti asilo, spiegando che non possono stuprare persone o abusare di bambini.   «Il ministero dell’Interno ha speso i vostri soldi per produrre questi manifesti per i migranti illegali. Perché permettiamo a queste persone di entrare nel nostro Paese?», ha scritto mercoledì il deputato e leader di Reform UK, Nigel Farage, in un post su Twitter, ripubblicando immagini di manifesti destinati a informare i richiedenti asilo sulla legge britannica.   «L’abuso sui minori è un reato grave nel Regno Unito», recita un manifesto. Prosegue mettendo in guardia contro specifici reati contro i minori, tra cui le lesioni fisiche o i contatti sessuali con un minore di 16 anni.

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Un altro manifesto recita: «Nel Regno Unito, entrambe le persone devono dire “sì” al sesso. Questo si chiama consenso». Il manifesto avverte inoltre che lo stupro rimane un reato se commesso all’interno del matrimonio.   Nel Regno Unito è stata pubblicata online una guida per richiedenti asilo che informa gli immigrati irregolari sulle «aspettative» del Paese riguardo al loro comportamento e li avverte che potrebbero perdere il diritto all’asilo se commettono uno qualsiasi dei reati citati.   «Nel Regno Unito esistono leggi che tutelano la sicurezza, la dignità e i diritti di tutti. È importante comprenderle, perché non rispettare la legge britannica può avere gravi conseguenze. Potreste avere problemi con la polizia, perdere il sostegno previsto dalla legge sull’asilo o la vostra domanda di asilo potrebbe essere compromessa», si legge nella guida. «Questo opuscolo vi aiuterà a capire cosa ci si aspetta da voi quando vivete nel Regno Unito».   La guida avverte inoltre i richiedenti asilo che la violenza domestica è un reato grave, che uomini e donne godono di pari diritti nel Regno Unito e che ci si aspetta da loro che rispettino gli altri in pubblico.   Molti commentatori interpretano questi materiali come un’ammissione da parte del governo britannico del fatto che stupratori e pedofili immigrati clandestini abbiano imperversato nel Paese. Uno degli esempi più noti e eclatanti di questo fenomeno è lo scandalo di Rotherham, in cui si stima che circa 1.400 ragazze nella città di Rotherham, in Inghilterra, siano state abusate sessualmente da bande di uomini, per lo più di origine pakistana, tra il 1997 e il 2013.   Il rapporto Lowe ha rilevato che, fino a poco tempo fa, un numero ben maggiore di ragazze britanniche bianche – almeno 250.000 – erano state adescate, violentate e sfruttate da pedofili, principalmente di origine pakistana, in tutta la Gran Bretagna.   Zia Yusuf, portavoce di Reform UK per gli affari interni, ha definito il materiale «una delle cose più folli che abbia mai visto».   «Ora c’è una propaganda incessante da parte del governo secondo cui queste 200.000 persone che negli ultimi otto anni sono arrivate illegalmente sulle nostre spiagge da paesi come l’Afghanistan non rappresentano una minaccia significativa per le donne e le ragazze», ha osservato Yusuf.   «Sappiamo che non è vero. E quando Nigel Farage e altre figure del movimento riformista hanno fatto notare le minacce che queste rappresentano per le donne e le ragazze britanniche, sono stati attaccati e sgridati dall’establishment politico», ha affermato.   «Beh, questa vergogna», disse Yusuf, indicando l’opuscolo, «vi mostra esattamente cosa sa il governo. Sanno di essere una minaccia e vivono in alberghi finanziati dai contribuenti. Siete voi a pagare le loro spese di mantenimento».   Yusuf ha poi chiesto che tutti i migranti illegali vengano arrestati e deportati. «Reform (UK) schiererà la Marina nel Canale della Manica per mantenere un perimetro rigido con ordini chiari: ‘Non permettete a nessuna imbarcazione non autorizzata di raggiungere le nostre coste’», ha promesso Yusuf a condizione che Reform UK guidi la politica del governo. «E ogni migrante illegale che i Conservatori e i Laburisti hanno permesso di entrare in questo Paese verrà fermato e deportato».

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Quello delle istruzioni agli immigrati, con disegnini e frasi grottesche, è un filone oramai vetusto, del quale non siamo più in grado di ridere.   In passato agli immigrati sono stati distribuiti vari volantini che mostravano uomini in intimità, per significare che l’omosessualità è tollerata in Europa.   Ci sono tuttavia casi più drammatici, come quello delle lame immigrati in Germania. L’uso del coltello da parte degli immigrati è talmente rilevante che un land tedesco del Nord Reno-Vestflaia ha pubblicato dei volantini per scoraggiarne il possesso.   Al contempo, un sindacato della Polizei si è infuriato l’anno scorso per la libera vendita dei machete nei supermercati mentre in istrada vi sarebbe qualcosa come 80 accoltellamenti al giorno.  

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