Pensiero
Martiri del ritorno del matriarcato
La linea rossa, per quanto mi riguarda, è stata passata ieri, quando ho appreso che mio figlio, come i bambini di tutta Italia, a scuola ha osservato un minuto di silenzio per il caso di Giulia Cecchettin.
Lui, ovviamente, non ha capito bene di cosa si trattava. Ma è proprio così che deve andare. È così che funziona l’indottrinamento – specie nelle menti più giovani. Inserisci un’idea, per quanto non pienamente comprensibile, nella mente di qualcuno, con la forza della peer pressure, la pressione sociale della collettività. E non importa l’assimilazione, conta solo l’immissione del concetto. Il resto si vedrà dopo, il tempo per la coltivazione del seme ficcato dentro c’è tutto.
Quindi, i bambini a scuola sono obbligati (perché, hanno scelta?) a interessarsi di un fatto di un sanguinario fatto di cronaca, sposando poi una sua lettura precisa – il femminicidio… Nota bene: siamo ancora un pochino lontani dai tre gradi di giudizio previsti dalla legge, come dicono (dicevano) i garantisti di destra e sinistra. Di fatto, la magistratura tedesca ha firmato l’estradizione del sospetto poco fa.
Epperò, i bimbi devono contemplare la questione nel profondo, devono schierare il proprio essere riguardo la faccenda, il minuto di silenzio – il triste surrogato laico della preghiera (peraltro rivelatore: invece che connetterti al divino, di attacchi al niente) – serve proprio a questo.
Devo dedurne, quindi, che se a scuola perfino chi ha otto anni si deve occupare della cosa, essa è giocoforza un affare di Stato.
Parrebbe proprio così. Vale la pena, allora, guardare davvero lo scenario che ci si para innanzi, e nel profondo.
Innanzitutto, notate: la parola «femminicidio» – grande ottenimento dell’era delle pari opportunità, anzi impari: perché mai, si chiede qualche giurista rimasto tale – uccidere una donna dovrebbe essere meno grave di uccidere un uomo? – pian piano sta scemando. Si parla meno di femminicidio, stavolta, e si comincia ad usare, con voce tonante, un altro vocabolo fino a poco fa non usualissimo nella lingua comune: «patriarcato».
La parola campeggia ovunque. Manifestazioni con cori e striscioni sul patriarcato, tirate infinite nei talk show, lanci sui social dei politici, conferenze, programmi governativi.
A Padova si è vista una manifestazione a seguito della morte della ragazza di Saonara, si è visto un gonfalone chiarissimo: «Basta femminicidi e stupri! Violenza di genere: il problema è il patriarcato».
Demonstration in Padua against violence against women. They are the same pro-immigration people as "refugees welcome". We remind them that in Italy 40% of rapes are committed by immigrants who make up 8% of the population. pic.twitter.com/6UrBcfMoF5
— RadioGenoa (@RadioGenoa) November 20, 2023
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A Firenze, stesse scritte, stessi concetti.
Siamo in piazza anche a #Firenze, in tante e tanti, per dire basta #femminicidi.
???????? PASSEGGIATA RUMOROSA ???? ????#25novembre #25N #nonunadimeno #civogliamovive #losapevamotutte#GIULIACECCHETTIN #Cecchettin #Patriarcato pic.twitter.com/IuSuvIu9Qp— Firenze Possibile – Comitato Piero Calamandrei (@FI_Possibile) November 21, 2023
Lili Gruber definisce la premier Meloni «espressione della cultura patriarcale». Elly Schlein parla di «sradicare la tossica cultura patriarcale del possesso e del controllo sul corpo e sulla vita delle donne».
In TV mi è capitato vedere un sedicente scrittore (davvero, non sappiamo davvero che lavoro faccia, né ricordiamo come si chiamasse) che faceva, in stile rivoluzione culturale maoista, autocritica: davanti ad una serqua di volti televisivi femminili che annuivano, diceva, con avvilito accento meridionale, che sì, bisogna cambiare le cose, perché anche lui, una volta, era stato con una ragazza a cui voleva bene, ma ad un certo punto aveva pensato dentro di sé che il fatto che guadagnava più di lui – capita, se si dice che si lavora come «scrittori» – forse poteva inficiare il loro rapporto. Peccato gravissimo di patriarcato interiore, vero psicoreato confessato in pubblica piazza, e non si sa se davvero perdonato.
Ma mica c’è solo la sinistra: i ministri Sangiuliano, Valditara, Roccella – espressioni del primo partito di governo –presentano istantaneamente un nuovo protocollo per la prevenzione della violenza sulle donne, e la Roccella (eccerto) ne approfitta: « Tutte noi sappiamo che il patriarcato esiste, eccome se esiste (…) gli uomini devono essere protagonisti nel modificare la cultura patriarcale».
La stura l’ha data certamente la sorella minore della ragazza morta, quella che ha inquietato molto per la mise scelta per andare in TV: una felpa della rivista di skateboard Thrasher, dove però il logo è accompagnato da una bella stella a cinque punte rovesciata, quella in cui di solito iscrivono l’immagine della testa del caprone, l’iconografia satanica nota a tutti quanti. (Di nostro, abbiamo cercato di immaginarci il ragionamento intimo: viene Rete 4 a riprendermi, cosa mi metto? Ma certo, la felpa col pentacolo…)
La ragazza, e non solo lei, ha impressionato molti che l’anno trovata fuori dall’emotività che ci si aspetta per un lutto. Un caro amico mi ha chiamato, mi ha chiesto di essere confortato: riportarmi a terra, mi stanno venendo strani pensieri… Sono quelli che sono probabilmente venuti al consigliere regionale della Lega che ha postato sui social le sue perplessità, ottenendo la reazione di Luca Zaia (eccerto), che si dissocia. Si dissocia da che? Da una persona, pure votata dal popolo, che esprime il suo pensiero?
Non abbiamo pensieri da fare sui vestiti e gli umori televisivi della ragazza, né sulle altre foto non verificate che circolano sulle app di messaggistica.
Tuttavia, le sue parole sono chiarissime.
La ragazza aveva iniziato col ministro Salvini che riguardo al Turetta, si era permesso di scrivere su Twitter «se colpevole, nessuno sconto di pena e carcere a vita». «Ministro dei trasporti che dubita della colpevolezza di Turetta. Perché bianco, perché di “buona famiglia”. Anche questa è violenza, violenza di Stato». Poi rilanciava un tweet che richiamava il rifiuto della Lega (e l’opposizione di due dei suoi eurodeputati) riguardo alla risoluzione che sollecitava l’adesione dell’Unione Europea alla convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne.
Di lì è stata una discesa in abissi politici e filosofici.
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«I mostri non sono malati, sono figli sani del patriarcato, della cultura dello stupro» ha scritto la ragazza sui social, ribadendo un pensiero raccontato alle telecamere. «La cultura dello stupro è ciò che legittima ogni comportamento che va a ledere la figura della donna, a partire dalle cose a cui talvolta non viene data importanza come il controllo, la possessività, il catcalling. Ogni uomo viene privilegiato da questa cultura. Viene spesso detto “non tutti gli uomini”. Tutti gli uomini no, ma sono sempre uomini».
L’intera specie maschile è sotto accusa. C’è quindi da attuare una ribellione contro lo status quo, una rivolta contro il patriarcato moderno.
«Ditelo a quell’amico che controlla la propria ragazza, ditelo a quel collega che fa catcalling alle passanti, rendetevi ostili a comportamenti del genere accettati dalla società, che non sono altro che il preludio del femminicidio – conclude la sorella di Giulia – Il femminicidio è un omicidio di Stato, perché lo Stato non ci tutela, perché non ci protegge. Il femminicidio non è un delitto passionale, è un delitto di potere».
Il discorso della ragazza ha quindi assunto un carattere politico, programmatico, dalle tinte incendiarie.
«Serve un’educazione sessuale e affettiva capillare, serve insegnare che l’amore non è possesso. Bisogna finanziare i centri antiviolenza e bisogna dare la possibilità di chiedere aiuto a chi ne ha bisogno. Per Giulia non fate un minuto di silenzio, per Giulia bruciate tutto».
Bruciare tutto. L’immagine non è sbagliata: bruciare il patriarcato significa, di fatto, rovesciare la società nella sua interezza, resettare il consorzio umano, demolendone le fondamenta. Quando parlano del patriarcato, femministe e quanti ne ripetono a pappagallo i concetti (come i gay organizzati, apparentemente…) intendono semplicemente la radicale disintegrazione del sistema sociale vigente.
O forse c’è dell’altro?
Ci sarebbe da considerare, cosa che mi pare pochi hanno fatto in queste ore, che il patriarcato ha un suo contrario esatto, ma il termine non ancora lo si è sentito proferire: il matriarcato. Già, per qualche ragione, chi parla di distruzione del patriarcato, non ha ancora iniziato a generare slogan sul ritorno del matriarcato.
Posso capirlo. Il matriarcato è un concetto potente, ma altrettanto oscuro. Chi se ne è occupato, leggendo qualche cosa sull’argomento, lo sa. Una finestra di Overton sulla reintroduzione, dopo millenni, del matriarcato nella società umana forse è partita, ma si muove molto, molto lentamente.
Fondamentalmente, gli studi sul matriarcato risalgono ad un ricco uomo di Basilea, Johann Jacob Bachofen (1815-1887). Giurista e filologo, fece per tutta la vita il giudice, perché si irritò quando, divenuto professore di diritto romano, si sparse la voce che era stato cooptato a causa della facoltosa famiglia (la sua e della moglie, la cui collezione di arte, tra Cranach e Memling, è ora uno dei principali tesori artistici museali dello Stato elvetico). In verità, l’uomo era un appassionato di antichità, e lo era in maniera irrefrenabile, al punto da accumulare un’erudizione spaventosa, rinforzata da molteplici viaggi di studio a Roma e in Grecia.
Le sue conoscenze sul mondo arcaico crebbero fino a portarlo a concepire una visione complessa, e in parte inedita, dell’evoluzione della società umana.
Secondo la sua visione storica, i primi sviluppi della storia umana seguono una successione di fasi in cui inizialmente prevale l’elemento materno, accompagnato da simbolismi legati alla terra e all’acqua, al diritto naturale, alla promiscuità sessuale e alla comunanza dei beni.
Successivamente, emerge l’elemento paterno con i suoi simbolismi celesti, il diritto positivo, la monogamia e la proprietà privata. Il passaggio tra queste fasi sarebbe avvenuto attraverso momenti di potere violento delle donne, manifestatosi prima come una ribellione alla supremazia fisica del maschio nei primi stadi della civiltà e successivamente come una degenerazione della fase classica del matriarcato, noto come «demetrico», da Demetra, la dea che presiedeva la natura, i raccolti e le messi. Quest’ultimo periodo è descritto da Bachofen come una «poesia della storia», ordinato secondo le leggi pacifiche ed equitative della madre terra. (Quando sentite parlare di Gaia, o della Pachamama, di fatto vi stanno cercando di infliggere la nostalgia di quell’arcaica età pagana).
La storia altro non è se non la dialettica di questi principi sociali, quello ctonio, lunare della donna, legato alla materia e alla terra, e quello solare, astratto dell’uomo, legato alla mente e al cielo. La spiegazione che si tende a dare è che la donna ha un rapporto viscerale con l’esistenza, perché genera fisicamente la prole, e subisce il processo ciclico temporale-materiale del mestruo. Secondo tale teoria, l’uomo invece ha con la prole un rapporto puramente ideale, basato su convenzioni e leggi.
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«Negli stadi più profondi e oscuri dell’esistenza umana l’amore tra la madre e il nato dal suo corpo rappresenta il punto luminoso della vita, il solo chiarore nella tenebra morale, la sola beatitudine nella profonda miseria» scrive Bachofen. «L’intima relazione del figlio con il padre e il sacrificio del figlio per il genitore implicano un grado molto più alto di sviluppo morale che l’amore materno, forza piena di mistero che penetra ugualmente tutte le creature terrestri. Essa appare più tardi, e più tardi rivela la sua forza».
«Nella cura per il frutto del proprio corpo, la donna impara prima dell’uomo a spingere la propria preoccupazione amorosa oltre i confini dell’io individuale, verso un altro essere (…) Il legame della madre col bambino poggia su un rapporto materiale, è accessibile alla percezione dei sensi e resta una verità di natura; all’opposto la paternità generatrice presenta in tutti i suoi elementi caratteristiche diversissime, priva di qualsiasi rapporto visibile con il bambino essa non può perdere mai del tutto, neppure nel vincolo matrimoniale, la sua natura del tutto puramente fittizia».
«La legge materna viene dal basso, origina dalla realtà più ctonia del mondo naturale; il Dio padre, invece, viene dall’alto e origina dall’idea di una natura/realtà celeste» scrive Bachofen.
Un tempo, agli albori del mondo, regnava la «Ginecocrazia», il puro governo della femmina. Bachofen sviluppò una concezione della storia divisa in quattro fasi.
Una prima fase, chiamata «Eterismo», dove il matriarcato non era ancora regolamentato, e il concetto di paternità del tutto sconosciuto. Nella fase eterica vigeva il sesso libero e l’assenza totale di proprietà privata. In quest’era, tuttavia, era già diffusa nell’umanità la concezione della Dea Madre.
Una seconda fase, chiamata «Amazzonismo», dove le donne avrebbero utilizzato vari strumenti, compresi quelli di natura militare, per continuare a sottomettere l’uomo anche se fisicamente di forza superiore: tale periodo è contenuto in vari miti come quello della donna guerriera, da Artemide e Pentesilea.
Nella terza fase, si ha il Matriarcato vero e proprio, considerabile come «l’età dell’oro del genere umano». Durante l’era del matriarcato, la preminenza sociale corrisponde alla sola madre, l’eredità è riservata alle figlie, per l’uomo vi è al massimo il riconoscimento di un ruolo speciale al fratello della madre. Qui la donna gode del pieno diritto di scegliere autonomamente i propri partner sessuali.
Nella sfera religiosa, si sostiene che nel matriarcato il potere sia stato assunto dalle divinità femminili, iniziando con una «dea della terra» come Gea. Il culto di questa divinità è considerato all’origine di tutte le religioni successive, con le sacerdotesse occupanti una posizione superiore.
Dal punto di vista economico, la società era altamente avanzata nell’ambito dell’agricoltura, un’attività svolta in collaborazione principalmente dalle donne. Gli uomini, d’altra parte, erano dedicati principalmente alla caccia, il che spesso li rendeva assenti e lontani dalla comunità.
Dal punto di vista politico, la società seguiva i principi di uguaglianza universale e libertà. Le donne assumevano il ruolo di capo dello stato, detenendo il potere, mentre alcuni compiti venivano successivamente delegati agli uomini.
Poi venne la rivolta degli uomini, che riuscirono a sovvertire il dominio matriarcale, come testimoniato nella battaglia tra le Amazzoni e il mondo degli eroi ellenici.
Tale transizione, secondo Bachofen, è avvenuta in conformità con le regole della cosmologia. La Grande Dea è divenuta il «mistero della religione ctonia» conservando il carattere che aveva durante la fase primordiale dell’eterismo e del matriarcato, in cui la Luna è apparsa come rappresentazione simbolica del principio femminile. Questo principio si connette poi al Sole, simbolo della mascolinità e della linea di discendenza maschile. Il Sole scaccia la luna; la civiltà umana si stabilisce e prospera sotto la sua luce, e non al chiarore dell’astro notturno.
La Grande Dea, quindi, non è morta: semplicemente, vive di notte, vive sotto la terra, pronta a tornare a reclamare l’universo.
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Il Mutterecht (parola in realtà mai usata direttamente dal Bachofen, che preferiva Frauenherrschaft) o «diritto materno», fu pubblicato nel 1861. In Italia ne esistono diverse edizioni, la maggior parte parziali, perché solo l’Einaudi se l’è sentita di stampare le più di 1200 pagine in due volumi, qualcosa che il traduttore Furio Jesi definì «opera dagli infiniti recessi», con «proporzioni ipertrofiche, maniacali, raggiunte da alcuni temi».
Le teorie di Bachofen, che tendevano a considerare i miti come fatti storici, o come rispecchiamenti letterali di dinamiche sociale reali, furono dapprima aborrite dagli studiosi dell’epoca, che tentarono di guardare al personaggio come al classico principiante con troppi mezzi, un po’ come, immaginiamo, cercarono di fare con Heinrich Schliemann e la sua pretesa di trovare per davvero i resti della città di Troia.
Più tardi invece il pensiero di Bachofen trovò pubblici, fra loro diversissimi, pronti ad ascoltare e ad agire politicamente l’idea del matriarcato. Il Mutterrecht affascinò il filosofo conservatore Ludwig Klages come lo scrittore esoterico-tradizionalista Julius Evola, considerato il maitre à penser del neofascismo italiano. Anche la sinistra si abbeverò al pensiero del matriarcato, il particolare lo studioso suicida Walter Benjamin e, decenni prima, il socio di Karl Marx, Friedrich Engels (che parlò di «schiavitù domestica della donna»). La prima ondata della psicanalisi (Freud, Jung soprattutto) si dimostrò interessata, così come la seconda (Wilhelm Reich, Eric Fromm e Erich Von Neumann, che studiò direttamente il tema della Grande Madre).
Non sorprende che ad interessarsi della teoria del matriarcato siano state le femministe. Se Bachofen è stato tradotto in inglese si deve allo sforzo, fatto a fine degli anni Sessanta, di gruppi femministi statunitensi. Si può andare perfino oltre: chi scrive decenni fa ha intravisto a Londra come le idee di Bachofen circolassero in circoli omosessuali di carattere para-esoterico, ossia di quelli che non dissimulano il loro disprezzo (cioè, la loro totale paura) della donna.
Una quantità di persone, di tutte le risme, sognano il ritorno della Dea. È un richiamo interiore, o forse, più concretamente è l’orizzonte che si pone loro innanzi nel momento in cui si innesta il desiderio della distruzione del mondo, la voglia di «bruciare tutto».
Chi vuole cambiare e riprogrammare il mondo, può realizzare che non si tratta di sovvertire, ma di invertire. Laddove è il Sole, far vincere la Luna. Laddove il giorno, la tenebra. Laddove l’idea, l’emozione. Laddove lo spirito, la materia. Laddove la legge, la natura. Laddove l’ordine, il caos. Laddove il diritto, la crudeltà.
Ecco, possiamo spiegarci i simboli ctoni che sono rimbalzati anche in questa storia: quando dicono che vogliono far finire il patriarcato, vogliono intendere, consapevoli o meno, il parricidio finale, ossia l’uccisione del padre in senso teologico – cioè, l’uccisione di Dio. Capite da dove vengono in pentacoli e i simboli satanici?
Un mondo libero dal padre, è un mondo sprotetto: pensate alle famiglie, magari a quelle in cui manca grandemente la figura paterna, e realizzate di cosa stiamo parlando. Una famiglia senza padre espone i figli ai predatori: bisogna essere tanto in malafede per non ammetterlo.
Allo stesso mondo, un universo privo di Dio padre, quali predatori vede avvicinarsi ai suoi figli? Ancora, rimbalzano nella mente le teste di caprone, le stelle a cinque punte – le stesse, sì, che si vedono in certe logge massoniche, le stesse delle bandiere dei Paesi comunisti, le stesse del drappo degli Stati Uniti, le stesse dei valori bollati e dei passaporti della Repubblica Italiana….
L’impulso al ritorno del matriarcato potrebbe quindi essere più radicato, più complesso, più antico del previsto. Non viene dagli slogan femminista buono per le ragazzine che vivono sui social, viene da un progetto cosmico e preternaturale.
È difficile: il matriarcato porta seco un blocco di materia oscura non ancora digeribile per tutti. Ma ci stanno lavorando, il culto, pare ci vogliano dire, ha ufficialmente già le sue martiri.
Il mitologo Robert Graves (1895-1985), che tanto si dedicò al tema della Dea Madre, in una intervista con Malcolm Muggeridge profetizzò che il matriarcato sarebbe tornato entro il XX secolo. Potrebbe non aver sbagliato di molto.
La Grande Dea è pronta a ritornare. Per divorare il Sole, e tutti noi, per farci vivere una nuova era di tenebra.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Gm.mairo via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Pensiero
Le tenebre di Michel Foucault
L’autre jour j’ai fait un thread sur Sartre et Mai 68.
Aujourd’hui je vais vous parler du penseur le plus important de la French Theory. Pas le plus mondain. Le plus important. Celui dont le logiciel tourne encore dans les universités, les DRH, les rédactions, les ministères.… pic.twitter.com/okO9aoXHdc — Brivael Le Pogam (@brivael) August 30, 2026
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Pensiero
Il Vaticano autoghigliottinante. Se la Chiesa conciliare loda la Rivoluzione francese
La segnalazione mi arriva da un sacerdote tradizionista. Da quello che capisco, la notizia circola nei canali di messaggistica, generando un piccolo scandalo, grande appena come il piccolo mondo antico dei cattolici rimasti cattolici.
Sito web ufficiale del Dicastero delle Cause dei Santi, l’organismo della Curia romana che si occupa di gestire tutti i processi di beatificazione e canonizzazione: guardiamo la pagina relativa al martirio del beato Jean-Baptiste Souzy (1732-1794), sacerdote morto consunto dalla fame e dalla malattia in una carcerazione disumana inflitta dalle forze anticristiche della Rivoluzione francese. Con lui sono stati beatificati da Giovanni Paolo II nel 1995 altri 63 suoi compagni, chiamati «Martiri dei Pontoni».
Ecco l’incipit della pagina, dopo una citazione dalla Bibbia.
«La Rivoluzione Francese ebbe dei grandi meriti nella formazione politica, morale e sociale dell’epoca moderna, ma come tutte le rivoluzioni, che in qualche modo presuppongono un capovolgimento violento delle classi al potere con i rivoltosi, lasciò dietro di sé un lago di sangue, morti ingiuste, delitti e violenze».
Bisogna stropicciarsi bene gli occhi e rileggere.
«La Rivoluzione Francese ebbe dei grandi meriti nella formazione politica, morale e sociale dell’epoca moderna».
Eh?
Il Vaticano riconosce valori ai suoi persecutori? Roma si complimenta con chi ha ucciso i suoi figli? Il pastore loda il lupo, indicandolo pure come benemerito fondatore della società dove vive il gregge?
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Parrebbe proprio di sì. E sì che qualche riga sotto si deve pur ammettere come sono andate le cose:
«L’Assemblea Costituente nel 1789, dopo aver confiscato tutti i beni ecclesiastici e soppresso gli Istituti religiosi, decretò la Costituzione Civile del Clero, per cui vescovi e parroci, dovevano essere eletti con il voto popolare e imponendo al clero il giuramento di adesione alla Costituzione stessa; ci fu chi aderì (clero giurato) e chi non lo volle fare (clero “refrattario”)».
«L’Assemblea Legislativa andata al potere, infierì contro il clero “refrattario” giungendo nel 1792 a massacrarne 300, fra vescovi e sacerdoti. Seguì al potere la Convenzione Nazionale, che emise contro il clero “refrattario” dei decreti di deportazione per cui bisognava presentarsi spontaneamente pena la morte; furono così colpiti 2412 sacerdoti e religiosi, deportati in tre zone della Francia, di cui 829 a La Rochelle (Rochefort)».
Ecco, fa capolino la parola giusta: «massacro». In realtà, bisognerebbe ripeterne un’altra: persecuzione. E martirio.
In passato avevo notato come Bergoglio, ad esempio nel caso di suore trucidate in Africa, si fosse affrettato a dire che non si trattava di martirii. Il motivo, riflettevo, era evidente: se il sangue dei martiri è il semen christianorum, negare un martirio è compiere una contraccezione della Cristianità.
È la chiesa che vuole sterilizzarsi, sparire. Quella che dice ai proprietari di oratori e chiesette di «convertirli ad altro uso»: farli diventare studi di architettura, sale concerto, birrerie, centri yoga magari moschee. È la chiesa fatta di vescovi cui pare sia stato dato l’ordine di svendere, disintegrare gli edifici sacri che hanno ereditato, e pure quelli che non hanno ereditato.
È la chiesa della dissoluzione, nel senso del cupio dissolvi, dell’impulso di autodisintegrazione. Questa piccola nota del Dicastero delle Cause dei Santi ci fa capire che sotto potrebbe esserci di più: non solo contrarsi, ma autoghigliottinarsi. L’immaginario della Rivoluzione francese è tutto lì, specie per un cattolico. Il sospetto che questa volontà di suicidio cruenta sia deliberata diventa in noi sempre maggiore.
Chiunque, se si è avvicinato alla Religione, quale ecatombe anticristiana sia stata la Rivoluzione. Lo sterminio – sì, il genocidio – è stato immane. Qualcuno parla di almeno 100.000 «martiri della Rivoluzione», ma potrebbero essere molti di più.
La Vandea: contadini cattolici si sollevarono contro la Costituzione civile del clero, la chiusura delle chiese, la leva obbligatoria e la politica di scristianizzazione. Le stime oggi più accolte parlano di 150.000-200.000 morti nella regione (combattenti e civili), su una popolazione di circa 800.000 abitanti, cioè circa un quarto. Alcuni storici (Chaunu, Secher) arrivano a 250.000 o più e parlano di genocidio; altri ritengono che si trattasse di una guerra civile con atrocità di massa, non di uno sterminio pianificato in quanto cattolici. Le «colonne infernali» del 1794 massacrarono decine di migliaia di civili.
Circa 30.000 preti furono costretti a lasciare la Francia. Alcune centinaia di quelli che restarono furono giustiziati. Uno studio recente stima in poco meno di 3.000 i sacerdoti, i religiosi e le religiose morti in Francia tra il 1792 e il 1800 per motivi legati alla fede. Nei massacri di settembre 1792 a Parigi furono uccisi oltre 200 preti (191 poi beatificati). Il clero, pur essendo una piccola frazione della popolazione, rappresentò circa il 6-6,5% delle vittime della stagione del Terrore.
Le esecuzioni giudiziarie nel periodo del Terrore furono circa 16.000-17.000; con fucilazioni sommarie, annegamenti e morti in carcere si arriva a 35.000-40.000. La maggior parte delle vittime erano popolani, non nobili o preti.
Sono stati beatificati o canonizzati 443 cattolici uccisi in quel periodo (17 santi e 426 beati), tra cui le carmelitane di Compiègne, le martiri di Orange e i vescovi e preti dei massacri di settembre.
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Tralasciamo qui le analisi su come la Rivoluzione e i suoi scherani siano mostruosamente operativi anche oggi. Se non fosse chiaro già guardando figure come quella di Macron (storia strana, la sua…), lo abbiamo imparato guardando le Olimpiadi parigine 2024 e il grande show rivelatore della cerimonia di apertura, con Maria Antonietta decapitata che cantava il canto giacobino Ça ira dal medesimo palazzo in cui fu davvero rinchiusa, mentre cascate di sangue finto si riversano in istrada.
Un filosofo cattolico che solitamente non amo per nulla, il pensatore paulista Plinio Correa di Oliveira (1908-1995) parlava di «trasbordo ideologico inavvertito» un cambiamento graduale e impercettibile delle proprie idee, che porta i cattolici ad abbracciare princìpi opposti ai propri, come il socialismo o il progressismo. Insomma, una sorta di Finestra di Overton che ti mena al laicismo scatenato.
Orbene, a differenza del Plinio, io vedo nella gerarchia un trasbordo ideologico programmato: una pista di lancio verso il suicidio della Chiesa, verso la sua stessa eliminazione violenta. Non nascondo di pensare che ciò potrebbe aver a che fare con la quantità di omosessuali consacrati nelle stanze dei bottoni vaticani.
La chiesa conciliare non riconosce più il suo seme, è divenuta sterile. La chiesa conciliare non riconosce più il suo nemico, anzi si offre in sacrifizio ad esso: è divenuta pienamente suicida.
Molto vi sarebbe da dire, certo, sulla società che ancora considera la Rivoluzione come lo stupendo atto fondatore della democrazia in Europa. Sì, è stato insegnato pure a me, alle elementari, alle medie, alle superiori. Lo ricordo benissimo.
Ciò deriva dal tema, mai discusso davvero, dell’origine completamente massonica dei nostri programmi scolastici, dal Risorgimento (la Rivoluzione massonica in Italia: cosa credete che abbiamo anche noi il tricolore a fare?) ai giorni nostri, senza che mezzo secolo di un partito in teoria cattolico al potere, la DC, abbia potuto fare nulla per cambiare.
Per cui, i nostri figli studiano tristi poeti massoni, e la storia del mondo così come la vogliono i grembiulini: è incredibile, perché per inculcare al ragazzo che la Rivoluzione francese è la base dello Stato moderno bisogna fargli mandare giù anche l’innegabile, cioè non tanto il genocidio anticristiano, ma l’infracasino sanguinario rivoluzionario, il Terrore etc. Se ci pensiamo, si tratta di una vera operazione di bispensiero orwelliano: la Rivoluzione è stato un massacro demoniaco, ma va bene così. La Rivoluzione, dicono i libri di testo della scuola dell’obbligo e oltre, è tua madre. Non facciamo battute ulteriori.
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Ora, vi è stato un tempo in cui era possibile prendere rifugio dalla follia della vulgata moderna semplicemente accedendo alla chiesa. Si era sicuri che lì la verità, scritta con il sangue dei martiri, non era stata dimenticata. Impossibile: la Cristianità stessa esiste come architettura costruita, martirio dopo martirio, ricordo dopo ricordo, santo dopo santo, sulle persecuzioni.
Invece ora è proprio la chiesa ad abbracciare la sua distruttrice – così che l’intero palazzo bimillenario dovrebbe venir giù, uno spettacolo di devastazione che con evidenza fa godere Satana e tanti suoi servi incistati in Vaticano.
Il Concilio Vaticano II è stato un accordo con l’Unione Sovietica, è stato detto. Anzi un accordo con gli ebrei, secondo certuni. Anzi un accordo con la massoneria, secondo altri. Un accordo con il mondo moderno, dicono altri ancora. A noi, per sintesi, viene voglia di dire: il Concilio è stato un accordo con il Male. E se il bene, diceva San Tommaso, è diffusivum sui, è espansione. Il Male, privatio boni, è quindi contrazione. Se il Male è entrato nella chiesa, è chiaro che chiede la sua diminuzione, meno chiese, meno fedeli, meno santi. Meno Dio.
Di più: il Male entrato nel Sacro Palazzo chiede la decapitazione stessa della Chiesa cattolica.
SPOILER ALERT: non vi riuscirà mai, perché, lo sappiamo, non prevalebunt. Tuttavia guardare questo spettacolo dà, comprensibilmente, il voltastomaco.
A chi sente che il malore teologico-gastrico diviene intollerabile possiamo consigliare la cura più valida: iniziate a frequentare la Fraternità San Pio X, la Messa antica, la Tradizione cattolica dove si tramanda la Storia vera, la Religione vera, la Verità.
Monsignor Lefebvre, rammentiamo en passant, era proprio francese…
Roberto Dal Bosco
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