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Sputi e insulti alla studentessa no green pass a Bologna

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Una studentessa universitaria di 20 anni è stata vittima di un grave episodio di discriminazione a Bologna.

 

Silvia, secondo anno di filosofia presso l’Alma Mater bolognese.

 

La ragazza in un video pubblicato su Instagram racconta le sue ragioni. Dice di aver deciso di non aderire «a questo strumento di controllo e discriminazione» che è la tessera verde, continuando comunque a frequentare le aule universitarie.

 

Le è stato detto però di uscire, dice, dalle persone addette al controllo.

 

«Mi è stato detto che non ho il diritto di seguire lezioni che la mia famiglia con una generosa se non esagerata dose di tasse annuali»

«Mi è stato detto che non ho il diritto di seguire lezioni che la mia famiglia con una generosa se non esagerata dose di tasse annuali».

 

«Mi è stato detto da professoresse informate del mio atto di disubbidienza che sarei dovuta allontanarmi dalla struttura, o in caso contrario rendermi responsabile dell’annullamento della lezione» racconta la giovane, che racconta che il corso di cui voleva seguire la lezione si intitolava «i diritti degli altri». Sui giornali progressisti compaiono ora articoli in cui la professoressa interessata «smentisce» dicendo «ho dovuto applicare il protocollo dell’Università».

 

Tuttavia, che lascia completamente basiti è la descrizione della reazione dei compagni di corso di Silvia.

 

La loro reazione, dice la studentessa, «è stata quella di riversare l’estremo emblema della divisione sociale su di me, urla di scherno, insulti, pretese da parte dei pendolari di essere rimborsati del costo del biglietto, incitazioni ad andarsene e non ripresentarsi».

 

«Fuori dall’università un gruppo di miei colleghi si è riunito per minacciarmi, con frasi del tipo che se fossi stato un ragazzo, le avrei già prese, mi avrebbero già menata… manifestazioni di disprezzo da parte di colleghe, di ragazze, che si scansavano comunicandomi di non voler essere contagiate, beffe, altri insulti»

«Fuori dall’università un gruppo di miei colleghi si è riunito per minacciarmi, con frasi del tipo che se fossi stato un ragazzo, le avrei già prese, mi avrebbero già menata… manifestazioni di disprezzo da parte di colleghe, di ragazze, che si scansavano comunicandomi di non voler essere contagiate, beffe, altri insulti».

 

Alcune ricostruzioni parlano di sputi per terra vicino ai piedi della ragazza.

 

La ragazza ricorda che il rettore ha inviato pochi giorni fa un’email riguardante l’Open Day dell’Ateneo come una giornata di «inclusione ed accoglienza».

 

«Sulla base di quello che sto vedendo, mi chiedo quanto ancora si sia disposti a rinunciare alla propria umanità, e penso che la disobbedienza civile non solo sia un diritto – perché è un diritto – ma è anche un dovere, e dopo il 15 sarà un dovere di chiunque non voglia rendersi conto dell’assassinio della libertà, della libertà reale»


L’episodio ha raccolto l’attenzione del facitore di buffi editoriali in prima pagina sul Corriere della Sera, il conduttore televisivo Massimo Gramellini.

 

Dopo una vuota solidarietà alla vittima – dove preme però ricordare «i pendolari che avevano preso un treno per raggiungere l’ateneo», che utilizzano peraltro treni misteriosamente esenti da green pass – il presentatore RAI scrive:

 

«Sulla base di quello che sto vedendo, mi chiedo quanto ancora si sia disposti a rinunciare alla propria umanità, e penso che la disobbedienza civile non solo sia un diritto – perché è un diritto – ma è anche un dovere, e dopo il 15 sarà un dovere di chiunque non voglia rendersi conto dell’assassinio della libertà, della libertà reale»

«Voi no vax&pass sostenete di combattere una battaglia di libertà, ma, per la stragrande maggioranza della comunità di cui fate parte, la prima libertà da tutelare riguarda la riduzione dei rischi del contagio, considerati molto più reali degli ipotetici effetti collaterali del vaccino».

 

Davvero? Ma dove sta scritto? Questa cosa del valore assoluto della sicurezza, del dogma della «libertà da riduzione del rischio di contagio» (non il contagio: il rischio di contagio – badate alle parole)… dove sta scritta?

 

È scritto nella Costituzione? È scritto nella Bibbia? È scritto nella legge naturale? È scritto nelle stelle?

 

No. Sta scritta nelle disposizioni dello Stato pandemico, che sono tipiche dello diritto positivo (quello, per esempio, di una certa vecchia Germania). Cioè, il pensiero fondante la convivenza civile sotto COVID di cui parla il Gramellino – l’imperativo del non-rischio. a scapito di qualisiasi altra libertà – è una regola totalmente arbitraria, una convenzione calata dall’alto che nulla ha a che fare né con il diritto naturale né con il diritto tout court.

 

Il problema è che poi – sempre in prima sul principale quotidiano nazionale – va ancora peggio.

 

«Se fossimo davvero in una dittatura, gli altri oppressi vi capirebbero. Magari tacerebbero per viltà, ma vi capirebbero». Si tratta di una osservazione di profondità disarmante, un colpo di genio che può capitare solo ai grandi scrittori che sono al contempo lavoratori dei varietà RAI. Gramellini non deve aver mai sentito che i totalitarismi, quelli che ci fanno studiare a scuola, si basano spesse volte su un’immane consenso della popolazione, specie quando viene loro proposta una soluzione totalista all’emergenza che la nazione sta vivendo. Hitler fu eletto a suon di voti, Mussolini diciamo era piuttosto popolare, per Stalin morirono forse venti milioni di russi nella «Guerra Patriottica», i cinesi si sono rivoltati contro il Partito Comunista solo decenni dopo i disastri di Mao (per poi essere schiacciati dalla violenza sanguinaria di quelli che adesso sono partner di politici e industriali nostrani che i grandi giornali leccano a dovere).

 

Gramellini non lo sa – lui della dittatura ha questa idea da fumetto (del resto, se ha letto gli ultimi trenta anni di pagine culturali del Corriere non può essere altrimenti): la dittatura è quella cosa dove tutto il popolo odia il dittatore ma non può farci niente perché tristemente oppressa dal potere. Diciamo pure che neanche Di Battista, neanche Di Maio, neanche un grillino qualsiasi possono avere una visione così infantile del concetto di dittatura. Che volete farci, l’editorialista TV è giovane, ha appena 61 anni, ma è diventato padre da poco (ci tiene a farlo sapere) – quindi forse possiamo dire che è un ragazzo-padre. Su certe cose non ha ancora avuto il tempo di metterci la testa. Forse più avanti.

 

Infine, il colpo finale.

 

Forza Silvia. Hai venti anni, ma quante cose hai capito più dei soloni di università e giornali? Quanta più vita, quanta più saggezza, c’è in te rispetto a chi si permette di offendere te e la libertà che difendi

«Le minoranze vanno tutelate, Silvia. Però anche le maggioranze. E quando una minoranza pretende di imporre la propria visione del mondo alla maggioranza, non pensa anche lei che stia esercitando un sopruso in nome della libertà?». Il discorso non fa una grinza, e vorremmo utilizzarlo magari prossimamente quando si ridiscuterà la legge Zan.

 

Tuttavia, il personaggio TV del Corriere non capisce che non stanno imponendo alla nostra minoranza una astratta «visione», ma un siero genico sperimentale, con un’operazione che va contro i principi morali e costituzionali fino a ieri condivisi dalla maggioranza stessa – al punto che la Carta su cui si basa la Repubblica, fino a qualche ora fa, ci risulta fosse ancora lì…

 

Ma forse il Gramellini non sa neppure questo.

 

Forza Silvia. Hai venti anni, ma quante cose hai capito più dei soloni di università e giornali? Quanta più vita, quanta più saggezza, c’è in te rispetto a chi si permette di offendere te e la libertà che difendi?

 

 

 

 

Immagine di sailko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

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«Phantom pain»: la tragedia dell’elettore fantasma, da Di Maio a Calenda

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Più guardo al panorama politico che si avvia alle elezioni, più sento un peso tragico posarsi sulla mia mente per farmi cadere le braccia e non solo quelle.

 

Sento già chi mi corregge: maddai, con la torma scappati di casa, descritti nell’articolo di due giorni fa, la situazione è semmai tragicomica, più che tragica.

 

Invece io sento proprio dolore e tristezza, ancorché poco catartici. Un dramma, allora, diciamo così.

 

L’evento più drammatico di queste settimane è stato a mio giudizio la quantità di storie attorno a Di Maio. Un rapido susseguirsi al limite del surrealismo.

 

Eccolo che si ferma all’ineffabile distributore politico-simbolico di Tabacci, così da saltare quella cosa delle firme: il partito nuovo è pronto, sul simbolo c’è un’ape. Neanche il complottista più zelota pensa all’alveare come simbolo massonico, perché tutti sappiamo che non c’è il livello. Tutti invece si accorgono dell’impagabile effetto rebus: è l’Ape Maio. Tutti se ne accorgono, tranne lui, forse, che magari è troppo giovane per ricordare l’infame insetto giapponese propalato dalla RAI.

 

Ma la spinta bestiale forse è più concreta del previsto.

 

Questa è di poche ore fa: «è in corso un’interlocuzione con i vertici di Impegno Civico per definire insieme una proposta concreta che caratterizzi Impegno Civico oltre che per la sua sensibilità ambientale anche per una sensibilità animalista», annuncia la Presidenza del Partito Animalista Italiano. In pratica l’Ape Maio tratta con il mondo-animal, del resto si era detto animalista quando da capo della diplomazia italiana – sì – insultò Putin in diretta TV, dicendo che era «più atroce di un animale», qualsiasi cosa voglia dire.

 

Tuttavia, la riflessione tremenda che si impone riguarda gli esseri umani, o meglio la mancanza di essi.

 

Ora, si è scritto a lungo della trasformazione del ragazzo partenopeo in una figura di caratura democristiana. «Trasformazione» è la parola sbagliata: quando nel 2013 per la prima volta lo vedemmo distribuire televisivamente le frasi fatte a braccia conserte, completo importante e taglio di capelli freschissimo, avevamo già capito quasi tutto.

 

I vecchi democristiani erano viscidi, sì. Erano furbi, calcolatori. Non avevano ideali, se non la spartizione del potere, il tirare a campare di elezione in elezione, mercanteggiando la morale e l’interesse del popolo, l’onore e la vita umana (le leggi su aborto, divorzio e financo, in fase post-mortem partitica, sulla fecondazione in vitro, le hanno prodotte personaggi DC).

 

I democristiani potevano permettersi di chiedere, e sgomitare nella riffa del potere, perché avevano qualcosa di importante, innegabile, insostituibile: avevano i voti.

 

Dietro a ogni deputato, soprattutto dietro a ogni politico di rilevanza, c’era una quota certa, inattaccabile, di elettori del territorio. Il feudo elettorale: c’era, eccome.

 

Prendete Andreotti: nella circoscrizione XIX Roma Viterbo Latina Frosinone prendeva centinaia di migliaia di voti. Se li meritava: perché non erano preferenze che scattavano per sindrome da cartellone, persistenza TV, o soggezione del feudatario. No: come noto, e reso bene nel brutto film di Sorrentino Il divo, Andreotti riceveva uno ad uno i suoi elettori, dal più povero al più criminale, a cui pagava talvolta l’avvocato. Riceveva, come un professore universitario, come un vescovo serio che dà udienza ai fedeli. Il 14 giugno 1987 nel suo feudo ciociaro, Belzebù beccò 329.599 preferenze.

 

Questo discorso possiamo farlo per tantissimi altri politici di DC. Infinite serie di mani strette ad infinite sagre, campanelli suonati in tutte le strade, nomi di famigli minorenni e ottuagenari imparati a memoria per avere quel singolo voto…

 

Nella mia ingenuità, avevo pensato che Di Maio avesse speso questi 10 anni per crearsi a Pomigliano e dintorni una dimensione di questo tipo. Immaginavo che, con tutto quel ben di Dio di potere che gli è capitato addosso, avesse investito tempo, risorse ed arguzia per democristianizzare il suo feudo. Del resto, avevo visto i servizi de Le Iene sui suoi compagni di liceo (perché l’Università non l’ha fatta, e va bene) finiti tutti in alto, in altissimo, perfino nei board delle immense multinazionali parastatali che vendono aerei, etc.

 

Chi può, nella zona, non votarlo? Mi ero detto. Intorno a lui, mi avevano raccontato, si erano assiepati tutta una serie di personaggi, nella politica e nell’amministrazione, ciascuno proveniente da quelle ridenti terre subvulcaniche.

 

Dove immaginare il mio shock quando saltò fuori che, invece che candidarsi a casa sua, si parlava di farlo candidare – per il PD – a Modena.

 

Eh?

 

I giornali fecero subito i titoli su Bibbiano: lui, quello che tuonò «partito di Bibbiano» dicendo che faceva «l’elettroscioc ai bbambini» dicendo che mai si sarebbe alleato con loro (salvo poi farci il governo Conte 2 pochi giorni dopo), candidato proprio lì? Il PD di Bibbiano, dove il partito alle ultime regionali è passato dall’80% a «appena» il 60%, ha fatto sapere che aspetta ancora le scuse.

 

A me è venuta in mente un’altra cosa: che a Modena, l’ultima volta, paracadutarono un ulteriore personaggio interessante con un suo partitello: Beatrice Lorenzin. Lo ricordo bene, perché a poche ore dal silenzio elettorale, Renovatio 21 fece una conferenza per pregare i modenesi di attaccarsi al telefono e chiedere ai parenti piddificati di non votare la ministro vaccinale. Aveva nevicato pazzamente, quella sera, ma la sala era comunque strapiena.

 

Non servì a nulla: il voto robotico piddinoide, infallibile, fece passare la Lorenzin, che, appena eletta, andò in visitaa Modena per ringraziare, e, profonda conoscitrice del territorio, davanti ad una foto di Enzo Ferrari chiese se quello fosse Gino Paoli. Altro che Andreotti.

 

Avevo chiesto a un amico avvocato di Modena se una scena del genere si potrebbe ripetere. Mi è stato risposto: «certamente».

 

Apprendiamo che anche questa prospettiva è sfumata. Non si sa bene perché, ma invece che incistarsi con il PD, ora pare che Giggino voglia correre da solo all’uninominale. Forse addirittura in Campania, a casa sua.

 

Dicono che ora che Calenda se ne è andato (ci arriviamo fra un attimo), per Di Maio la situazione «riapre i giochi. Non solo per il leader, ma anche per 3-4 fedelissimi, vedi l’ex ministro Vincenzo Spadafora, coordinatore politico del neo-nato partito dell’ape. Tutti tornano in ballo per un seggio quasi blindato».

 

Eh?

 

«3-4 fedelissimi»?

 

Fateci capire, Di Maio si disse che, per far continuare il governo del Draghi (bel lavoro, riuscito), aveva portato via qualcosa come 60 deputati e 11 senatori.

 

Quindi, tutta quell’intrepida truppa che ha tradito il partito e l’elettore grillino, lo ha fatto senza nemmeno lo straccia di una poltrona per uno su dieci? Forse nemmeno quelli?

 

Sì, perché tutti questi calcoli sono stati presi senza lontanamente considerare una variante importante: i voti.

 

Non importa che voti prendi, dove ti candidi, etc.: importa solo il paracadute nel collegio giusto; importa, cioè, un accordo preso nel segreto del palazzo, senza considerare nemmeno lontanamente l’elettore.

 

È un assunto dello Stato moderno: l’elettore, come Dio, è morto. Si può, al massimo, dover esperire la persistenza del suo fantasma. Tuttavia, il politico sa che esiste una grande, costante operazione di esorcismo nei confronti dello spettro: dalla UE a Mario Draghi, dalla NATO alla Troika, dalla censura social alla legge elettorale, tutto è predisposto per scacciare l’ectoplasma dell’elettore qualora esso appaia dopo che ha dato il voto.

 

Di Maio non ha voti. Non li ha per i suoi fedelissimi, che lo hanno seguito a caro prezzo. Non li ha forse neanche per lui. Soprattutto, mi sconvolge che non li abbia neanche a casa sua.

 

Sono un naif.

 

Tuttavia, avevo osservato questo schema anche con un altro personaggio di cui per motivi misteriosi si parla in continuazione: Carlo Calenda.

 

Sono anni che, quando vedo Calenda sui giornali, non capisco bene di cosa si tratti.

 

Prima di Renzi, non lo avevamo mai sentito. Uscì dal cappello del tizio di Rignano nel 2016: fu nominato Rappresentante permanente d’Italia presso l’Unione Europea, in pratica euroambasciatore d’Italia. Gli ambasciatori, quelli veri, si incazzarono, e in massa. Il tutto durò 20 giorni: Renzi riportò il personaggio a Roma per dargli un ministero importantissimo, quello dello Sviluppo Economico.

 

Ma chi era questo tizio? Cominciarono a fioccare biografie, interviste, agiografie di ogni sorta. Pariolino, anzi, del rione Prati. Figlio della regista Cristina Comencini quando aveva 16 anni, quindi nipote del regista Luigi Comencini, per cui il Carlo reciterà da bambino nello sceneggiato Cuore, dal libro del massone De Amicis. Fa una figlia, anche lui a 16 anni, con la segretaria del compagno produttore della madre, poi va a lavorare in Ferrari con Montezemolo.

 

Da lì, passando per Confindustria, ce lo ritroviamo al governo: vicesegretario al MISE di Letta, e pure in quello di Renzi. Diventa ministro quando Federica Guidi finisce nello scandalo di intercettazioni che coinvolge il fidanzato (il caso «Tempa Rossa»).

 

Rimane in sella al MISE perfino con Gentiloni. Non siamo sicuri che al MISE abbiano pianto quando è andato via. Tuttavia ricordiamo i suoi discorsi paternalistici agli operai durante dei tour che faceva da ministro nelle fabbriche.

 

Da dove viene questa ascesa inarrestabile? Non sappiamo dirlo.

 

Nel 2012, aveva firmato il manifesto dell’Associazione Italia Futura, che doveva essere l’embrione del partito del suo boss Montezemolo: non si andò da nessuna parte.

 

Nel 2013 si candidò in Lazio, casa sua, per Scelta Civica, il partito di Monti: trombato, nonostante il partito, ora biodegradato (lo chiamavano, infatti, «Sciolta Civica») avesse preso un ragguardevole 8,3%.

 

Nel 2015 aveva detto che lasciava Scelta Civica per iscriversi al PD. «Tale annuncio non ha però avuto seguito», scrive Wikipedia.

 

Nel 2019, tuttavia, il PD gli fa comunque un bel regalo: primo nella lista alle Europee nella circoscrizione Nord Est, che vuol dire Veneto, Trentino, Friuli-Venezia Giulia e soprattutto Emilia-Romagna. Maree di voti assicurati, e un posto nel listino dove spingono miriadi di politici locali piddini, magari di quelli che hanno fatto per anni anni un egregio lavoro come sindaci, portando voti al partito. (Ne conosciamo qualcuno)

 

Non importa: deve passare Calenda, che poco dopo però lascia il partito, perché irritato dall’alleanza PD-M5S. Si tiene ovviamente la poltrona da europarlamentare.

 

Lancia suo partitino, «Siamo Europei», a cui farà a stretto giro un rebranding: ecco il partito Azione.

 

Nel 2020 si candida a sindaco di Roma, arriva terzo.

 

Non importa, lui prosegue imperterrito la sua cavalcata spavalda sui media, attacca tutti, i sovranisti, i grillini, i suoi giovani candidati con il Rolex, se stesso («per 30 anni ho ripetuto cazzate sul liberismo»), si mostra mezzo nudo (lui!) mentre fa il bagno in un elegante laghetto di montagna, si presenta scravattato e a volte con vestiti che pare tirino, è disinibito a livelli olimpionici.

 

In tutta questo, pare chiare che, a parte il voto robotico piddino dell’Emilia-Romagna, è tutto meno che certo che questo personaggio abbia mai avuto con sé e il suop partitello un singolo elettore.

 

Calenda non esiste: per questo era perfetto per il PD.

 

È umiliante, anche per chi crede che il Paese possa essere salvato solo previa deppidificazione, vedere il segretario PD Letta implorare Calenda, vellicarlo, accarazzerlo per poi essere tradito, e piagnucolare, fino al punto di dire – a pochi giorni dalle elezioni – di aver sbagliato ed essere pronto quindi a dimettersi: per Calenda.

 

Qualcosa, ripeto, ci sfugge. Calenda, che voti ha? Il partito che discende da Gramsci e Togliatti, che motivo ha di tenerlo con sé?

 

Ci sono delle entrature di Calenda che non conosciamo, e che spingono i Letta e le Bonino a volerlo a tutti i costi, e a piangere disperati se lui se ne va, peraltro senza pagare il conto e pure insultando («hanno voluto l’ammucchiata, perderanno»)?

 

È una cosa che non sappiamo dire. La sicumera di Calenda, uno che avrebbe fatto il gagà sprezzante anche sul Titanic inclinato a 70°, rimane per noi un mistero.

 

Ci è chiaro invece in tutta questa operazione che riempie i giornali manca, come per Di Maio, un fattore in teoria importante: i voti. Gli elettori. Il popolo italiano. Quella roba là…

 

L’elettore è un fantasma, di quelli che non fanno neanche paura. Perché lo Stato-partito, come abbiamo detto, vive in un mondo di esorcicci e di Ghostbusters fenomenali e transnazionali, di quelli che i fantasmi sono in grado di farli sparire anche quando per due anni ogni sabato riempiono le piazze urlando contro il potere e la sua apartheid biotica.

 

Dicevamo, l’elettore è morto. Hanno ragione di pensarlo: come zombie, milioni di persone voteranno quel che vorrà il PD. Altri zombie voteranno Fratelli d’Italia, anche se è la scelta che è contro l’interesse dell’elettore: più armi all’Ucraina, meno gas, più vaccini… un PD con la Meloni sopra.

 

Vivono di questa certezza. La democrazia è finita. La Costituzione, a cui adesso ridicolmente si appellano, è stata annichilita – lo sanno, questo è un mondo post-costituzionale, post-democratico. Post-umano. Le elezioni sono un rito vestigiale, una stantia cerimonia aritmetica attraverso cui il potere accetta ancora di dover passare, nella sicurezza, però, che le cose importanti saranno conservate integre, e l’agenda prosegue come previsto, come pagato tramite l’interno immane poltronificio.

 

Il quale poltronificio è pure cambiato radicalmente, quantomeno nel numero: dobbiamo ancora, tutti, ben comprendere cosa significa avere ora la metà dei rappresentanti. Cosa significa per le dinamiche dei partiti, cosa significa per quelle sigle, che come abbiamo visto sono tante e grottesche, che aspirano ad arrivare in Parlamento.

 

I deputati di Di Maio, di Conte, di Letta etc. hanno votato più che la loro stessa fine (come abbiamo visto sopra, nemmeno i seggi per i fedelissimi…), per la castrazione elettorale del popolo italiano. E questo non è drammatico, è, come tutte le storie in cui esce il sangue, propriamente tragico.

 

Il Parlamento è stato amputato, reciso dal corpo che dovrebbe rappresentare. Succederà, al massimo, che sarà inviato qualche segnale da «phantom pain»: il «dolore dell’arto fantasma» che provano i mutilati per membra che non hanno più. Il potere legislativo è oramai quindi un «arto fantasma» a tutti gli effetti, separato con la lama dal corpo del popolo.

 

È il caso di dire: vi hanno fatto a pezzi.

 

Ecco perché oggi si permettono di parlare di Calenda, di Di Maio, del niente.

 

Perché la Repubblica Italiana ha oramai ben poco a che fare con le schede elettorali. Perché il lavoro di desovranizzazione politica intentato contro il popolo – attaccando anche la sovranità economica, famigliare, biologica – è oramai completo.

 

Vi hanno squartati, e ridotti a fantasmi.

 

Siete pronti per le urne.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

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Montini ha aiutato la bomba atomica. Bergoglio la bomba a mRNA

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Sta per finire anche questo triduo atomico 2022. Non è una ricorrenza molto sentita qui, ci rendiamo conto: il bombardamento di Hiroshima il 6 agosto 1945 e di Nagasaki tre giorni dopo non colpisce l’immaginario di tutti – solo di qualche apocalittico che realizza la portata del fenomeno, ossia l’introduzione del concetto di potenziale annientamento dell’intero genere umano. In pratica, sì, l’apocalisse.

 

In questi tre giorni, a Hiroshima c’è una grande manifestazione serale, capeggiata dal sindaco, dove tutti, hibakusha (i «sopravvissuti alla bomba») in testa, depongono origami lungo il fiume, a lato del genbaku dome, un palazzo liberty che hanno lasciato devastato per farne un simbolo del martirio atomico della città.

 

A Nagasaki, la città cattolica, è diverso – malgrado la distruzione sia stata perfino maggiore, e assuma uno strano sapore religioso: la bomba cadde sulla cattedrale di Urakami, durante l’orario delle confessioni. Pochi metri più in là, la piazzetta dove trovarono il martirio decine di cristiani giapponesi – tra cui alcuni bambini – tra il XVI e il XVII secolo. Nagasaki, per qualche motivo, non pare intaccata del «dolorismo» che si respira ad Hiroshima.

 

Tuttavia, dico che sono rimasto ore a fissare, nel museo sotto la cattedrale ricostruita, un rosario dissolto dalla bomba atomica.

 

A pochi importa, perché in fondo la maggior parte delle persone ha confinato la possibilità di sterminio termonucleare alle due città giapponesi bombardate dal massone Truman. Al massimo, c’era da avere un po’ di paura durante la Guerra Fredda. Ma ora? Tutto è alle spalle. Giusto?

 

La realtà è che un uomo che possa dirsi tale non può non pensare alla possibilità di distruzione del mondo, anche più volte al giorno.

 

Quindi, non è lecito abbandonare il monito mostruoso di Hiroshima e Nagasaki.

 

Noi lo facciamo a modo nostro. Ogni anno, ripubblichiamo un articolo in particolare (quest’anno lo abbiamo segnalato nella Newslettera di sabato), quello secondo cui il Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, avrebbe stoppato il canale per gli accordi di pace che Tokyo voleva creare con Washington per tramite della Santa Sede, in cui da pochi mesi (abbiamo visto pochi anni fa una cerimonia per il 75° delle relazioni: un rito pagano in Vaticano) il Giappone aveva un ambasciatore, Ken Harada, e un rappresentante  piuttosto operativo, Masahide Kanayama. La storia dice, più o meno, che gli sforzi dei diplomatici nipponici si scontrarono contro il muro di Montini, noto per essere vicino al capo dei servizi americani James Jesus Angleton.

 

In pratica, il futuro papa, che all’epoca sostituto della Segreteria di Stato, non trasmise il programma di pace giapponese a Pio XII – il risultato fu la continuazione della guerra fino al suo doppio climax nucleare, una trovata americana utile a spaventare l’Unione Sovietica che da pochissimi giorni (cose che molti non sanno…) aveva  dichiarato guerra al Giappone, preparandosi con probabilità ad invadere la grande isola settentrionale dell’Hokkaido.

 

Il destino del Giappone poteva quindi essere quello di una Paese diviso in due da una spartizione delle superpotenze, come la Germania, e poi la Corea, il Vietnam, etc.

 

Ciò non accadde, perché la dimostrazione della potenza dell’atomo diede agli americani un vantaggio militare e decisionale sulla nuova epoca.

 

Quindi, qualcuno può arrivare a dire che, con le sue azioni volte forse a favorire gli USA, il Montini aprì la strada alla distruzione atomica delle due cittadine giapponesi, una delle quali pure l’unica cattolica in tutto il Sol Levante.

 

Si tratta di una visione storica abissale: un futuro papa… responsabile dello distruzione nucleare? Qualche studioso americano ammicca. Quali forse i motivi del favore concesso da Montini agli uomini di Washington, è motivo di speculazione. Ci sono quelli che, convinti, ricordano che si tratta del Paese con la bandiera piena di stelle a 5 punte, e che un identico pentacolo si trova anche nella mano della sue effigie scolpita in bronzo sulla Porta del Bene e del Male posta in uno degli ingressi del Vaticano.

 

 

Questa storia di Vaticano atomico, che in Italia praticamente abbiamo raccontato solo noi, ci è costata vari attacchi, lettere infuocate di persone indignate, qualche insulto.

 

È comprensibile. Se ciò fosse vero, riconosciamo quanto potrebbe essere difficile da accettare. Un uomo che diviene papa non può aver lavorato per la morte di centinaia di migliaia di persone – non è possibile.

 

Tuttavia, è un pensiero che deve tornarci in mente oggi, quasi 80 anni dopo.

 

Bergoglio, a quanto possiamo sapere, non ha tramato per accelerare l’annientamento cattolico di alcune città, tuttavia è innegabile che si sia speso, anche apertamente, per una bomba dagli effetti ancora più massivi: la bomba all’mRNA.

 

In molti hanno sottolineato che la campagna di vaccinazione mondiale, fatta senza conoscere i rischi a lungo termine di una tecnologia di modifica genetica mai prima provata sull’uomo,  possa dirsi una potenziale «bomba ad orologeria».

 

Non sappiamo quando scoppierà: al momento possiamo solo, come tentiamo di fare qui, registrare il numero impressionante di morti e feriti, dati che trovano la loro via nonostante la spirale del silenzio dei media, della politica e dell’infame classe medica che ora, per spiegare il massacro in corso, si è inventata la «morte in culla» per adulti.

 

Possiamo ritenere, tuttavia, che siamo solo all’inizio. Potremmo vedere altri effetti nei prossimi mesi, o anni. Per esempio, un calo delle nascite, dovuto al fatto oramai certo – nonostante i mesi di smentite dall’alto – che il vaccino possa interferire con il ciclo delle donne.

 

La bomba mRNA, quindi, possiamo dire che è bella che innescata.

 

Sappiamo come il Bergoglio abbia dato una grande mano. Ha cacciato chi in Vaticano si opponeva al siero genico. Ha creato il primo volo interamente vaccinato della storia, quello che lo ha portato in Iraq. Ha incontrato in segreto due volte Albert Bourla, il CEO di Pfizer. Ha fatto campagna per il vaccino in ogni modo, al punto da sembrare, come è stato detto, un piazzista di Big Pharma.

 

Soprattutto, Bergoglio ha agito con lo strumento definitivo per vaccinare tutti: il silenzio.

 

Il silenzio papale sull’origine maligna del siero – l’uso di linee cellulare da feto abortito – ha disintegrato l’unico scudo rimasto a chi voleva evitare la siringa, l’obiezione di coscienza. Questa grande foglia di fico della morale moderna, a cui però grati si sarebbero attaccati in milioni in tutto il mondo.

 

Non avvicinandosi nemmeno al tema, il papa ha direttamente reso inservibile l’argomento: medici, infermieri, soldati, in Italia come negli USA e ovunque, si sono visti così rigettate le proprie richieste di esenzione. È inutile ricordare che non era mai successo: l’obiezione di coscienza, qui come oltreoceano, era una vacca sacra, una riserva indiana che il potere della Cultura della Morte aveva deciso di lasciare intatta.

 

Ora, grazie a Francesco, non è più così.

 

Una parte considerevole dell’umanità, grazie al papa, è ora stata iniettata con una sostanza sintetica, che in natura è talmente potente da poter trasformare il bruco in farfalla: l’mRNA. Ossia, una molecola della vita, sempre più vicina a quella utilizzata dal Signore per creare l’uomo e la natura, che nei preti dovrebbe quindi incutere riverenza e timore.

 

Sappiamo dalle gole profonde scappate dalla filiera intorno a Pfizer quanto i laboratori reputassero importante quel che pensava la gerarchia cattolica, e quindi non è un mistero che la storia delle linee cellulari da aborto sia stata occultata, o passata nei media come una fake news. Non lo è.

 

Possiamo dire, di nostro, che questo è il lavoro che nel 2017, 2018 e 2019 aveva cominciato a fare Renovatio 21: spingere il mondo cattolico, cardinali inclusi, a rendersi conto del problema etico dei vaccini fatti con pezzi di bambino innocente. Se avessimo avuto successo, se dall’altra parte non vi fosse stato solo un Vaticano quasi interamente occupato dalle forze del male, possiamo dire che avremo dato un contributo nemmeno piccolo alla follia del 2021: sarebbe bastata una parola, da parte cattolica, e le esenzioni di milioni di persone in tutto il mondo sarebbero divenute valide.

 

Non è andata così. Abbiamo fallito noi. Soprattutto, però ci siamo scontrati ingenuamente con un piano che il papa stava già portando avanti da anni, visibilmente, per quanto ci riguarda, dal 2017, quando vescovi e preti si buttarono a pesce a difendere la legge Lorenzin.

 

Il papa aveva un suo disegno da portare avanti, evidentemente. Voleva arrivare, abbiamo scritto, a universalizzare quel «battesimo di Satana» che è il vaccino.

 

Ci è riuscito.

 

La bomba genetica è detonata in tutto il pianeta, in larga parte grazie a lui, che non ha concesso ai suoi fedeli di obiettare secondo lo Spirito.

 

Ora, se dovessimo fare un calcolo utilitarista… Montini e le bombe atomiche che (forse) avrebbe contribuito più o meno involontariamente ad organizzare, oppure Bergoglio, e i suoi spot in mondovisione al siero genico, la sua protervia nel punire i non vaccinati, la sua insistenza nell’infettare il gregge con l’mRNA alieno… ?

 

Ecco, non vogliamo dare una risposta. Il lettore se la dia da sé.

 

L’importante per noi era significare che c’è la bomba atomica, ma c’è anche la bomba genica. Non c’è solo la distruzione nucleare, ma anche la distruzione biomolecolare. E il papa ha decisamente le sue responsabilità in materia.

 

Il tema, ad ogni modo, è sempre lo stesso: la Necrocultura, che ha sovvertito anche i palazzi della divina istituzione fondata per combatterla.

 

Scrivevamo, all’inizio di questo articolo, di quegli uomini che, in quanto uomini, temono l’apocalisse.

Vi sono, con evidenza, uomini che l’apocalisse la desiderano.

 

Chi servono?

 

Chi è il signore di costoro?

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Immagine di Dark-Wayfarer via Deviantart pubblicata su licenza Attribution-NonCommercial-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-NC-SA 3.0); immagine modificata nel colore.

 

 

 

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Pensiero

Il viaggio di Bergoglio in Canada: il commento di Mons. Viganò

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Renovatio 21 pubblica questo commento di Monsignor Carlo Maria Viganò. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

REDDE RATIONEM VILLICATIONIS TUÆ, JAM ENIM NON POTERIS VILLICARE

 

 

«My wife, 

when asked who converted her to Catholicism, 

always answers, “the devil”».

G.K. Chesterton

 

 

Non è un caso se Satana è chiamato διάβολος, nel duplice significato di mentitore e accusatore.

 

Satana mente perché odia la Verità, ossia Dio nel Suo essere. Mente perché se affermasse il vero scoprirebbe i propri inganni. Mente perché solo con la menzogna egli può essere anche accusatore dei nostri fratelli, «colui che giorno e notte li accusava davanti al nostro Dio» (Ap 12. 10).

 

E come la Vergine Santissima, tabernacolo della Verità incarnata, è advocata nostra, così Satana è nostro accusatore e ispiratore dei falsi testimoni contro i giusti. 

 

La Rivoluzione – che è capovolgimento del kosmos divino per instaurare il chaos infernale – non avendo argomenti per screditare la Chiesa di Cristo e la società cristiana che da essa è ispirata e guidata attraverso i secoli, ricorre alla calunnia e alla manipolazione della realtà.

 

La Cancel Culture non è altro che il tentativo di mettere sotto processo la Civitas Dei per condannarla senza prove, imponendo la civitas diaboli come suo contraltare di presunta libertà, di uguaglianza, di fraternità. Per far ciò, come è evidente, essa impedisce alle masse la conoscenza e il sapere, perché il suo inganno è fondato sull’ignoranza e sulla malafede. 

 

Questa premessa è necessaria per comprendere la gravità del comportamento di chi usurpa il potere vicario derivante dalla suprema Autorità della Chiesa per calunniarla e accusarla dinanzi al mondo, in una grottesca parodia del processo di Cristo dinanzi al Sinedrio e a Pilato.

 

Anche in quell’occasione l’autorità civile ascoltò le false accuse mosse contro Nostro Signore, e pur riconoscendo la Sua innocenza, per accontentare il popolo sobillato dai Sommi Sacerdoti e dagli scribi del popolo Lo fece prima flagellare e coronare di spine, e poi Lo mandò a morte, facendoLo crocifiggere con il più umiliante dei supplizi.

 

Abusarono dunque della loro autorità spirituale i membri del Sinedrio, come abusò dell’autorità civile il Prefetto della Giudea. 

 

La stessa farsa si è ripetuta nel corso della Storia mille e mille volte, perché dietro ad ogni menzogna, dietro ad ogni accusa infondata contro Cristo e contro il Suo Corpo Mistico che è la Chiesa si nasconde il diavolo, il mentitore, l’accusatore.

 

Ed è evidente, oltre ogni ragionevole dubbio, che questa azione satanica sia ispiratrice degli eventi riportati dalla stampa in questi giorni, dai perfidi mea culpa di Bergoglio per le presunte colpe della Chiesa Cattolica commesse in Canada ai danni delle popolazioni indigene, alla partecipazione del medesimo a riti pagani e cerimonie infernali di evocazione dei morti. 

 

Sulle «colpe» dei Missionari gesuiti, penso abbia risposto esaurientemente Corrispondenza Romana (qui), enumerando le efferatezze a cui furono sottoposti i Martiri del Canada per mano degli Indiani Irochesi.

 

Lo stesso dicasi per le presunte accuse relative alle Indian residential schools che lo Stato aveva affidato alla Chiesa Cattolica e agli Anglicani per civilizzare gli indigeni e favorire l’assimilazione della cultura cristiana del Paese.

 

Scopriamo così che «gli Oblati [di Maria Immacolata] erano gli unici difensori della lingua e del modo di vita tradizionale degli Indiani del Canada, a differenza del governo e della chiesa anglicana, che insistevano per una integrazione che sradicava gli indigeni dalle loro origini».

 

Apprendiamo parimenti che il presunto «genocidio culturale» degli indigeni di cui doveva occuparsi la Commission de vérité et réconciliation nel 2008 si è poi trasformato, senza alcuna base di verità né di verosimiglianza, in «genocidio fisico», grazie a una campagna mediatica assolutamente falsa, sostenuta dal premier Justin Trudeau, pupillo di Klaus Schwab e notorio fautore del globalismo e dell’Agenda di Davos. 

 

Ma se la verità è stata riconosciuta anche ufficialmente da esperti e da storici non di parte, ciononostante il culto della menzogna ha proseguito il proprio inesorabile iter, per culminare nelle scuse ufficiali del capo della Chiesa, pretese da Trudeau e immediatamente fatte proprie da Bergoglio, il quale non vedeva l’ora di umiliare ancora una volta l’istituzione che indegnamente rappresenta.

 

Nella smania di assecondare la narrazione ufficiale e di compiacere i loro padroni, Trudeau e Bergoglio considerano come un trascurabile dettaglio la totale inesistenza di prove sulle fantomatiche fosse comuni in cui sarebbero stati sepolti segretamente centinaia di bambini.

 

Basterebbe questo a dimostrare la loro malafede e la pretestuosità delle accuse e dei mea culpa; anche perché la stampa di regime chiede le teste dei nemici del popolo con processi sommari, ma si guarda bene dal riabilitare gli innocenti accusati falsamente. 

 

Lo scopo di questa turpe operazione mediatica è sin troppo scontato: gettare discredito sul passato della Chiesa Cattolica, colpevole delle peggiori efferatezze, per legittimare la sua persecuzione presente, tanto da parte dello Stato quanto da parte della stessa Gerarchia.

 

Perché quella Chiesa, la Chiesa Cattolica «intollerante», «rigida, che predicava il Vangelo a tutte le genti e che lasciava martirizzare i propri Missionari da tribù immerse nella barbarie del paganesimo, non deve esistere più, non deve «fare proselitismo» – «una solenne sciocchezza», «un peccato gravissimo contro l’ecumenismo» – e non deve pretendere di avere alcuna Verità da insegnare alle nazioni per la salvezza delle anime.

 

E Bergoglio ci tiene a far sapere di non aver nulla a che vedere con quella Chiesa, così come di quella Chiesa detesta la dottrina, la morale e la liturgia, al punto da perseguitare senza pietà i tanti fedeli che ancora non si sono rassegnati a seguirlo verso il baratro dell’apostasia e che vorrebbero onorare Dio con la Messa Apostolica. 

 

Non che alcuno abbia mai pensato che Jorge Mario possa in qualche modo essere cattolico: ogni sua esternazione, ogni gesto, ogni movimento tradisce una tale insofferenza per ciò che ricorda anche lontanamente Nostro Signore, da rendere ormai superflui i suoi attestati di irreligiosità e di empietà sacrilega.

 

Vederlo assistere impassibile ai riti satanici di evocazione dei morti compiuti da uno sciamano aggrava fino all’inverosimile lo scandalo di aver reso culto idolatrico all’infernale pachamama nella Basilica Vaticana, profanandola. Sopra il luogo della sepoltura del Principe degli Apostoli.

 

Chiedere perdono per le colpe inesistenti dei Missionari è un atto spregevole e sacrilego di sottomissione al Nuovo Ordine Mondiale che trova perfetta corrispondenza negli omertosi silenzi e nelle scandalose protezioni di cui Bergoglio è responsabile nei confronti delle vere vittime di abusi dei suoi protetti.

 

Potremo sentirlo chiedere perdono in Cina, in Africa, tra i ghiacci dell’Antartide, ma mai lo sentiremo pronunciare un mea culpa per gli abusi e i crimini commessi in Argentina, per gli orrori della lavender mafia di McCarrick e dei suoi complici, e di quelli che ha promosso come suoi collaboratori.

 

Mai lo sentiremo formulare scuse credibili per essersi prestato a fare da testimonial alla campagna vaccinale, che oggi sappiamo essere la causa di un numero terrificante di morti improvvise e di effetti avversi. Per queste colpe egli non si batterà mai il petto, anzi ne va fiero e sa che un gesto di sincero pentimento non sarebbe apprezzato dai suoi mandanti, non meno colpevoli di lui. 

 

Eccoci dunque dinanzi al mentitore, all’accusatore. Eccoci davanti allo spietato persecutore dei buoni chierici e fedeli di ieri e di oggi, e zelante alleato dei nemici di Cristo e della Chiesa. Feroce avversario della Messa Cattolica, ma ecumenico partecipante di riti satanici e di cerimonie pagane. Un uomo diviso nell’anima dal suo duplice ruolo di capo della setta che occupa il Vaticano e di inquisitore della Chiesa Cattolica.

 

Al suo fianco, in questa squallida performance, il chierichetto Trudeau, che propaganda la dottrina gender e l’ideologia LGBTQ in nome dell’inclusività e della libertà, ma che non ha esitato un attimo a reprimere le giuste e legittime rivolte della popolazione canadese, privata dei propri diritti fondamentali con la scusa dell’emergenza pandemica. 

 

Una bella coppia, non c’è che dire! Entrambi sponsorizzati nella loro carriera dall’élite globalista anticristiana. Entrambi messi a capo di un’istituzione col compito di demolirla e di disperderne i membri. Entrambi traditori del proprio ruolo, della giustizia, della verità. 

 

Questi processi sommari potranno forse essere apprezzati da contemporanei in malafede o ignoranti, ma non reggono il giudizio della Storia, e men che meno quello inappellabile di Dio. 

 

Verrà il giorno in cui costui sarà chiamato a rendere conto della sua amministrazione: «Redde rationem villicationis tuæ: jam enim non poteris villicare» (Lc 16, 2), dice il padrone nella parabola del Vangelo di ieri.

 

Fino a quel momento, come battezzati e membra vive del Corpo Mistico, preghiamo e facciamo penitenza, per allontanare da noi i castighi che questi scandali attirano sulla Chiesa e sul mondo.

 

Invochiamo l’intercessione dei Martiri del Canada, oltraggiati dall’accusatore seduto sul Trono di Pietro, perché ottengano presso il Trono di Dio la liberazione della Chiesa dal presente flagello.

 

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

 

1 Agosto 2022

S. Petri ad Vincula

Ss. Martyrum Machabæorum

 

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Immagine screenshot da YouTube, ricolorata

 

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