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Immigrazione

Le nostre città ridisegnate dagli immigrati

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C’era una volta, nella mia città, una bella stazione ferroviaria. Lo stile fascista dell’edificio è stato via via camuffato da ritocchi continui, mentre l’interno prima si è riempito, e poi si è svuotato, di negozi e attività: niente più edicola, libreria, minimarket, chiosco di bigiotteria, banca (pure): solo delle teche di vetro vacue con extracomunitari che vagolano tra vetri e sedili che paiono messi a caso. Non è rimasto davvero nulla, né storia, né economia, né vita – solo il brulicare incomprensibile della massa immigrata.

 

Fuori dalla stazione, eravi un bel vialone conducente alla città. Nella prima parte, c’erano, ai lati, due bellissimi e antichi parchi, dove si portavano i bambini, il cane, le prime morosette, dove si passeggiava, si faceva jogging, etc.: uno dei primi ricordi della mia vita è mio padre che legge il giornale seduto sulla panchina, mentre io scendo uno scivolo del parco giochi annesso; una memoria ulteriore che mi emerge adesso e neanche so perché, è Giorgia – una complicata ragazza bionda occhiocerulea che piaceva a tutti, ma non a me – che, adolescentissimi, mi prende per un braccio camminando nella nebbia (allora ve n’era tanta) di quel parco, che per qualche ragione un sabato sera avevamo deciso di traversare.

 

I parchi di cui sto parlando sono in questi anni divenute vere no-go zone, anche se nessuno ha il coraggio di chiamarle per quello che sono. Vi circolano orde di immigrati che spacciano e si accoltellano, e, dato per noi più importante, di fatto non consentono la libera circolazione del cittadino italiano (come previsto dalla Costituzione, art.16): ho fatto io stesso un esperimento, una sera d’inverno di anni fa, ed erano se tutto va bene le sette e mezza massimo, sono stato di fatto prima guardato, poi seguito, poi mi è stato urlato addosso. Ho proseguito senza voltarmi, fossi stato una ragazza, o anche solo fossi stato con Giorgia a 14 anni, forse sarebbe andata diversamente.

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All’umiliazione dei parchi ad un certo punto ha concorso anche la pubblica amministrazione – di destra, di sinistra: mai vista la differenza – , che ha deciso di recintarli: nei luoghi dove da bambino giocavo, la regressione democratica ha portato sbarre acuminate e senso di pericolo. Di più: vi era una bella statua del grande Antonio Pigafetta, diarista di Magellano, il personaggio che ha dato il nome al mio prestigioso liceo ed è ancora oggi onorato nelle Filippine (a lui, sapete, dobbiamo la prima descrizione dell’ananas, definito «il frutto più delizioso»): con un colpo di genio, ecco che il monumento è stato posto dietro le sbarre. Per effetto dell’immigrazione e del degrado, Pigafetta è, tipo, arrestato. O forse ad essere dietro le sbarre siamo proprio noi: come se ora i noi cittadini, suoi grati discendenti, dobbiamo esserne separati – e forse ce lo meritiamo.

 

 

Che poi non è che il recinto serve a qualcosa: appena finisce, ecco diecine di africani che bivaccano. Nei capannelli neri che poltriscono senza un perché si vedono, elemento che fa capire il passaggio di fase, anche delle donne, talvolta col passeggino marca ius soli.

 

Proseguiamo in linea retta , e avremo fatto poco più di cento metri: sulla sinistra, un grande cinema chiuso da decadi. Il bar all’angolo, dove si consumava qualcosa prima o dopo il film, è rimasto, ma ovviamente lo gestiscono i cinesi. Dall’altro lato, ai bordi del parco, un caffè con la sua architettura da primi del Novecento – tipo, la Belle Epoque, già – che, se non rimane chiuso, cambia di mano spesso, perché con probabilità il degrado è soverchiante, invincibile.

 

Poco più avanti ecco i resti di quello che forse era il miglior (una volta dentro vi vidi Roberto Baggio con sulle spalle il figlio appena nato) negozio di dischi di sempre: aveva tutto, aveva soprattutto commessi che consigliavano in modo stupendo, e rammento sabati pomeriggi passati a scartabellare i CD o i vinili, all’epoca erano investimenti ingenti, e li facevi senza algoritmi e Spotify e YouTube, compravi per sentito dire o (addirittura!) guardando le copertine. Ora non c’è più niente, vetrina vuota, polvere. Era sopravvissuto in qualche modo all’avvento della musica digitale: ora chiude i battenti mentre tutt’intorno aprono, una attaccato all’altro, ridde di kebabbari, o, questa la nuova slatentizzazione, fast food di pollo fritto.

 

È stato il destino della libreria che sta dieci metri più su: un’idea di una famiglia patrizia locale, da generazioni nel business librario, di concentrare tutti i libri in edizione economica in un negozio dove passavano tanti studenti, perché di fronte ci sono le fermate degli autobus che li riportano a casa da scuola. Io ragazzino ci avevo comprato, a botte di mille lire, tutto Nietzsche, Freud, Jung, Proust, Dostoevskij, Shakespeare – una certa porzione della cultura che mi porto dietro viene, più che dal liceo, dai Newton Compton ammassati dietro quelle vetrine.

 

Ora lì ci vendono il pollo fritto, e per il motivo che in USA è considerato offensivo anche solo considerare: agli africani – ai neri – piace da pazzi, e ho pensato che non fosse una coincidenza che il primo punto vendita della grande multinazionale del pollo fritto l’ho visto sorgere davanti alla stazione di Padova, dove l’Africa perdigiornista deambula ad abundantiam.

 

Appena dietro alla fermata del bus c’era un baretto senza fronzoli, che era strategico per comprare i biglietti qualora ti fossi dimenticato: è stato sostituito, guarda guarda, da un altro punto vendita di pollo fritto, tanto per capire che con la natura locale oramai è stata disintegrata. La città, è chiaro, non è più per i suoi cittadini – che mai nella vita hanno sentito il bisogno di mangiare per strada petti impanati.

 

Ancora: il negozio di giocattoli, chiuso per sempre. Chiusa l’edicola (ovvio). Chiudono perfino le banche, che lasciano altre vetrine vuote che attendono di diventare spacci di pollo fritto per immigrati zonali raminghi.

 

Nei luoghi limitrofi la storia non cambia: il viale che esce dalla città ha visto sparire tutto, il negozio di animali, i negozi di alimentari, altri giornalai, altre filiali di banche, storici locali in stile liberty, il bowling, il biciclettaio, il negozio di roba da ufficio, perfino le vetrine di computer e telefonia. Nell’altro viale che porta la stazione, descritta dai giornali come «triangolo rosso» per l’insicurezza patente, circolano praticamente solo stranieri, e i negozi sono sostituiti da uffici di pratiche per stranieri, alimentari esotici e non pulitissimi, ancora kebabbari – non una traccia visibile di un’attività che possa servire ad un cittadino italiano. Un amico che vive lì – dove gli appartamenti costano poco, anche perché alle volte, viste le morosità degli stranieri, tolgono la corrente a tutto il palazzo – due anni fa mi ha mandato un video dei festeggiamenti per la partita ai mondiali del Marocco: un embrione del vandalismo che poi si è visto a Milano, Parigi, Bruxelles, o nei vari capodanni di Berlino, Amsterdam, etc.

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Si dirà: è «solo» il centro della città, le stazioni son così, e poi ci sono sempre stati i brutti quartieri. La realtà è diversa: è la città nel suo insieme ad essere trasformata attivamente dagli immigrati.

 

Leggo la notizia da un giornale locale. Parla di una zona che conosco bene, perché non lontano vi viveva mia nonna, ai confini della città. Titolo: «Scoperto deposito di motoveicoli rubati: trovata merce per 130 mila euro».

 

In pratica, un milanese cui avevano rubato il motorino lo ha localizzato grazie ad un airtag. «Giunti sul posto, gli agenti hanno notato un complesso di capannoni apparentemente chiuso da tempo» scrive il quotidiano locale. «Raggiunta la parte posteriore dell’area, i poliziotti hanno notato tre uomini che, alla vista della volante, hanno tentato di nascondersi entrando in uno dei capannoni. I tre – un 52enne originario del Burkina Faso, un 25enne marocchino e un 43enne senegalese – sono stati immediatamente fermati e identificati». Dato interessante: vive nelle nostre città un panafricanismo del crimine?

 

«All’interno dell’immobile gli operatori hanno rinvenuto numerosi oggetti di vario genere e, lungo un corridoio, un motoveicolo azzurro con dettagli gialli e il portatarga parzialmente divelto. (…) La presenza, nello stesso capannone, di altri motoveicoli parzialmente imballati con cellophane blu, privi di targa e occultati sotto un telo, ha portato gli agenti a procedere a una perquisizione dell’area (…) Le verifiche hanno consentito di accertare che tutti i mezzi rinvenuti, in totale 13 motoveicoli, risultavano rubati. I tre uomini non hanno saputo fornire alcuna spiegazione sulla provenienza dei veicoli, di cui avevano la disponibilità».

 

Non c’erano solo moto e auto rubate: nel capannone «sono stati trovati numerosi altri materiali: vestiario, pneumatici, parti di veicoli, motoveicoli radiati o in pessimo stato di conservazione, oltre a materassi, sedie e oggetti di ogni tipo». Chissà che non vi sia anche qualche oggetto sparito a chi legge queste righe.

 

Scrivo di questo piccolo fatto di cronaca non per la sua gravità giudiziaria, ma, anche qui, per il dato urbanistico: il luogo di cui parliamo è probabilmente ricavato dal conglomerato dove, per un secolo ed oltre, aveva imperato uno dei primi lanifici d’Italia, un tempio del lavoro e del progresso, che aveva dato da mangiare a migliaia di famiglie. Sapevo che da qualche parte c’erano tentativi di riconversione (le startup… come no) ma alla fine ecco cosa a cosa è stato convertito questo posto: da teatro dell’industria e dell’operosità a centrale di decadenza criminale, dove invece che dare prosperità alle famiglie italiane si procede alla loro rapina.

 

Il lettore può capire quello che sto cercando di significare: le nostre città stanno venendo totalmente ridisegnate dagli immigrati.

 

No, gli immigrati non sono un elemento passivo della società: è stupido illudersi che, pagandoli per far niente, il loro impatto rimanga limitato. Guardatevi intorno, guardate come è cambiata la vostra città, guardate come certe zone siano diventate orrende e pericolose, o persino interdette a voi che siete autoctoni. L’immigrazione calergista è riprogettazione urbana: e voi, ora, la state solo subendo. Altro che archistar e grandi lavori pubblici: è la massa immigrata che adesso decide dove e come vivete. Altro che assessorati: le nostre città sono effetto dell’urbanistica della violenza e del pollo fritto, del motorino rubato e dell’accoltellamento, dello spaccio e della panchina dei balordi.

 

Questo non è, come vuole far credere la sociologia d’accatto della sinistra, di un processo inevitabile: dietro c’è una precisa volontà, e ancora più evidentemente, sottolineo qui, una disposizione emotiva degli invasori.

 

Nel parco accanto alla stazione di cui parlavo sopra un paio di anni fa ci sono stati parcheggiati, in quantità impressionante, carrarmati, elicotteri, mezzi d’assalto di ogni tipo: è stato per il raduno annuale degli alpini, un evento che ha bloccato l’intera città, divenuta per qualche ora il più grande, in teoria felice, concentrato di militari del Paese.

 

Ci avevo portato mio figlio: nella bolgia dei cappelli con le penne, l’ho fatto salire sul Lince, il veicolo multiruolo usato in Afghanistan, l’ho fatto salire nell’abitacolo dell’elicottero, mentre – presente in tribuna poco più in là il ministro della Difesa – sfilavano le delegazioni di ogni possibile gruppo alpino del territorio italiano.

 

È stato a quel punto che ho notato che, tra le migliaia di persone, stavano tranquillamente gli africani balordi che occupano di solito quel parco. Come dire: la massa non li aveva fatti scappare. Tanto meno, la presenza di militari – che di solito, pensavo, impaurisce gli immigrati – li spaventava: macché, eccoli che, treccioline belle e vestiti alla moda, si fotografano – come bambini, appunto – sui veicoli militari con lo smartphone nuovo di zecca.

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Osservai il fenomeno capendo che era più grave di quello che sembrava: gli stessi poco dopo chiedevano l’elemosina, sigarette, qualsiasi cosa agli alpini presenti, pure quelli giovani e tatuatissimi. Poi si raccoglievano nei loro capannelli, sghignazzavano, magari pure puntavano qualche ragazza. Nessuno li fermava. Nessuno li metteva a posto. Nessuno sentiva la necessità si far capire loro che no, non potevano disturbare in quel momento (certo, non avevano idea di cosa fosse), né che pera accettabile che si comportassero con quella plateale mancanza di rispetto.

 

Era chiaro che non temevano nulla, perché nulla a loro era mai successo. Né questo rispetto è mai stato chiesto: vitto, alloggio, telefonino, avvocato arrivano gratis, senza che abbiano dovuto fare nulla. Perché mai quindi dovrebbero rispettare questo popolo, i suoi simboli? L’immagine che ho davanti agli occhi, mentre spingo via mio figlio, è quella di un africano che, con boria irricevibile, chiede spicci ad un alpino alticcio, seduto in panchina gonfissimo, incapace di mandarlo via, come sottomesso al fatto che no, l’immigrato non lo può mandare a quel Paese… Nel frattempo, a poca distanza i compagni africani se la ridono. È un gioco. Si prendono gioco di noi. letteralmente.

 

Tutto questo accadeva mentre dal palco, ministro della Repubblica sempre lì, si irradia il verbo militare nazionale: i nostri nonni, caduti per la nostra libertà… i sacrifici per la Nazione… i soldati in guerra che ci proteggono… e ancora, l’onore. Sì, l’onore.

 

Il cortocircuito di senso è intollerabile: se le guerre e i loro sacrifici umani ci hanno dato un Paese invaso da barbari che ci derubano, ci stuprano, ci irridono… a cosa sono servite? A cosa sono serviti davvero quei sacrifici? La nostra società è davvero più libera? È più protetta? È migliore?

 

E quindi, la valutazione da fare è ancora più abissale: non solo la catastrofe migratoria riformula le nostre città, essa ridisegna pure la nostra storia.

 

Cosa dobbiamo pensare della storia dell’Italia, e dell’Europa, se il frutto finale è il caos?

 

Cosa dobbiamo pensare della democrazia, se il suo effetto visibile è l’anarco-tirannia?

 

Che cos’è la Repubblica, se essa conduce – sotto i nostri occhi – all’umiliazione e alla distruzione del suo popolo?

 

La risposta la lascio al lettore. Ricordandogli, sempre, la cosa fondamentale: da nessuna parte è scritto che le cose debbono andare così.

 

Le città, con la storia, sono nostre. Dobbiamo solo riprendercele.

 

Roberto Dal Bosco

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Immigrazione

Trump: l’Europa è il Terzo Mondo

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Secondo il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, le nazioni europee sono state ridotte al livello di paesi del Terzo Mondo a causa delle loro politiche migratorie disastrose.   Trump ha interrotto le celebrazioni per il 250° anniversario della firma della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti per lanciare un nuovo attacco contro i presunti alleati di Washington nell’UE e nel Regno Unito.   «L’Europa sta imparando che quando si accolgono criminali del Terzo Mondo, si diventa un Paese del Terzo Mondo. Succede in fretta, in un batter d’occhio», ha scritto il presidente in un post su X sabato 4 luglio.   Trump ha anche suggerito che la sua linea più rigida sull’immigrazione abbia evitato agli Stati Uniti lo stesso destino. «Sono stato eletto proprio al momento giusto!!!» ha affermato.

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Nonostante il numero di richiedenti asilo che giungono nell’UE sia calato rispetto alla crisi migratoria del 2015, la popolazione nata all’estero nell’euroblocco ha toccato la cifra record di 64,2 milioni lo scorso anno, con un incremento di 20,2 milioni dal 2010, secondo un rapporto del Centro di ricerca e analisi sulle migrazioni di RFBerlin.   Sempre sabato, il presidente degli Stati Uniti JD Vance ha concesso un’intervista al Sunday Times, dichiarando che «c’è qualcosa di profondamente sbagliato nella politica britannica» e che «la gente chiede a gran voce un cambiamento strutturale significativo».   Vance commentava le recenti dimissioni di Keir Starmer, il sesto primo ministro britannico a lasciare l’incarico in appena un decennio. La Gran Bretagna «è stata delusa dalla sua leadership per molto tempo» e «può fare molto di più di quanto stia facendo attualmente», ha sottolineato.   La scorsa settimana, Trump ha avvertito i Paesi dell’UE che imporrà una tariffa del 100% su tutte le merci che invieranno negli Stati Uniti se il blocco procederà con l’aumento delle tasse sui servizi digitali forniti dalle aziende tecnologiche americane.   A fine giugno, il presidente degli Stati Uniti ha anche detto al segretario generale della NATO, Mark Rutte, di essere «deluso dalla maggior parte» dei membri europei del blocco.   «Voglio solo lealtà… In Germania abbiamo 50.000 soldati. E poi voi volete solo un piccolo incoraggiamento, un piccolo bacio. Non vogliamo molto. E loro dicono: “No, non possiamo farlo”», ha affermato.   Come riportato da Renovatio 21, il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha replicato a Trump all’inizio di questa settimana, affermando che «il concetto della NATO non è quello di obbedienza cieca, ma piuttosto… di uno spirito di libera deliberazione». Le decisioni all’interno del blocco vengono prese «per libero consenso di tutti gli Stati membri e senza essere dettate dai singoli Stati membri», ha dichiarato a Der Spiegel.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
 
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Gli studenti bianchi sono in minoranza in quasi un quinto delle università britanniche

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Gli studenti bianchi sono diventati una minoranza in quasi un quinto delle università della Gran Bretagna. Lo riportano dati ufficiali sull’istruzione superiore analizzati dal quotidiano Telegraph.

 

L’analisi del giornale, pubblicata mercoledì, ha rilevato che gli studenti britannici bianchi rappresentavano meno della metà degli iscritti in 27 delle 147 università del paese nell’anno accademico 2024-25, rispetto alle 13 istituzioni di dieci anni prima.

 

In alcune università, gli studenti bianchi rappresentavano meno di un quarto degli iscritti. L’Università di Aston ha registrato la percentuale più bassa, pari al 23%, seguita dall’Università di Bradford (26%) e dalla Brunel University London e dalla SOAS University of London (27% ciascuna).

 

L’analisi ha inoltre rilevato che gli studenti bianchi erano sottorappresentati, rispetto alla loro quota nella popolazione nazionale, in 80 università britanniche. Tra i 24 membri del Russell Group, il gruppo di istituti di ricerca leader a livello nazionale, gli studenti bianchi risultavano sottorappresentati in 15 di essi.

 

Nonostante il cambiamento demografico, almeno dieci università in cui gli studenti bianchi sono ormai una minoranza continuano a offrire borse di studio, sussidi e altri tipi di sostegno finanziario riservati ai candidati di origine nera, asiatica e appartenenti a minoranze etniche (BAME), secondo quanto riportato dal giornale. Alcuni di questi programmi prevedono finanziamenti fino a 18.000 sterline (21.000 euro ) all’anno.

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Eric Kaufmann, professore di scienze politiche all’Università di Buckingham e critico delle politiche universitarie in materia di diversità, ha dichiarato al Telegraph che le borse di studio basate sull’appartenenza etnica dovrebbero essere abolite.

 

«Non c’è motivo di mantenere le borse di studio per le minoranze etniche, che rappresentano una forma di discriminazione razziale, pura e semplice», ha affermato.

 

È probabile che i risultati alimentino il dibattito in corso sulle politiche basate sulla razza in Gran Bretagna. L’Equality Act del 2010 consente a università, datori di lavoro ed enti pubblici di intraprendere le cosiddette «azioni positive» per affrontare gli svantaggi o la sottorappresentazione dei gruppi protetti. I critici sostengono che alcune istituzioni abbiano utilizzato questa disposizione per giustificare borse di studio e altri programmi che escludono i candidati bianchi, mentre i sostenitori affermano che tali misure migliorano l’accesso per le comunità storicamente sottorappresentate.

 

Nigel Farage, leader di Reform UK, ha accusato il governo britannico di promuovere quello che definisce un «profondo razzismo anti-bianco». Si è inoltre impegnato ad abrogare l’Equality Act, sostenendo che abbia creato uno «stato a due velocità contro i bianchi» e istituzionalizzato l’«anti-bianchezza» nella vita pubblica.

 

Come riportato da Renovatio 21, tre mesi fa un dossier riservato del Partito dei Verdi, trapelato alla stampa, aveva svelato i piani per fare il lavaggio del cervello agli scolari britannici, convincendoli di avere un «dovere morale» di accogliere un’immigrazione senza fine.

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Immigrazione

Tedros attacca mons. Schneider per la critica all’immgrazione islamica: «la paura non è fede»

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Il direttore generale  dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, orientato al globalismo, ha criticato duramente un video del 2025 del vescovo tedesco-kazako Athanasius Schneider. Lo riporta LifeSite.   Nel filmato, postato su X, il prelato descriveva l’«invasione» dei migranti islamici in Europa come una distruzione del patrimonio cristiano del continente.   In un post del 1° luglio, rispondendo a una clip del 2025 del vescovo Schneider riemersa di recente, Tedros, figura molto controversa e favorevole all’aborto, ha difeso i migranti musulmani definendoli «famiglie in fuga da guerre, fame e disperazione». Il Tedros inoltre citato le parole di Nostro Signore sull’accoglienza dello straniero. Nelle sue dichiarazioni del 2025, pur riconoscendo il massiccio afflusso di migranti musulmani in Europa, il vescovo aveva sottolineato che molti di loro non sono veri rifugiati. Aveva aggiunto che la «massiva islamizzazione» dell’Europa rientra in un complotto dei «potenti», riferimento probabile a organizzazioni come l’OMS, volto a distruggere il cristianesimo europeo.   «Ho letto queste parole con il cuore pesante. Quando chiamiamo gli esseri umani “invasori”, li spogliamo del loro volto, del loro nome, della loro storia, e la storia ci insegna dove porta questa strada», ha scritto Tedros. «Le persone che arrivano sulle coste europee non sono un esercito. Sono famiglie in fuga dalla guerra, dalla fame e dalla disperazione. Tra loro ci sono cristiani e musulmani, madri con bambini in braccio, giovani che hanno seppellito i propri sogni per sopravvivere».  

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«Ridurli a un complotto contro un continente significa negare sia le prove che la loro umanità. L’eredità cristiana dell’Europa non si difende con la paura, ma vivendola», ha aggiunto. «”Ero straniero e mi avete accolto” non è uno slogan politico, è il Vangelo stesso. Una fede sicura della propria verità non trema di fronte allo straniero alla porta, ma la apre».   «C’è una differenza tra gestire la migrazione e demonizzare i migranti. La prima è una questione politica; la seconda è una ferita alla nostra comune umanità. Lo ripeterò ancora: la compassione non è debolezza e la paura non è fede» ha proseguito l’etiope.   Sebbene la dottrina sociale cattolica affermi che gli immigrati vadano trattati con dignità e rispetto, essa riconosce anche il diritto di ogni nazione a tutelare i propri confini. Nel documento «Dottrina sociale cattolica sull’immigrazione e la circolazione dei popoli» della Conferenza episcopale degli Stati Uniti (USCCB), si precisa che i Paesi non hanno alcun obbligo di accogliere tutti coloro che desiderano entrare nel proprio territorio.   Come riportato da Renovatio 21, in passato monsignor Schneider si era scagliato apertis verbis contro l’Europa «neocomunista» e «massonica» indicando come le migrazioni di massa siano usate dalle élite per distruggere l’identità cristiana.   Le osservazioni di monsignor Schneider riecheggiano questo insegnamento e mettono in evidenza la necessità di proteggere i confini europei dalla forzata «islamizzazione» promossa da potenze globali per cancellare il patrimonio cristiano del continente.   «Non si tratta di rifugiati, no, questa è un’invasione della massima islamizzazione dell’Europa, che è già presente in Europa da 50-60 anni, ma ora viene attuata su vasta scala», ha affermato il vescovo. «È davvero evidente, e quindi questo è il nostro programma politico globale: distruggere l’Europa culturalmente e religiosamente, distruggere il cristianesimo in Europa con l’aiuto della massima popolazione islamica».   In particolare, monsignor Schneider non ha definito ciascun immigrato islamico come «invasore», come invece suggerito da Tedros. Il prelato ha anzi insinuato che questi migranti siano soltanto «pedine» in un complotto ordito da potenti globalisti per distruggere l’identità cristiana dell’Europa.   Diverse altre figure ecclesiastiche cattoliche hanno espresso posizioni simili a quelle del vescovo Schneider sull’immigrazione. Nel 2017, il cardinale Robert Sarah, intervenendo all’Università Cardinale Stefan Wyszyński in Polonia, aveva denunciato le «forze esterne» che tentano di imporsi sulla Polonia e su altre nazioni europee senza integrarsi.   «In che modo è possibile privare la nazione del diritto di distinguere tra un rifugiato politico o religioso, costretto a fuggire dalla propria patria, e il migrante economico, che desidera cambiare residenza senza adattarsi, identificarsi e accettare la cultura del paese in cui andrà a vivere?», aveva chiesto il cardinale Sarah.   Il cardinale guineano aveva inoltre sottolineato l’importanza di ricostruire le nazioni colpite da guerre e ingiustizie, senza sradicare le popolazioni di altri Paesi, criticando chi «sfrutta la parola di Dio» per giustificare il multiculturalismo.   «Ribadisco che dobbiamo lavorare insieme per ricostruire le nazioni che sono cadute vittime di guerre, corruzione e ingiustizie, ma questo non significa incoraggiare lo sradicamento dei popoli e la distruzione delle nazioni», aveva affermato. «Alcuni strumentalizzano la Parola di Dio per giustificare la promozione del multiculturalismo e si avvalgono volentieri del pretesto dell’ospitalità per giustificare l’accoglienza degli immigrati».

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Come riportato da Renovatio 21 il Tedros, direttore generale dell’OMS dal 2017, è stato membro del Fronte Comunista di Liberazione del Popolo del Tigrè in Etiopia. Il partito è stato dichiarato organizzazione terroristica dal governo etiope nel 2021. Figure di vertice in Etiopia lo hanno accusato di aiutare i «ribelli» e perfino, senza mostrare prove, di trafficare armi.   Tedros è stato in passato criticato per la sudditanza dell’OMS al Partito Comunista Cinese; Donald Trump da presidente tolse i fondi americani all’OMS accusando l’istituzione di essere troppo filocinese. A quel punto divenne il maggior contribuente OMS un privato, Bill Gates, che sommando tutte le sue innumerevoli Fondazioni e iniziativa arriva a finanziare l’Organizzazione di Tedros per svariate centinaia di milioni di dollari.   Un video OMS dell’anno scorso definiva le persone contrarie al vaccino come una «grande forza omicida».   Come riportato da Renovatio 21, monsignor Schneider durante la pandemia aveva spesso tratto il tema dell’avvio della società verso la schiavitù, dichiarando apertamente che con il COVID si stava «creando una società di schiavi», il cui segno era la mascherina.  

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