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Sport e Marzialistica

Ricordo di un vero maestro della Boxe italiana

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Renovatio 21 ripubblica su gentile concessione dell’autore l’ultima intervista al pugile ed allenatore di boxe Maurizio Zennoni (1958-2017). Si tratta probabilmente dell’ultima intervista concessa dall’uomo che già aveva accompagnato il campione del mondo dei pesi leggeri Giacobbe Fragomeni, che si trasferì nel parmense proprio per seguire Zennoni, che diceva «Sono un maestro, non un allenatore. Prima bisogna curare l’uomo e poi l’atleta». Il maestro si è spento nel novembre di sette anni fa dopo una lunga malattia. Questo articolo ha conservato negli anni un piccolo spaccato insuperabile del mondo della boxe – fatto di palestre, sudore, ed esseri umani, con le loro storie di dolore e dedizione, di gioia e sacrificio.

 

Uno spiazzo di confine, non saprei dire se in centro o in periferia, le macchine passano rapide e così anche il loro fruscio, mentre calano le luci sembra non esserci anima viva, invece basta guardarsi intorno per accorgersi che è tutto il contrario. Proprio stamattina ne parlava in radio Bernardo Bertolucci, i suoi primi ricordi sono qui, dalle parti dell’Ospedale di Parma, aveva sei anni e vide sua madre con un bambino in braccio: «È nato Giuseppe!».

 

I suoni di questo spiazzo non sono cambiati, negli anni Settanta ci hanno costruito il Palasport, una cattedrale in cemento armato che ospita le discipline più disparate. C’è anche la mia preferita ed è il motivo che mi porta qui, c’è un cartello rosso con scritto Boxe Parma 1933 e due bandiere sullo scivolo d’ingresso. Italia e Moldavia, perché nel pugilato non importa da dove vieni, ma come ti muovi sul ring.

 

Sposto il portone e sono in mezzo a una sessione di ripetute. La stanza è grande, con le colonne quadrate e una fila di sacchi ben allineati. Le pareti sono coperte di cimeli, non è decorazione ma storia, in questi giorni hanno appeso 25 cinture, sono i titoli vinti dagli allievi di Maurizio Zennoni, il maestro che sono venuto a trovare.

 

Sento la sua voce dall’ufficio e già m’immagino quanto sarà dura riprendere a boxare dopo un mese di vacanza e licenze d’ogni tipo. «Se non ti alleni tre volte a settimana, meglio lasciar perdere. Piuttosto vai a farti una bella passeggiata».

 

 

L’ufficio è un cumulo di trofei. Non faccio in tempo a sedermi e già Maurizio inizia a raccontare la sua vita. Una storia che inizia, come ogni pugile che si rispetti, dal primo giorno di boxe. L’arrivo in città da Corniglio, sull’Appennino Parmense, alla fine degli anni Sessanta. Era timido.

 

Cercava di dare un senso ai suoi quindici anni. Entrò in palestra per caso. «Ho guardato dentro e volevo scappare. Faceva un freddo cane, si allenavano con i maglioni di lana. Odino Baraldi mi vide e fece segno di entrare. Dopo tre mesi ero sul ring, a Sarzana». A quel tempo la palestra era sul fiume Parma, dove oggi c’è il Teatro Due, con l’arena estiva, la prosa, i concerti e tutto il resto. La storia di Maurizio comincia lì. Sotto c’era una mensa dei poveri e in quei giorni capì, con l’odore di cibo nell’aria, che per fare la boxe devi avere fame. Altrimenti non potrai mai farcela.

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Partito come superwelter, Zennoni ha finito la sua carriera nei mediomassimi, 72 incontri con buoni risultati, ma di quel passato parla in termini sbrigativi, come se non gli interessasse affatto. Lo osservo con attenzione solo stasera, eppure vengo qui da molti anni. Ha gli occhi rapidi di un furetto. Mi colpisce la sua umanità e l’idea che questo sport sia fatto per educare. Il pugilato è una scuola di vita. La riassume un vecchio manifesto all’ingresso della palestra che elenca i doveri del pugilatore, tutti da condividere, soprattutto l’ultimo: «Coltivare e propagandare sempre il Pugilato, Sport agonistico per eccellenza». Una lettera mancante ed è subito poesia.

 

Sulla parete lunga, alcune foto in bianco e nero trasudano imprese e tecniche antiche, scomparse nella notte dei tempi. La palestra negli anni Trenta, un allenamento estivo tra i ciottoli del fiume e poi le immagini di un incontro al Teatro Reinach, quello bombardato durante la guerra e mai ricostruito, il ring era in mezzo alla platea, palchi e galleria erano pieni zeppi, a quei tempi agli incontri di pugilato si andava, c’era partecipazione, mica si passavano le serate sui social, c’era fame di vita, di sudore, di competizione.

 

Ci sono le foto della squadra degli anni Quaranta, i campioni erano Primo Fariselli, Odino Baraldi, Ugo Scaccaglia, sono nomi che hanno fatto la storia e poi c’è la foto di Marcello Padovani, peso leggero, baricentro basso e occhio rapido, aveva l’età di mio padre, un vero guerriero. Campione d’Italia nel 1950. È stato lui il primo maestro di Zennoni, quello che gli ha fatto capire che la forza di volontà serve anche fuori dal ring, altrimenti non diventerai mai un buon pugile. Tantomeno un bravo maestro.

 

«Avevo le mani deboli, mi sono rotto la destra e la sinistra un sacco di volte. Ho perso tre titoli italiani, tutti in finale, uno dopo l’altro. La mia carriera è finita presto. La mandibola era fragile, ma ho capito subito che non potevo stare lontano dalla boxe». Così, dopo quattordici fratture, Zennoni si è rifatto dalle delusioni del ring con una formidabile carriera da tecnico.

 

Alla Boxe Parma erano gli anni di Damiano Lauretta, Campione d’Italia nel 1980, peso mosca, gran tecnico e picchiatore. Velocissimo. In quel periodo, Maurizio è diventato una presenza fissa all’angolo e ha capito che il suo futuro sarebbe stato legato ai suoi allievi. È un elenco lunghissimo, a partire da Marino Notarnicola, mediomassimo degli anni Ottanta e Massimiliano Saiani, il primo capolavoro di Zennoni. Vinse il titolo italiano dopo nove tentativi, a Toscolano nel 2003, alla prima ripresa, mettendo al tappeto Leonardo Turchi al primo attacco.

 

«Leonardo ha grande rispetto per me. Quella sconfitta la ricorda ancora. Ne abbiamo parlato molte volte. Però di Turchi devo dirti una cosa importante: suo figlio Fabio è la vera promessa della nostra boxe. Il pugile su cui puntare».

 

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Se lo dice Maurizio Zennoni c’è da fidarsi, nella sua storia ci sono 25 titoli in diverse categorie, più tutte le difese, nove titoli italiani professionisti, cinque europei e il mondiale con Giacobbe Fragomeni. Ogni titolo è una storia, una vita, un mondo di sogni e fatiche. Ottavio Barone, superleggero e grande atleta, «davvero uno stakanovista, in qualche modo come Giacobbe». Christian Orsi, campione italiano dilettanti pesi medi e poi Antonio Di Feto, grande talento, irripetibile, e suo fratello Alfredo, meno forte ma con un grande carattere, 110 incontri da dilettante e 52 da professionista, compreso il titolo internazionale IBF con Giuseppe Truono, un capolavoro di psicologia sportiva.

 

 

I migliori maestri si vedono dalla capacità di risollevare un pugile sconfitto. È quella l’impresa più difficile. Sono tanti i campioni che hanno scelto Zennoni in momenti particolari della loro vita.

 

«Vedi quella foto? Stavo raddrizzando il naso a Paolo Vidoz nel bel mezzo di un incontro. Non gli ho lasciato nemmeno il tempo di reagire. In quei mesi sono andato ad allenarlo anche in Germania. Era sceso a 105 kg. Leggero e veloce. Abbiamo vinto il titolo europeo».

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Sulla parete lunga della palestra c’è un grande disegno con i profili di Maurizio e di Giacobbe Fragomeni. Si guardano negli occhi, come a darsi grinta l’un l’altro.

 

 

«Grande personaggio, atleta immenso, fin troppo buono, un vero puro. Giacobbe ha una forza di volontà che non ho visto in nessun altro. Dovevo dirgli: smettila di allenarti!». Allora mi tornano in mente tutte le storie della vita di Fragomeni e vorrei rileggere «C’era una volta il buio», il libro che racconta la sua vita, l’infanzia alla Stadera, i guai di famiglia, il padre che lo aveva portato a un passo dall’inferno, la sorella morta per overdose, i tatuaggi, la notte che sembrava non finire mai e poi la rinascita in palestra, la fatica e i grandi successi, l’oro a Minsk e poi le trentaquattro vittorie da professionista, fino al mondiale WBC nei massimi leggeri contro Rudolf Kraj.

 

 

Ricordo ancora la mia prima volta in questa palestra, otto anni fa, ero venuto a cercare Fragomeni e l’avevo trovato al sacco, si stava allenando come se non ci fosse un domani. Non avevo fatto in tempo a emozionarmi per quell’incontro, mi aveva messo subito a fare i piegamenti, come tutti gli altri, dopo mezz’ora ero distrutto e lui ancora a saltare e fare esercizi dopo che la mattina era stato a correre in montagna, aveva fatto dieci round col maestro e un’ora di corda. Non ho mai visto nulla del genere.

 

Tra le invenzioni di Zennoni, ci sono gli ultimi due campioni italiani dei pesi massimi, Matteo Modugno e Gianluca Mandras. Ricordo bene Matteo al suo arrivo in palestra, mi aveva raccontato del suo lavoro in una società del settore agroalimentare, i dubbi sul futuro e forse un nuovo lavoro. Era obeso e di certo non pensava di diventare un professionista.

 

«Pesava 164 kg ma aveva grandi qualità. Un massimo velocissimo, ha subito imparato a boxare. Mi ha dato grandi gioie, è venuto fuori dal nulla. Quando ha vinto il Campionato Italiano è stato fantastico. Se avesse più fame, potrebbe fare grandi cose». Pare che rientri tra qualche tempo, avrebbe superato un problema alla spalla, ora si sta allenando in Inghilterra, è stato anche con Wladimir Klitschko. Riuscirà a vincere l’Europeo? Sarebbe bello, soprattutto se accadesse ancora con Maurizio all’angolo.

 

Gianluca Mandras ha vinto lo stesso titolo nel 2016, quando Modugno era fermo per infortunio. Un altro pugile fortissimo, creato dal nulla. Taglia forte, grande potenziale e una storia che forse è ancora tutta da scrivere. Il tempo ce lo dirà.

 

Entra Stefano Failla, mediomassimo, promessa della Boxe Parma, che secondo Maurizio può diventare una realtà. Bel fisico, grande potenziale. Al solito, serve uno scatto di volontà e convinzione. La palestra quest’anno ha 9 pugili professionisti e 21 dilettanti. «Ma nessuna donna, noi vogliamo troppo bene alle donne…», una battuta che in realtà nasconde ammirazione per il pugilato italiano al femminile, che negli ultimi anni, in giro per il mondo, ha vinto più titoli di quello maschile.

 

Questione di impegno, perché nella boxe non esistono segreti se non «lavorare a tempo pieno. Tutti sappiamo insegnare, non è quello il punto. Conta tutto il resto. A un pugile devi voler bene come a un figlio. Per i miei ragazzi sono disponibile 24 ore al giorno, anche per le cazzate. Il pugile è un animale sensibile, devi saperlo prendere, devi aiutarlo a scegliere la strada giusta».

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Alcuni fanno trecento chilometri per venire ad allenarsi a Parma, come Rodolfo Benini da Villafranca, «pugile dal cazzotto proibito» e Leonardo Damian Bruzzese che arriva dalla Romagna. Vengono qui a trovare nuove certezze, sanno che su Maurizio e la sua squadra si può contare. «All’angolo non pensiamo mai ai fatti nostri. Siamo seri. Sappiamo leggere un match e non ci facciamo problemi ad interromperlo se necessario. Le grandi punizioni non servono a nulla».

 

Alcuni sono venuti alla Boxe Parma per reinventarsi dopo le difficoltà, per Zennoni è questa la gioia più grande. Gianluca Frezza, sconfitto duramente da dilettante, lo davano per spacciato, voleva smettere ma poi con Maurizio è diventato Campione d’Italia e ha difeso per sei volte il titolo, con i più forti della sua categoria. Anche Bruzzese aveva subito due knock-out, ma soprattutto aveva un maestro, che lo aveva riempito di sensi di colpa. «Io gli ho dato fiducia ed è tornato a vincere».

 

La promessa della Boxe Parma si chiama Constantin Pancrat, di origine moldava ma ora cittadino italiano. «Con gli altri potrei avere dei colpi di culo ma su Constantin punto tutto: sarà lui la nostra prossima rivelazione».

 

La vita di Maurizio Zennoni è tutta tra queste mura, anche l’intonaco trasuda il suo entusiasmo e mi stupisce quando un lottatore come lui, a un certo punto si ferma, mi guarda dritto negli occhi e pensa a un futuro lontano, «voglio che tutto questo continui, anche senza di me», come se la vita potesse mai sconfiggerlo.

 

Eppure è bello che Maurizio guardi al futuro, ai collaboratori, ai nuovi maestri, al modello organizzativo, all’organigramma dove c’è un ruolo per tutti, a Pasquale che intanto sul divano fa i conti, «è un bravo speaker, non perde tempo e va dritto al punto» e poi a un modello economico in cui tutto viene reinvestito in palestra.

 

«La mia più grande soddisfazione è quando un pugile, a fine carriera, invece di finire sotto un ponte si costruisce una vita, in palestra o nella società civile». Come Massimiliano Saiani, che ora ha un’azienda di vernici con tredici dipendenti a Podenzano, vicino Piacenza, e poi ovviamente il suo idolo, Nino Benvenuti, un riferimento assoluto, che qualche anno fa ha premiato Zennoni con il Guanto d’Oro. «Una grande soddisfazione, il premio più importante per un maestro di boxe. Averlo proprio dalle sue mani è stato davvero speciale».

 

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Maurizio ricorda, accoglie, suggerisce e continua a raccontare, tra una telefonata e un’altra, parla del campo estivo in montagna e di una prossima riunione, dovrebbe farsi entro l’anno, con almeno un titolo in palio. Arriva Adriano Guareschi, presidente della Boxe Parma da quindici anni, alter ego di Maurizio e fratello di vita.

 

Parliamo del futuro del pugilato, della Federazione, dei sogni, degli amici. Poi Maurizio si ferma e richiama un ragazzo che è passato senza salutare. «Il compito del maestro è educare, mica solo insegnare la boxe».

 

Quando sono alla Boxe Parma, a volte mi incanto a guardare Maurizio che batte le mani per segnare il tempo delle ripetute. Gli chiedo chi gli sarebbe piaciuto allenare. Risponde subito Roberto Duràn. «Manos de Piedra», nessun dubbio, «era pazzo, ma un vero guerriero» e pensa ad altre sfide impossibili che avrebbe voluto affrontare, come stare all’angolo di Mike Tyson, «un uomo così fuori dalle righe. Sarebbe stata una sfida difficile ma entusiasmante. Un cavallo tranquillo non vincerà mai un gran premio. Tyson era tutto l’opposto».

 

Poi mi lascia secco con una di quelle frasi che potrebbe scrivere Joyce Carol Oates: «Il ring è la cosa più sincera della vita». Se non ci sei portato, meglio evitare. Resto zitto a riflettere, guardando il soffitto, finché Maurizio mi riprende. «Allora, ti alleni o vuoi stare seduto tutto il tempo?»

 

Mi cambio alla solita panca e comincio il riscaldamento, Maurizio arriva e mi guarda. Riprende la posizione. «Stringi i gomiti!». Ci vuole grande entusiasmo per mettersi a insegnare a uno come me. Sarà che non smetterei mai di ascoltarlo, anche nel bel mezzo della palestra. Chissà per quale motivo, comincia a raccontarmi di Vasyl’ Lomačenko, «anni fa ero all’angolo di un filippino durante le World Series. Lomačenko lo aveva atterrato subito. Mi ha fatto un cenno e ci siamo capiti. Ha tenuto in piedi il filippino per tutto il match, vincendo di misura, senza mai rischiare nulla. Devi essere l’eccellenza della boxe per decidere di portare l’avversario alla fine, senza bisogno di umiliarlo».

 

Ecco, per Maurizio il pugilato ha sempre a che fare con il sacrificio, con la gioia, con il futuro, mai con l’umiliazione.

 

Potremmo parlare di pugili fino a domattina ma forse è meglio che io mi alleni per davvero. Sono rimasti solo quaranta minuti. Prendo la corda, comincio a saltare e penso alla fatica di Giacobbe e di tutti gli altri che attorno a queste mura, seguendo l’esempio di Maurizio, sono diventati grandi pugili oppure, più semplicemente, degli uomini migliori perché hanno capito che attraverso il pugilato si possono superare, con il giusto spirito, i fatti buoni e brutti della vita.

 

Corrado Beldì

 

Articolo pubblicato su gentile concessione dell’autore, previamente apparso su Boxe Ring. Fotografie di Corrado Beldì.

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Sport e Marzialistica

MMA, Islam Makhachev ottiene la 17ª vittoria consecutiva: è record

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Il campione russo di arti marziali miste (MMA) Islam Makhachev ha difeso il titolo dei pesi welter UFC contro l’irlandese Ian Machado Garry, ottenendo così la sua 17esima vittoria consecutiva e stabilendo un nuovo record dell’organizzazione.   L’evento UFC 330, disputato sabato alla Xfinity Mobile Arena di Philadelphia, si è protratto per tutti e cinque i round. Makhachev ha dominato i 25 minuti di combattimento grazie alla lotta a terra e al controllo dell’incontro, alternando colpi dinamici, tra cui un potente calcio alla testa nel secondo round ufficialmente registrato come atterramento.   Sebbene Garry avesse un vantaggio nello striking, con 161 colpi totali a segno contro i 144 di Makhachev, quest’ultimo ha prevalso a terra, realizzando sei takedown e 72 colpi a terra contro i 14 di Garry,a ccumulando oltre 12 minuti di controllo contro i soli 34 secondi dell’avversario. In assenza di tentativi di sottomissione, la superiorità di Makhachev nella lotta a terra è risultata decisiva, coni tre i giudici che gli hanno assegnato la vittoria all’unanimità.   Makhachev, ex campione del mondo dei pesi leggeri, non saliva nell’ottagono da novembre, quando aveva conquistato il titolo dei pesi welter (da 71 a 77 kg) al suo debutto nella categoria.  

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Il daghestano affrontato l’irlandese Garry, imbattuto da quasi un decennio e detentore di una striscia di 16 vittorie consecutive, un record UFC che condivideva con la leggenda brasiliana Anderson Silva. La vittoria ha portato il record complessivo di Makhachev a 29 successi e una sconfitta, mentre il ventottenne Garry ha subìto la seconda sconfitta della carriera, chiusa con 19 incontri all’attivo.   «Noi, la Russia, abbiamo dimostrato di essere i numeri uno al mondo. Batteremo tutti i record», ha dichiarato Makhachev alla stampa dopo la vittoria, ammettendo, tuttavia, che assicurarsi una vittoria nelle fasi finali del campionato è «sempre difficile».   «Ian è un grande combattente, una brava persona e lo rispetto. Mi ha dato del filo da torcere, ma in ogni incontro dimostro il mio valore», ha aggiunto il trentaquattrenne originario del Daghestan parlando del suo sfidante.   «Non ho altro che rispetto per Islam… Ha vinto. Non ho lamentele, non ho scuse», ha detto con grande sportività Garry dopo la decisione arbitrale. In un video sui social media l’irlandese è rimasto ottimista, affermando che «non era la mia serata» e congratulandosi con Makhachev, di cui ha dichiarato di aver sempre rispettato la carriera.   Numerose federazioni sportive e organi di governo hanno escluso gli atleti russi e bielorussi dalle competizioni internazionali dopo l’escalation del conflitto in Ucraina nel febbraio 2022, apparentemente in segno di solidarietà con Kiev e seguendo una raccomandazione del Comitato Olimpico Internazionale (CIO). I lottatori russi, tuttavia, sono rimasti attivi nelle MMA a livello globale, con importanti organizzazioni come UFC, Bellator e One FC che si sono rifiutate di seguire tali direttive.   Lo scorso anno il presidente dell’UFC Dana White ha dichiarato che gli atleti russi resteranno attivi nell’organizzazione nonostante le tensioni politiche. «Siamo un’azienda globale», ha detto. «Succedono cose brutte in continuazione in tutto il mondo e… sì, gestiremo l’azienda come abbiamo sempre fatto».   Sebbene l’UFC avesse interrotto l’organizzazione di eventi in Russia a causa di ostacoli logistici e finanziari legati alle sanzioni, Kirill Dmitriev, inviato del presidente russo Vladimir Putin per gli investimenti e la cooperazione economica, aveva in precedenza affermato che erano in corso sforzi per riportare i tornei UFC nel Paese.   Il mese scorso il Comitato Olimpico Internazionale ha revocato provvisoriamente la sospensione del Comitato Olimpico Russo (ROC), aprendo la strada al ritorno in massa degli atleti russi alle competizioni internazionali, uno sviluppo accolto con favore dalla portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, che ha dichiarato: «Ha prevalso il buon senso!».

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Il Makachev è di etnia laki, popolazione del Caucaso settentrionale, in Russia, originario dell’altopiano montuoso del Daghestan centrale, storicamente noto come Lakia o Ghazi-Kumukh. i Laki, anche detti Lak o Casicumucchi, parlano il lak, lingua caucasica nordorientale priva di stretta parentela con le lingue vicine. Tradizionalmente islamici sunniti, i Laki sono noti per l’artigianato (oreficeria, produzione di coltelli) e per l’antica migrazione stagionale verso le città russe come commercianti e artigiani itineranti. Oggi vivono soprattutto a Machachkala e in altre zone del Daghestan.   Il Daghestan, piccola repubblica russa del Caucaso settentrionale, produce da decenni un numero sproporzionato di campioni mondiali di lotta libera, judo, sambo e arti marziali miste. Le radici di questo fenomeno affondano nella cultura locale: nei villaggi di montagna la lotta tradizionale (chidirdesh) è da secoli un rito di passaggio maschile, praticato fin dall’infanzia in condizioni di vita dure, tra povertà, forte disciplina familiare e un’etica del sacrificio fisico.   Un ruolo decisivo lo ha avuto il sambo, disciplina di lotta ibrida creata in URSS negli anni Venti e Trenta del XX secolo combinando judo, lotta libera e tecniche tradizionali caucasiche e slave. Il regime sovietico investì massicciamente in scuole sportive statali (le «internat» e le sezioni giovanili di sambo e lotta libera) diffuse capillarmente anche nelle repubbliche periferiche come il Daghestan, creando una filiera di allenatori e infrastrutture che sopravvisse al crollo dell’Unione sovietica.   Il sambo, in particolare, è considerato la base tecnica comune da cui sono emersi molti judoka e lottatori daghestani, grazie alla sua enfasi su proiezioni, controllo a terra e sottomissioni.   Tra i più celebri lottatori saliti agli altari delle arti marziali miste globali c’è Khabib Nurmagomedov, ex campione UFC dei pesi leggeri, imbattuto, allenato dal padre Abdulmanap, ora scomparso secondo metodi tradizionali (impressionanti le immagini in cui da bambino il Khabib viene fatto lottare con un orsetto).   Un altro nome è quello Buvaisar Saitiev, tre volte oro olimpico nella lotta libera, e poi ancora Mahomed Yalamov nell’MMA. Anche il judo russo ha attinto molto al Daghestan.   Fattori socioeconomici (scarse alternative occupazionali), forte identità etnica e orgoglio comunitario, insieme a un sistema di allenamento intensivo e competitivo fin da giovanissimi, completano il quadro di questa «fabbrica» di lottatori.  

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Sport e Marzialistica

Il funerale di Franco Baresi. E del Milan dei primati e dei casciavit

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Il funerale di Franco Baresi evidenzia e porta alla luce quella frattura finora sottaciuta, ma fin troppo presente, tra il calcio autentico, fatto di appartenenza, condivisione di valori, sportività, emozioni e passione, e il calcio di oggi, che sembra misurarsi soltanto con le cifre. Non quei numeri destinati agli almanacchi sportivi, come il record d’imbattibilità del Milan di Fabio Capello con 58 partite senza sconfitte o i 29 trofei conquistati nei 31 anni della presidenza Berlusconi, bensì quelli dei bilanci.

 

Aver esasperato questa deriva, anteponendo il denaro alla passione, rappresenta, a mio avviso, un errore macroscopico che, prima o poi, finirà per ritorcersi contro il mondo del calcio: uno sport ormai sempre più privo di anima, senza bandiere né punti di riferimento, figure capaci di incarnare e trasmettere il significato più profondo dell’amore per una maglia.

 

Vedere sfilare sul sagrato della Basilica di Sant’Ambrogio i campioni rossoneri di sempre per rendere l’ultimo saluto al Capitano non è stato soltanto un tuffo nel passato, ma anche un’occasione per una profonda riflessione sul presente dell’A.C. Milan.

 

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Oggi il fondo RedBird Capital Partners è proprietario del club e si definisce «un fondo di investimento privato, focalizzato sulla costruzione di società a rapido tasso di crescita». Se sono loro stessi a definirsi così, appare quanto mai chiara la loro finalità: non il raggiungimento dei risultati sportivi, bensì l’equilibrio dei bilanci e il profitto.

 

Non che i presidenti che hanno reso grandi le società di Serie A nei gloriosi anni Novanta – su tutti Silvio Berlusconi – non prestassero attenzione ai conti. Esisteva però una visione diversa, che nel Milan mirava innanzitutto al bel gioco e alla conquista di successi prestigiosi in Italia, in Europa e nel mondo.

 

Con Arrigo Sacchi e Fabio Capello in panchina, Franco Baresi fu il pilastro di una difesa che rivoluzionò il calcio europeo, imponendo un modo nuovo di interpretare il gioco. Quel Milan non era soltanto una squadra vincente: era il simbolo di una visione sportiva nella quale il risultato era la conseguenza di un progetto tecnico e umano, non di una mera speculazione finanziaria.

 

L’arrivo al rito funebre di Gerry Cardinale, insieme al suo collaboratore Paolo Scaroni, è stato accolto dai fischi di una tifoseria stanca e delusa. La folla assiepata fuori dalla chiesa e lungo le strade limitrofe testimonia l’amore profondo della gente per Franco Baresi, per i colori di questa squadra e per un’idea di calcio che oggi sembra ormai smarrita.

 

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La frattura creata dalla gestione Cardinale è ormai insanabile: il denaro ha avuto la meglio sulla passione. Eppure quella passione non è morta.

 

Al contrario, la scomparsa di Baresi ha riacceso nel cuore di noi tifosi un sentimento di appartenenza e di rivalsa nei confronti di lorsignori, convinti di poter amministrare l’A.C. Milan come un qualsiasi asset societario. Avete visto e udito tutto il disappunto del popolo rossonero. Il vostro modo di concepire il Milan è distante anni luce da quello dei tifosi e degli appassionati.

 

Il Milan è la squadra dei casciavit, la squadra del popolo, della gente comune. È il club che ha saputo affermarsi e primeggiare in Europa e nel mondo senza rinnegare la propria identità, costruendo la propria grandezza su uomini prima ancora che su campioni buoni solo per le figurine. Franco Baresi ne è stato l’incarnazione più autentica: un leader autorevole, mai sopra le righe, capace di accompagnare quel piccolo Diavolo nel baratro della Serie B e, da capitano vero, di condurlo poi fino al tetto del mondo. Rimase fedele al Milan anche nei momenti più bui, quando sarebbe stato facile cercare lauti ingaggi altrove.

 

È questa fedeltà, prima ancora dei trofei conquistati, ad averlo trasformato in un simbolo senza tempo. Baresi non ha trasmesso soltanto vittorie, ma un’idea di «milanismo» fatta di sobrietà, appartenenza, senso del dovere e rispetto della maglia. In un calcio sempre più dominato dall’individualismo e dalla logica del mercato, la sua figura rappresenta l’esatto opposto.

 

Tradizione deriva dal latino traditio, cioè «trasmissione», «consegna». Significa ricevere un’eredità e custodirla per chi verrà dopo. È proprio questa eredità che oggi molti tifosi hanno l’impressione sia stata dimenticata e sacrificata sull’altare dei bilanci e dei libri contabili.

 

Agli occupanti degli scranni presidenziali e dirigenziali chiediamo un deciso cambio di rotta, prima che sia troppo tardi, anche se nutro ben poche speranze che ciò possa accadere. In caso contrario, abbiate la dignità e il rispetto di passare la mano, lasciando il Milan a chi abbia davvero la volontà di riportarlo dove gli compete: nel calcio che conta, dove ha saputo dominare e vincere per decenni.

 

Con Baresi se ne va un simbolo, ma non i valori che ha rappresentato e che migliaia di tifosi continuano a custodire.

 

Grazie, eterno Capitano.

 

Francesco Rondolini

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Pensiero

Maldini, povera Italia

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Siamo un Paese vittima dell’odio e del risentimento nei confronti di chi cerca un piano culturale superiore, in qualsiasi campo, compreso quello sportivo. Una vendetta verso coloro che riescono a emergere, verso chi fa quel qualcosa in più che lo eleva dal mare di mediocrità massificata in cui gran parte del Belpaese è immerso.   Il caso Maldini, ultimamente onnipresente sulle pagine di tutti i giornali nazionali – sportivi e non – mi ha fatto tornare alla mente quell’odio atavico dell’italiano medio per chi, per cultura o capacità, riesce a spiccare. Paolo Maldini è uno dei nostri calciatori più rispettati e conosciuti a livello internazionale, e vanta un palmares e una carriera da giocatore del Milan che pochissimi altri al mondo possono solo vagamente sognare.

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Si è letto di tutto in questi giorni sul toto-CT della Nazionale italiana di calcio. Pare che Maldini – affiancato dal sempreverde Leonardo – esponendo un piano per rilanciare l’esanime struttura calcistica italiota, sia stato messo tempestivamente da parte in favore di quello che di fatto è uno status quo inscalfibile: il neopresidente FIGC Malagò ha imposto il nome di Roberto Mancini, il quale fuggì dall’Italia dopo l’amara esclusione dai Mondiali attratto da dorate sirene arabeggianti. Una sorta di mossa di badogliana memoria.   Dopo aver sondato il terreno sfoggiando profili d’immagine per la piazza quali Pep Guardiola e Carletto Ancelotti, Paolino e Leo hanno annunciato di volere il «maestro» Andrea Pirlo alla guida della selezione azzurra.   Nome che, giustamente, ha fatto storcere il naso ai più, in quanto il curriculum del bresciano come coach è poca cosa rispetto alle figure sopracitate, compreso lo stesso Mancini. Non dobbiamo dimenticarci che Luis de la Fuente, fresco campione del mondo con la Spagna, e Lionel Scaloni, vice campione del mondo con l’Argentina e campione del mondo con l’albiceleste nel 2022, al momento del loro approdo sulle panchine delle rispettive nazionali avevano un modesto curriculum da coach.   Per rimanere a casa nostra, Enzo Bearzot e Azeglio Vicini, non erano certo mister blasonati prima di dirigere la Nazionale (il primo campione del mondo nel 1982 e il secondo ci ha portato a un passo dal sogno a Italia Novanta).   Pirlo è stato fatto fuori dal palazzo e prontamente bollato come «filorusso», per suoi legami commerciali con una società di scommesse sportive che parla la lingua di Dostoevskij, Fonbet.   È bastata questa scusa per mandare in aria il piano Maldini e timbrare quello già probabilmente preconfezionato del presidente Malagò. Il marchio di «filorusso» è ancor oggi sinonimo di emarginazione da qualsivoglia dibattito. Un po’ come l’etichetta di «no-vax», tirata da sempre fuori per impallinare persone apparentemente scomode al sistema e metterle ai margini.   Vale la pena leggere l’articolo de La Gazzetta dello Sport per comprendere da dove arriva il fuoco amico.   «Fonbet è infatti una società russa e la Russia come noto è un Paese da cui l’Italia ha preso le distanze dopo l’attacco all’Ucraina. «Chi fa o ha fatto propaganda per la Russia dopo il 2022 non dovrebbe ricoprire cariche nazionali», ha commentato il leader di Azione, Carlo Calenda, scrive la Gazza.   «Dopo l’ennesima disfatta e un’altra qualificazione mondiale mancata, il calcio italiano avrebbe avuto bisogno di una rivoluzione culturale, etica e gestionale. La scelta di Andrea Pirlo – ha postato su X la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno – va nella direzione opposta. Pirlo è stato un campione straordinario. Da allenatore, fin qui, ha mostrato ben poco. E c’è un tema che non può essere liquidato come irrilevante».   «Non interessa se Pirlo sia filorusso o meno. Conta ciò che ha scelto di fare: prestare, liberamente e ripetutamente, il proprio prestigio a un’operazione di normalizzazione del regime di Putin, partecipando a iniziative sfruttate dalla propaganda del Cremlino mentre l’Ucraina veniva bombardata. Per questo la scelta di Pirlo è stata un grave errore. E la scelta della FIGC lo è ancora di più. Non il piano B di Guardiola. Il piano Z del calcio italiano».

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Arriva poi il deputato di +Europa, Benedetto Della Vedova: «Pirlo pochi mesi fa ha fatto una scelta per me incomprensibile e sbagliata, quella di diventare ambasciatore nel mondo di Fonbet, prima agenzia di scommesse in Russia. Il settore delle scommesse non è colpito dalle sanzioni europee, ma questo non toglie che un personaggio pubblico della levatura di Andrea Pirlo dovrebbe riflettere sul significato pubblico di scelte private e di affari».   «Personalmente mi auguro che il nuovo CTdella Nazionale senta l’esigenza di rescindere il contratto con Fonbet, anche considerando la posizione attuale dell’Italia nei confronti della Russia. Anzi, voglio pensare che lo abbia già fatto».   Arriva quindi anche Mauro Berruto, responsabile Sport nella segreteria del Partito Democratico ed ex CT della nazionale maschile di pallavolo: «i auguro con tutto il cuore che se Pirlo fosse scelto come ct la prima cosa che farà sarà quella di risolvere questo imbarazzo rinunciando a questo suo ruolo. Parla a un movimento, a un mondo, ha un ruolo istituzionale che richiede una modalità di esecuzione esemplare».   C’è da aggiungere, come sottolineato da Sky TG24, che «un eventuale incarico come commissario tecnico degli Azzurri avrebbe posto infatti un evidente problema di compatibilità con il contratto sottoscritto con un operatore di scommesse», ma sarebbe bastato semplicemente risolvere quel contratto e avrebbe potuto serenamente allenare.   Sul piano etico il discorso potrebbe anche reggere, ma basta aprire un qualsivoglia sito per vedere calciatori che prestano liberamente il proprio volto ad agenzie di scommesse. C’è di più: due dei nostri big azzurri, quali Sandro Tonali e Nicolò Fagioli, sono stati travolti da un giro di scommesse clandestine con pesanti sanzioni comminate ad entrambi. La moralità e l’etica vengono spesso tirate per la giacchetta a seconda delle convenienze e degli interessi del momento.   Evidenzio inoltre che l’etica e la moralità nel calcio sono da sempre patinate e a tratti fortemente ipocrite. Come ha sottolineato il giornalista Giorgio Terruzzi proprio su Renovatio 21, il calcio è l’antitesi della correttezza: «non ho interesse per uno sport che tratta i simulatori come normali, che tratta gente che protesta con l’arbitro come normale, oppure gli allenatori che fanno continuamente queste scene a bordo campo inutili. Aggiungo anche che i rapporti tra alcuni uomini di calcio e gli ultras mi fanno schifo».    «È uno sport che non si modernizza. Se un presidente fosse veramente evoluto, ogni suo giocatore che prende un’ammonizione per proteste dovrebbe pagare cinquecento mila euro di multa, vedrai poi che non succede più. Ognuno che simula, cento mila euro di multa. Ma purtroppo ciò non accade».

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Questo direttivo della FIGC, che oggi vuole moralizzare oltremodo tacciando Andrea Pirlo come sgradito per un discorso d’immagine, forse un piccolo esame di coscienza dovrebbe farselo.   L’intervento del giornalista Paolo Bargiggia sui suoi canali social va più al fondo della questione. «Il progetto di Maldini e Leonardo era un progetto veramente profondo che avrebbe potuto forse con pazienza cambiare il calcio italiano. Chi lo ha visto, chi ha capito come sarebbe andato, dava fastidio. A chi dava fastidio? Dava fastidio soprattutto ai club di serie A, alle persone che muovono più le fila, De Laurentiis, Marotta e poi si è aggiunto Cairo, il presidente del Torino. Dava fastidio alla Lega e anche all’Assocalciatori, guarda caso i due grandi elettori di Giovanni Malagò alla presidenza della Federcalcio. Perché dava fastidio direte voi? Perché andava a spostare i privilegi, lo status quo, la gestione delle convocazioni, dei raduni, dei giovani… avrebbe in pratica smosso un sistema incrostato da anni, marcio, ma di potere e di finanza che contraddistingue tutto il calcio italiano e i suoi apparati».   «Il progetto era molto buono, quantomeno era un progetto abbastanza sostanzioso visto che qui non se ne fanno da oltre dieci anni. Poi esce il nome di Pirlo. Si scatenano le penne armate; cominciano a scrivere contro Pirlo un po’ tutti i giornali, ma in particolare il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport. Hanno attaccato Pirlo […] per attaccare Maldini e Leonardo e attaccare quel progetto e metterli nella condizione di andarsene. Perché questo fuoco di fila si è scatenato in particolare sul Corriere della Sera e sulla Gazzetta? L’editore di questi due giornali è Urbano Cairo, […] perché essendo un presidente di un club di serie A, ha i suoi interessi o la sua volontà a fare convergenza di opinioni. Malagò per non far partire Maldini e Leonardo ha aperto all’ingaggio di Thiago Motta, perché era la seconda scelta di Maldini e Leonardo. Maldini e Leonardo bene hanno fatto, capito qual è l’aria impestata, capito che il calcio italiano non vuole cambiare, capito che è un ambiente pericolosissimo e scivoloso, se ne sono andati. Malagò […] avrebbe dovuto tenere il punto e prendere Pirlo. Malagò è ostaggio dei suoi grandi elettori».    Si ha la netta sensazione che Paolo Maldini sia stato prontamente messo da parte perché la sua idea era troppo a lungo termine, con una visione di rifondazione del sistema orientata al dopodomani e non al domani del «tutto e subito». Mi pare abbia alzato lo sguardo a qualcosa di serio, di programmato con uno scadenzario che con molta probabilità avrebbe richiesto più tappe e più tempo; basta osservare i risultati della Nazionale e il livello del campionato di Serie A per capire che viviamo un tempo di arretratezza, di mediocrità, di crisi economica, di crisi d’identità e di consapevolezza.   Invece c’è uno sport ideologico praticato da troppe persone: quello del discredito, dell’autocommiserazione e della vacua autocritica fine a se stessa. Molti italiani pare godano nel piangersi addosso e nel sentirsi masochisticamente inferiori agli altri. Un malcostume le cui radici andrebbero ricercate a qualche decennio fa. Lascio ai sociologi volenterosi questa palla avvelenata.   Questo perenne clima svalutante si riverbera nello sport, tant’è che molti campioni nostrani sono stati, e sono, oggetto di pareri da bar che tendono a svilire e infangare l’immagine di tali fuoriclasse.

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Andando indietro di pochi anni, ricordo il campionissimo di ciclismo Marco Pantani: tutti lo hanno applaudito dopo le prodezze eterne dell’estate 1998, per poi crocifiggerlo ed etichettarlo come dopato dopo il blitz notturno al Giro d’Italia dell’anno successivo.   Penso infine alle due fazioni create da Valentino Rossi, leggenda del motociclismo: una sequela di tifosi accaniti contro uno stuolo di detrattori altrettanto feroci.   Oggi c’è il tennista Jannik Sinner che sta facendo numeri assoluti in una disciplina sportiva che per troppi anni è stata nell’ombra a livello internazionale, rinvigorendo fortemente un sistema che oggi richiama numerosissimi giovani. Sinner stesso è tacciato di non essere italiano per via delle sue origini altoatesine, della sua freddezza caratteriale, della residenza a Montecarlo per non pagare le draconiane gabelle di Stato e persino per non aver partecipato ad alcuni tornei.   Con questo non dico che tutti dobbiamo o dovremmo tifare i nostri sportivi, ma quantomeno evitare di affossarli gratuitamente, anche perché tengono alto il nome del nostro Paese con risultati e prestigio riconosciuti in tutto il mondo.   Concludo tornando a Maldini. Non c’è da stupirsi per ciò che è avvenuto, perché sembra proprio che l’elevazione culturale di questa povera Italia non esista più. La politica stessa – a cui andrebbe attribuito questo compito, di concerto con le altre istituzioni – ha svuotato il suo respiro culturale a favore di gretti clientelismi. Il calcio, che è lo sport più nazional-popolare che abbiamo, è lo specchio perfetto delle storture italiane che pervadono ogni ganglio della nostra società e della nostra quotidianità.   Francesco Rondolini  

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Immagine screenshot da YouTube  
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