Pensiero
Prevenire è meglio che curare? Così fu abolita la medicina
Renovatio 21 pubblica questa riflessione spirituale sulla medicina preventiva di Isacco Tacconi, docente di religione e sostenitore di Renovatio 21.
«Ogni tentativo di rimediare con le proprie forze o con l’aiuto d’altri al dolore, al danno o al pericolo causato da infermità sopravvenute per varie cause visibili o invisibili, note o ignote, rientra nell’ambito della medicina» (Medicina Preventiva in “Enciclopedia Italiana” – Treccani, 1993).
Questa dunque l’autentica natura di quella che Galeno definisce ars medica (gr. téchne iatrike) ovvero l’arte del prendersi cura laddove il male intacchi la salute del corpo. L’ars curandi dunque interviene come un «rimedio» al male sopraggiunto a turbare la vita degli uomini. Il suo perciò è un ruolo riparativo, ancillare, non di controllo ma di soccorso.
Non si mangia senza fame né ci si cura senza malattie. Pertanto il medico sta a bordo campo mentre la partita si svolge pronto ad intervenire quando il gioco è interrotto da un infortunio. Non impedisce (preventivamente) che i giocatori si colpiscano coi tacchetti, non impedisce che il pugile possa rompersi il setto nasale, non impedisce la corsa in bicicletta per evitare la caduta ma interviene quando il danno intacca il corpo sano
Potremmo dire che come il cibo diventa un’esigenza del corpo affamato così la cura medica diviene un’esigenza del corpo ammalato. Non si mangia senza fame né ci si cura senza malattie. Pertanto il medico sta a bordo campo mentre la partita si svolge pronto ad intervenire quando il gioco è interrotto da un infortunio. Non impedisce (preventivamente) che i giocatori si colpiscano coi tacchetti, non impedisce che il pugile possa rompersi il setto nasale, non impedisce la corsa in bicicletta per evitare la caduta ma interviene quando il danno intacca il corpo sano per riportarlo, se possibile, al suo stato naturale, seppur precario, che è la salute.
Al contrario il concetto di «medicina preventiva» affermatosi nel secolo XX ridefinisce la natura, l’azione e lo scopo dell’ars medica stabilendo una nuova dottrina iatrologica. Così l’Enciclopedia Treccani spiega che il campo di azione della medicina preventiva «è orientato al controllo dei settori dai quali può originare il rischio per la salute: ambiente, stile di vita, organizzazione sociale e biologica umana (Clark e Mac Mahon 1989)». Qualcosa di prossimo all’ingegneria sociale dunque ma nessun riferimento alla cura dei malati. La persona sembra scomparire nell’orizzonte della prevenzione, quello che conta sono le strutture e le sovrastrutture sociali che dovranno essere modificate al fine di impedire quanto più possibile che il male si manifesti.
Interessante notare poi che il termine più volte professato dall’enciclopedia è «propaganda». Proprio così. La cosiddetta medicina preventiva e l’instaurazione di un regime preventivo hanno bisogno di un vero e proprio apparato propagandistico. Oltracciò «la medicina preventiva si rivolge al soggetto sano allo scopo di conservare e potenziare lo stato di salute, e non al soggetto malato o inabilitato o invalido».
In questa professione programmatica si riassume tutta la hybris dell’immanentismo ateo che pretende di poter controllare la vita umana ridisegnando i contorni della sua esistenza. Creando nuove strutture sociali, recidendo i rapporti affettivi, decretando la fine di un’era, abolendo mestieri e professioni – guarda caso le più belle e umane (ristorazione, sport, danza, cinema, teatro ecc.) – stabilendo nuove tradizioni e riti profani. Una liturgia socio-sanitaria a cui i nuovi umani riformati alla salute, al benessere e alla prevenzione devono partecipare non soltanto con l’assenso esteriore ma anche con l’adesione interiore pena l’esclusione (o la soppressione) sociale.
Il concetto di «medicina preventiva» affermatosi nel secolo XX ridefinisce la natura, l’azione e lo scopo dell’ars medica stabilendo una nuova dottrina iatrologica
«Mentre l’atteggiamento del malato o dell’inabilitato è sostanzialmente di fiducia e disponibilità, quello del soggetto sano è per lo più di assenteismo e di diffidenza, fondato com’è sul concetto umanamente diffuso di non apprezzare lo stato di salute se non quando lo si è perso. Non infrequentemente l’interesse del soggetto sano verso la salute è motivato da situazioni verificatesi nel suo ambiente sociale immediato o da paura più che da consapevolezza nei riguardi dell’atteggiamento del medico» (Treccani).
Questo vien detto quasi fosse un atteggiamento superficiale se non addirittura di colpevole incoscienza da parte dell’uomo sano di non curarsi troppo della propria salute. Ma questa è proprio la conditio della vita spirituale: «Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? […] E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? […] Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,25.27.32-33).
Ma a differenza del medico ippocratico, quello vero, «il medico preventivo deve possedere una mentalità statistica e multidisciplinare volta all’interesse oltre che del singolo individuo anche della collettività, mentre il medico terapista possiede una mentalità e un orientamento prevalentemente indirizzato al singolo individuo e basato sul noto concetto che non esiste ”la malattia” in senso astratto bensì il ”singolo malato”» (Treccani). L’importanza di questo passaggio è cruciale.
Qui possiamo comprendere quale ribaltamento antropologico sia stato innescato dalle forze della Rivoluzione per condurci a tappe forzate verso un regime politico-sanitario in cui la parola d’ordine, quasi come un dogma diamantino, è «prevenzione».
Lo sappiamo tutti per esperienza come da decenni l’arte medica autentica nella quale il medico è un «guaritore» dedito al servizio dei sofferenti si sia tramutato in un «mestiere» fatto di burocrazia, prescrizioni ed esami di laboratorio. Non più guaritore o curatore bensì «operatore sanitario»
Lo sappiamo tutti per esperienza come da decenni l’arte medica autentica nella quale il medico è un «guaritore» dedito al servizio dei sofferenti si sia tramutato in un «mestiere» fatto di burocrazia, prescrizioni ed esami di laboratorio. Non più guaritore o curatore bensì «operatore sanitario». Un regolo fra tanti sulla linea di produzione ormai incapace di avvicinarsi al corpo piagato e languente perché diventato per lui qualcosa di sconosciuto, di alieno e addirittura di potenzialmente pericoloso (come tutto ciò che non si conosce d’altra parte).
L’atteggiamento da disertori di molti medici di fronte allo scenario sanitario contemporaneo lo ha manifestato con angosciosa drammaticità. I medici che si rifiutano di visitare i malati per paura del contagio non differiscono in nulla dal pompiere che ha paura del fuoco o di un bagnino che ha paura di affogare e si rifiuta per questo di fare il proprio dovere morale di mettere a repentaglio la propria vita per salvare quella altrui. Verrebbe da suggerir loro di cambiar mestiere ma è esattamente di questi «operatori» che ha bisogno il Regime della Prevenzione. Persone che non si occupano più del «singolo malato», carne, ossa e sangue, ma della «malattia» con “«una mentalità statistica e multidisciplinare», spersonalizzata, astratta, analitica.
Insomma una figura più simile a quella di un analista bancario che a quella di Ippocrate.
Una figura più simile a quella di un analista bancario che a quella di Ippocrate
Non più una vocazione alta, sacrale, oserei dire «religiosa» svolta con quella fondamentale compassione che «con-sente» col paziente (dal latino patiens = colui che patisce) ma il necessario esecutore sul territorio delle analisi e dei risultati prodotti e trasmessigli da un sistema di controllo, appunto, preventivo. Ciò che conta non è la «persona» ma la «malattia», vera o presunta poco importa purché tutti rispettino i protocolli sanitari divenuti il «nuovo decalogo» seguendo il quale potremo sperare di entrare nel «regno dei cieli». «Se vuoi avere la vita osserva i comandamenti» ripetono i nuovi profeti della medicina rivelata.
Ma l’Enciclopedia prosegue: «da rilevare che l’attuale programmazione universitaria degli studi medici privilegia in modo evidente lo studio della malattia e non della salute, della terapia, quindi, e non della prevenzione». Ma proprio questo è lo scopo della medicina: conoscere il male, le sue cause e i suoi effetti per poterlo estirpare liberando così l’infermo. Mentre l’inversione di questa tendenza acceleratasi nell’ultimo periodo sta portando all’imbarbarimento della scienza medica e all’oblio eziologico e terapeutico delle malattie più comuni.
Non entrerò qui nella disamina dei concetti di prevenzione primaria e secondaria basti ricordare che «la prevenzione primaria opera sull’uomo sano o sull’ambiente, attraverso due tipi d’intervento: il potenziamento dei fattori utili alla salute e l’allontanamento o la correzione di tutte le possibili cause patogene (biologiche, chimiche, fisiche e sociali) che tendono a ridurre lo stato di benessere, cioè di tutti i fattori causali o di rischio delle malattie».
Ciò che conta non è la «persona» ma la «malattia», vera o presunta poco importa purché tutti rispettino i protocolli sanitari divenuti il «nuovo decalogo»
Infatti non dobbiamo dimenticarci che c’è una vera e propria «trimurti» nell’epifania transumanista sanitaria che è Salute-Prevenzione-Benessere. Un accostamento efficace per la riedificazione di un rinnovato pantheon prometeico in cui dio non è altro che l’«uomo sano», o meglio, l’«uomo immune».
Interessante notare infatti che la sorella di Vishnu (Il Preservatore) è Kali o Shakti (La distruttrice, La nera). L’uno archetipo idolatrico della prevenzione l’altra del benessere. Kali infatti è colei che consente la fruizione, seppur fugace, della realtà in senso orgiastico ed edonistico permettendo di squarciare temporaneamente il velo di Maya per accedere, mediante l’eros, al Brahman. «Il suo aspetto è terribile perché implica un cambiamento radicale, che tutto dissolve, concepito alla stregua di una distruzione del creato e del tempo e la potenza per cui si attua è simboleggiata dall’immagine spaventevole di Kali danzante» (Alberto Brandi, La Via Oscura, Ed. Atanor, pag. 100).
Una danza macabra, dunque, fatta di piacere e morte. Dissoluzione e benessere.
La via del potere infatti deve necessariamente passare attraverso un’alchemica mistura di piacere-dolore, luce-tenebre, eros-thanatos preparata anzitutto dall’oblio di sé, della propria origine e del proprio destino al fine di “perdersi” nelle spire di Shiva-Kali. Per prevenire, dunque, bisogna anzitutto distruggere.
C’è una vera e propria «trimurti» nell’epifania transumanista sanitaria che è Salute-Prevenzione-Benessere. Un accostamento efficace per la riedificazione di un rinnovato pantheon prometeico in cui dio non è altro che l’«uomo sano», o meglio, l’«uomo immune»
Non per nulla, come afferma sempre l’Enciclopedia Treccani, la cosiddetta medicina preventiva abolisce il ruolo ancillare e sussidiario della medicina per tramutarla in organismo di controllo e supervisione del vivere umano costantemente da monitorare e manipolare pretendendo di conservarlo in uno stato costante e immutabile.
Mentre la medicina tradizionale, o terapeutica, vale a dire quella che mette al centro dei suoi interessi il malato muove da una considerazione sostanzialmente positiva dell’uomo e del suo stare al mondo considerando lo stato normale, abituale e comune dell’uomo quello della sanità, la medicina preventiva chiudendo gli occhi sul singolo malato finisce per non vedere più nemmeno l’uomo sano.
Chi è il sano? Esiste il soggetto sano? La risposta ovviamente non può che essere negativa. Il principio cardine del positivismo preventista è quello secondo cui «il sano non è altro che un malato che non sa di esserlo» o più comunemente un «potenziale malato». Da qui la spettrale minaccia del «positivo asintomatico», nuovo boogie man da agitare davanti ai bambini disobbedienti.
La cosiddetta medicina preventiva abolisce il ruolo ancillare e sussidiario della medicina per tramutarla in organismo di controllo e supervisione del vivere umano costantemente da monitorare e manipolare pretendendo di conservarlo in uno stato costante e immutabile
Quella preventista è in fondo una antropologia negativa che muove cioè da una sfiducia e da un disprezzo della vita umana in quanto umana, cioè creaturale, limitata. La pretesa e l’intento inconfessati è di riformare e «salvare» la sua natura ferita in maniera migliore di come possa e abbia fatto il Redentore.
In questo senso per recuperare l’altissima vocazione del «prendersi cura» dobbiamo urgentemente volgere lo sguardo verso colui che è al contempo Medico delle anime e dei corpi: colui che prende su di sé i mali degli altri, facendosi prossimo ai malati, ai sofferenti, ai piagati e agli abbandonati.
D’altra parte non è un caso che gli ospedali siano fioriti in seno alla christianitas mentre l’epoca cosiddetta moderna abbia inventato i manicomi. Gli uni per curare e assistere, gli altri per isolare e rinchiudere nell’oblio.
Gli uni sono l’espressione del principio cristiano secondo cui «si vince il male con il bene» gli altri sono l’espressione della resa disperata dinanzi al male, la sottomissione complice poiché al male – come dichiara il Saruman de Il Signore degli Anelli – non ci si può opporre realmente: bisogna unirsi a lui edificandogli dei templi.
Il principio cardine del positivismo preventista è quello secondo cui «il sano non è altro che un malato che non sa di esserlo» o più comunemente un «potenziale malato». Da qui la spettrale minaccia del «positivo asintomatico», nuovo boogie man da agitare davanti ai bambini disobbedienti
Analogamente in teologia c’è un concetto denominato «amartiocentrismo» tipico di quelle correnti di pensiero spesso risalenti al protestantesimo che pongono al centro della loro riflessione gli effetti devastanti del peccato (in greco amartìa) vale a dire l’aspetto distruttivo e negativo del male perdendo di vista l’essere umano ferito dal peccato e per questo bisognoso di misericordia e di cure come illustrato nella parabola del Buon Samaritano.
In entrambi i casi il male, spirituale o corporale, acquista una consistenza personificata in un dualismo manicheo. Pertanto all’amartiocentrismo che parte da una sfiducia nel bene che risiede nell’uomo per attribuire al male e al peccato un potere pervasivo, onnipresente e invincibile il positivismo medico preventista ha affiancato un altro sistema di antropologia negativa, il «nosocentrismo» (gr. nosos = malattia).
Al suo centro non vi è più l’uomo ferito nel corpo, umiliato e sofferente ma in sé buono e perciò stesso degno di misericordia e compassione ma un male presentato come proveniente da nessun luogo, quasi fosse angelico, invincibile, ineluttabile. Una sola salvezza ci giungerà dalle altezze come un «sole che sorge dall’alto»: un’iniezione alchemica di veleno. Ed ecco che si chiude il cerchio della prevenzione con attesa e speranza degne dell’Avvento del Salvatore: il vaccino. Un battesimo rovesciato nella carne.
Paradossalmente quello della prevenzione è un concetto profondamente antivitale che antepone un progetto di controllo esistenziale con il preteso fine di garantire una protezione stabile e duratura, se non perpetua, da ogni male. Tuttavia il perseguimento di tale scopo, al contempo utopico e totalitario, necessita un sacrificio: il vivere inteso come condizione di rischio, di impegno e di espressione della cosa più cara che possediamo, il libero arbitrio.
La medicina preventista è in fondo una antropologia negativa che muove cioè da una sfiducia e da un disprezzo della vita umana in quanto umana, cioè creaturale, limitata. La pretesa e l’intento inconfessati è di riformare e «salvare» la sua natura ferita in maniera migliore di come possa e abbia fatto il Redentore
C’è al fondo un principio veramente comunistico e giacobino nell’idea di tutela della salute pubblica intesa come sovrastruttura sociale, in senso marxista, coercitiva e snaturante.
Una presunta collettività, in realtà disarticolata e informe che adeguatamente riplasmata e addestrata diviene capace di imbrigliare le forze della natura e a sconfiggere malattie e morte.
Tutto questo non può non richiamarci alla mente il concetto esoterico di eggregora ossia una forma-pensiero collettiva che si proietta in un essere sovrumano capace di guidarci alla salvezza. Vale a dire l’evocazione di un demonio che scaturisce dall’unione psichica di una comunità che proietta tutta sé stessa in quella forma-pensiero auto-redentiva.
Ma l’ideologia preventiva è antivitale altresì perché contiene in sé un principio di tipo buddistico di rifiuto del dolore in quanto tale e, di conseguenza, della vita che dal dolore mai e poi mai sarà affrancata.
Non è un caso che gli ospedali siano fioriti in seno alla christianitas mentre l’epoca cosiddetta moderna abbia inventato i manicomi. Gli uni per curare e assistere, gli altri per isolare e rinchiudere nell’oblio
Ciò è dimostrato dal corollario antivitale che ha comportato l’aver sposato una mentalità preventista. L’attuale pandemonio lo ha svelato in maniera evidente. Pur di inseguire lo spettro della sicurezza e del diritto alla salute, del quale ancora mi resta ignoto colui che avrebbe il potere nonché il dovere giuridico, morale e taumaturgico di garantirlo, si è rinunciato agli affetti, al lavoro, allo svago, alla libertà, in una parola, alla vita.
Paradosso dei paradossi per avere in pegno una promessa di salute si rinuncia al vivere umano e, in nome di quella, si accetta di morire lentamente di inedia psico-affettiva.
Ma c’è dell’altro. Il concetto di medicina preventiva è una contraddizione nell’attributo (contradictio in adiecto) giacché come dicevo nell’introduzione la medicina autentica interviene soltanto quando sopraggiunge un male e non in sua assenza. Nell’esperienza quotidiana si chiama il medico o ci si reca dal medico quando si è malati poiché «non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Mt 9,12).
Una sola salvezza ci giungerà dalle altezze come un «sole che sorge dall’alto»: un’iniezione alchemica di veleno. Ed ecco che si chiude il cerchio della prevenzione con attesa e speranza degne dell’Avvento del Salvatore: il vaccino. Un battesimo rovesciato nella carne
Dal punto di vista di un insegnante applicare il concetto di «prevenzione» nell’accezione ideologica del termine significherebbe voler correggere un errore prima ancora che venga commesso il che non avrebbe senso.
Peggio, vorrebbe dire trasmettere agli alunni più la nozione sbagliata che non quella giusta poiché si porrebbe l’accento più sul male da evitare che sul bene da compiere. E questo equivale a concepire il male in senso manicheo ossia come una forza giustapposta al bene mentre invece ciò che noi chiamiamo male in realtà non è altro che un’assenza o una privazione del bene (malum est privatio boni debiti).
Certo il bene si può e si deve rafforzare e questo consente di «prevenire» in una certa misura il male. Eppure tutto questo in realtà ha a che fare con la fallibilità e la passibilità umane. Nessun insegnante per quanto bravo egli sia potrà mai impedire o prevenire tutti gli errori dei suoi studenti, tenendo conto che egli anzitutto deve correggere i propri di errori e perciò egli stesso se vuole perfezionarsi è sottoposto ad un continuo discepolato e ad una costante emendazione. Per questo è scritto «uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli» (Mt 23,10).
Allo stesso modo un medico per quanto bravo nella sua arte mai potrà impedire o prevenire l’insorgere di malattie. Stando così le cose né si avrebbe più bisogno di insegnanti che riempiano il vuoto dell’ignoranza (privatio) con la sapienza (bonum) né di medici che risanino un corpo malato (privatio) restituendogli la salute (bonum). In effetti credo che nella fase storica presente non sia un caso che si stia procedendo speditamente verso l’abolizione di ogni autentica forma di insegnamento e parimenti verso l’abolizione di ogni forma di autentica cura.
Paradosso dei paradossi per avere in pegno una promessa di salute si rinuncia al vivere umano e, in nome di quella, si accetta di morire lentamente di inedia psico-affettiva
La farmacocrazia sta progressivamente sostituendo la medicina rendendo superflua l’arte e la vocazione del medico in quanto guaritore. D’ora innanzi la «scienza» avocherà a sé ogni facoltà di dispensare salute e sicurezza. Non più la medicina amara, contingente e passeggera ma necessaria per curare il male che incontriamo lungo il nostro cammino terreno ma l’elisir di lunga vita che rasserena le coscienze e restituisce libertà.
Non per nulla uno degli elementi più disumanizzanti dell’ideologia preventivista è la negazione del diritto ad ammalarsi. La malattia che diviene una colpa non solo personale bensì sociale.
L’uomo contemporaneo «non può» e «non deve» ammalarsi poiché la sua passibilità rivelerebbe agli occhi del mondo la sua creaturalità, il suo limite, il suo sostanziale niente. Non solo, renderebbe patente il suo bisogno di un medico che curi le ferite dei corpi e ancor più delle anime.
Infatti nella prospettiva cristiana è proprio questa peccabilità e passibilità umana la sola ed unica condizione mediante la quale può manifestarsi la misericordia di Dio. Scrive sant’Ambrogio: «Dio ha creato l’uomo per avere un essere cui rimettere i peccati, e a questo punto si è riposato».
La farmacocrazia sta progressivamente sostituendo la medicina rendendo superflua l’arte e la vocazione del medico in quanto guaritore. D’ora innanzi la «scienza» avocherà a sé ogni facoltà di dispensare salute e sicurezza. Non più la medicina amara, contingente e passeggera ma necessaria per curare il male che incontriamo lungo il nostro cammino terreno ma l’elisir di lunga vita che rasserena le coscienze e restituisce libertà.
La malattia – in questo caso il peccato – diviene cioè la condizione per meritare un grande e meraviglioso Medico ricevendo da lui la cura più inaspettata e benefica: la morte del medico che diviene vita del paziente. Questo Medico «si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti»(Is 53,4-5).
D’altra parte noi sappiamo che l’unica creatura che ha potuto meritare di essere «prevenuta» e «preservata» in tutto e per tutto nel male è l’Immacolata Vergine e Madre di Dio.
Lei la sola che non è stata sfiorata dall’ombra del peccato, la sola ad essere «immune» al veleno del Serpente infernale; l’unica che per un disegno ineffabile della misericordia di Dio ha goduto di una «prevenzione» assoluta e totale da ogni patologia dell’anima. Un privilegio irripetibile ancorché inutile per il resto dei figli di Adamo poiché la salvezza come guarigione presuppone al contempo un malato da guarire (l’uomo) e un Medico (il Figlio di Dio) in grado di guarire.
Ma il preventismo gnostico ed esoterico vorrebbe spazzare via la necessità del Redentore negando la malattia alla sua radice e dichiarando di poter estendere a tutto il mondo il privilegio della prevenzione assoluta dell’Immacolata Concezione sostituendola con la sacrilega parodia dell’«immacolata vaccinazione» e sostituendo la Verginità perpetua con l’«immunità perpetua».
Non per nulla uno degli elementi più disumanizzanti dell’ideologia preventivista è la negazione del diritto ad ammalarsi. La malattia che diviene una colpa non solo personale bensì sociale.
In realtà, ogni pensiero eretico esprime in fondo un odio viscerale contro la Madre di Dio, perciò vediamo oggi la Scimmia di Dio rovesciare i dogmi della Redenzione per crearne di nuovi di segno opposto. D’ora innanzi più nessuno sarà toccato dal male e tutti potranno godere di salute e benessere senza fine. Ecco che la prevenzione diventa àncora di salvezza, porto di speranza, inizio e rinascita. Non dovremo più invocare Colei che è la Salus infirmorum poiché avremo eliminato e l’infermità e gli infermi. In tal senso prevenzione ed eutanasia manifestano la loro segreta gemellarità.
Parallelamente si sta procedendo verso una colpevolizzazione ed emarginazione sociale del malato. Chi si ammala è segno che non ha rispettato le norme talmudiche della purificazione rituale. C’è qualcosa di oscuramente legato al concetto del karma nell’approcciarsi alla sofferenza nel mondo contemporaneo. I toccati dal male diventano i nuovi intoccabili, i paria emarginati e ghettizzati. Il male che ti colpisce è il segno della tua ribellione, della tua «mancanza di rispetto».
Così alcuni personaggi dello spettacolo o sedicenti esperti che grottescamente minacciano di privare di ogni cura coloro che avversano l’idea di un vaccino obbligatorio. Quasi a dire: «se non credi non meriti la salvezza». Da questo conosciamo che siamo entrati in una nuova fase di quella «religione dell’uomo» di cui parlò con «immensa simpatia» papa Paolo VI
Così alcuni personaggi dello spettacolo o sedicenti esperti che grottescamente minacciano di privare di ogni cura coloro che avversano l’idea di un vaccino obbligatorio. Quasi a dire: «se non credi non meriti la salvezza». Da questo conosciamo che siamo entrati in una nuova fase di quella «religione dell’uomo» di cui parlò con «immensa simpatia» papa Paolo VI.
Noi, invece, aspettiamo il Salvatore, il Medico delle anime e dei corpi che nella sua infinita bontà e sapienza non ha voluto eliminare il male e la sofferenza dal mondo né ci ha voluto rendere immuni dalla tentazione e dal peccato ma essendo «capace di compatire le nostre infermità» (cfr. Eb 4,15) ci ha offerto la medicina per sopportare il male e il rimedio per esserne guariti.
«Anch’io ero piagato dalle passioni – scrive sant’Ambrogio – ho trovato un medico, che abita in cielo ed effonde la sua medicina sulla terra: egli solo può risanare le mie ferite, perché non ne ha di proprie. Egli solo può cancellare il dolore del cuore, il pallore dell’anima, poiché conosce i mali nascosti» (Expositio evangelii secundum Lucam, V, 27).
Isacco Tacconi
Immagine di takomaibibelot via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0). Sono state applicate modifiche di filtro e di taglio dell’immagine.
Pensiero
Il «tradimento dei rabbini»
L’ex presidente della Knesset (il Parlamento Israeliano)Avrum Burg ha compiuto un passo polemico verso una posizione ecumenica con un articolo durissimo pubblicato sulla sua pagina Substack il 30 aprile.
Intitolato «Il tradimento dei rabbini», l’articolo denuncia la corruzione del rabbinato israeliano, in cui i rabbini agiscono meno come guide spirituali e più come funzionari al soldo del governo. Gran parte di ciò che afferma è molto incisivo, ma non necessariamente originale, dato che i rabbini israeliani raramente alzano la voce per protestare contro le politiche governative.
Tuttavia, dopo la sua critica, segue un paragrafo insolito per questo tipo di polemiche, in cui sfida i rabbini a seguire l’esempio di papa Leone XIV, che si è opposto alla corrente e ha preso posizione a favore della pace. Dopo aver descritto la corruzione e la codardia in Israele, il politico israeliano scrive che nell’«ultima Pasqua, il Papa si è presentato in Piazza San Pietro a Roma e ha detto ciò che nessun rabbino israeliano osa dire. Si è rivolto alla folla e ha citato direttamente Isaia: “Quando stenderai le mani, io distoglierò lo sguardo da te; anche se moltificherai le tue preghiere, io non ti ascolterò; le tue mani sono piene di sangue” (Isaia 1, 15). Il leader spirituale della religione che ha perseguitato il popolo ebraico per generazioni cita i nostri profeti contro le nostre guerre. E dove sono i rabbini di pace, pronti a schierarsi al suo fianco e a salvare il buon nome dell’ebraismo?»
Di nostro vogliamo puntualizzare al politico israliano: siamo sicuri che il cattolicesimo ha perseguitato l’ebraismo? Se sì, come mai a Roma vi è questa storica, corposa, ricca comunità giudea?
Di contro, siamo sicuri che non siano stati gli ebrei a perseguitare i cristiani? A partire dagli sputi e le violenze di questi giorni, andando indietro troviamo la persecuzione contro i discepoli di Cristo, e ancora più in là, la sua crocefissione.
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E quando parla delle «nostre guerre», si riferisce solo ai 7 fronti di conflitto attuali di Israele? Possiamo azzardare anche a qualche altra guerra che nella storia gli ebrei possono aver scatenato?
Così, per mettere qualche puntino sulle i.
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Nucleare
Karaganov: l’UE è impazzita, bisogna fermarla «preferibilmente senza uso di armi nucleari»
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Civiltà
Valpurga e oltre: le origini esoteriche del 1° maggio
Gioisca il cittadino della Repubblica fondata sul lavoro: oggi è la sua festa, evviva evviva.
Eccerto: la Carta semisovietica dello Stato italiano prevede il lavoro come idolo supremo, feticcio religioso da mettere sin nel primo articolo. Poi, certo, lo abbiamo visto gettato alle ortiche col green pass, ma questa è un’altra storia.
Colpisce come pochi conoscano che le origini di quella che è la festa più «laica» immaginabile sono incontrovertibilmente pagano-esoteriche, e ciò non è privo di conseguenze.
Innanzitutto: la notte precedente alla festa del Lavoro è la notte di Valpurga. Su Renovatio 21 negli anni scorsi ne abbiamo parlato ad abundantiam, perché, per quella precisa cifra nordico-occultista tornata in voga in Ucraina dopo che si pensava fosse stata sepolta nel ’45 fra le macerie di Berlino, vi erano quei progetti di attacco militare che Kiev (la città del Monte Calvo…) voleva portare contro la Russia.
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Il nome di questa notte deriva da una santa monaca bavarese vissuta 1300 anni fa, Valpurga di Heidenheim (710–777). La ricorrenza, tuttavia, è molto più antica. In questa notte, i popoli dell’Alta Europa hanno per millenni celebrato la primavera con riti propiziatori, e la festa continua ad essere sentita in un’ampia porzione del continente.
Secondo una tradizione germanica che risale al IV secolo, questa è la notte in cui le streghe, nell’ora del loro massimo potere, escono a ballare e cantare alla Luna con i demoni a far loro compagnia nel sabba più grande.
Il popolo, per tener lontano gli spiriti malvagi, accende falò nei campi e prega per l’intercessione di Santa Valpurga, considerata nemica di pesti, malattie e della stregoneria.
Questa è quindi la notte delle streghe, e ancora oggi in Baviera la chiamano infatti Hexennacht, dove hexen è l’arcaico lemma tedesco per lo stregone e la magia nera – l’inglese moderno mantiene la parola hex per indicare una fattura.
Non tutti sanno che la notte delle streghe in tempi moderni è stata spesso teatro di disordini pubblici, scontri con la polizia e atti di vandalismo, specialmente in Germania e in Isvezia, ma anche nell’apparentemente tranquilissima Finlandia.
In diverse città tedesche, in particolare a Berlino (distretto di Kreuzberg) e Amburgo, la Hexennacht precede tradizionalmente le manifestazioni del 1° maggio. Per decenni, questa notte è stata caratterizzata da rivolte urbane, con lanci di pietre, bottiglie e fuochi d’artificio contro le forze dell’ordine; incendi dolosi, con auto e cassonetti della spazzatura dati alle fiamme come forma di protesta o vandalismo gratuito; scontri tra fazioni, con tensioni tra gruppi di estrema sinistra (come i Black Bloc) e la polizia, spesso con numerosi arresti e feriti tra entrambi i fronti.
In Isvezia In Svezia, la festa di Valborg vede raduni di migliaia di giovani in parchi pubblici (come a Uppsala e Lund). Sebbene non sempre di natura politica, la violenza in questi casi è spesso causata dall’abuso di alcolici e – pensiamo noi – dalla disperazione di una società sazia ma senza Dio e ora invasa catastroficamente da immigrati violenti. Per cui, durante Valpurga, ecco che nelle città svedesi si manifestano risse e aggressioni, con frequenti casi di violenza interpersonale durante i grandi assembramenti notturni, più l’immancabile vandalismo diffuso: danni a proprietà pubbliche e private a seguito dei festeggiamenti nei parchi.
In Finlandia, la Notte di Valpurga è conosciuta come Vappu ed è una delle festività più importanti dell’anno, celebrata il 1° maggio e durante la sua vigilia. Sebbene sia considerata oggi una festa gioiosa simile a un carnevale che unisce studenti e lavoratori, la sua storia e le celebrazioni moderne hanno visto episodi di tensione e incidenti. La polizia interviene regolarmente per sedare scontri fisici, specialmente nei parchi dove migliaia di persone si riuniscono per picnic notturni (come il parco Kaivopuisto a Helsinki)
Nel 2008 a Helsinki una manifestazione chiamata «Free Helsinki» è degenerata in scontri violenti con la polizia, con lancio di bottiglie e 27 arresti. A Turku nel 2016 due uomini sono rimasti gravemente feriti in un accoltellamento durante i festeggiamenti in centro città. A Tampere nel 2024 e nel 2025 la polizia è dovuta intervenire per sciogliere scontri tra manifestanti di opposte fazioni durante marce politiche. A Järvenpää nel 2018: un giovane è stato accoltellato (un vero tentato omicidio) durante la serata della vigilia.
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C’è chi indica riferimenti moderni significativi per Valpurga: il 30 aprile 1966 Anton LaVey scelse questa data simbolica per fondare la Chiesa di Satana. E fu proprio la notte del 30 aprile 1945 Adolfo quella che Hitler decise fosse quella del suo suicidio nel bunkerro a Berlino: frange nazi-esoteriche celebrano la notte anche per questo.
La data oscura per qualche ragione è stata scelta anche dalla fazione opposta. I comunisti, quelli del culto pagano del dio-Lavoro, se ne sono appropriati definitivamente, imponendola al mondo dopo Yalta come festa in cui celebrano la loro religione feticista.
Vale la pena, a questo punto, concentrarsi sul simbolo, sempre più desueto ma ancora ben presente, che sta dietro alla religione del lavoro e alle sue feste: la falce e il martello.
Sebbene la falce e il martello siano universalmente noti come simboli politici dell’unione tra contadini e operai, le loro radici affondano in un immaginario simbolico molto più antico, legato al mito, all’alchimia e (ma guarda) alla massoneria.
Prima di diventare il simbolo dei contadini, la falce era l’attributo principale di Saturno (il Crono dei greci), divinità dell’agricoltura ma anche del Tempo che tutto divora. Saturno, figura legata alla malinconia, è il padre il cui potere è tale da poter divorare i propri figli: immagine perfetta del Moloch sovietico, e spiegazione ultima del suo fallimento.
Julius Evola, che in Rivolta contro il mondo moderno vedeva nell’innalzamento dei simboli dei lavoratori della «quarta casta» una riprova del Kali Yuga, l’era della dissoluzione, deprecava la perdita del senso sacro dei simboli ora tenuti a celebrare solo il lavoro materiale. Evola insisteva sull’aspetto «tellurico», cioè legato alle forze infere, della falce, contrario ai valori «solari» della tradizione aristocratica.
In ambito massonico ed ermetico, la falce è spesso associata alla morte (la «Grande Falciatrice») ma anche alla selezione spirituale, intesa come la capacità di separare il «grano dalla pula» per l’elevazione dell’iniziato. Dietro la patina esoterica, vediamo come anche qui sia chiaro come si tratti di un simbolo mortifero.
Il martello ha pure origini sacre legate a divinità come Efesto o, più risaputamente oggidì, al dio nordico Thor, rappresentando il potere creatore che plasma la materia grezza. In Arti del metallo e alchimia Mircea Eliade indica nel martello lo strumento del fabbro, figura mitologica semidivina che “aiuta la natura” a partorire i metalli. Il martello ha un valore magico e cosmogonico (creatore di mondi)
Tuttavia va notato come per la massoneria il martello costituisce uno degli strumenti fondamentali della loggia (il maglietto). Simboleggia la volontà attiva, l’intelligenza che guida la forza e l’autodisciplina necessaria per «sgrossare la pietra grezza», ovvero perfezionare il proprio spirito, dicono gli apologeti della setta verde.
Nel mondo dell’alchimia, il martello rappresenta il lavoro del fabbro interiore, colui che attraverso il «fuoco» delle passioni e il colpo della coscienza trasforma i metalli vili in oro spirituale. Réné Guénon osservava come il martello, che va fatto risalire al fulmine (vajra) della tradizione vedica, sia stato ridotto nell’evo moderno a mero strumento di produzione materiale e industriale.
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Ne Il regno della quantità e i segni dei tempi, il Guénon accenna al fatto che l’uso di questi simboli da parte di movimenti materialisti sia una forma di «contro-tradizione»: si prendono simboli arcaici e potenti, ma li si svuota della loro dimensione verticale (cioè spirituale) per renderli puramente orizzontali (cioè sociali ed economici).
L’incrocio dei due simboli richiama strutture iconografiche antiche dove strumenti contrapposti indicano una totalità fatta di energia oscura, violenta, assassina. Esotericamente, l’unione dei due strumenti può essere letta come la sintesi tra la forza distruttiva e selettiva (falce) e la forza costruttrice e formatrice (martello), necessaria per l’instaurazione di un nuovo ordine cosmico o sociale. In realtà, è chiaro a tutti come entrambi siano strumenti di lavoro che possano essere concepiti come armi, e il rosso della bandiera lo fa capire ancor di più.
Yevgeny Kamzolkin (1885–1957), l’artista che disegnò il simbolo della falce e del martello per i Soviet per la festa del 1° maggio 1918, non era un rivoluzionario di lunga data ma un pittore legato a circoli artistici influenzati dal misticismo e – pure senza essere legato direttamente alla figura del pittore Nikolaj Roerich (1874-1947), dall’occultismo russo. Membro della società artistica Zhar-tsvet (Fiore di fuoco), si dedicava a una pittura intrisa di elementi spirituali con riferimenti all’egittologia.
Non solo l’autore del simbolo era in odore di esoterismo. Anatolij Lunacharskij, celeberrimo commissario del popolo che approvò il simbolo, era vicino a correnti come i «Cercatori di Dio», che cercavano di fondere il marxismo con una sorta di spiritualità laica.
Insomma: Hitler, il suicida di Valpurga, viene accusato di aver infilato un simbolo esoterico (la svastica, simbolo indoeuropeo apotropaico: su-asti, in sanscrito, significa «è bene») ovunque, dai cacciabombardieri ai cioccolatini. I comunisti non hanno fatto diversamente. I democrion stiani, i liberali, etc., glielo hanno lasciato fare.
Ebbene sì: lo Stato moderno, sincero-democratico, ha le radici nel mondo arcano fatto di streghe e dèi cattivi – di demoni. E il lettore si stupisce? Cosa pensiamo che accada quando lo Stato diviene non-cristiano?
Lo dice il Signore stesso, quando ci parla della «casa vuota». «Quando lo spirito immondo è uscito da un uomo, se ne va per luoghi aridi in cerca di riposo, e non trovandolo, dice: – Tornerò nella mia casa, donde sono uscito. – E quando vi giunge, la trova vuota, spazzata e ornata. Allora va a prendere sette altri spiriti peggiori di lui, i quali v’entrano e vi si stabiliscono, al punto che la condizione ultima di quell’uomo diventa peggiore della prima. Così accadrà anche a questa generazione perversa» (Mt 12, 43-45).
Sì: il 1° maggio è la festa del ritorno dei demoni.
Con tutta la sua simbologia occulta, il suo paganesimo civile esibito, con la celebrazione di una data oscura, la festa del Lavoro si dà come la celebrazione esoterica dello Stato moderno, con tutti i suoi diavoli. Gratti la retorica sindacale, e ci trovi il Male.
Cioè, il Lavoro come teatrino per la distruzione dell’uomo, programmato da chi lo odia da sempre, da chi è omicida sin dal principio.
Il culto dei lavoratori vuole in realtà il loro sterminio. Non ci credete? State a guardare come milioni – miliardi – di lavori saranno falciati, forse tra mesi e non anni, dall’Intelligenza Artificiale e dai robot, e intere società saranno martellate dalla povertà e dalla disperazione.
Poteva andare diversamente, per lo Stato moderno, costruito non su Dio, non sulla Vita, ma sul lavoro?
La civiltà che mette lo strumento sopra l’essere umano, genera giocoforza stragi e devastazioni. Essa cessa di essere una civiltà, diviene anzi l’anti-civiltà, l’impero della Necrocultura – il Regno Sociale di Satana.
Roberto Dal Bosco
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Immagine screenshot da Twitter
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