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L’FBI fa irruzione nella casa di Bolton. È iniziata la purga dello Stato profondo?

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La scorsa settimana l’FBI ha fatto irruzione nell’abitazione e nell’ufficio di John Bolton, ben noto falco della politica estera ed ex consigliere per la sicurezza nazionale del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

 

Il New York Post, che per primo ha diffuso la notizia, ha affermato che le perquisizioni fanno parte di un’indagine di alto profilo sulla gestione di documenti classificati. Il sospetto, o meglio, la speranza, che abbiamo, è che si tratti dell’inizio di una grande purga del sistema americano che colpisca lo Stato profondo di Washington.

 

Il Bolton è noto per aver sostenuto il cambio di regime come strumento di politica estera degli Stati Uniti, ammettendolo perfino pubblicamente: il golpe internazionale come vanto politico, una fase di sfrontatezza (hybris, per i greci; chuzpah, per gli ebrei) mai veduta prima negli apparati esteri statunitensi.

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L’uomo aveva servito Trump per 18 mesi durante il suo primo mandato, prima di essere licenziato nel settembre 2019. Trump in seguito lo ha definito un «pazzo», un «perdente» e una «persona molto stupida», e ha descritto la sua assunzione come uno dei suoi «più grandi errori», accusandolo di recente di voler sabotare i colloqui con Putin. In passato The Donald aveva pure rivelato di averlo dapprima voluto nella squadra come elemento negoziale: le controparti geopolitiche, dice, vedevano Bolton dietro al presidente e si impaurivano sapendo quanto fosse furiosamente incline alla guerra.

 

Due anni fa il Boltone aveva sostenuto, lanciando l’allarme, che Trump avrebbe lasciato la NATO qualora rieletto. Bolton negli annisi è spesso scontrato con Trump sulla politica estera. Nel suo primo giorno di ritorno in carica quest’anno, Trump ha revocato le autorizzazioni di sicurezza a oltre 40 ex funzionari dell’Intelligence, tra cui Bolton, e gli ha tolto la scorta.

 

Il baffuto neocon lasciò l’amministrazione Trump dopo che il presidente richiamò un attacco aereo praticamente già in corso contro l’Iran, come ritorsione per aver colpito un drone americano. È stato riportato che i bombardieri erano a dieci minuti dall’obiettivo furono cancellati da un ordine perentorio di Trump, che si era convinto a fermare l’attacco – che sarebbe costato alcune morti – dopo una telefonata con Tucker Carlson.

 

Ora Trump – che ricordiamo, subì un raid dell’FBI nella sua magione di expresidente a Mar-a-Lago, anche questa cosa inedita nella storia americana, a cui seguirono incursioni domestiche del Bureau per almeno 35 suoi collaboratori – afferma di non sapere nulla dei raid e di averne appreso la notizia solo dai notiziari televisivi.

 

Secondo quanto riportato, gli agenti dell’FBI hanno perquisito la casa di Bolton a Bethesda, nel Maryland, e il suo ufficio a Washington, DC, venerdì mattina presto. I filmati circolati online mostrano gli agenti in quello che sembra essere il suo giardino e fuori dal suo ufficio, mentre caricavano oggetti sui veicoli. Bolton sarebbe stato visto nell’atrio del suo ufficio mentre parlava con due individui che indossavano giubbotti antiproiettile dell’FBI.

 

L’indagine si concentrerebbe sulla possibilità che Bolton possieda ancora documenti classificati risalenti al suo mandato, in particolare quelli legati alle sue memorie del 2020, The Room Where It Happened. Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (DOJ) sotto Trump ha cercato di bloccare la pubblicazione del libro, sostenendo che contenesse materiale secretato. Un giudice federale alla fine ne ha autorizzato la pubblicazione e il dipartimento di Giustizia di Biden ha archiviato sia il caso penale che quello civile nel giugno 2021.

 

Secondo quanto riportato, Bolton non è stato arrestato né è stato ancora incriminato; né il suo portavoce né la Casa Bianca avrebbero rilasciato dichiarazioni in merito.

 

Sebbene il Dipartimento di Giustizia non abbia rilasciato una dichiarazione ufficiale, il Procuratore Generale Pam Bondi ha pubblicato su X venerdì mattina: «La sicurezza dell’America non è negoziabile. La giustizia sarà perseguita. Sempre». La Bondi stava rispondendo al messaggio criptico del Direttore dell’FBI Kash Patel: «NESSUNO è al di sopra della legge… @agenti dell’FBI in missione». Anche il Vicedirettore dell’FBI Dan Bongino ha ripubblicato il commento di Patel, aggiungendo: «La corruzione pubblica non sarà tollerata». Patel aveva precedentemente elencato Bolton come parte del «Deep State» statunitense nel suo libro del 2023.

 

Non è chiaro cosa possa succedere: magari si tratta di una bolla di sapone, una miccetta fatta esplodere a caso – dai Bondi, Patel e Bongino, dopo il fiasco delle mancate rivelazioni di Epstein, è lecito a questo punto aspettarselo.

 

Tuttavia non è nemmeno sbagliato pensare al fatto che sia in arrivo una grande purga contro i neocon e il Deep State. Azzardiamo: non è escluso che si tratti di una condizione, o di un’offerta, trattata a porte chiuse nell’incontro tra Trump e Putin in Alaska.

 

Chi segue Putin sa quanto il presidente russo tema quella che, con gentilezza, chiama la «burocrazia» americana. Nella densa intervista a Oliver Stone di anni fa ne aveva parlato quando, sorpreso per la vittoria di Trump nel 2016, sembrò dire che i presidenti cambiano (di fatto, lui ne ha visti già cinque) ma la «burocrazia» (termine che crediamo implicasse non la coda all’ufficio postale, ma le trame del Deep State) rimangono.

 

Sempre a Stone Putin confidò che la sua opposizione all’Ucraina nella NATO era dovuta proprio al fatto che conosceva le dinamiche di questa «burocrazia», che piano piano avrebbe spinto per l’installazione di missili ad un tiro di schioppo da Mosca.

 

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Di più: nella storica intervista a Tucker Carlson l’anno passato, emerse con forza la sua animosità contro la CIA, definita, non si sa con quale grado di amara ironia, «seriosnaja organizatsija», ossia «organizzazione seria». L’uomo che viene dal KGB è abituato, a quanto sembra, a guardare negli occhi la controparte, sapendo benissimo cosa vi è dietro le spalle. Il sentimento di Putin per la CIA potrebbe spiegare anche la non eccessiva simpatia espressa verso Carlson, canzonato dal presidente russo per non essere entrato nei servizi americani, dove probabilmente – questo non è detto, ma potrebbe essere suggerito da dossier del vecchio KGB – aveva trafficato il padre di Tucker, Dick Carlson, che aveva gestito gli apparati di propaganda USA di Voice of America anche da Mosca.

 

I neocon – che sono per lo più provenienti da famiglie ebree fuggite dallo Zar e per questo riempite di russofobia rabbiosa incurabile – purgati su richiesta di Putin per avere, finalmente, la pace tra Mosca e Washingtone? È un’ipotesi.

 

Come lo è la possibilità che una simile purga può essere stata offerta allo Zar odierno, o addirittura programmata comunque vadano le cose.

 

Il disprezzo per i neocon di Trump è uscito diverse volte: come riportato da Renovatio 21, in un messaggio video di due anni fa Trump attaccava direttamente Victoria Nuland, già vicesegretario di Stato e regina dei neocon, come la causa della guerra in corso. Il marito della Nuland, Robert Kagan, in questi anni ha ricambiato l’amore, scrivendo per il Washington Post articoli disperati in cui scriveva che nonostante la sconfitta di Trump contro Biden in società rimanevano tanti, troppi trumpiani (la soluzione, chiediamo quindi, cos’è? Una guerra civile? Oppure una pulizia etnica, come fa l’amato Stato di Israele a Gaza?)

 

In ultima, abbiamo visto tre mesi fa lo storico discorso anti-neocon tenuto da Trump in Arabia Saudita.

 

 

Non si tratta solo del presidente. Robert F. Kennedy jr., il suo segretario alla Salute, è un anti-neocon sfrenato – nonostante l’essersi trovato con un figlio turlupinato ad andare a combattere in Ucraina in una guerra che Kennedy ritiene fomentata dagli stessi USA.

 

Quando raccontò del suo ingresso nel team Trump – il momento che ha messo fine alla sua campagna presidenziale, lanciandolo come stella del MAGA-MAHA –RFK rivelò pure di essere rimasto colpito dai primi colloqui con Don junior, il primogenito Trump. Il quale, racconta Kennedy, era apertis verbis in opposizione ai neocon, con nomi e cognomi.

 

Di recente Kennedy ha fatto di sfuggita un’ulteriore rivelazione sul gabinetto Trump: dice che va d’accordo con gli altri segretari, in particolare la Bondi, che è diventata amica sua e di sua moglie, ma quello più simpatico, che fa ridere tutti, dice, è Marco Rubio: qui Kennedy dice che dapprima provava freddezza nei suoi confronti, in quanto riconosciuto come neocon estremista, ma ha avuto una «conversione», mollando completamente il campo dei falchi antirussi.

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In pratica, se c’è una purga da fare, l’amministrazione Trump sa già chi andare a prendere. Il problema, tuttavia, è che potrebbe non bastare.

 

Perché alla radice della questione neocon, oramai lo hanno capito tutti, ce ne è una più grande, e indicibile: l’influenza di Israele sugli USA. Notiamo che quanto stiamo dicendo ha effetti geopolitici immediati, autoevidenti: la guerra russo-ucraina, fomentata dai neocon, potrebbe finire a breve (o quantomeno, c’è tanto lavoro in corso per la sua cessazione); al contrario, il massacro etnico di Israele non dà cenni – nonostante le urla di Trump a Netanyahu, di cui si è detto – di essere arginato davvero.

 

Una purga trumpiana anti-israeliana è di là da venire, anche se un accenno vi è stato: tre mesi fa ha licenziato quantità di funzionari ritenuti troppo filo-israeliani.«Il direttore senior del NSC per il Medio Oriente e il Nord Africa Eric Trager e il direttore del NSC per Israele e l’Iran Merav Ceren erano tra coloro che sono stati cacciati via venerdì 23 maggio», ha scritto Times of Israel il 25 maggio, aggiungendo che entrambi erano stati nominati dall’ex consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz, il pezzo grosso tolto dallo staff e piazzato all’ONU (promoveatur ac amoveatur) accusato di troppa intimità con Netanyahu.

 

Non basterà: è di pochi giorni fa l’emersione del caso dell’esperto di cibersicurezza israeliano, impiegato negli uffici stessi del premier dello Stato Ebraico, arrestato a Las Vegas in una retata anti-pedofili. All’uomo, finito in manette per aver adescato quella che credeva essere una minorenne, è stato consentito tornare in Israele con il suo volo, poco dopo: non ha nemmeno visto un giudice, libero subito. Renovatio 21 ne parlerà nei prossimi giorni – ricordando che il celeberrimo caso di sfruttamento seriale di minori ad usum dell’oligarcato, cioè la vicenda Epstein, è anche quella oramai collegata da tantissimi a Israele e ai suoi servizi segreti.

 

Sappiamo che suo genero Jared Kushner, il marito dell’amatissima figlia Ivanka, non solo è ebreo, ma è figlio di uno dei principali donatori americani di Netanyahu, il quale, si racconta, quando veniva a Nuova York dormiva nella cameretta dello stesso Jared. Il padre, palazzinaro ebreo, venne incarcerato per aver tentato di ricattare suo cognato, facendogli incontrare una prostituta: grazie a Trump, ora Kushner è nominato ambasciatore a Parigi. Ricordiamo pure come Jared – accusato da una parente Trump di essere la talpa FBI dietro al raid di Mar-a-Lago – abbia parlato in questi mesi di conflitto del grande valore immobiliare della riviera di Gaza… Le strambe idee trumpiane sulla costruzione di un paradisiaco resort mediterraneo sulla Striscia potrebbero venire, tragicamente, da qui.

 

Ciò detto, non tutta la speranza è perduta. Nel suo podcast, lo studioso E. Michael Jones – bollato come ingiustamente antisemita e censurato prima ancora che la cosa fosse materia comune – mesi fa ha fatto una rivelazione: un amico, che conosce Tucker Carlson, dice che questi testimonia come in privato Trump parli a sua volta «come noi». Non capiamo bene cosa significhi, ma detto da Jones, fa un certo effetto.

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Si tratta quindi di un lavorìo lento e dissimulato? Non impossibile: pensiamo all’attacco «simbolico» contro il programma nucleare iraniano. E ai suoi effetti: due giorni fa il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha licenziato il capo dell’agenzia di Intelligence del Pentagono, il tenente generale Jeffery Kruse, poche settimane dopo che la Casa Bianca aveva respinto una revisione che valutava l’impatto degli attacchi americani sull’Iran. Il rapporto insisteva sul fatto che il programma nucleare di Teheran era solo ritardato di pochi mesi, invece che essere stato «annientato» come aveva dichiarato dopo i bombardamenti Trump.

 

C’è tanto, tantissimo da fare. Steve Bannon, grande fautore della politica del drain the swamp («prosciuga la palude», dove la palude è Washington) ha sostenuto che lo swamp, cioè il Deep State, che è più di ogni cosa un «business model di successo» che arricchisce tantissime, ha bisogno non di pochi anni, ma di almeno due decenni per essere sanificato.

 

Abbiamo idea che la palude da prosciugare sia più grande di Washington. Si estende per tutto l’Atlantico (con i suoi patti), attraversa il Mediterraneo, per arrivare sulle rive di quel piccolo Stato tanto importante per la storia e la geopolitica mondiale.

 

Ripetiamo: la grande purga è un lavoro arduo, difficilissimo: ma non impossibile. Il problema è solo sapere se c’è, da qualche parte nascosta sotto coltri di diplomazia e ricatto, la volontà di farlo.

 

La purga non era solo una promessa della strana religione oracolare QAnon. La grande purificazione è quello che il mondo intero chiede dal profondo del suo cuore.

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine di Gage Skidmore via Flickr pubblicata su licenza CC BY-SA 2.0; immagine modificata

 

 

 

 

 

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Perché il capo della CIA era a Mosca? Lavrov spiega, e racconta anche della visita di monsignor Gallagher

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Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov è intervenuto sull’intensa e insolita attività diplomatica registrata questa settimana a Mosca, chiarendo i colloqui con il massimo diplomatico vaticano e restando volutamente evaso sulla visita del direttore della CIA John Ratcliffe.   L’arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario vaticano per i rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali, e Ratcliffe si trovavano entrambi nella capitale russa.   «In entrambi i casi, coloro che sono venuti da noi volevano venire a parlare», ha dichiarato Lavrov in un’intervista pubblicata venerdì da una testata russa.   Secondo Lavrov, i colloqui con monsignor Gallagher hanno riguardato soprattutto il conflitto in Ucraina. L’inviato della Santa Sede ha ribadito il desiderio di far cessare al più presto le ostilità e ha offerto ulteriore aiuto su temi umanitari, compresi gli scambi di prigionieri e di salme.

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Il ministro della Diplomazia russa ha usato l’incontro per ripercorrere una lunga catena di intese diplomatiche infrante, abbandonate o fatte fallire da Kiev e dai suoi alleati occidentali: dall’accordo di Euromaidan del 2014, all’epoca del colpo di Stato, agli accordi di Minsk, impiegati per dare a Kiev il tempo di riarmarsi, fino ai colloqui di Istanbul del 2022, naufragati anche per opera di Londra.   «Ho fatto notare che da parte nostra non era mancata la buona volontà… Penso che abbia capito tutto. Direi che non ha avuto controargomentazioni, a parte lo slogan generale che «bisogna porre fine al più presto»», ha detto Lavrov.   Il ministro russo ha inoltre spiegato a Gallagher che la spinta occidentale a un cessate il fuoco lungo l’attuale linea di contatto servirebbe solo a congelare i combattimenti, senza una soluzione duratura. I piani per il dispiegamento di «forze di stabilizzazione» a guida britannica e francese, ha aggiunto, finirebbero per conservare di fatto il «regime neonazista» a Kiev, che reprime la lingua russa e la Chiesa ortodossa ucraina canonica.   Il prelato lidpuliano era stato indicato come persona presente agli incontri in Vaticano tra Zelen’skyj e Bergoglio. Commentatori russi online avevano accusato il Gallagherro di essere al servizio degli interessi di Londra nel conflitto eterno contro Mosca.  

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Sulla visita di Ratcliffe Lavrov è stato molto più riservato. «Io non c’ero», ha detto, precisando che i servizi di intelligence comunicano di consueto attraverso canali già consolidati e che «non c’è nulla di insolito» se tali contatti avvengono in silenzio. Anche i diplomatici, ha aggiunto, spesso lavorano «in silenzio».   «Naturalmente, non divulghiamo dettagli troppo sensibili o ancora in fase di elaborazione, laddove è importante non compromettere possibili compromessi e consensi», ha affermato Lavrov.   Il capo della diplomazia ha inoltre smentito le accuse secondo cui Mosca avrebbe lanciato un ultimatum all’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump, dopo le notizie sui media sull’uso dell’intelligence americana per favorire attacchi ucraini a lungo raggio contro la Russia.   Lavrov ha sostenuto che Mosca resta disponibile al dialogo con i governi occidentali, ma non dà più per scontato che le assicurazioni pubbliche o gli accordi negoziati vengano rispettati. «L’inganno è alla base della diplomazia occidentale. E tale rimane», ha dichiarato, richiamando quelle che Mosca considera promesse non mantenute dalla NATO sull’espansione e i successivi accordi falliti sull’Ucraina.   Alla domanda sul perché la Russia abbia continuato a concedere il beneficio del dubbio, Lavrov ha risposto che i russi tendono a credere nelle persone «fino alla fine».   «Ma la fine è già arrivata», ha aggiunto, sostenendo che i rapporti con l’Occidente non torneranno più a essere quelli precedenti al febbraio 2022.   Lavrov ha indicato il vertice presidenziale dello scorso anno ad Anchorage come ultimo esempio di questa delusione. Ha detto che il presidente russo Vladimir Putin ha esaminato punto per punto la proposta di pace americana con l’inviato di Trump, Steve Witkoff, il quale ha confermato che essa rappresentava la posizione del leader statunitense. Putin avrebbe poi accettato la proposta, nonostante alcune «sfumature» rimaste, secondo Lavrov.   «Se questo non è consenso e non è un accordo, allora non so cosa sia un accordo», ha affermato il ministro russo decano delle relazioni internazionali.   Washington contesta questa lettura. Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato a giugno che c’era stata «una proposta in Alaska, ma non si è raggiunto un accordo».   Secondo Lavrov, gli accordi di Anchorage sono stati poi indeboliti nei mesi successivi dai leader dell’UE e del Regno Unito. Il presidente francese Emmanuel Macron ha infine detto al vertice del G7 di Evian a giugno che Anchorage era stato «sepolto».   Trump, tuttavia, non ha dichiarato esplicitamente la fine di quel quadro. Al vertice originario dell’agosto 2025 aveva descritto i colloqui in termini positivi, avvertendo però che «non ci sarà alcun accordo finché non ci sarà un accordo».   Lavrov ha detto che Mosca resta pronta ad ascoltare nuove proposte americane, ma nel frattempo la Russia «continuerà a lavorare sul campo».   Speculazioni della stampa avevano sostenuto che la visita del capo CIA a Mosca serviva da avvertimento di non attaccare Paesi NATO. Nonostante la notizia fosse stata ingigantita, al punto da divenire un cartone del noto account PsyOpsAnime, vi sono sono state poi smentite, come pure riguardo al fatto che il Ratcliffo avrebbe incontrato lo stesso Vladimiro Putin.  

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Altre voci sostengono che il motivo della visita moscovita del vertice CIA sia legato alla guerra in Iran. Secondo fonti citate da CNN, Politico, CBS e altri media, Ratcliffe ha chiesto alla Russia di ridurre o interrompere il sostegno economico e militare a Teheran, di non condividere intelligence (come dati sui bersagli americani in Medio Oriente) e di usare la propria influenza per favorire la riapertura dello Stretto di Ormuzzo.   Il Ratcliffo avrebbe quindi avvertito di possibili sanzioni aggiuntive verso entità russe legate all’Iran.   Il viaggio non era annunciato ed è durato circa otto ore. Ratcliffe ha incontrato funzionari dell’intelligence russa (tra cui il capo dell’SVR Sergej Naryshkin e il capo dell’FSB Aleksandr Bortnikov), ma non Putin, che è stato informato dei colloqui.   Il presidente Trump ha definito la visita «semi-routine» e ha smentito che fosse specificamente per avvertire sulla NATO o per l’Iran, sottolineando invece lo sforzo per chiudere la guerra in Ucraina. Il Cremlino ha confermato solo i contatti tra i servizi di Intelligence.  

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Operazioni delle forze speciali USA in Ecuador

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Un funzionario ecuadoriano ha confermato che i Berretti Verdi statunitensi erano impegnati in operazioni anti-cartello. All’inizio di quest’anno, il presidente Donald Trump ha costituito una coalizione, denominata Scudo delle Americhe, con l’obiettivo di contrastare i cartelli in America Latina e Sud America.

 

Un funzionario locale ha dichiarato all’agenzia AFP che le forze speciali statunitensi stanno conducendo operazioni dirette contro presunti cartelli nella provincia di Esmeraldas.

 

«Siamo con il 7° Gruppo (Forze Speciali) dell’Esercito degli Stati Uniti. Stiamo lavorando insieme nella lotta contro il narcotraffico», ha affermato la scorsa settimana il governatore della provincia di Esmeraldas, Juan Jaramillo. Il ministro della Difesa ecuadoriano Gian Carlo Loffredo ha aggiunto che due navi da guerra statunitensi operano nella regione.

 

A marzo, il presidente Donald Trump ha dichiarato che una dozzina di nazioni latinoamericane avevano aderito alla coalizione Scudo delle Americhe per combattere i cartelli nella regione. L’Ecuador è membro del blocco. Quel mese, gli Stati Uniti e l’Ecuador condussero operazioni militari congiunte contro presunti obiettivi legati al narcotraffico. «

 

Le operazioni sono un esempio concreto dell’impegno dei partner in America Latina e nei Caraibi nella lotta contro la piaga del narcoterrorismo», ha dichiarato il Comando Sud degli Stati Uniti dopo il raid.

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Tuttavia, il New York Times ha riferito che l’obiettivo dell’operazione era un caseificio, non un laboratorio di droga. «L’attacco militare sembra aver distrutto un allevamento di bestiame e una fattoria di prodotti lattiero-caseari, non un centro di traffico di droga, stando alle interviste con il proprietario della fattoria, quattro dei suoi dipendenti, avvocati per i diritti umani e residenti e leader di San Martín», spiega il giornale neoeboraceno.

 

L’attività militare in Ecuador rientra nell’ambito dell’Operazione Lancia del Sud. L’anno scorso Trump ha ordinato al Dipartimento della Guerra di ampliare le operazioni militari in America Latina per contrastare il traffico di stupefacenti verso gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno condotto decine di raid aerei contro imbarcazioni sospettate di essere utilizzate per il traffico di droga nel Mar dei Caraibi e nell’Oceano Pacifico orientale.

 

Le operazioni hanno causato la morte di oltre 200 persone e la distruzione di oltre 60 imbarcazioni. La Casa Bianca ha affermato che le imbarcazioni prese di mira sono gestite da narcotrafficanti che tentano di contrabbandare fentanil negli Stati Uniti. Tuttavia, l’amministrazione non ha fornito al popolo americano alcuna prova a sostegno di tale affermazione. Inoltre, alcune prove suggeriscono che almeno alcune delle imbarcazioni attaccate non fossero coinvolte nel traffico di stupefacenti.

 

I familiari di diverse vittime hanno affermato che i loro parenti uccisi erano pescatori. Il mese scorso, il Washington Post ha riportato di aver esaminato una valutazione della DEA secondo cui gli attacchi alle navi gestite da presunti narcotrafficanti non hanno modificato la quantità o il prezzo della cocaina che entra negli Stati Uniti.

 

Anche i funzionari militari statunitensi hanno ammesso al Congresso che le operazioni non hanno avuto alcun impatto sulla purezza della droga.

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Le basi del pensiero dei fratelli Dulles

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L’armistizio della prima guerra mondiale venne deciso iniziare evocativamente alle ore undici dell’undicesimo giorno dell’undicesimo mese del 1918. Il presidente americano Woodrow Wilson (1856-1924) decise di partecipare personalmente alla conferenza di pace a Parigi, un fatto eccezionale all’epoca, in quanto, l’unico altro esempio di presidente statunitense in visita all’estero, fu Theodore Roosevelt (1858–1919) all’appena annesso Canale di Panama.   Dopo le dimissioni nel 1915 di William Jennings Bryan (1860-1925), il segretario di Stato di Wilson divenne il consigliere Robert Lansing (1864–1928). Bryan decise di lasciare in seguito alle note di protesta, troppo bellicose secondo il segretario, inviate da Wilson alla Germania in seguito all’affondamento del RMS Lusitania da parte di alcuni U-Boot tedeschi. Venne Scelto Lansing, su suggerimento del consigliere privato di Wilson, il colonnello Edward M. House, (1858-1938) perché persona tecnicamente preparata sulla giurisprudenza internazionale e perché facilmente indirizzabile e controllabile.    Robert Lansing aveva sposato, Eleanor, la figlia di John Watson Foster (1836-1917), segretario di stato durante il governo Harrison e una vita nella diplomazia in particolare in Russia, Messico e Spagna. Foster rimarrà nella storia americana per essere il primo segretario di stato ad aver organizzato la conquista di una nazione estera, assecondando i coloni americani alle Hawaii, inviando i marines a supporto e prontamente annettendo le isole oceaniche dopo l’avvenuto rovesciamento della monarchia. 

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La figlia di Foster sposò un pastore presbiteriano Allen Macy Dulles e i loro figli John Foster Dulles (1888-1959) e Allen Welsh Dulles (1893-1969) divennero relativamente il segretario di Stato e il direttore della CIA del futuro governo Eisenhower. I nipoti crebbero ascoltando le storie del nonno materno, subendone la fascinazione e assumendone gli ideali. Assieme al nonno vissero anche le discussioni tra il nonno e il suo genero, Lansing, sempre presente alla corte di nonno Foster.   Entrambi i fratelli Dulles, laureati coi massimi voti a Princeton dove Wilson, prima di diventare governatore del New Jersey e in seguito presidente degli States, aveva lavorato come professore dal 1890 al 1902 per poi assumerne la presidenza fino al 1910, idolatravano Wilson. John Foster, 5 anni più grande del fratello, con una carriera nella Sullivan & Cromwell, cercò immediatamente di fare leva su Lansing per farsi portare come assistente a Parigi ma senza riuscirci.    Ottenne però lo stesso un biglietto attraverso la sua stretta conoscenza personale con Bernard Baruch (1870-1965) come suo assistente. Baruch, ricchissimo finanziere e presidente della War Industries Board, organismo incaricato di organizzare l’economia di guerra statunitense, venne chiamato da Wilson come delegato delle riparazioni di guerra, cioè colui che decideva sulla gravità della punizione verso i tedeschi. Foster si ritrovò di li a poco a condividere lunghe partite a bridge sul ponte della nave George Washington con il segretario della marina dell’epoca Franklin Delano Roosevelt (1882-1945).    Il valore dei contatti che maturò in quei mesi furono incalcolabili, si trovò allo stesso tavolo con il famoso economista John Maynard Keynes (1883-1946) e colui che metterà le basi dell’Unione Europea, Jean Monnet (1888-1979). Condivise il tavolo con il presidente del Brasile, Epitàcio Pessoa, cliente della sua firm per la riorganizzazione delle ferrovie brasiliane, e con il finanziere George Sheldon tesoriere del partito repubblicano.    La portata dell’evento attrasse anche Allen Dulles che, di stanza a Berna, trovò modo di partecipare assicurandosi un lavoro nella boundary commission. Il fratello, di natura più incline rispetto a Foster alla vita sociale, divenne resident al La Sphinx il bordello più in voga di Parigi. Tra le tante conoscenze nel mondo dello spettacolo, della letteratura e dell’arte vi aggiunse anche quella del suo futuro capo, il generale americano Walter Bedell Smith (1895-1961).    Pure la sorella Eleanor Dulles (1895-1996), figlia del segretario di Stato Lansing, partecipò al periodo storico lavorando in un’organizzazione umanitaria quacchera di soccorso lungo le devastate rive della Marna. La sorella anch’essa estremamente dotata e preparata partecipò quanto potè alla vita del periodo, l’unico che non riuscì a trarne beneficio fu Lansing che venne gradualmente lasciato da parte da Wilson.

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Wilson gestì il periodo della delegazione americana Parigi con una grandeur tale da far invidia ai francesi stessi. Gli americani personificavano la vittoria degli ideali a stelle e strisce sul resto del mondo e lo facevano da padroni. Wilson ripeté svariate volte il suo slogan sull’autodeterminazione dei popoli: national aspirations must be respected. Il suo principio sull’autodeterminazione però si rifaceva solamente alla parte dell’globo di cui facevano parte lui e i suoi amici bianchi senza avvicinarsi nemmeno a considerare papabili a rientrare all’interno dello stesso discorso tutti coloro che vivevano nelle colonie degli stessi suoi amici.    Scrive Stephen Kinzer nel suo ottimo The Brothers di come Ho Chi Minh non venne riconosciuto degno di essere ascoltato e, di li a poco, dopo essere transitato per Mosca e introdotto al Comintern, divenne il fondatore del Partito Comunista Francese e si impegnò in una guerra di tre decadi che arrivò fino al governo dei fratelli Dulles.   Lo stesso accadde dopo alcuni mesi in diversi punti del mondo: una rivoluzione contro gli inglesi in Egitto, una rivolta coreana verso i giapponesi, l’inizio della campagna gandhiana in india e un movimento di protesta antimperialista in Cina.    Rifiutandosi di mettersi al tavolo con i rappresentanti del mondo al di fuori del teatro europeo, i leader che si incontrarono a Parigi gettarono le basi per decenni di disordini. La determinazione nel garantire i loro possessi superò di gran lunga la loro volontà di rendere reali gli slogan sull’autodeterminazione che enunciavano con tanto orgoglio. Questo valse per Wilson quanto per tutta la compagnia cantante a seguito.    Non esiste traccia di rimpianti da parte dei fratelli Dulles sul fallimento della delegazione di Parigi però entrambi lasciarono un segno del loro passaggio sulle firme finali a Versailles. Foster cercò di imbonire la commissione sulla punizione verso la Germania anche senza riuscire del tutto a modificare la volontà degli Europei. Allen contribuì a determinare i confini dei Sudeti scorporati dalla Germania a favore della neonata Repubblica Ceca. Ambo le questioni concorsero al riarmo sfrenato della Germania e alla preparazione per la seconda ecatombe europea.   Entrambi i fratelli, nel loro tempo a Parigi, subirono la fascinazione di Wilson che li prese sotto la sua ala protettiva. Una figura che si aggiungeva a quella di nonno Foster, la quintessenza del missionario diplomatico: freddo, pontificante, fortemente moralista e totalmente convinto di essere uno strumento della volontà divina.   L’idealismo di Wilson rifletteva una concezione estremamente orientata al commercio, un altro tratto caratteristico che si accomodò perfettamente nella visione del mondo dei due fratelli.    Wilson era un uomo del sud, era un ammiratore del Ku Klux Klan e considerava la segregazione un beneficio. Nei suoi anni al governo ordinò più interventi di chiunque altro: Cuba, Haiti, Repubblica Dominicana, Mexico, Nicaragua e pure nell’Unione Sovietica nel periodo successivo alla rivoluzione.   Nessuno come lui prima però aveva portato come motivazione l’esportazione della democrazia verso i popoli oppressi. Questa era un’operazione politica assolutamente nuova che diventerà un tratto dominante per i futuri governi degli Stati Uniti, soprattutto quelli con al loro interno i fratelli Dulles.    Marco Dolcetta Capuzzo

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Immagine: negativo su vetro di foto di Woodrow Wilson (1910), Collezione George Grantham Bain, Biblioteca del Congresso, Washington. Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
 
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