Arte
Renovatio 21 saluta Zeudi Araya
Nel cinema italiano anni Settanta, segnato indelebilmente da preziose e autentiche icone femminili, ve ne è una esotica che ha saputo conquistare il pubblico con un’aura magnetica di raro splendore. Zeudi Araya — il suo nome in lingua tigrina significa «Corona regale» — nata in Eritrea, è figlia di un uomo politico e nipote di un ambasciatore etiope a Roma.
Il suo fascino ha bucato il grande schermo, conquistando i favori del pubblico e il cuore di molti spettatori; è stata protagonista di quel decennio cinematografico sotto la guida di registi quali Luigi Scattini, Sergio Corbucci e Domenico Paolella, solo per citarne alcuni.
Esordisce in uno spot pubblicitario di una nota marca di caffè e da lì passa direttamente al cinema, diventando rapidamente il simbolo di un’eleganza esotica, sensuale e misteriosa. Come musa indiscussa dei cineasti del tempo ha saputo scardinare i cliché dei film di genere, imponendosi non solo per l’avvenenza straordinaria, ma per una presenza scenica fiera e magnetica.
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Tuttavia la sua parabola artistica non si è fermata davanti alla macchina da presa. Con intelligenza e determinazione, Zeudi Araya ha saputo reinventarsi produttrice cinematografica, grazie anche agli insegnamenti ddi suo marito, Franco Cristaldi, uno dei produttori più influenti e potenti del nostro cinema.
I tratti del suo volto così universale, e al contempo dolce e ammiccante, ricordano quelli della bella abissina cantata nel noto brano coloniale, con un’accezione di inclusività e di integrazione. Zeudi ne è un fulgido esempio, diventando una starlette del nostro cinema decenni dopo la caduta del fascismo. In questo breve scritto cerchiamo di tracciare la carriera di questa attrice che tanto ha lasciato alle nostre produzioni, non solo con il suo indiscutibile fascino, ma anche col suo talento.
La filmografia della diva eritrea è concentrata negli anni Settanta. Ripercorriamo alcuni suoi lavori più significativi di quell’epoca d’oro del nostro cinema dove il «politicamente corretto», che oggi fa da cappa a molti progetti, era ben lontano da venire. La bellezza femminile era valorizzata, ostentata, evidenziata e narrata spesso senza veli, così da poter ammirare le sinuose forme armoniche di meravigliosi corpi.
La ragazza dalla pelle di luna del 1972 di Luigi Scattini è forse il suo film più iconico, dove interpreta una ragazza esotica che risponde al nome di Simoa.
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L’anno successivo, sempre sotto la direzione di Luigi Scattini, gira La ragazza fuoristrada, che ha meno impatto del precedente pur rimanendo una pellicola di buona fattura con un cast d’eccezione: Luc Merenda, Martine Brochard e lo stesso Rossi Stuart. Il regista stesso racconta:
«La ragazza fuoristrada fu il secondo film di Zeudi Araya. Iniziammo le riprese circa dieci mesi dopo La ragazza dalla pelle di luna, sulle ali del successo del primo film. Dovevamo trovare un sottomano adatto a Zeudi, data la sua origine. La storia venne in mente a me e fu sceneggiata poi da Leo Chiosso e Gustavo Palazio: trattava di una splendida ragazza di colore che viveva tra la sua gente, nella sua terra e che decideva poi di seguire in Italia l’uomo di cui si era innamorata. Ma la provincia italiana non era ancora pronta ad affrontare questa “diversità” e Zeudi, con la sua presenza, era sicuramente un elemento destabilizzante che arrivava a sconvolgere un’intera società» .
Le musiche del Maestro Piero Umiliani impreziosiscono la narrazione e l’Araya la possiamo ascoltare anche nel ruolo di cantante in due brani: Oltre l’acqua del fiume e Maryam. Nel 1974 si conclude la trilogia tra Scattini e l’Araya con il film Il corpo, con protagonista maschile Enrico Maria Salerno e Leonard Mann.
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Sempre nel 1974, nel film La preda — produzione italo-colombiana di Domenico Paolella — la vediamo al fianco di Renzo Montagnani, che racconterà al Corriere della Sera: «Il film è una struggente storia d’amore. Il titolo è significativo perché rispecchia la situazione della donna che vive da quelle parti. La protagonista è una ragazza che, essendo molto più bella delle altre, diventa di conseguenza “la preda” più ambita. Zeudi è favolosa. Ha un fascino magnetico che non è possibile descrivere e, inoltre, è anche una disciplinata professionista. Con lei mi sono trovato magnificamente».
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Nel 1976 passa agli ordini del regista Sergio Corbucci nel film Il signor Robinson, mostruosa storia d’amore e d’avventure al fianco di Paolo Villaggio. Un lavoro dove l’eco del ragionier Fantozzi è vivido, ma Villaggio interpreta un borghesotto naufragato su un’isola deserta che spera di potersi affrancare dalla schiavitù del consumismo, complice la bellezza incontaminata di Venerdì, interpretata proprio dalla Araya. Si tratta di un’altra pellicola prodotta dalla Vides di Franco Cristaldi, un deus ex machina di gran parte di quel cinema che corre tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Novanta.
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Proprio l’incontro con Cristaldi segnerà una svolta totale, tanto nella sua carriera quanto nella sua vita privata. La loro storia d’amore ha riempito per anni le pagine dei rotocalchi dell’epoca: «Cristaldi stregato dalla ragazza dalla pelle di luna». Nel 1975 Zeudi Araya prende il posto di Claudia Cardinale nel cuore del produttore, il quale viveva la sua professione attorniato da attrici assetate di successo. Al Cristaldi erano stati attribuiti numerosi flirt, ma la splendida attrice eritrea seppe conquistare il suo cuore in profondità.
Il loro primo vero approccio avvenne al Beverly Hills Hotel di Hollywood. Franco Cristaldi si trovava lì per il successo di Amarcord agli Oscar e, trovandola sola, la invitò a cena. Zeudi racconta così quel momento:
«Era con Claudia Cardinale: l’ho conosciuto una sera a casa di amici: una presentazione, un saluto, nulla di più. Stavo lavorando troppo, era morto mio padre ed avevo bisogno di staccare la spina per un attimo. Decisi di punto in bianco di andare a Los Angeles. Un mese e mezzo dopo rincontrai Franco. Mi sorrise e mi disse: “Ho due biglietti per la serata degli Oscar: vuole farmi compagnia?”. Era il ’75. Fu esaltante in mezzo a tutte quelle stelle. Ero con quelli che avevano vinto ed era come se avessi vinto anch’io. Mi lasciai travolgere. Il giorno dopo mi chiese di accompagnarlo a San Francisco. Accettai sull’onda dell’entusiasmo: solo allora incominciammo a darci del tu. Mi riempì di rose rosse e di telefonate. Fu quasi imbarazzante. Era sposato: pensavo che fosse tutto finito. Un’avventura inattesa, vissuta nella stordente euforia di un Oscar. Glielo dissi: “Meglio fermarci qui: io sono libera, tu no”. Si mise a ridere. Non c’era più la Cardinale accanto a lui. Per settimane i giornali italiani non avevano parlato d’altro. Partimmo per un giro del mondo: India, Nepal, Thailandia, Indonesia, America. Stare insieme per tutti quei giorni sarebbe stata la prova del fuoco. Io ero una ”bambina” di 22 anni, ribelle, ottimista, che si crogiolava nella sua indipendenza…».
Cristaldi voleva subito convivere, ma lei fu prudente. «Gli dissi di no. Ho resistito per quattro anni nella mia casa di via Puccini, vicino a Villa Borghese. Mi sono trasferita solo quando sono stata operata di appendice, per la convalescenza. Passarono altri quattro anni. Poi un giorno decidemmo: ci sposammo nella chiesetta di Ulignano, vicino a Volterra, in quella che chiamavamo «La casa degli amici» dove venivano a trovarci tutti quelli del cinema, da Rosi a Magni, da Fellini a Sordi, da Leone alla Vitti. Stavamo bene là, tutti insieme: era come un albergo felice.»
L’unione tra i due divenne fortissima, tanto che il desiderio di diventare genitori irruppe nelle loro vite in maniera prorompente.
«Ci provavamo già da qualche tempo. E non ci riuscimmo per undici lunghissimi anni. Era il nostro cruccio. Mi sono sottoposta a tutto: specialisti, visite, esami anche dolorosissimi. Un calvario. Poi, improvvisamente, quando ormai non ci credevamo più, il miracolo. L’ho partorita al sesto mese, ho avuto le doglie, sono stata madre almeno per un attimo. Franco è come impazzito. Su e giù per la sala operatoria, piangeva… Mi prendeva la mano e mi sussurrava tra le lacrime: “Ci riproveremo, adesso sappiamo di essere capaci, la vita è in debito con te”…. Ma due settimane dopo arriva l’infarto e io ero come in letargo, volevo morire, ma dovevo reagire per lui. Dall’ospedale tornò a casa pieno d’ottimismo. Un mese dopo decise di farsi operare a Montecarlo. Era il primo passo della ricostruzione. Tutto era andato bene, avevo già dato le mance alle infermiere, l’autista era pronto per portarci a Volterra, ma la sera prima della partenza il disastro…».
Una storia d’amore profonda, interrotta bruscamente dalla morte del produttore nel 1992, che ha dato all’Araya una famiglia, il cinema e la popolarità.
Per comprendere appieno l’inizio e l’evoluzione di questa incredibile traiettoria, vale la pena rileggere un’intervista che Zeudi rilasciò nel 1999 al critico cinematografico Fabio Melelli, contenuta nel saggio Storie del cinema italiano (Morlacchi Editore). «Io sono venuta in Italia dopo essere stata eletta Miss Eritrea. Avevo appena sedici anni, tanto che dovetti mentire fingendo di averne compiuti diciotto. Quindi nel passaporto ho due anni in più di quelli che ho realmente. Non è che mi importi tanto. Sono venuta in Italia, a Roma, una città dalla quale sono rimasta subito molto affascinata, e proprio in un ristorante romano ho incontrato una persona che mi ha chiesto se avevo delle fotografie: le uniche che avevo erano quelle scattate durante il concorso. Questo signore mi presentò poi a Scattini, il quale appena mi vide disse: “Ecco, è lei la ragazza che cercavo, la ragazza dalla pelle di luna!».
Nella stessa intervista dice che l’italiano «lo parlavo già, perché ho studiato nelle scuole italiane di Asmara. Un ricordo che ora vale davvero tanto.
La parabola di Zeudi Araya rimane un unicum nel panorama cinematografico e culturale italiano. Sebbene la sua attività come attrice si sia concentrata quasi interamente nell’arco di poco più di un decennio, il suo impatto è andato ben oltre l’immagine stereotipata di «venere nera» o di «ragazza dalla pelle di luna» che i media e i registi dell’epoca le avevano cucito addosso. In una stagione cinematografica in cui il corpo femminile era esibito con audace e provocatoria libertà, Zeudi ha saputo infondere nelle sue interpretazioni una dignità e una fierezza che trascendevano il semplice esotismo commerciale dei film di genere.
Rileggere oggi la sua storia e le sue pellicole degli anni Settanta non significa quindi indulgere in una semplice operazione nostalgia, ma riscoprire il percorso umano di una donna che, partita da Asmara quasi per caso, ha saputo scrivere una pagina straordinaria di emancipazione, eleganza e modernità nella storia del costume del nostro Paese.
Grazie, bella abissina!
Francesco Rondolini
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Immagine screenshot da YouTube
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La colonna sonora di Fantozzi, e oltre. Intervista con il compositore Vince Tempera
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Renovatio 21 augura a Mel Brooks altri 100 anni
Il comico neoeboraceno Mel Brooks compie 100 anni, e Renovatio 21 gliene augura altri 100 come questo.
Nato Melvin Kaminsky il 28 giugno 1926 a Brooklyn, è considerato da decadi come uno dei giganti della comicità americana. Cresciuto in povertà dopo la morte del padre a soli due anni, servì nell’esercito durante la Seconda Guerra Mondiale come geniere. Iniziò come batterista e comico nei luoghi turistici, per poi diventare scrittore di punta del varietà televisvo Your Show of Shows (1954), insieme a talenti come Carl Reiner e Neil Simon.
Esordì alla regia con Per favore non toccate le vecchiette (1967), satira sul nazismo che gli valse l’Oscar per la sceneggiatura. Seguì una serie di parodie geniali: Mezzogiorno e mezzo di fuoco (1974), western anarchico che faceva il verso al genere americano; Frankenstein junior (1974), considerato oggi come un film che si avvicina alla perfezione comica e cinematografica; La pazza storia del mondo (1981), caposaldo dei palinsesti della vecchia TV berlusconiana Italia 1 che ha formato tanta parte della generazione X italiana. Negli anni Novanta, purtroppo, aveva girato anche un film con Ezio Greggio, Il silenzio dei prosciutti (1994).
Brooks ha conquistato il cosiddetto EGOT, cioè ha vinto durante la carriera i premi Emmy, Grammy, Oscar e Tony (ambitissimo premio dedicato ai musical di Broadway). Sposato con Anne Bancroft (vero nome Anna Maria Louisa Italiano) dal 1964 fino alla sua morte nel 2005, ha prodotto anche film drammatici come l’enigmatico capolavoro di David Lynch The Elephant Man (1984).
In questi anni Brooks ha figliato, e anche bene: il figlio Max Brooks pubblicò nei primi anni 2000 il libro Zombie Survival Guide, una guida alla sopravvivenza in caso di attacco globale di morti viventi. Nato con intenzioni satiriche, si trattava in realtà di un manuale assai dettagliato: chi scrive ne regalò una copia ad un amico in partenza per l’India, il quale una volta arrivato, si mise a leggerlo su di un treno, attirando l’attenzione di un ragazzo locale, il quale una volta resosi conto di cosa si trattava, ed avendo la funzione dello humor e della satira indianamente non attivata sulle frequenze occidentali, rimase totalmente sconvolto. «Ma allora esistono».
Il successo della guida del Brooks jr. ebbe seguito con il romanzo di zomberia mondialista World War Z, che divenne poi un kolossal al cinema col Brad Pitt.
Ora Brooks pare voler tornare, a 100 anni, al grande schermo, annunziando il ritorno di un suo grande classico, Balle spaziali, di cui avrebbe realizzato il sequel. Il film che satireggiava Guerre Stellari ebbe immenso successo e restò impresso nella memoria di molti: è il caso dell’imprenditore triliardario Elon Musk, che una diecina di anni fa mise in vendita in un numero limitato, per la sua azienda Boring Company, un lanciafiamme.
Elone disse di essersi direttamente ispirato a Yogurt, lo Yoda di Balle Spaziali intepretato dallo stesso Mel, che in una scena di memorabile metacinema mostrava tutto il merchandising legato al film, compreso un lanciafiamme, che ovviamente non fu messo in commercio, se non anni dopo dal magnate sudafricano fan del Brooks.
Brooks rappresenta la prova vivente dell’esistenza di una civiltà precedente dove si poteva ridere di tutto. È impressionante vedere una satira a base di nazismo realizzata da un ebreo: Per favore non toccate le vecchiette (1968), che parla di un produttore costretto per questioni fiscali a realizzare un flop, mette in scena un musical scritto da un veterano nazionalsocialista, «Primavera per Hitler», che mette in scena il Fuhrer in modo comico memorabile: «Heil a me stesso / Heil a me / io sono il crucco che sta per cambiare la storia / Heil a me stesso / Alzate la mano / Sono il più grande dittatore della zona…»
Una simile comicità è oggi totalmente impensabile – soprattutto da parte di autori giudei. La libertà di ridere di qualsiasi tema era considerata scontata. Alcuni possono dire che la scena de La pazza storia del mondo in cui il Brooks interpreta il cameriere dell’ultima cena: vedendo la scena in cui esclama «Gesù», e questi gli risponde «cosa?», con il fraintendimento che va avanti per un po’, qualcuno ci può vedere certamente l’infrazione del secondo comandamento e l’irrisione di Dio (Deus non irridetur…), tuttavia è impossibile non notare come il brano cinematografico testimoni l’esistenza di una cultura, tutta neoeboracena, dove ebrei e cattolici collaboravano e si spartivano la scena, incrociando il bagaglio culturale: la commistione sarebbe divenuta chiara nell’esperienza del Saturday Night Live fondato in quegli anni e nei film di John Landis come Blues Brothers.
Anche qui, si tratta di una testimonianza diretta di un’era che non c’è più, dove nessuna comicità, nessuna conoscenza sotto il tallone del politicamente corretto e del neotribalismo politico è più davvero possibile.
Un religioso tradizionista ci ha scritto: chissà cosa si potrebbe inventare il Brooks vedendo i casi recenti degli ebrei nei tunnelli di Nuova York. In realtà, in fatto di ebrei e sotterranei Brooks ha già dato ad abundantiam, con la scena memorabile degli ebrei torturati con macchine simili a slot machine nel pezzo musical della Pazza storia del mondo riguardante l’inquisizione spagnola: sì, ha saputo, ha potuto ridere anche di questo – e ottenerne un motivetto indimenticabile, e un pezzo di cinema immortale.
Ci ricordano infine anche che Mel Brooks ha mandato gli ebrei nello spazio, sempre nello stesso film: ecco rabbini che volano nel cosmo a bordo di astronavi a forme di stella di David, nei cui interni è possibile leggere, in ebraico, la parola kosher.
Le navicelle giudaiche vengono attaccate da quelli che si intuiscono essere caccia stellari non-ebraici, cioè dei goyim.
Sotto parte una canzona rincuorante: «Siamo ebrei nello spazio / sfrecciamo proteggendo la razza ebraica / Siamo ebrei nello spazio / se si presenta un problema lo rimettiamo subito al suo posto / Quando i goyim ci attaccano / gli diamo uno schiaffo, glielo restituiamo in faccia/ Siamo ebrei nello spazio /sfrecciamo proteggendo la razza ebraica».
In realtà, gli ebrei israeliani hanno attivamente tentato di partecipare alla corsa allo spazio con missioni robotiche denominate Beresheet (che in ebraico significa «In principio», in riferimento alla Genesi), sviluppate dall’organizzazione no-profit SpaceIL in collaborazione con la Israel Aerospace Industries (IAI).
A dare un passaggio alle aspirazioni spaziali israeliane c’è ancora lui, Elon Musk, grande ammiratore di Mel Brooks che ha portato la sonda nel 2019 in un suo razzo Falcon X. Molte malelingue sostengono che il silenzio di Musk sulle cose israeliane – a fronte di ogni altro tema destroide, dove si rivela di estremismo loquacissimo – potrebbe indicare un qualche rapporto particolare tra il trilionario e lo Stato degli ebrei.
Ad ogni modo, missioni sono fallite a causa di un guasto al sistema di guida inerziale e ai giroscopi che ha provocato lo spegnimento improvviso del motore principale. La sonda si è schiantata sul suolo lunare a velocità incontrollata, ma ha garantito ad Israele il titolo ufficiale di settimo Paese ad orbitare intorno alla Luna.
Quello che conta, comunque, è che la profezia di Mel Brooks si è avverata: sì, gli ebrei sono davvero sullo spazio. Non sappiamo se al genio sia stato tributato allora ciò che gli si doveva.
Noi, invece, tributiamo tutto. Altri 100 anni per te, Mel!
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Immagine di Angela George via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
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Sorrentino, Mattarella, eutanasia, Pulcinella
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